Printer Friendly

Heraclitus, the becoming and the Platonic-Aristotelian doxography/Eraclito, il divenire e la dossografia Platonico-Aristotelica.

Tra i materiali eraclitei superstiti, quelli che richiamano la metafora dei fiumi e delle acque che in essi scorrono, di norma associata nella tradizione all'immagine della realta in divenire e alla concezione della sua natura come un flusso continuo piu o meno disordinato, sono certamente fra i piu celebri e fortunati, anche in virtu del fatto che, a torto o a ragione, sono stati utilizzati fin da Platone e Aristotele per rappresentare in modo esemplare la prospettiva filosofica di Eraclito. Si tratta essenzialmente di tre frammenti, catalogati nella raccolta di Diels e Kranz come 12, 49a e 91, e corrispondenti, nell'edizione di Marcovich a 40, 40[c.sup.2] e 40[c.sup.3]. In questo intervento, mi limitero a considerare il primo dei tre frammenti evocati, l'unico da me giudicato autentico (1).

1. Il fr. 12 DK [40 Marcovich]

Prendo le mosse dal testo del fr. 12 DK [40 Marcovich], che riproduco:

[TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] (2)

Per coloro i quali entrano negli stessi fiumi, sempre diverse scorrono le acque.

Il frammento e riportato dallo stoico Cleante (IV-III secolo a.C.) attraverso una citazione di Ario Didimo (seconda meta del I secolo a.C.), a sua volta richiamata da Eusebio (III-IV secolo d.C.), Praeparatio evangelica 15.20.2 (= II 384 Mras = Dox. 470-71 = SVF I 519), nel contesto di una presentazione della dottrina di Zenone sull'origine e la natura dell'anima, con queste parole: <<Riguardo all'anima, Cleante, esponendo le opinioni di Zenone in relazione a quelle degli altri fisici, afferma che Zenone sostiene che l'anima e un'esalazione sensibile (3) , proprio come Eraclito ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), il quale infatti, volendo mostrare che le anime, per esalazione, divengono sempre nuove (4), le paragono ai fiumi, esprimendosi cosi: ... (Cleante cita qui il fr. 12 DK [40 Marcovich]), anche le anime, dal canto loro, sono esalazioni dagli elementi umidi ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]). Alla maniera di Eraclito, dunque, Zenone dichiara che l'anima e un'esalazione e dice che e sensibile perche la sua parte dominante puo essere modificata dalle cose esterne attraverso gli organi sensibili e puo ricevere impressioni, giacche queste sono le proprieta dell'anima>> (5).

Seguendo un'attestata tradizione interpretativa (6), non considero autentica, almeno non letteralmente, l'ultima parte della citazione ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), in primo luogo perche, come fatto valere da Kirk e Marcovich, il verbo [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] e certamente sospetto in quanto non risulta attestato prima di Aristotele (7); in secondo luogo, mi pare si tratti di un'aggiunta esplicativa, da parte del citatore, che si ricollega al suo esame della dottrina zenoniana dell'anima piu che alla citazione eraclitea come tale e che tende di conseguenza a stabilire un legame, non altrimenti presente nei materiali eraclitei superstiti, fra la dottrina del divenire e del mutamento, esposta attraverso l'immagine dei fiumi e dello scorrimento delle acque, e la teoria dell'anima come esalazione dagli elementi umidi--una teoria che, del resto, e qui attribuita esplicitamente dal citatore allo stoico Zenone, ma che richiama un'opinione che sembra effettivamente consistente con la psicologia eraclitea (8) --e cio al fine di trovare conferma in Eraclito della dottrina stoica dell'anima come esalazione continua e continuamente rinnovata dagli elementi umidi, appunto stabilendo una relazione fra due tesi eraclitee fra loro indipendenti, quella dell'anima che proviene dagli elementi umidi (o dall'acqua) e quella del flusso perenne delle acque dei fiumi, che, se scorrono sempre diverse, produrranno esalazioni sempre diverse e, di conseguenza, anime sempre nuove o rinnovate (9).

Prima di procedere a un esame della traduzione del fr. 12 DK [40 Marcovich] sopra proposta, e alla sua interpretazione, conviene soffermarsi brevemente sulle testimonianze (piu o meno direttamente riconducibili all'originale eracliteo) che la dossografia platonico-aristotelica ci fornisce intorno all'immagine dei fiumi e delle acque che in essi scorrono e al suo significato filosofico.

2. La dossografia platonico-aristotelica

Proprio tali testimonianze, talvolta assimilabili a vere e proprie varianti di questo frammento o quantomeno ad allusioni a esso, assai numerose nella tradizione platonico-aristotelica, hanno infatti particolarmente contribuito alla fortuna della metafora eraclitea del fiume e delle sue correnti (10).

Per quanto riguarda Platone, vanno innanzitutto ricordati i riferimenti del Cratilo (401d-402a; 411b-c; 439c-440d) e del Teeteto (152d-e; 156a; 160d; 177c; 179d; 179e-183a, passim), ripresi piu allusivamente in alcuni passi del Fedone (90b-c), del Sofista (249b) e del Filebo (43a), dai quali emerge fondamentalmente la tesi seguente: ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] e, per converso, [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], sicche le cose che sono vengono paragonate alla corrente di un fiume ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] Cra. 402a), o direttamente ai flussi delle sue acque ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], Tht. 160d), e tale corrente e il suo movimento resi equivalenti al divenire, alla generazione e alla corruzione ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], Cra. 411c), in modo che--e la conclusione tratta da Platone che la attribuisce tuttavia allo stesso Eraclito--<<non potresti entrare due volte nello stesso fiume>> ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]) Cra. 402a) (11). A questa radicale prospettiva ontologica Platone contrappone, particolarmente nei passi citati del Cratilo, la ben nota ipotesi di un ambito dell'essere distinto e superiore al piano sensibile cui il divenire e confinato, di natura intellegibile, caratterizzato da stabilita e immutabilita: la ragione di una simile ipotesi e esplicitamente ricondotta da Platone, ancora nel Cratilo (439c-440d), a considerazioni di ordine epistemologico, perche, se si accogliesse la prospettiva di un divenire perenne e inarrestabile delle cose che sono, nessuna conoscenza sarebbe possibile ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), mutando a un tempo, e costantemente, tanto il soggetto quanto l'oggetto della conoscenza, come pure la conoscenza stessa; solo concedendo che esistano degli enti immutabili ed estranei al divenire, che dunque permangono stabilmente nella propria condizione, come e il caso delle idee intellegibili di cui Platone formula l'ipotesi, si potra ammettere che di essi si dia vera conoscenza. Sembra inoltre abbastanza chiaro che Platone introduce una distinzione fra due diverse concezioni della dottrina del divenire della realta, o piuttosto fra due livelli o gradazioni del divenire stesso: Eraclito avrebbe infatti sostenuto che <<non potresti entrare due volte nello stesso fiume>> (Cra. 402a), dunque ammettendo implicitamente che sia possibile entrarvi almeno una volta e che, di conseguenza, la sua concezione del divenire preveda la persistenza delle cose che sono almeno in coincidenza con una prima e unica ricognizione di esse, ponendo invece il loro completo mutamento in coincidenza con un'eventuale seconda ricognizione; alcuni eraclitei posteriori avrebbero invece difeso una versione ancor piu radicale di tale dottrina, incompatibile con ogni forma di ricognizione o riconoscimento delle cose che sono, anche per una prima e unica volta, come pure con qualunque genere di pensiero o di discorso stabili, sicche risulta loro impossibile denominare le cose che sono e indicarle gli uni agli altri con il linguaggio, conoscerle e scambiare cosi gli uni con gli altri le proprie rispettive conoscenze e dunque stabilire una scuola con maestri, allievi e relative dottrine da insegnare (Tht. 179e-180c): <<E infatti, Socrate, di queste concezioni eraclitee ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]) o, come tu dici, omeriche e ancora piu antiche, non e possibile discutere direttamente con quelli di Efeso ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), che si arrogano la qualifica di esperti, piu di quanto sia possibile discutere con dei tarantolati>> .

Sulla stessa linea, e ricorrendo alle medesime formule, mi pare si collochino le numerose allusioni aristoteliche, che ribadiscono l'attribuzione a Eraclito e agli eraclitei della tesi del divenire di tutte le cose ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], Top. 1.11, 104b21; [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] Ph. 8.3, 253b9; [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] de An. 1.2, 405a28), espressamente limitata, come e ovvio in seguito all'introduzione, da parte di Platone, delle idee intellegibili, al caso delle realta sensibili ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] Ph. 8.8, 265a2; [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], Metaph. 1.6, 987a32 e 13.4, 1078b13). Ancora come Platone, anche Aristotele riconosce esplicitamente le implicazioni epistemologiche della tesi del divenire, affermando che, se le cose sensibili sono soggette al movimento, di esse non puo esservi scienza ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], Metaph. 1.6, 987a32), e che, ancor piu nettamente, <<se tutte le cose si muovono, nulla sara vero>> ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], Metaph. 4.8, 1012b26). Infine, pure in linea con la testimonianza platonica, Aristotele sancisce apertamente la distinzione fra due diverse posizioni, riconducibili a due diverse generazioni di eraclitei, che egli individua rispettivamente in Eraclito stesso e nel suo allievo Cratilo: come emerge da un passo assai importante del De caelo (3.1, 298b29), infatti, Eraclito avrebbe affermato che, anche se tutte le cose divengono e scorrono, e nulla e stabilmente ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), <<vi e una cosa soltanto che permane sottostante>> ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), che e appunto cio da cui tutte le cose prendono forma ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII])--una sintesi, questa, che, per quanto possa essere influenzata dalla caratteristica attitudine aristotelica a reinterpretare la posizione dei predecessori alla luce della sua riflessione e dei suoi schemi teorici, non lascia trasparire nessuna ambiguita rispetto all'attribuzione a Eraclito di una concezione del divenire che non coinvolge assolutamente e radicalmente l'intera realta, perche pare limitata da Aristotele all'ambito delle cose sensibili che si generano e si corrompono e non si estende al sostrato comune da cui quelle derivano. E tutto cio si trova ampiamente confermato nel celebre passo di Metaph. 4.5, 1010a7-19, in cui Aristotele presenta la sua ricostruzione della genesi e della natura dell'eraclitismo nelle sue diverse versioni: infatti, a partire dalla comune ammissione del movimento della natura ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]) e dal riconoscimento che tale assunto impedisce ogni forma di conoscenza e discorso veri su cio che e soggetto a movimento ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), e possibile dedurre <<l'opinione piu estrema ... quella di chi si proclama seguace di Eraclito e che difese Cratilo>> ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), che consiste, come gia Platone ricordava nel Teeteto, nell'astenersi da ogni discor so ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]) e nell'attenersi a un rigoroso silenzio; donde il ben noto rimprovero da Cratilo rivolto a Eraclito per aver detto che ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]) <<non e possibile entrare due volte nello stesso fiume>> ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), perche Cratilo <<riteneva che non vi si possa entrare neanche una volta>> ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]). S'intende naturalmente che la posizione di Cratilo implica la negazione della possibilita, secondo Aristotele invece ammessa da Eraclito, di entrare almeno una volta nello stesso fiume, ossia di riconoscere una configurazione, pur temporanea e destinata a essere sostituita nella successione temporale da altre e diverse configurazioni, della realta nella quale ci si trova, e cio in virtu del fatto che, se il divenire e assunto in modo radicale, il mutamento e il movimento che esso comporta non consentono di individuare nessuna, pur temporanea e parziale, configurazione definita della realta o, tornando alla metafora del fiume, nessuna disposizione a nessun titolo neanche istantaneamente e per un'unica volta riconoscibile delle acque che vi scorrono (13). Ancora in altre parole, quella attribuita a Eraclito da Platone e da Aristotele pare assimilabile a una forma di divenire sequenziale, per cui il flusso delle cose (o delle acque) che scorrono suppone appunto che a scorrere sia una successione di sequenze fra loro diverse ma ogni volta di per se riconoscibili; mentre quello degli eraclitei posteriori e di Cratilo sembra manifestarsi come un divenire integrale, per cui cioe il flusso delle cose (o delle acque) che scorrono suppone che a scorrere siano tracce, se cosi si puo dire, talmente instabili e sfuggenti da apparire non solo irriconoscibili di per se ma anche in se ontologicamente inconsistenti.

Si constata allora, da questo esame sommario delle testimonianze di Platone e di Aristotele, che l'immagine del fiume e dell'ingresso in esso, certamente originale di Eraclito, rimane in un solo passo platonico (Cra. 402a) e in un solo passo aristotelico (Metaph. 4.5, 1010a7-19, che potrebbe dipendere almeno in parte da Platone, di cui Aristotele riprende in buona parte termini e concetti), che sono fra l'altro gli unici passi assimilabili a citazioni vere e proprie ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]). Ora, in questi due passi e riportata come propriamente eraclitea l'affermazione secondo la quale <<non e possibile entrare due volte nello stesso fiume>>, della quale occorre chiedersi adesso se sia equivalente a, o quantomeno compatibile con, il contenuto del fr. 12 DK [40 Marcovich] riportato da Cleante. La risposta a questo interrogativo deve essere, a mio avviso, duplice. Per un verso, se <<per coloro i quali entrano negli stessi fiumi, sempre diverse scorrono le acque>>, risulta abbastanza ovvio che sia impossibile entrare due volte nello stesso fiume, perche un fiume comprende in se correnti in continuo movimento che, dunque, non rimangono identiche nello stesso punto di entrata di un soggetto, sicche tale soggetto, nella stessa estensione di tempo in cui penetra nel fiume oppure, indifferentemente, penetrando una seconda volta nello stesso fiume (14), sara toccato da acque via via diverse. Per altro verso, e capovolgendo la questione, mi pare impossibile accertare invece se, stante il fatto che <<non e possibile entrare due volte nello stesso fiume>>, ne consegua che <<per coloro i quali entrano negli stessi fiumi, sempre diverse scorrono le acque>>. In altre parole, mentre la testimonianza platonico-aristotelica relativa a Eraclito e compatibile con, e in certa misura discende da, il fr. 12 DK [40 Marcovich], l'inverso non e verificabile, perche il fr. 12 DK [40 Marcovich] puo anche essere compatibile con l'affermazione concorrente che e impossibile entrare anche una sola volta nello stesso fiume, cioe con la testimonianza platonico-aristotelica relativa non a Eraclito, ma a Cratilo; e mi pare che cio dipenda senza dubbio dal fatto che il fr. 12 DK [40 Marcovich] non solleva in nessun modo, nell'ambito dell'immagine del fiume e dello scorrimento delle sue acque, l'ulteriore e piu specifico problema del grado o dell'intensita di tale scorrimento, un problema che invece si trova al centro dell'interesse manifestato da Platone e Aristotele nella loro genealogia dell'eraclitismo, non cosi necessariamente contraddicendo la formulazione del fr. 12 DK [40 Marcovich], ma certo esaminandone uno sviluppo particolare che in quello rimaneva inesplicato (15).

Dall'una all'altra versione muta poi certamente il punto di vista che viene assunto: nel fr. 12 DK [40 Marcovich], infatti, i fiumi sono presentati come unita in se permanenti di acque sempre diverse e mobili (<<negli stessi fiumi ... sempre diverse acque>>), mentre nella versione platonico-aristotelica e il fiume stesso nel suo insieme a mutare (<<non e possibile entrare due volte nello stesso fiume>>), ma, s'intende, solo in quanto somma di acque sempre diverse, cioe rispetto alla sua configurazione o composizione d'insieme e non certo suggerendo che si tratti di un "altro" fiume, come si evince per esempio da Cra. 402a e da Tht. 160d, da cui risulta chiaro che il divenire delle cose che sono, che rende impossibile entrare due volte nello stesso fiume, e associato da Eraclito non al fiume come tale, ma alla sua corrente, cioe alle acque che lo compongono ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]). In nessuna delle due versioni si attribuisce insomma a Eraclito la tesi secondo cui il fiume resta identico sotto ogni profilo ne quella, simmetrica, secondo cui il fiume muta sotto ogni profilo, perche, essendo composto da acque sempre diverse, esso muta necessariamente la disposizione dei suoi elementi e delle sue parti componenti, senza pero che mutino, dal punto di vista del fiume nella sua totalita, la quantita e la qualita delle acque in esso presenti (16).

Pur ammettendo la non contraddittorieta fra il fr. 12 DK [40 Marcovich] e la testimonianza platonico-aristotelica, mi pare poco probabile che contengano entrambi materiali eraclitei autentici, e cio sulla base di due ordini di considerazioni, per quanto congetturali e di carattere necessariamente interpretativo. Innanzitutto, i due passi di Platone e di Aristotele implicano apparentemente, e nonostante tutto, una parafrasi delle parole di Eraclito: <<[Eraclito] ... paragonando le cose che sono alla corrente di un fiume, dice da qualche parte (o in un certo senso, [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]) che ... >> (Cra. 402a); <<[Cratilo] ... rimproverando perfino Eraclito per aver detto che ... >> (Metaph. 4.5, 1010a13-14). In secondo luogo, e soprattutto, tanto Platone quanto Aristo tele conoscono (o inventano? (17)) la versione della dottrina del divenire che gli eraclitei posteriori (cfr. Tht. 179e-180c) o forse Cratilo (cfr. Metaph. 4.5, 1010a7-19) avrebbero professato, radicalizzando la tesi originale di Eraclito e sostenendo che, se il principio del divenire e assunto con rigore, si rende impossibile pronunciare sensatamente qualunque parola o anche discendere una volta soltanto ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]) nello stesso fiume; ma appunto in virtu di tale distinzione, Platone e Aristotele propongono la tesi eraclitea in una formulazione che appare come una versione ristretta e logicamente derivata rispetto a quella fornita dal fr. 12 DK [40 Marcovich], tanto da risultare inoltre antagonista rispetto alla tesi ascritta agli eraclitei posteriori e a Cratilo. Storicamente attendibile oppure no, questa rielaborazione della dottrina eraclitea lascia trasparire l'interesse pressoche esclusivo di Platone e di Aristotele per la tesi del divenire della realta, di cui essi si sforzano di stabilire una gradazione, individuando una forma di divenire integrale e assoluto (appunto difesa dagli eraclitei posteriori e da Cratilo), che non consente neanche un primo e unico ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]) riconoscimento immediato o istantaneo della realta da parte del soggetto, e una forma di divenire piu moderato e, per cosi dire, sequenziale (difesa da Eraclito), che consente invece tale riconoscimento, ma ne sancisce pure l'immediatezza o l'istantaneita, sicche, a un secondo tentativo ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), la realta e gia mutata e non corrisponde piu alla descrizione che il soggetto ne ha fornito la prima volta (18). Come si vede, l'intento che emerge dalla testimonianza platonico-aristotelica e in ogni caso quello di "tradurre" la dottrina eraclitea dal punto di vista della definizione dello statuto logico-epistemologico del soggetto di fronte a una realta in divenire, vale a dire delle sue possibilita di conoscenza e di designazione delle cose esistenti, se queste sono sottoposte a un mutamento perenne --un intento palesemente estraneo alla riflessione di Eraclito che, stando almeno ai materiali autentici in nostro possesso, non pare stabilire nessuna connessione esplicita fra la tesi del divenire e considerazioni di ordine epistemologico o epistemico; mentre, altrettanto evidentemente, la citazione platonicoaristotelica prescinde da qualunque riferimento alla tesi, questa si certamente eraclitea, della distinzione e dell'opposizione fra le acque rispetto all'unita e alla permanenza dei fiumi che le comprendono, una tesi che e invece al centro della citazione riconducibile a Cleante e sulla cui interpretazione nel contesto del pensiero di Eraclito tornero nel paragrafo seguente.

Cosi stando le cose, ipotizzo che quella platonico-aristotelica sia in effetti una riduzione scolastica, utile a illustrare la posizione di Eraclito e, a un tempo, dei suoi seguaci, rendendola intellegibile nel quadro concettuale predisposto da Platone e da Aristotele e compatibile con i loro interessi e con la loro impostazione di ricerca, una riduzione che, precisamente per queste ragioni, si trova in seguito ampiamente diffusa nella dossografia posteriore (19).

3. I fiumi, le acque, il divenire

E a questo punto finalmente possibile avanzare alcune considerazioni di carattere interpretativo sul fr. 12 DK [40 Marcovich], che ripropongo qui di seguito:

[TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]

Per coloro i quali entrano negli stessi fiumi, sempre diverse scorrono le acque.

Come si comprendera dalla traduzione proposta, collego il dimostrativo xololv auxoloLV al sostantivo [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] e intendo [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] come un participio presente al dativo plurale: in questo modo, diviene manifesto il riferimento all'unita e alla permanenza come caratteristiche attribuite ai fiumi nel loro insieme, nonostante la diversita e la mobilita delle acque che scorrono in essi. Sarebbe grammaticalmente possibile, tuttavia, connettere [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] con [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] (o perfino, ma piu difficilmente, l'articolo [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] con il sostantivo [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] e il dimostrativo [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] con il participio [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), suggerendo cosi che unita e permanenza siano caratteristiche che appartengono ai soggetti che entrano nei fiumi (<<Per gli stessi che entrano nei fiumi ... >> oppure, piu esplicitamente, <<per coloro i quali, rimanendo gli stessi, entrano nei fiumi ... >>), nonostante siano coinvolti nel movimento e nello scorrimento di acque sempre diverse (20). Questa seconda opzione determina un sostanziale mutamento di prospettiva e di punto di vista delle parole attribuite a Eraclito, perche si rinuncia a stabilire un rapporto esplicito fra i fiumi come totalita composita delle diverse acque che comprendono in se e le acque stesse che invece si succedono e si sovrappongono le une alle altre, mentre si pongono piuttosto in risalto la condizione del soggetto e la sua identita di fronte al divenire perenne delle acque dei fiumi nelle quali si immerge come un'unita. Non e inverosimile che, proprio in base a una lettura di questo genere, una parte della tradizione esegetica e dossografica antica, e precisamente quella risalente a Platone e ad Aristotele esaminata in precedenza, sia giunta, per un verso, (1) ad accentuare la tesi del divenire in modo esclusivo (<< ... sempre diverse scorrono le acque>>), cioe indipendentemente da qualunque riferimento alla dottrina dell'unita di tutte le cose che e invece conservato se si mantiene l'indicazione della permanenza e dell'identita dei fiumi (<< ... negli stessi fiumi, sempre diverse scorrono le acque>>); e, per altro verso, (2) a sottolineare in modo altrettanto esclusivo il ruolo e la funzione del soggetto (<<Per gli stessi ... sempre diverse scorrono le acque>>), specie rispetto alle sue possibilita di conoscenza e di designazione della realta in divenire (21).

Passando all'interpretazione complessiva del frammento e alla sua collocazione nel contesto del pensiero di Eraclito, e tenendo conto naturalmente dell'esame condotto intorno all'intenso lavorio esegetico di cui e stato oggetto da parte di Platone e di Aristotele e nella tradizione dossografica che da essi dipende, azzardo l'ipotesi che esso possa essere collocato nell'ambito della sequenza dei materiali eraclitei relativi alla dottrina del conflitto e dell'unita dei termini opposti di cui si fa portatore il [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] annunciato fin dal celebre fr. 1 DK [1 Marcovich] e di cui ricostruirei congetturalmente e schematicamente come segue gli sviluppi. Dopo aver introdotto nei suoi termini generali il contenuto del [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], descritto come un sapere universale e comune, ben distinto dalle fallaci apparenze degli uomini (frr. 41, 32 e 11 DK [85, 84 e 83 Marcovich]), che individua in [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] il principio originario di tutte le cose (frr. 53 e 80 DK [29 e 28 Marcovich]), nella forma di un conflitto inesauribile e fondamentale che si ricompone tuttavia in un'armonia generale (frr. 51, 8 e 54 DK [27, 27[d.sup.1] -28[b.sup.1] e 9 Marcovich]), che sancisce l'unita del tutto (fr. 10 DK [25 Marcovich]) in virtu della ricomposizione unitaria dei termini opposti, esaminata attraverso numerosi esempi e da diversi punti di vista (frr. 111, 59, 103, 60, 62, 88, 21 e 26 DK [44, 32, 34, 33, 47, 41, 49 e 48 Marcovich], vengono descritte nel frammento 12 DK [40 Marcovich] le modalita concrete della ricomposizione unitaria dei termini opposti e di tutte le cose, con il riconoscimento di una forma di processualita che assume il profilo di un eterno movimento e mutamento di tutte le cose esistenti che, come le acque dei fiumi, si succedono e si alternano continuamente, pur appartenendo agli stessi fiumi e lasciandone percio inalterata la struttura e la natura complessiva. In tale ottica, l'ammissione del divenire pare funzionale a giustificare la possibilita e i modi del conflitto fondamentale alla radice della reciproca alternanza di tutte le cose e dei termini opposti, che si colloca tuttavia a sua volta, dal punto di vista universale del [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], nella superiore prospettiva dell'unita del tutto. In altre parole, secondo questa interpretazione del frammento, il divenire si configura come la legge del mutamento e della successione di tutte le cose, senza che, tuttavia, il sapere che insegna l'unita del tutto e tale stessa prospettiva unitaria siano affetti nel loro insieme dal divenire, giacche, invece, lo riassumono nell'economia generale della ricomposizione di tutte le cose di cui il divenire e appunto condizione e a un tempo semplice modalita concreta. Si capisce allora come, piu che un processo di alterazione confinato all'ambito propriamente fisico, cosmologico o fisiologico, il divenire descriva un generale mutamento ontologico come alternanza e variazione delle cose che sono nella totalita dell'essere.

Mi sembra che un simile quadro esegetico trovi una significativa conferma nel fr. 88 DK [41 Marcovich] (22), che indica appunto nel reciproco scambio di posizione e di ruolo fra i termini opposti, da intendere come una forma continua e alterna di mutamento e di movimento ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), la causa e la spiegazione della loro unita e reciproca implicazione ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]). E particolarmente nel fr. 84ab DK [56ab Marcovich] (23), rispetto al quale e possibile stabilire un plausibile parallelo: alla correlazione introdotta nel fr. 12 DK [40 Marcovich] fra gli "stessi fiumi" e le "sempre diverse acque" corrisponde infatti quella, che apre il fr. 84ab DK [56ab Marcovich], fra "permanenza" e "mutamento di condizione" ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), sicche la stabile condizione di unita del tutto (che, come i "fiumi" del fr. 12 DK [40 Marcovich], rimane "lo stesso" e, come il soggetto inespresso del fr. 84ab DK [56ab Marcovich], "permane") si fonda propriamente sul conflitto sottostante fra i termini opposti singolarmente presi e sul divenire di tutte le cose (che, come le "acque" del fr. 12 DK [40 Marcovich], sono "sempre diverse" e, come il soggetto inespresso del fr. 84ab DK [56ab Marcovich], "mutano condizione"); infine, pure analogo, benche di segno opposto, mi sembra il senso dell'indicazione, nel fr. 12 DK [40 Marcovich], di "coloro i quali entrano negli stessi fiumi" e, nel fr. 84ab DK [56ab Marcovich], dei soggetti, ancora una volta non esplicitati, che "operano alle stesse condizioni", un'indicazione che introduce evidentemente la distinzione fra i punti di vista di chi giunge a cogliere l'unita del tutto al di sopra del divenire e del mutamento delle cose particolari, nel primo caso, e di chi invece, nel secondo caso, dell'irriducibile opposizione statica fra le cose particolari rimane prigioniero, incapace di innalzarsi alla superiore prospettiva dell'unita del tutto.

Cio consente inoltre di precisare lo statuto e i lineamenti ontologici del tutto rispetto alle singole cose che lo compongono (come pure dei fiumi rispetto alle diverse acque che comprendono in se), giacche l'unita e la permanenza del tutto non costituiscono un superamento o una negazione delle differenze fra le singole cose che lo compongono, ma, al contrario, e proprio in quanto rimangono sempre diverse e percio coinvolte in un movimento di reciproca implicazione e alternanza, in virtu del divenire che le caratterizza, che le cose particolari possono contribuire esaustivamente a completare la totalita del reale. L'"identita" del tutto non va dunque intesa nel senso dell'assoluta indiscernibilita delle sue parti o dei suoi componenti, ma piuttosto come l'identita "organica" di cio che non muta rispetto alla quantita e alla qualita delle sue parti o dei suoi componenti, perche nessuno di essi viene a mancare o ad aggiungersi, ma solo a modificare il proprio ruolo e la propria collocazione nel tutto. Del resto, se le singole cose esistenti, e fra esse anche i termini opposti, giungessero a una condizione di piena identita e coincidenza, non sarebbero piu, evidentemente, cose diverse o termini opposti, ma si ridurrebbero a un'unica realta; l'affermazione eraclitea dell'unita del tutto pare supporre invece la reciproca implicazione di tutte le cose, sicche, come facce o aspetti distinti dell'unica realta e pur conservando la propria opposizione, tutte le cose concorrono, da un punto di vista piu generale, all'unita e all'identita "dinamica" del tutto; donde l'importanza della tesi del divenire, indispensabile per giustificare tale dinamismo di tutte le cose nella loro alternanza e nella loro successione, sempre tuttavia nel contesto della dottrina dell'unita del tutto e a questa subordinata.

Ritengo percio in ultima analisi, tornando ancora a una volta, e conclusivamente, sulla testimonianza platonico-aristotelica, che essa non deve essere considerata inattendibile in quanto richiama la tesi del divenire, ma soltanto nella misura in cui assume questa tesi in un'ottica astratta e assoluta che, trascurando il contesto eracliteo originale, porta a innalzare il principio del divenire a legge fondamentale ed esclusiva del mondo sensibile, al fine esplicito di contrapporgli un mondo intellegibile dotato di stabilita e immutabilita. Cio produce, nella tradizione posteriore, una progressiva distinzione fra le due dottrine eraclitee dell'unita del tutto, e degli opposti, e del divenire, quest'ultima eventualmente connessa all'ambito psicologico, che conquistano una reciproca autonomia, mentre appaiono invece, stando almeno ai materiali presumibilmente autentici di Eraclito, cosi strettamente connesse che la seconda ricade nell'ambito piu generale della prima, di fatto come un suo corollario (24).

DOI: http://dx.doi.org/10.14195/1984-249X_15_11

Bibliografia

ALLAN, D. J. (1954). The Problem of Cratylus. American Journal of Philology, 75, p. 271-287.

DIANO, C. & SERRA, G. (1980). Eraclito. I frammenti e le testimonianze. Milano, Mondadori.

FERRARI, F. (2011). Platone. Teeteto (trad.). Milano, BUR.

FRONTEROTTA, F. (2012). Su Eraclito, frr. 12, 49A, 91 DK [40, 40c2, 40c3 Marcovich]. Antiquorum Philosophia, 6, p. 71-90.

HULSZ, E. (2009). Flujo y logos. La imagen de Heraclito en el Cratilo y el Teeteto de Platon. HULSZ, E. (ed.). Nuevos Ensayos sobre Heraclito. Actas del Segundo Symposium Heracliteum. Mexico, Universidad Nacional Autonoma de Mexico, p. 361-390.

--(2013). Plato's Ionian Muses: Sophist 242d e. BOSSI, B. & ROBINSON, T. M. (eds.), Plato's Sophist Revisited. Berlin, Walter de Gruyter, p. 103-115.

IRWIN, T. (1977), Plato's Heracliteanism. The Philosophical Quarterly, 27, p. 1-13.

KAHN, C. H. (1979). The Art and Thought of Heraclitus. Cambridge, Cambridge University Press.

--(1985). Plato and Heraclitus. Proceedings of the Boston Area Colloquium in Ancient Philosophy. Leiden, Brill, 1, p. 241-258.

KIRK, G. S. (1951), The Problem of Cratylus. American Journal of Philology, 72, p. 225-253.

--(1962). Heraclitus. The Cosmic Fragments. Cambridge, Cambridge University Press.

MANSFELD, J. (1967). Heraclitus in the Psychology and Physiology of Sleep and on Rivers. Mnemosyne, 20, p. 1-29.

MARCOVICH, M. (1978). Eraclito. Frammenti, introduzione, traduzione e commento. Firenze, La Nuova Italia, p. 310-11 (traduzione italiana, con alcune correzioni, della precedente versione inglese: Heraclitus. Greek text with a short commentary, Merida 1967; rist. Sankt Augustin, 2001).

MONDOLFO, R. (1954). El problema de Cratilo y la interpretacion de Heraclito. Anales de Filologia Clasica, 6, p. 157-174.

MOURAVIEV, S. (2006). Heraclitea. Recensio: Fragmenta, III.B: Libri reliquiae superstites, voll. I-III; I: Textus, versiones, apparatus, III: Ad lectiones adnotamenta. Sankt Augustin, Academia Verlag.

PRADEAU, J.-F. (2002). Heraclite. Fragments [Citations et temoignages]. Paris, Flammarion.

TARAN, L. (1999). Heraclitus: the River Fragments and their Implications. Elenchos, 20, p. 9-52.

VIANO, C. (2002). <<Enesideme selon Heraclite>>: la substance corporelle du temps. Revue Philosophique de la France et de l'Etranger, 192, p. 141-158.

Francesco Fronterotta, Universita di Roma--Sapienza, Roma, Italia --francesco.fronterotta@fastwebnet.it

Note

(1) Ho esaminato nei dettagli i frammenti citati, a partire dalla questione della loro autenticita, nell'articolo Fronterotta (2012). Per brevita e semplicita mi riferiro esclusivamente qui alle seguenti edizioni o raccolte dei frammenti eraclitei: Kirk (1962); Marcovich (1978); Kahn (1979); Diano & Serra (1980); Pradeau (2002); Mouraviev (2006). Taran (1999) fornisce, intorno a questi frammenti, un accurato status quaestionis e una serie di dettagliate e puntuali proposte interpretative, che condivido solo in parte, ma di cui daro conto via via.

(2) Per ragioni puramente interpretative, alcuni commentatori (Rivier e Frankel, cfr. MARCOVICH, 1978, p. 137) hanno proposto di espungere il participio [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], sul quale tuttavia non sussiste esitazione nella tradizione manoscritta, evidentemente per rendere piu esplicito il riferimento alla nozione di un divenire perenne di tutte le cose (<<negli stessi fiumi scorrono sempre diverse acque>>), facendo cadere cosi il richiamo al punto di vista di <<coloro i quali entrano>> in essi, che, come tentero di argomentare nel seguito (cfr. infra, [section] 3), mi pare ridimensionare il "divenire" delle acque riconducendolo appunto al punto di vista di chi vi entra.

(3) [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]: correzione, proposta da Wellmann, di [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] dei manoscritti, che pare effettivamente insoddisfacente.

(4) [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]: correzione, proposta da Meerwaldt, di noerai; dei manoscritti, basata sulla constatazione--interpretativa e tuttavia indubitabile--che la dottrina stoica dell'"esalazione" suppone un rinnovamento continuo delle anime (per cui sono sempre [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]) e non certo un loro progresso intellettuale (per cui divengono sempre [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]).

(5) Il contesto di questa citazione e estremamente problematico e ha subito un certo numero di correzioni in altrettanti punti cruciali: cfr. le due note precedenti e Marcovich (1978, p. 137); Diano & Serra (1980, p. 155) e Taran (1999, p. 21-22).

(6) Cfr. Kirk (1962, p. 367-69); Marcovich (1978, p. 147, n. 1) e Kahn (1979, p. 52-53 e 166); ma l'ipotesi risale a Bywater.

(7) Anche se Mouraviev (2006, III, p. 20, n. 4) non considera decisiva questa constatazione.

(8) Cfr. il fr. 36 DK [66 Marcovich], che pare sancire in modo inequivocabile l'origine dell'anima a partire dall'elemento umido o acquoso: ... [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]. Cfr. pure, in questa direzione, Kahn (1979, p. 259-60).

(9) Cfr. in ultimo, in questa direzione, l'articolata dimostrazione di Taran (1999, p. 21-28). Si noti del resto che, come ha suggerito Viano (2002, specie p. 154-155), la formula [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] che introduce il riferimento a Eraclito, e la citazione diretta, da parte di Cleante, delle sue parole, si trova spesso utilizzata in ambito dossografico a indicare il richiamo, per finalita dialettiche e critiche, di tesi eraclitee evocate in modo fittizio per rafforzare o contestare altre posizioni discusse: nel caso presente, sarebbe dunque Cleante ad associare le due tesi eraclitee dell'origine dell'anima dall'elemento umido e del continuo scorrimento delle acque dei fiumi, di per se autonome e indipendenti, per trarne una conferma della dottrina stoica dell'esalazione continua e continuamente rinnovata delle anime dagli elementi umidi, sostenuta appunto da <<Zenone ... proprio come Eraclito>>. In direzione contraria, cioe tentando di difendere l'autenticita della seconda parte della citazione di Cleante e l'ipotesi di un suo stretto rapporto teorico e argomentativo con la prima parte, si e mosso Mansfeld (1967), e piu ancora Mouraviev (2006, I, p. 43; III, p. 20, n. 2), che propone di sottintendere un soggetto femminile, nella prima parte, che anticiperebbe il riferimento alle anime contenuto nella seconda parte, cosi intendendo che a entrare nei fiumi e a essere investite da acque sempre diverse sarebbero appunto le anime che, infatti, derivano dall'esalazione di effluvi umidi. Possibilisti rispetto all'ammissione dell'autenticita della seconda parte della citazione, benche da collocare in un contesto originale diverso da quello della metafora dei fiumi, appaiono Diano & Serra (1980, p. 26; 155-56) e Pradeau (2002, p. 103, 213).

(10) Per un'esaustiva rassegna si veda Marcovich (1978, p. 137-47).

(11) La nettezza e la radicalita di questa conclusione non sono a mio avviso soggette a dubbi o esitazioni possibili: nessuna disposizione ordinata ne regola ne misura sono infatti imposte, secondo Platone, al divenire eracliteo che si verifica <<in ogni senso e in ogni modo>> (cfr. Cra. 411b-c: ... [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), <<in alto e in basso>> (cfr. Phlb. 43a: ... [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), al punto che, nella sua presentazione delle dottrine eraclitee, e la totalita delle cose che sono che si identifica con il movimento universale (cfr. Tht. 156a: [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]) e l'essenza stessa a trovarsi in moto (cfr. Tht. 177c: ... [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] ...), giungendo cosi all'esito estremo, delineato particolarmente nel Teeteto (152de), che, nel tutto in divenire, di nulla si puo dire che "e", appunto perche tutto diviene sempre ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), e ogni possibile ontologia si configura, se cosi si puo dire, come una reontologia che sfocia in una meontologia. Va ricordato in proposito lo studio ormai classico di Irwin (1977), nel quale si trova ben formulata l'interpretazione, tuttora maggioritariamente diffusa, secondo la quale la tesi del divenire, nelle sue diverse forme, restituisce l'effettiva interpretazione platonica di Eraclito (indipendentemente dalla sua correttezza come rappresentazione storicamente fedele del pensiero di quest'ultimo). In opposizione a questa linea esegetica, alcuni commentatori, fra i quali spiccano Kahn (1985) e, piu di recente, Hulsz (2013), hanno invece sostenuto che la tesi del divenire e del flusso perenne di tutte le cose, come e rappresentata particolarmente nel Cratilo e nel Teeteto, costituisce un'intenzionale distorsione platonica, fondata su una ricostruzione volutamente forzata e forse parzialmente ironica della genealogia del "mobilismo" universale nella storia del pensiero greco precedente, dell'originale dottrina eraclitea, che Platone tuttavia conoscerebbe e illustrerebbe adeguatamente in altri riferimenti presenti nei dialoghi, per esempio nel Simposio (187a-b) e nel Sofista (242d-e), che attestano una migliore comprensione della dottrina, questa si autenticamente eraclitea e consapevolmente attribuita da Platone a Eraclito, dell'unita e dell'armonia dei termini opposti (su questa linea cfr. gia, dello stesso HULSZ, 2009). Per quanto mi riguarda, ritengo pero che, se non vi e dubbio sul fatto che Platone presenti nei dialoghi anche riferimenti a tesi eraclitee di cui siamo in grado di riconoscere l'attendibilita storica perche piu direttamente e letteralmente riconducibili ai frammenti pervenutici - come e il caso, appunto, della tesi dell'armonia e dell'unita dei termini opposti - cio non implica necessariamente che si debba respingere come semplicemente ironica la sua testimonianza relativa alla tesi del divenire, giacche risulta abbastanza palese dalla lettura dei dialoghi che egli attribuisce a Eraclito, come dottrine filosofiche altrettanto fondamentali e fra loro distinte, tanto la tesi del divenire universale quanto quella dell'unita e dell'armonia dei termini opposti; e mi pare naturalmente ancor piu notevole che, se Platone conosce l'Eraclito "storico", egli presenti poi anche una versione ideologicamente riveduta e corretta della sua riflessione.

(12) Che Platone assegni rispettivamente una versione piu moderata e una piu radicale della dottrina del divenire a Eraclito e a una posteriore generazione di suoi seguaci, che dunque distingue anche cronologicamente dal maestro, appare chiaro, nel Teeteto, in 179d, dove si afferma che la tesi del divenire universale si diffonde <<in Ionia per ogni dove ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), visto che i seguaci di Eraclito ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]) si fanno corifei di questa dottrina con notevole vigore>>; ed e inoltre significativo che tali eraclitei posteriori, se attivi in Ionia, non possano essere identificati con Cratilo, di cui si deve invece arguire, in base alla testimonianza aristotelica che discutero subito oltre, che abbia operato ad Atene, se ha avuto Platone stesso come discepolo (Metaph. 1.6, 987a32-b1). Cito la traduzione del Teeteto da Ferrari (2011).

(13) Anche nel caso di Aristotele, come per Platone (cfr. supra, n. 11), e naturalmente possibile evocare passi piu o meno espliciti nei quali le tesi eraclitee sono presentate ed eventualmente discusse in un quadro di maggiore attendibilita storica, misurabile in base alla prossimita ai contenuti dei frammenti pervenutici, o comunque indipendentemente da significative reinterpretazioni (o manipolazioni) ideologicamente orientate. Per quanto riguarda per esempio la questione che qui ci interessa, ossia quella dell'immagine del fiume e delle acque che in esso scorrono, si puo ricordare almeno che, in Mete. 1.9, 347a2-3, nel corso di una spiegazione dei fenomeni naturali di rarefazione e condensazione determinati dal percorso del sole e dall'aumento o dalla diminuzione di calore che esso produce, Aristotele paragona appunto tale processo al movimento ciclico di un fiume <<che scorre in cerchio in su e in giu>> ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]): quando infatti il sole e vicino e il calore piu intenso, l'acqua del fiume evapora "in su"; quando il sole si allontana e il calore e meno intenso, invece, il vapore si condensa in acqua e ridiscende "in giu". La regolarita e l'ordine stabile di questo processo inducono Aristotele a fornirne una rappresentazione circolare, forse allusivamente riecheggiata dagli antichi poeti nell'immagine del fiume Oceano che circonda la terra (devo l'indicazione di questo passo a Elisabetta Cattanei). Non vi e dubbio che Aristotele si riferisca qui a Eraclito, pur non nominandolo esplicitamente; come e pure evidente che non emerge nessun richiamo alle implicazioni logicoepistemologiche che dall'immagine del fiume e delle sue acque vengono tratte nei passi da me citati ed esaminati poco sopra. Resta pero interamente da dimostrare l'effettiva prossimita di questo riferimento all'originale eracliteo, visto che nei frammenti pervenutici l'immagine del fiume non risulta mai associata al ciclo dei fenomeni meteorologici o fisico-cosmologici, mentre e presente in essi un essenziale richiamo ai soggetti che fanno il loro ingresso nelle acque sempre diverse degli stessi fiumi e alla conseguente differenza di punto di vista fra coloro i quali colgono l'unita dei fiumi e coloro i quali si perdono invece nella molteplicita delle loro acque. E ancora una volta, come sottolineato in riferimento a Platone supra, n. 11, quand'anche si dimostrasse che Aristotele conosce e presenta l'immagine eraclitea del fiume e delle acque anche in una versione filologicamente piu fedele e storicamente piu attendibile rispetto all'originale di cui danno testimonianza i frammenti pervenutici, risulterebbe a maggior ragione notevole che egli ne proponga altrove, e maggioritariamente, una versione rielaborata e reinterpretata alla luce dei suoi interessi e obiettivi filosofici.

(14) Sulla distinzione fra una concezione progressiva e una iterativa dell'ingresso nel fiume, tornero infra, n. 20.

(15) Discutero infra, nel [section] 3, specie n. 21, alcune ipotesi di traduzione e di interpretazione del fr. 12 DK [40 Marcovich] che tendono a ridimensionarne ulteriormente la distanza rispetto alla testimonianza fornita da Platone e da Aristotele.

(16) Buona parte dei commentatori ritiene invece che il contenuto della testimonianza platonico-aristotelica sia in palese contrasto con il fr. 12 DK [40 Marcovich], pur riferendosi al medesimo contesto teorico e argomentativo eracliteo originale, nella misura in cui, mentre quest'ultimo valorizza la tesi della stabilita e dell'unita del fiume nel suo insieme rispetto alla mobilita e alla mutevolezza delle diverse acque che in esso scorrono, la versione platonico-aristotelica rappresenterebbe di per se una radicalizzazione di questa tesi, perche implicherebbe che a mutare, dalla prima alla seconda volta in cui vi si entra, sia lo stesso fiume come tale. Da una simile interpretazione discende, per esempio per Kirk (1962, p. 367-380) e Marcovich (1978, p. 147-148), l'inautenticita della formula riportata da Platone e da Aristotele (ed evidentemente riecheggiata nel fr. 91 DK [40[c.sup.3] Marcovich]) o quantomeno il suo carattere di parafrasi non letterale e concettualmente approssimativa dell'originale eracliteo, come suggerisce Kahn (1979, p. 166-169). Dal canto suo, Taran (1999), pur negando, contro gli interpreti appena citati, che la testimonianza platonico-aristotelica contenga una versione radicale della tesi del divenire (p. 14), e che percio si trovi da questo punto di vista in contrasto con il fr. 12 DK [40 Marcovich], sostiene tuttavia che, mentre essa ha davvero a che fare con la tesi eraclitea del divenire esemplificata dallo scorrimento delle acque di un fiume, il fr. 12 DK [40 Marcovich] si colloca invece in un diverso contesto teorico e argomentativo, che e quello della contemporanea affermazione dell'identita dei fiumi nel loro insieme e della diversita delle acque in essi presenti da parte di coloro i quali vi penetrano, e cio, appunto, indipendentemente da ogni riferimento al divenire (p. 35-36).

(17) Cfr. infra, n. 19.

(18) Ne consegue che, se, come vuole Taran (1999, p. 15-16), Platone e Aristotele sembrano effettivamente attribuire a Eraclito una versione del mobilismo universale piu moderata rispetto a quella, radicale, difesa da Cratilo e dagli eraclitei posteriori, non si tratta pero a mio avviso di una tesi che colloca il divenire del reale in un contesto ontologico di identita e stabilita che suppongono una misura costante e inalterabile del movimento: cfr. pure supra, n. 11.

(19) Cfr. per esempio Simplicio, Ph. 77.30 e 1313.8 Diels. A Simplicio, che riporta una volta la versione platonica, con il verbo alla seconda persona singolare, e una volta la versione aristotelica, con il verbo all'infinito, possono essere accostate le allusioni di altri commentatori come Olimpiodoro e Filopono. Proprio in quanto maturata a mio avviso nell'ambito della dossografia platonico-aristotelica, la cui "canonizzazione" scolastica si deve naturalmente alle [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] teofrastee e le cui tracce giungono fino ai commentatori neoplatonici, mi pare difficile formulare ipotesi concrete, anche soltanto probabili, sull'origine della versione proposta da Platone e da Aristotele e a maggior ragione sull'eventuale "anello della catena", magari di ambiente eracliteo, che l'avrebbe ricavata dal fr. 12 DK [40 Marcovich]: si vedano per esempio, in proposito, gli ormai classici contributi di Kirk (1951), che attribuisce a Platone una radicale reinterpretazione, nel Cratilo, delle tesi eraclitee con la conseguente radicalizzazione della dottrina del divenire del tutto e pone la testimonianza di Aristotele in un rapporto di stretta dipendenza da Platone (contra MONDOLFO, 1954) e di Allan (1954). Una posizione alternativa assai netta e difesa da Taran (1999, p. 16-17, 1920), che argomenta invece in favore dell'indipendenza della testimonianza platonico-aristotelica (e del fr. 91 DK [40[c.sup.3] Marcovich] che ne deriva) rispetto al fr. 12 DK [40 Marcovich] e della sua autenticita, specie facendo notare come sarebbe poco ragionevole credere che Platone e Aristotele, e Cratilo citato da quest'ultimo, riportino come inequivocabilmente eraclitea, appunto in quanto, fra l'altro, sottoposta a critica da parte dello stesso Cratilo, una formula spuria o comunque parafrasata dall'originale. L'argomento e chiaro, ma suppone di accettare alla lettera la testimonianza di Platone e soprattutto di Aristotele, con la loro ricostruzione delle successive generazioni di eraclitei cui corrispondono altrettanti gradi di evoluzione della loro dottrina; ma considerando il fatto appena accennato qui, e su cui tornero nel [section] 3, che i contenuti teorici di tale ricostruzione sembrano in contrasto con i materiali eraclitei certamente autentici, mentre rispecchiano piuttosto l'"uso" che, dell'eraclitismo, fanno Platone e Aristotele, credo che tale testimonianza debba essere assunta con estrema prudenza e con una certa dose di scetticismo rispetto alle sue implicazioni di fondo. Quanto si deve riconoscere e che, anche ammettendo in linea di massima la veridicita storica della testimonianza di Platone e di Aristotele su una generazione di eraclitei attivi fra Atene e la Ionia nell'eta di Platone, poche certezze sussistono intorno alla loro identita e alle Loro dottrine, se e vero che, per esempio, non siamo in grado di collocare con assoluta sicurezza il personaggio di Cratilo nel gruppo degli eraclitei posteriori di cui Platone parla nel Teeteto; ne di affermare che vi sia piena coerenza nella presentazione di Cratilo, da parte di Platone, nel Cratilo; ne, infine, nella sua presentazione da parte di Platone e da parte di Aristotele, nel IV libro della Metafisica. Cosi stando le cose, non ritengo si possa andare oltre l'ipotesi congetturale che, a partire dalla tesi che emerge dal fr. 12 DK [40 Marcovich], dell'unita e della permanenza dei fiumi di contro alla pluralita e al divenire delle acque, che, come ampiamente argomentato fin qui, considero autenticamente eraclitea, possa essere stato valorizzato, da parte di seguaci piu o meno ortodossi e piu o meno diretti di Eraclito, e con maggiore o minore serieta e senso del paradosso, l'elemento del divenire e della mutevolezza delle acque anche indipendentemente dal riferimento alla stabilita e all'equilibrio complessivo del fiume che le contiene, ormai assurto a rappresentazione, come un unico e solo fiume, della totalita del reale che comprende le cose particolari in divenire--eventualmente individuando proprio qui quella critica rivolta (da Cratilo?) a Eraclito per non aver compreso che, se il divenire e assunto nella sua radicalita ed estensione per le singole cose che sono, nessuna permanenza risulta possibile per il tutto che delle singole cose che sono e la somma. Se un simile passo puo essere stato compiuto ancora in ambiente eracliteo, perche in una certa misura compatibile con il contesto teorico originale, mi pare invece che non si possa che attribuire a Platone e Aristotele il problema ulteriore, che sorge evidentemente e inequivocabilmente soltanto nel quadro della loro prospettiva onto-epistemologica, del "grado" del divenire delle cose che sono e della sua compatibilita con la loro effettiva sussistenza e conoscibilita, ovviamente in riferimento al soggetto che fra le cose in divenire e immerso come in un fiume e le cui acque puo denominare e conoscere, a seconda dell'intensita del loro scorrimento, una sola volta, piu volte o nessuna volta.

(20) Meno naturale mi sembra la resa preferita da Mouraviev (2006, I, p. 43; III, p. 20, n. 2), che considera [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] non come un participio, ma come la terza persona plurale del presente indicativo (<<Essi [o esse, cfr. supra, n. 10] entrano negli stessi fiumi ... >>). Non pertinente trovo la precisazione di Marcovich (1978, p. 147-148), che distingue, ancora nel participio [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], fra un senso progressivo o corrente, che starebbe a indicare un unico ingresso nei fiumi nella sua estensione temporale (<<Per coloro i quali avanzano il passo [oppure: si accingono ad entrare] ... >>), e un senso iterativo, che segnalerebbe invece diverse e successive entrate nei fiumi (<<Per coloro i quali entrano parecchie volte ... >>): mi pare infatti che le parole di Eraclito si prestino a entrambe le interpretazioni, che non sono peraltro fra loro concorrenti, ma senz'altro complementari, se e vero che le acque dei fiumi sono sempre diverse sia per chi compia un unico ingresso in esse, nel corso della durata di tale ingresso, sia, a maggior ragione, per chi compia tale ingresso piu volte e successivamente. Come gia argomentato in precedenza, e come tornero a ribadire nella nota seguente, il fr. 12 DK [40 Marcovich] non chiama in causa il problema dell'intensita o del grado dello scorrimento delle acque dei fiumi, e di conseguenza della sua compatibilita con un solo ingresso in essi o due o piu ancora, ma esprime una contrapposizione--quella fra l'unita e l'identita dei fiumi e la molteplicita e la diversita delle acque--valida in generale e senza eccezioni di sorta.

(21) Ancora due opzioni mi sono state suggerite, rispettivamente da Francesca Masi e da Michele Abbate, come ipotesi di costruzione e di traduzione del fr. 12 DK [40 Marcovich], ed entrambe con l'obiettivo di spiegare almeno in parte in che modo, a partire da questo frammento, si siano prodotte nella tradizione posteriore, fin da Platone e Aristotele, significative deviazioni e divergenze rispetto all'originale. La prima opzione prevede di intendere [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] come terza persona plurale del presente indicativo e di dissociare i due [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], facendo del primo il soggetto di [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] e del secondo l'attributo di [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] avremmo cosi [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], <<negli stessi fiumi diversi <soggetti> entrano e diverse acque scorrono>>. Cosi traducendo, il fr. 12 DK [40 Marcovich] si rivela in effetti meno distante dal fr. 49a DK [40[c.sup.2] Marcovich], perche avremmo che, in virtu dello scorrere di acque sempre diverse (fr. 12 DK [40 Marcovich]), si potrebbe sostenere che <<negli stessi fiumi entriamo e non entriamo>> (fr. 49a DK [40[c.sup.2] Marcovich]), mentre, in virtu dell'ingresso di soggetti sempre diversi (fr. 12 DK [40 Marcovich]), si potrebbe concludere che <<negli stessi fiumi siamo e non siamo>> (fr. 49a DK [40c Marcovich]), tra l'altro riconducendo cosi al fr. 12 DK [40 Marcovich] tanto la tesi dell'unita delle diverse acque negli stessi fiumi (che si ricollega alla dottrina eraclitea dell'unita dei termini opposti), quanto la tesi del divenire delle acque e dei diversi soggetti che, penetrandovi, ne sperimentano l'intensita e la gradazione (che sarebbe all'origine della rielaborazione platonico-aristotelica della dottrina eraclitea). Questa resa non mi sembra tuttavia ne sintatticamente ne concettualmente possibile: ritengo improbabile, infatti, che l'espressione [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] possa essere scomposta, sia per ragioni di costruzione sia per ancor piu ovvie ragioni di ritmo e di stile, e trovo innaturale che il primo [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] funga da soggetto di un verbo al plurale, [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], mentre ci si aspetterebbe un singolare, e che, come neutro plurale, possa alludere ai "soggetti" che entrano nei fiumi, cui assai piu facilmente puo fare riferimento [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], se inteso come un participio presente al dativo plurale; va poi ricordato quanto piu volte segnalato fin qui, cioe che nei materiali eraclitei autentici non emerge nessuna relazione fra la tesi del divenire e lo statuto epistemologico del soggetto che in esso si trova immerso (che e invece un tema tipicamente platonico-aristotelico) ne tantomeno l'idea che il "soggetto" o i "soggetti" che nelle acque che scorrono, o nella realta in divenire, sono immersi risultino a loro volta coinvolti in tale flusso di diversita (un'idea anch'essa impensabile, per quanto mi consta, nella storia del pensiero greco che precede la riflessione socratico-platonica sull'unita e la permanenza del se o della coscienza). La seconda opzione di costruzione e di traduzione del fr. 12 DK [40 Marcovich], pur conservando una sintassi piu tradizionale, attribuisce all'espressione [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] il significato di <<di volta in volta>> o, meglio ancora, <<da una volta all'altra>> (in quanto [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], diversamente da [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], implicherebbe sempre una diversita fra due, e non piu di due, elementi), con la seguente traduzione d'insieme: <<per coloro i quali entrano negli stessi fiumi scorrono di volta in volta (oppure: da una volta all'altra, ossia: dalla prima alla seconda volta) acque diverse>>. Si vede bene come, in questo caso, la distanza fra il fr. 12 DK [40 Marcovich] e la testimonianza platonico-aristotelica, con il fr. 91 DK [40[c.sup.3] Marcovich] che ne dipende, sarebbe sostanzialmente colmata, giacche troveremmo gia nel primo l'indicazione esplicita che lo scorrimento delle diverse acque negli stessi fiumi e posto in relazione con i successivi ingressi in esse dei soggetti che vi entrano, in modo che il mutamento delle acque dei fiumi si verifica da un primo a un secondo ingresso in esse dei soggetti che vi entrano, consentendo cosi un solo ingresso nello stesso fiume (= nelle stesse acque), ma non piu di uno, e ponendo percio la premessa dell'introduzione del [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] che la tradizione platonico-aristotelica e il fr. 91 DK [40[c.sup.3] Marcovich] stabiliscono come vincolo insuperabile del divenire eracliteo: <<non e possibile entrare due volte ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]) nello stesso fiume>>, e cio in quanto <<scorrono acque diverse da una volta all'altra ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII])>>, ma e bensi possibile entrarvi una volta, perche nel corso di quest'unica volta le acque permangono identiche, di contro alla restrizione operata da Cratilo e dagli eraclitei posteriori che negano anche questa possibilita ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]). Proprio una simile conclusione rivela a mio avviso l'indifendibilita, in primis da un punto di vista interpretativo, di questa costruzione e traduzione del fr. 12 DK [40 Marcovich] che, come gia rilevato in precedenza, prevede invece che, per chi vi entra, le acque siano sempre diverse nell'ambito degli stessi fiumi, e cio indipendentemente dal numero di volte in cui vi entra, sicche sarebbe del tutto controintuitivo immaginare che, cosi stando le cose, le acque di un fiume cessassero di scorrere e si immobilizzassero pur nel breve corso di un solo ingresso; e d'altro canto, anche dal punto di vista del significato attribuito all'espressione [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], e senza considerare che la scelta lessicale di Eraclito potrebbe dipendere da esigenze di carattere ritmico o stilistico (eventualmente forzando lievemente l'uso corrente di [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), bisogna osservare che, se gia [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] implica la diversita fra due elementi, la sua reiterazione non puo che comportare un'analoga reiterazione di tale diversita: sarebbe allora [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] a significare << ... acque diverse da una volta all'altra>>, mentre [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] dovrebbe essere reso indicando la reiterazione di tale diversita: << ... acque diverse di volta in volta e di volta in volta>>, cioe << ... sempre diverse>>. Per quanto ingegnose, dunque, le opzioni prospettate non si configurano come valide alternative alla costruzione e alla traduzione piu diffusa, e da me adottata, del fr. 12 DK [40 Marcovich]. Neanche rilevante per la comprensione esatta del frammento mi pare di conseguenza la questione, per la quale ringrazio Silvia Fazzo, del valore da attribuire alle forme plurali [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] : Eraclito si riferisce a piu soggetti che entrano in piu fiumi, uno per ciascun fiume e in modo che ogni soggetto entra piu volte in ciascun fiume, oppure a piu soggetti che entrano nello stesso fiume, qualsiasi esso sia, in modo che e allora sufficiente che ogni soggetto entri una sola volta nello stesso fiume? La pluralita di ingressi nei fiumi e in entrambi i casi garantita, ma, nel primo caso, in riferimento allo stesso soggetto che vi entra piu volte, cosi anticipando l'interesse che la tradizione posteriore, con la testimonianza platonicoaristotelica che ne fornisce una formulazione esemplare, manifestera per la gradazione e l'intensita dello scorrimento delle acque diverse misurato in base al numero di ingressi che e possibile compiervi, mentre, nel secondo caso, in riferimento a piu soggetti che entrano piu volte nello stesso fiume, quindi al Limite una sola volta per ciascun soggetto, cosi prescindendo da ogni possibile relazione fra il grado di scorrimento delle acque e il numero di ingressi che in esse puo compiere un soggetto. Ancora una volta, pero, va rilevato come nel fr. 12 DK [40 Marcovich] sia in gioco la contemporanea, e duplice, affermazione dell'unita e della permanenza dei fiumi rispetto alla molteplicita e alla diversita delle acque che in essi scorrono e come cio chiami in causa una distinzione dei punti di vista accessibili a coloro i quali dei fiumi e dello scorrimento delle loro acque sono spettatori e che di certo con tale spettacolo non interferiscono, che rimangano al suo esterno, vi si accostino o vi penetrino, una, due o piu volte; uno spettacolo che rimane percio indipendente dallo scorrere del tempo, perche e comunque sempre vero nella sua contemporanea duplicita: in nessun momento le acque potrebbero rimanere immobili e cessare di mutare, rallentando o arrestando piu o meno a lungo il proprio scorrimento, giacche cadrebbe cosi la loro contrapposizione all'unita e alla permanenza dei fiumi in cui scorrono, mentre e appunto tale contrapposizione che, rimanendo costante, giustifica la corrispondente duplicita di punti di vista degli spettatori, che e preservata appunto a condizione di restare immutata nel tempo o indipendentemente da esso. Cio induce a concludere allora nuovamente che la questione stessa dell'"ingresso" nelle acque da parte degli spettatori, ed eventualmente del numero di volte in cui tale ingresso si verifica, e completamente ininfluente rispetto alla tesi che il fr. 12 DK [40 Marcovich] difende ed estranea alla concezione del reale che Eraclito vi propone.

(22) [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]: <<come una stessa cosa sussistono il vivo e il morto, lo sveglio e il dormiente, il giovane e il vecchio, giacche questi, scambiandosi di ruolo, sono quelli e quelli, di nuovo scambiandosi di ruolo, sono questi>>.

(23) [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]: <<mutando condizione permane: e penoso operare alle stesse condizioni ed esservi sottoposti>>.

(24) Questa mi sembra la massima concessione possibile relativamente all'attribuzione a Eraclito di una dottrina del divenire della realta: sulla stessa linea le conclusioni di Kirk (1962, p. 377-378), che si limita pero ad applicare la tesi del divenire all'ambito fisico-cosmologico, e di Kahn (1979, p.167-68); a un contesto esegetico di carattere psicologico si allude in Diano & Serra (1980, p. 156), mentre Marcovich (1978, p. 153) propende per un'interpretazione del fr. 12 DK [40 Marcovich] nell'ambito della dottrina dell'unita dei termini opposti, negando decisamente ogni connessione con la tesi del divenire, di cui egli dubita che possa essere considerata, tout court, come autenticamente eraclitea. Ringrazio i partecipanti al Seminario Permanente de Estudos Pre-Socraticos "Heraclito e(m) Platao", tenutosi il 24 giugno 2013 presso l'Universidade Federal de Minas Gerais, e l'organizzatrice di tale Seminario, Miriam Campolina Diniz Peixoto, per le osservazioni e i suggerimenti che mi sono stati proposti.

Submetido em Maio de 2015 e aprovado em Junho de 2015.
COPYRIGHT 2015 Universidade de Brasilia. Catedra UNESCO Archai: As Origens do Pensamento Ocidental
No portion of this article can be reproduced without the express written permission from the copyright holder.
Copyright 2015 Gale, Cengage Learning. All rights reserved.

Article Details
Printer friendly Cite/link Email Feedback
Title Annotation:texto en italiano
Author:Fronterotta, Francesco
Publication:Revista Archai: Revista de Estudos Sobre as Origens do Pensamento Ocidental
Article Type:Ensayo critico
Date:Jul 1, 2015
Words:9926
Previous Article:Heraclitus, Plato, and the philosophic dogs (a note on Republic II, 375e-376c).
Next Article:The "secret doctrine", the universal flux and the Heraclitism in the first part of the Theaetetus/A "doutrina secreta", o fluxo universal e o...
Topics:

Terms of use | Privacy policy | Copyright © 2021 Farlex, Inc. | Feedback | For webmasters