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Guittone alliInferno?

Abstract: Il giudizio di Dante sulla poesia di Guittone d'Arezzo ne ha per secoli influenzato negativamente la ricezione. Questo articolo riflette sui luoghi dell'opera dantesca che si riferiscono, piu o meno direttamente, al poeta aretino e propone di intravedere la presenza guittoniana anche dietro ad altri personaggi protagonisti della Commedia, in particolare dell'Inferno. L'avversione dantesca per Guittone sarebbe pertanto assai piu profonda di quanto non si creda normalmente.

Keywords: Dante, Guittone d'Arezzo, Commedia, poesia medievale, letteratura italiana.

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Sono ormai passati oltre vent'anni dal convegno internazionale di Arezzo voluto da Michelangelo Picone e sono ancora gli atti di quel convegno da lui curati a costituire la piu feconda raccolta organica di lavori critici su Guittone (1), lavori che nel loro insieme e grazie alle loro differenti prospettive hanno messo basi imprescindibili per una necessaria ridefinizione sistematica dell'importanza dell'aretino per la nostra storia letteraria. Per quel che riguarda il rapporto di Dante con Guittone in particolare, restano fondamentali i tre saggi di Guglielmo Gorni, di Roberto Antonelli e di Francesco Mazzoni contenuti in quel medesimo volume (2).

Dal 1994 ad oggi i contributi critici che hanno aperto nuove prospettive di interpretazione dell'opera guittoniana si sono moltiplicati, ma credo di poter affermare che al livello di una piu ampia divulgazione Guittone rimanga ancora relegato in una semioscurita infernale, piuttosto che aggirarsi ai chiarori di una qualche terrazza purgatoriale (3). Senza dubbio questo stato di cose non potra cambiare radicalmente fino a quando non avremo la tanto attesa edizione critica definitiva della sua poesia, quella a cui Picone aveva incominciato a lavorare (4). Quel che invece non cambiera mai e la pesantissima condanna dantesca che in qualche modo continua ad ipotecare la nostra ricezione dell'aretino. Rivediamo i quattro luoghi testuali certi in cui essa si esplicita per poi passare a quelli probabili e alle ipotesi su cui si basano il titolo e il senso di questo mio testo.

Procediamo per ordine cronologico. Nel De vulgari eloquentia Guittone e chiamato direttamente in causa in entrambi i libri. Nel primo, al capitolo XIII, Dante lo addita ad esempio di quei Toscani che continuano ad esprimersi in modo sostanzialmente municipale illudendosi che il loro linguaggio coincida con quello adeguato alla dizione poetica, ossia quel volgare illustre le cui caratteristiche l'incompiuto trattato dantesco sta a questo punto cercando di definire (Dve. I, XIII):
   Post hec veniamus ad Tuscos, qui propter amentiam suam introniti
   titulum sibi vulgaris illustris arrogare videntur. Et in hoc non
   solum plebeia dementat intentio, sed famosos quamplures viros hoc
   tenuisse comperimus: puta Guittonem Aretinum, qui nunquam se ad
   curiale vulgare direxit ...


Il secondo degli attacchi si trova nel secondo libro, al capitolo VI, e riguarda invece l'uso di costruzioni e vocaboli plebei (Dve. II, VI):
   Subsistant igitur ignorantie sectatores Guictonem Aretinum et
   quosdam alios extollentes, nunquam in vocabulis atque constructione
   plebescere desuetos.


La lingua in cui si esprime la lirica guittoniana e quindi da considerarsi eccessivamente localizzata e non curiale, plebea e non aristocraticamente elevata come esigerebbe la vera poesia; e il pubblico che esalta Guittone e i poeti che a lui si rifanno e costituito da ignoranti. Questo in sostanza il giudizio dell'esule Dante, all'altezza del 1307.

Anche nella Commedia sono due i luoghi apertamente deputati alla liquidazione dell'aretino, entrambi nel Purgatorio. Nel canto 24 e il "guittoniano" Bonagiunta da Lucca il quale, appena ascoltata la dichiarazione di poetica del pellegrino che rivendica alla propria scrittura la diretta ispirazione divina, esclama (Purg. 24: 55-62):
   O frate, issa vegg'io', diss'elli, 'il nodo
   che il Notaro e Guittone e me ritenne
   di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!
   Io veggio ben come le vostre penne
   di retro al dittator sen vanno strette,
   che de le nostre certo non avvenne;
   e qual piu a gradire oltre si mette,
   non vede piu da l'uno a l'altro stilo.


E proprio questo, ci viene detto, il vero discrimine tra la lirica siciliana e guittoniana da una parte e quella dantesca dall'altra. La differenza, si insiste, e di sostanza e non di stile, e l'incapacita di seguire il vero dettato d'amore a costituire il limite di Guittone e dei poeti ammirati ed imitati da Bonagiunta (5). E piu avanti, in Purgatorio 26, la condanna dantesca e ancora piu sottile ed articolata. A parlare altri non e che Guido Guinizzelli, appena chiamato dal pellegrino proprio "padre" poetico, usando un termine che lo stesso bolognese aveva a suo tempo impiegato in un sonetto rivolgendosi, probabilmente in modo ironico, proprio a Guittone (Purg. 26: 119-266):
   ... e lascia dir gli stolti
   che quel di Lemosi credon ch'avanzi.
   A voce piu che al ver drizzan li volti,
   e cosi ferman sua oppini'one
   prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti.
   Cosi ter molti antichi di Guittone,
   di grido in grido pur lui dando pregio,
   fin che l'ha vinto il ver con piu persone.


Il primato guittoniano presso il pubblico del passato e altrettanto ingiustificato quanto quello che molti, incluso lo stesso Dante del De vulgati eloquentia (7), avevano attribuito a Giraut de Bornelh. Il trovatore perigordino, piu che limosino, cantore della rettitudine morale che nel De vulgati eloquentia sovrasta la poesia d'amore, e ora da mettere in secondo piano rispetto al poeta che dopo Guinizzelli prendera la parola, Arnaut Daniel, il "miglior fabbro del parlar materno". Della complessa ridefinizione di gerarchie poetiche che Dante pone in atto a questo punto del Purgatorio almeno un dato e chiarissimo, ormai Guittone e esaltato soltanto dagli stolti, che danno il proprio giudizio senza possedere adeguate competenze artistiche o intellettuali.

Questi i luoghi danteschi in cui l'aretino viene chiamato per nome ed attaccato direttamente. Tra i luoghi invece in cui a Guittone probabilmente ci si riferisce, tanto per rimanere in Purgatorio, si dovrebbe aggiungere il discorso sulla vanita della fama terrena pronunciato da Oderisi (Purg. 11: 94-9):
   Credette Cimabue ne la pittura
   tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
   si che la fama di colui e scura:
   cosi ha tolto l'uno a l'altro Guido
   la gloria de la lingua; e forse e nato
   chi l'uno e l'altro caccera del nido.


Se il nome di Guittone e una forma derivata di Guido, allora puo aver senso che il primo dei due poeti a cui Oderisi accenna ambiguamente in questo passo sia proprio il nostro, spiazzato poi dal suo primato artistico da Guinizzelli o da Cavalcanti (8). Probabile pure che sia proprio anche al nostro Guittone che il giovane Dante si riferisca, senza far nomi, per ben due volte nel capitolo XXV / 16 della Vita nova (V.N. XXV / 16, 4-69):
   E non e molto numero d'anni passati, che apparirono prima questi
   poeti volgari; che dire per rima in volgare tanto e quanto dire per
   versi in latino, secondo alcuna proporzione. E segno che sia
   picciolo tempo, e che, se volemo cercare in lingua d'oco e in
   lingua di si, noi non troviamo cose dette anzi lo presente tempo
   per cento e cinquanta anni. E la cagione, per che alquanti grossi
   ebbero fama di sapere dire, e che quasi fuoro li primi che dissero
   in lingua di si. E 'l primo, che comincio a dire si come poeta
   volgare, si mosse pero che volle fare intendere le sue parole a
   donna, a la quale era malagevole d'intendere li versi latini. E
   questo e contra coloro, che rimano sopr'altra materia che amorosa,
   con cio sia cosa che cotale modo di parlare fosse dal principio
   trovato per dire d'Amore.


e piu avanti (V.N. XXV, 16, 10):
   ... pero che grande vergogna sarebbe a colui che rimasse cose sotto
   vesta di figura o di colore rettorico, e poscia, domandato, non
   sapesse denudare le sue parole da cotale vesta, in guisa che
   avessero verace intendimento. E questo mio primo amico e io ne
   sapemo bene di quelli che cosi rimano stoltamente.


Come, alla luce degli attacchi espliciti del De vulgari eloquentia e della Commedia, non vedere anche e soprattutto l'aretino tra i rozzi, i grossolani, i "grossi", che pure furono quasi i primi a scrivere in volgare italiano raggiungendo notorieta poetica e in coloro che "rimano stoltamente" (10)?

E chissa che un ulteriore insulto in direzione di Guittone non sia quello scagliato anche nel primo libro del Convivio, dove al capitolo IX, discutendo l'uso del volgare, si accenna in modo assai vago a "coloro" che hanno prostituito la letteratura (Conv. IX):
   Non avrebbe lo latino cosi servito a molti: che se noi reducemo a
   memoria quello che di sovra e ragionato, li litterati fuori di
   lingua italica non averebbono potuto avere questo servigio, e
   quelli di questa lingua, se noi volemo bene vedere chi sono,
   troveremo che de' mille l'uno ragionevolmente non sarebbe stato
   servito; pero che non l'averebbero ricevuto, tanto sono pronti ad
   avarizia che da ogni nobilitade d'animo li rimuove, la quale
   massimamente desidera questo cibo. E a vituperio di loro dico che
   non si deono chiamare litterati, pero che non acquistano la lettera
   per lo suo uso, ma in quanto per quella guadagnano denari o
   dignitate; si come non si dee chiamare citarista chi tiene la
   cetera in casa per prestarla per prezzo, e non per usarla per
   sonare. Tornando dunque al principale proposito, dico che
   manifestamente si puo vedere come lo latino averebbe a pochi dato
   lo suo beneficio, ma lo volgare servira veramente a molti. Che la
   bonta de l'animo, la quale questo servigio attende, e in coloro che
   per malvagia disusanza del mondo hanno lasciata la litteratura a
   coloro che l'hanno fatta di donna meretrice; e questi nobili sono
   principi, baroni, cavalieri, e molt'altra nobile gente, non
   solamente maschi ma femmine, che sono molti e molte, in questa
   lingua, volgari e non litterati ...


Il testo dantesco si rivolge qui ovviamente a personaggi in vita al tempo della redazione del Convivio, quando ormai il povero Guittone era morto da piu di un decennio. Cionostante, si puo notare quanto il deplorevole stato degli affari letterari sia il risultato di una incuria (o leggerezza) passata da parte di una committenza, il primo "coloro", che Dante qui si propone di rieducare intellettualmente. Quelle persone, il secondo "coloro", che hanno portato la letteratura tanto in basso sono destinate a rimanere misteriose, ma se e vero che gli anni del Convivio sono anche quelli della peregrinazione di Dante tra Casentino e Romagna ospite delle corti dei conti Guidi, ultime roccaforti del guittonismo di provincia, non dovrebbe sorprendere se anche qui e all'arcinemico che l'esule fiorentino vuol far riferimento, implicitamente rivendicando a se stesso e al proprio lavoro poetico e dottrinale una marcata superiorita morale (11).

Sono queste le premesse testuali (inequivocabili le prime quattro, probabili o almeno plausibili le tre successive, tutta da verificare l'ultima) da cui partire per cercare di spiegare l'atteggiamento di Dante nei confronti dell'aretino e lo sviluppo di questo atteggiamento nel corso del tempo. Per comprendere appieno il senso e il merito di quella damnatio memoriae che ancora perseguita Guittone si dovranno pero considerare anche altri luoghi, tutti quanti infernali o che all'Inferno, esplicitamente o implicitamente, rimandano.

1) Inferno 10: 53-73 (12)

Tra coloro "che l'anima col corpo morta fanno" (15) e condannato a condividere il sepolcro con Farinata degli Uberti troviamo Cavalcante dei Cavalcanti, padre del Cavalcanti destinatario della Vita nova ma anche destinatario in proprio, insieme a Lapo, della importante canzone guittoniana Vergogna ho, lasso, ed ho me stesso ad ira (XXVI), una delle prime della nuova fase poetica dell'aretino, quella che segue la conversione e l'ingresso nella cavalleria gaudente. Il testo di Guittone e un'esortazione ad accettare, come ha appena fatto lui, la signoria divina e cosi meritare la vita eterna. Il convertito Guittone riconosce di aver sottoposto la propria anima "al servaggio / de vizi" (8-9), e appunto la polarita virtu--vizio e nella canzone da connettere a quella di anima immortale--corpo mortale. Se gia i filosofi pagani, ricorda il frate, insegnavano a "ischifar vizi aver ... seguendo si virtu" (45-46) anche senza conoscere il vero Dio e senza attendersi alcuna ricompensa dopo la morte, a maggior ragione lo si dovrebbe fare ora. E la funzione principale del corpo e quella di far meritare la vita eterna (73-78 e 82-88):
   Come a lavorator la zappa e data,
   e dato el mondo a noi: non per gaudere,
   ma per esso eternai vita acquistare;
   e no l'alma al corpo e gia creata,
   ma 'l corpo a l'alma, e l'alma a Deo piacere,
   perche Lui, piu che noi, devemo amare.

   e

   Ahi, perche, lasso!, avem l'alma si a vile?
   Gia l'ebb'Ei si a gentile,
   che prese, per trar lei d'eternal morte,
   umanitate e morte.
   Abbiada donque cara, ed esso amiamo,
   ove tutto troviamo
   cio che puo nostro cor desiderare;


Cavalcante e Lapo, stando al congedo del testo guittoniano, stanno forse riconsiderando le proprie posizioni ideologiche per quel che riguarda il rapporto che lega l'anima al corpo. Il frate che, come gli rinfaccera piu avanti Guido Cavalcanti in un caustico sonetto (13), non sembra avere troppa dimestichezza con (o simpatia per?) il linguaggio aristotelico delle riflessioni filosofiche coeve, intende la relazione nei termini esclusivamente feudali della supremazia del signore sul servo e scrive in osservanza di un'ortodossia cristiana che per definizione considera l'anima immortale (14). La sua canzone si propone di offrire ai destinatari tutto l'aiuto di cui egli e capace (103-14):
   A messer Cavalcante e a messer Lapo
   va, mia canzone, e di ch'audit'aggio
   che 'l sommo e inorato segnoraggio
   pugnan di conquistar, tornando a vita:
   e se tu sai, li aita,
   e di che 'l comenzar ben cher tuttore
   mezzo e fin megliore,
   e prende onta l'alma e 'l corpo tornare
   a mal ben comenzare:
   e di ch'afermin lor cori a volere
   seguire ogne piacere
   di quelli, che per tutto e nostro capo.


Se tra i tanti temi, in primis quello politico, di Inferno 10, Dante fa, attraverso Cavalcante, pure indirettamente i conti con il "primo amico", li fa forse ancor piu obliquamente con l'aretino. Se il testo di Guittone era un tentativo di portare Cavalcante e Lapo a riconsiderare posizioni eretiche e, cosi facendo, salvare l'anima immortale, dovrebbe essere evidente al lettore dantesco (e guittoniano) che l'esortazione non ha funzionato. La poesia morale guittoniana si rivela inevitabilmente fallimentare nei suoi scopi. La verita escatologica mostrata al pellegrino dovrebbe far riflettere sull'autorita morale dell'aretino e sull'effettiva utilita della sua poesia. E c'e poi qui, come altrove, la fondamentale questione dell'esilio, che tocca Cavalcanti, Farinata, Guido e Dante, ma solo marginalmente Guittone, visto che, se mai l'aretino fu esule davvero, fu esule volontario (15).

2) Inferno 23

Tra gli ipocriti puniti nella sesta bolgia del cerchio ottavo troviamo Loderingo degli Andalo e Catalano dei Malavolti, fondatori dell'ordine religioso dei Cavalieri della Beata Vergine Maria, volgarmente detti Cavalieri gaudenti, a cui Guittone aderi "nel mezzo del cammin." Proprio a Loderingo Guittone aveva dedicato la canzone XL Padre dei padri miei e mio messere, esortando il destinatario a sopportare tribolazioni non ben definite ma, stando al testo, sicuramente immeritate (1-8):
   Padre dei padri miei e mio messere,
   fra Loderingo, doglia e gioi m'adduce
   grave tanta sor voi tribulazione:
   doglia in compassione
   di frate e padre e signor meo savere
   che nocimento ha tanto e nullo noce;
   che grave e molto, mal meritando,
   ma fort'e molto piu, mertando bene.


Proprio la sopportazione di mali ingiusti, spiega Guittone, e testimonianza di grande virtu e banco di prova del vero cavaliere cristiano, il quale e (o dovrebbe essere) per sua natura nemico delle delizie "carnale e temporale" (27) (13-18):
   ma onor grande onrato
   e mal ben sostenere, ben operando
   e via molto bene render de male,
   amor d'odio corale.
   Bene render de bene che pregio aggrata?
   In cio quasi om mercata.


Che con questa canzone, come si vede dal congedo (16), Guittone voglia ingraziarsi la protezione di Loderingo e sia pertanto particolarmente ossequioso (e forse distante dal vero) nel costruire il ritratto morale del destinatario non dovrebbe portarci a trarre conclusioni avventate ed estendere al poeta aretino la stessa severa condanna che Dante commina ai due frati bolognesi. Certo e che quella frase ambiguamente lasciata in sospeso dal pellegrino (Inf. 23: 109) "O frati, i vostri mali ..." riprende un termine, "male" su cui tutta la prima parte del testo guittoniano fa perno per esaltare i meriti di Loderingo. La sua virtu cristiana consiste proprio nella sopportazione del male che Loderingo ricambia con il bene e il termine "male" ricorre nel testo guittoniano per ben 6 volte nello spazio di soli 13 versi (dal verso 7 al 20). Di per se l'indizio potrebbe essere trascurabile ma, a mio modo di vedere, costituisce un ulteriore tassello nel mosaico di possibili allusioni che sorgono dall'accostamento del testo guittoniano al canto dantesco. Si dovra anche ricordare come il primo verso della canzone dell'aretino "Padre dei padri miei e mio messere" sia riecheggiata dall'apostrofe dantesca a Guinizzelli in Purg. 26, "Padre / mio e dei miei miglior che mai / rime d'amore usar dolci e leggiadre" che, come ricordato in precedenza, va a sua volta a riprendere l'incipit dell'ambiguo sonetto "Caro padre meo, de vostra laude" che Guinizzelli aveva inviato allo stesso Guittone. E non sara forse del tutto fuori luogo considerare come proprio Catalano si senta in dovere di ricordare a Virgilio che il diavolo e "bugiardo e padre di menzogna" (144), proprio a quel Virgilio che all'inizio del canto 33 si comporta come madre nei confronti del pellegrino (38-40). Le differenze non potrebbero essere piu marcate, da una parte il diavolo e Loderingo, entrambi padri, e Guittone figlio, dall'altra Virgilio madre e Dante figlio. Che le vicende di Loderingo e Catalano rimandino a Inf. 10 (i due frati gaudenti furono i responsabili della distruzione delle case degli esiliati liberti, la famiglia di Farinata) non fa che sottolineare come anche qui, nel sottofondo, riecheggi l'eco dell'esilio, quello vero, e la catastrofe personale e sociale che questo comporta, proprio quell'esilio che non sembra aver danneggiato piu di tanto Guittone, stando alle sue stesse parole (17).

3) Inferno 33

A Ugolino della Gherardesca e a Nino Visconti (salvo in Purg. 8, con sorpresa del pellegrino Dante) Guittone aveva indirizzato la canzone XLVII Magni baroni e regi quasi in cui esortava i destinatari a portare soccorso a Pisa "in periglio mortai posta" (49), certo che la statura morale dei due nobili, unita al loro potere politico, avrebbe giovato a risollevare le sorti della citta. Il congedo guittoniano sostiene che se Ugolino e Nino salveranno Pisa dalla morte a cui essa sembra destinata, i Pisani di sicuro saranno loro riconoscenti (130-36):
   Ben e' Pisani sano, signor, sentire
   sol pon per voi guarire;
   e se di morte, u' son, lor vita date,
   tutto certo crediate
   che d'etate in etate
   ed essi e figli loro e voi e vostri
   terran refattor d'essi e salvatori.


Ben diverso, come sappiamo, sara invece il fato di Ugolino e dei figli. Se e lecito cogliere nella presenza di Ugolino all'Inferno anche un'allusione al nostro Guittone, si potrebbe suggerire, come ha fatto anche Umberto Carpi (18), che anche in questo caso "ha vinto il ver con piu persone" (Purg. 26, 126). Vale a dire che ne le doti profetiche del vecchio poeta aretino, ne l'ottimismo del suo buon senso borghese, valgono molto alla prova della storia contemporanea. Belle parole, tuttalpiu, quelle di Guittone, ma inutili, se non addirittura corresponsabili di eventi tragici, se il testo avesse in qualche modo effettivamente contribuito al ritorno di Ugolino in citta, ritorno a cui segui il suo arresto il primo luglio 1288. E la salvezza ultraterrena di Nino Visconti sarebbe allora proprio da imputare anche al non aver ascoltato i consigli di Guittone.

Per quel che riguarda invece il frate gaudente Alberigo Manfredi, traditore di parenti-ospiti a cui e dedicato un cospicuo spazio nello stesso canto 33 (110-50), si potrebbe semplicemente dire che egli, "peggior spirto di Romagna" (154), e quanto mai meritevole del posto che Dante gli assegna all'inferno solo per i fatti di sangue di cui si rese colpevole. A differenza di Loderingo e Catalano, la sola affiliazione di Alberigo all'ordine religioso cui Guittone apparteneva non renderebbe lecito vedere, nella scelta dantesca di includerlo tra i dannati, alcuna ulteriore ed indiretta stoccata nei confronti dell'aretino. Sia come si vuole, certo e che l'evidenza documentaria a nostra disposizione ci dice dell'intervento di Alberigo in data 3 febbraio 1292 a favore del vescovo di Arezzo Ildebrandino dei conti Guidi di Romena, altro corrispondente guittoniano, destinatario della canzone XXXI Poi male tutto e nulla inver peccato (19). Se poi davvero una delle "cagne magre, studiose e conte / Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi" in caccia di Ugolino e dei figli nel "mal sonno / che del futuro" gli "squarcia il velame" fosse il Guido Boccio destinatario con Guido frate e i due conti Guidi, Bandino e Gualtieri, della canzone XXIX O vera virtu vero amor (20), sara nuovamente evidente come le esortazioni di Guittone ai confratelli gaudenti (e non solo pisani) di amare il bene non servano a nulla. Allora forse il canto 33, tra Ugolino e il gaudente Alberigo, viene ad essere ben piu di una stoccata indiretta all'aretino, e bensi la palese dimostrazione che la poesia morale di Guittone lascia il tempo che trova, se proprio i suoi destinatari privilegiati finiscono per comportarsi come appunto Alberigo.

4) Inferno (via Purgatorio 24)

Dopo il discorso di Bonagiunta che chiama in causa Guittone per bocca di Forese Donati abbiamo la profezia sul destino del fratello Corso (Purg. 24: 82-87):
   'Or va', diss'el; 'che quei che piu n'ha colpa,
   vegg'io a coda d'una bestia tratto,
   inver' la valle ova mai non si scolpa.
   La bestia ad ogne passo va piu ratto,
   crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,
   e lascia il corpo vilmente disfatto.


A Corso Donati, personaggio che, purtroppo per Dante, al tempo del viaggio ultraterreno e ancor ben vivo e vegeto, Guittone aveva indirizzato la lettera VII in versi, testo che Margueron attribuisce al periodo compreso tra il 1272 e il 1283, vale a dire al periodo che precede raffermarsi di Corso nell'agone politico con la prima podesteria a Bologna, iniziata il 9 dicembre 1283 (21). Le esortazioni del moralista gaudente incoraggiano il Donati ancor giovane a mettere in pratica tutte le qualita potenziali e a superare una certa noncuranza e pigrizia (10-14):
   Adunque caro amico bono,
   non giovenil desio,
   ne negrigenza, ne pigrezza alcuna,
   ne cos'altra depona
   vostro iscudo da ben forte pugnare.


Se, dalla prospettiva dantesca, consideriamo la carriera politica e le azioni di Corso in rapporto alle parole di Guittone, dobbiamo concludere che sarebbe stato meglio per tutti, anche per Corso stesso, se il Donati non avesse emendato la sua pigrizia e non avesse dato sfoggio di tanto zelo, come egli fece soprattutto ritornato in Firenze dall'esilio comminatogli proprio da Dante e dagli altri priori nel 1300. Ed ecco che, nuovamente, la poesia morale guittoniana, a dispetto delle sue innegabili buone intenzioni, si rivela inutile nella migliore delle ipotesi, e piu spesso pericolosa, anche qui alla luce del vero storico a cui le profezie dantesche post-evento infallibilmente si riferiscono (e ricordiamo ancora le parole di Guinizzelli in Purg. 26, 126 "fin che l'ha vinto il ver con piu persone"--in rima con Guittone.)

Ricordiamo che la metafora su cui si basa l'uscita di scena di Forese e guerresca e ha a che fare con il cavalcare, cosi come anche la profezia sulla morte di Corso, che proprio al galoppo va verso la propria fine. Forse questa scelta di immagini in un contesto legato alla gola non e del tutto indipendente dal fatto che la lettera guittoniana sia anch'essa basata su un gergo guerresco, lo scudo per pugnare, ma anche su una metafora culinaria, il buon cuoco che aumenta le vivande con l'aumentare della famiglia (20-24):
   Si come coco bon cresce vivanda
   ove famiglia agranda,
   cresca sempre e inforti
   e a vigore conforti
   vostro valore....


Elementi questi che da soli non possono ovviamente considerarsi probanti, ma che certo per accumulazione contribuiscono a rafforzare il sospetto che il povero Guittone sia ben piu presente dietro alle scelte dantesche di quanto si e finora immaginato (22).

Conclusione

Non si vuole certo insinuare, con queste riflessioni, che i reali motivi di Dante per scegliere come protagonisti della sua Commedia personaggi come Cavalcante dei Cavalcanti, Loderingo degli Andalo, Catalano Malavolti, Ugolino della Gherardesca, Nino Visconti o Corso Donati siano in realta altri da quelli identificati da secoli di esegesi. Le vicende biografiche di ciascuno di essi si intrecciano alla vita e al pensiero dantesco in modi molteplici e tutti gia ampiamente sufficienti a giustificare la loro destinazione infernale (o sorprendentemente purgatoriale per il giudice Nino) nel poema. Certo e che se i suggerimenti qui proposti si possono considerare in qualche modo plausibili, ecco che almeno alla domanda che da il titolo a questo testo dovremo rispondere di si. Guittone e il suo mondo, quello cortese, da lui stesso palinodicamente condannato come fonte di traviamento morale e, a maggior ragione, quello post-conversione sono da relegare nella galassia infernale. Il nome dell'aretino risuonera si nel Purgatorio e piu di una eco del suo magistero poetico si faranno sentire addirittura nel Paradiso, ma la sua anima e la sua eredita letteraria andranno con ogni probabilita dantescamente pensate tra quelle che popolano la prima cantica del "poema sacro a cui ha posto mano e cielo e terra".

Note

(1) Guittone diArezzo nel settimo centenario della morte: Atti del convegno internazionale di Arezzo a cura di Michelangelo Picone. (Firenze: Cesati Editore, 1995).

(2) "Subsistant igitur ignorantie sectatores" di Roberto Antonelli; "Guittone e Dante" di Guglielmo Gorni; e "Tematiche politiche tra Guittone e Dante" di Francesco Mazzoni, tutti contenuti in Picone (1995).

(3) A questo riguardo si puo semplicemente vedere lo spazio di norma dedicato all'aretino e i testi antologizzati in una qualsiasi delle piu diffuse antologie ad uso delle scuole superiori.

(4) Si possono vedere le edizioni dei testi contenuti negli articoli di Picone (1979 e 1982).

(5) Sulla complessa questione del "nodo" della lingua si possono vedere almeno Gorni (1981:13-21), Pertile (1994: 44-75) e Baranski (1998:17-35).

(6) Sul senso antifrastico della lode di Guinizzelli nel sonetto a cui si accenna e sulle diverse posizioni a riguardo si veda almeno Borsa (2002: ISSO). Concorde sul senso parodico del sonetto si dimostra Steinberg (2007: 36-39); rilevante anche l'intervento di Rea (2010:1-17).

(7) Dve, II, II, 9.

(8) Favorevoli all'identificazione di Guidone con uno dei due Guidi sono, tra gli altri, Marcello Ciccuto (1982: 390-391), Michelangelo Picone (1979: 32n), Guglielmo Gorni (1995: 309-335) e Umberto Carpi (2004:130). Contrari sono invece, ad esempio, Barolini (1984:128n) e Durling (2001: 320n).

(9) La tradizionale divisione in capitoli e stata rifiutata dall'edizione critica di Guglielmo Gorni (1996).

(10) Nell'edizione della Vita Nova inclusa nelle Opere a cura di Marco Santagata, pur con tutte le dovute cautele, Guglielmo Gorni scrive in nota al primo brano: "A tenere conto di Purg. 24, 56, dovrebbe trattarsi di rimatori quali il Notaro o Bonagiunta e Guittone" (2011:965). E in nota al secondo aggiunge: "Qui e forse il nucleo linguistico di 'lascia dir gli stolti' in bocca a Guinizelli in Purg. 26,119: dato che le terzine seguenti (121-26) attaccano Guittone, si ha una ragione in piu di citare il poeta aretino a proposito del presente passo." (2011: 973). Non ha dubbi nell'identificare Guittone Tristan Kay (2009:369-399). E bisognera qui ricordare come la Vita nova sia nel segno di Guido Cavalcanti, che a sua volta indirizza a frate Guittone lo sprezzante sonetto Da pi a uno face un sollegismo, per cui si vedano entrambe le edizioni, quella a cura di Domenico De Robertis, Rime (1986:184-186) e la piu recente di Roberto Rea (2011).

(11) Carpi (2004), in particolare il capitolo "Un incontro con Guittone" (580-622). Si dovra ovviamente anche considerare quello che Carpi chiama il 'guittonismo' delle canzoni Tre donne intorno al cor mi son venute e Doglia mi reca (ivi: 608). Le intersezioni guidoniane delle due canzoni sono puntualmente analizzate da Claudio Giunta, anche sulla scorta di De Robertis, nella sua edizione delle Rime contenuta nel Meridiano delle Opere (2011). Nella sua edizione del Convivio contenuta nelle Opere (2014) Gianfranco Fioravanti non tenta, comprensibilmente, di identificare chi possano essere i letterati in questione ma, anche sulla scorta del libro di Carpi, scrive che il pubblico destinatario del Convivio e costituito da "quegli ambienti feudali e di corte che avevano avuto ed avevano nella poesia trobadorica il loro riferimento culturale" (2014:159). Si tratta appunto di quel pubblico di "guittoniani di provincia", come li ha efficacemente chiamati Carpi, al cui libro devo molte delle sollecitazioni per questo articolo.

(12) Se si ricorda che un'altra occorrenza delle rime -nodo, -odo, -modo e Purg. 24, la loro presenza ai versi 95, 97, 99 di Inf. 10 potrebbe fornire un ulteriore, seppur minuscolo, indizio che lega Cavalcante al problema Guittone.

(13) Il gia menzionato Da pi a uno face un sollegismo.

(14) Si ha l'impressione, leggendo il testo, che il frate non riesca se non superficialmente a seguire il recente dibattito intellettuale e filosofico e che pertanto cerchi di risolverlo nei soli termini che gli sono congeniali, ancora tutti riconducibili al linguaggio cortese e ai rapporti tra servo e signore.

(15) Si dovrebbe rileggere attentamente la canzone XV Gente noiosa e villana per vedere quanto artificiosamente letterario sia l'autoinflitto esilio guittoniano. Anche solo questo motivo potrebbe spiegare il fondamentale disprezzo dantesco per l'aretino.

(16) Nel quale si legge "del cor meo la cervice / devotamente ai piei vostri s'enchina. / Ove grazia e devina / chi non rendere dea grazi'e amore?" (41-4).

(17) Si legga a questo proposito in particolare il congedo della citata canzone XV Gente noiosa e villana "E anco me di' lei e a ciascuno / meo caro amico bono / che non dia sofferire / pena del mio partire; / ma de sua rimembranza aggio dolere; / ch'a dannaggio ed a noia / e remesso e a croia / gente e fello paiese; / m'eo son certo 'n cortese, / pregi' aquistando e solazzo ed avere" (137-46).

(18) Carpi (2004).

(19) Cfr. Petri Cantinelli Chronicon in R. Ital. Script., nuova ediz. XXVIII parte II, p. 68, a cura di Francesco Torraca, Citta di Castello, Lapi, 1902. Citato da Carpi (2004: 768-769)

(20) Lo ipotizza Carpi (2004: 604).

(21) Margueron (1990).

(22) Si potrebbe anche aggiungere come Dante in Purg. 24,86 usi proprio il verbo 'crescere' ("crescendo sempre") riferito alla corsa della bestia che uccidera Corso.

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Antonello Borra

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Title Annotation:Dante and the poetry of Guittone d'Arezzo; text in Italian
Author:Borra, Antonello
Publication:Italica
Geographic Code:4EUIT
Date:Mar 22, 2016
Words:5648
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