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Giuseppe De Marco. Qui la meta e partire. Scritture di viaggio esguardi di lontano nel Novecento italiano.

Giuseppe De Marco. Qui la meta epartire. Scritture di viaggio esguardi di lontano nel Novecento italiano. Venezia: Marsilio, 2012.

Il volume di De Marco raccoglie saggi su autori itahani del Novecento itahano, da Ungaretti a Gadda, da Piovene a Vittorini. Il nucleo della riflessione e il viaggio, inteso tanto come esplorazione del mondo esterno quanto deha propria interiorite. Romano Luperini osservo in un saggio esemplare sui Malavoglia che il viaggio nello spazio della modernite e diventato impossibile. Il soggetto viaggiante non riesce piU a conquistare quella "saggezza del lontano" (17) di cui parla Walter Benjamin perche, in una societe segnata dalle riproducibilita meccaniche, "il mondo [non] e sempre un 'altrove', una scoperta di noi stessi attraverso gli altri" (17) come vorrebbe De Marco, ma e un'estensione in cui domina l'omologazione. Il vero viaggio--forse l'vmico ad avere ancora un senso e quindi quello testuale, che "traspone il viaggio in scrittura" (10) ed eleva "nella soavita del sogno la realta del visibile".

Nel deserto della modernita lo scrittore/viaggiatore deve frugare nella storia sepolta nei luoghi per far emergere un senso che e andato perduto. Giuseppe Ungaretti, primo autore analizzato da De Marco, possiede infatti uno "sguardo archeologico", di chi guarda il mondo che lo circonda come un cimitero di segni o un palinsesto che occorre raschiare per scoprire, negli strati sottostanti, i significati che il tempo vi ha depositato. Come scrive Claudio Magris, citato da De Marco, "il viaggio-scrittura e un'archeologia del paesaggio" (49).

Nella "Rosa di Pesto", una prosa composta da Ungaretti nel 1932, il paesaggio di rovine di Paestum si presenta come un "desolante sublime" sotto una hma che rassomiglia ad "uno scheletro in mezzo a una strada [...] inutile nel deserto d'oggi" (31). Lo stesso motivo della morte domina l'altra prosa ungarettiana analizzata nel capitolo successivo, intitolato "Viaggetto in Etruria". Anche qui, la visione delle necropoli etrusche suscita nel poeta pensieri di morte. L'atteggiamento cambia pero quando Ungaretti volge l'attenzione all'antico ponte etrusco dell'Abbadia, emblema del "sentimento della dura ta", incarnazione nella pietra di una volonta umana che sa trascendere il tempo e farsi espressione di un'utilita sociale che non distrugge il paesaggio naturale, ma lo accarezza assecondandolo con intelligenza, dando vita ad una creazione architettonica che nella sua delicata armonia e celebrazione della vita.

Anche per Gadda, autore a cui De Marco dedica il primo capitolo della seconda parte del libro, il paesaggio e sempre profondamente stratificato, proprio come il suo linguaggio, espressione di eventi, ricordi, speranze e consuetudini di coloro che lo hanno abitato. Il critico concentra la sua attenzione su uno dei testi meno frequentati di Gadda, Le meraviglie d'halia, il cui titolo e duramente ironico, in quanto l'autore ci da l'immagine di un paese "spolpato e deteriorato" (75). Il volume si apre con un pezzo di impronta molto freudiana intitolato "Una tigre nel parco", ambientato nei giardini in cui il giovane "signorino" andava accompagnato dalla nutrice e dove fece la sua prima scoperta dei senzatetto milanesi, sulla cui "marmellata" pose inavvertitamente una sua zampetta: "Erano dei poveri, o dei cattivi? Bisognava fargli la elemosina o farli arrestare? Compatirli o temerli? Chi li metteva in castigo?" (15). Oltre a saggi sulle "meraviglie" d'ltalia (una vera meraviglia il pezzo sul risotto), il libro contiene anche prose dedicate ai viaggi in Argentina, terra che Gadda amo profondamente: "Sentii di amare quella terra sconfinata e carnosa, deserta come un sogno di lidi paradisiaci, vuota di leggi e di mucche" (Gadda 29). Il romanziere criticava quelli che si accostano al viaggio come attivita fine a se stessa, dimentichi d'ogni finalite o intenzione, i cosiddetti viaggiatori "sognatori" di rimbaudiana memoria. Preferiva definirsi viaggiatore "sedente": "[...] i sedenti sono piU pratici, piU fidi alla realta, piU giusti, piU puri" (62).

Il capitolo successivo si concentra su un'opera di Guido Piovene intitolata Viaggio in Italia, apparsa nel 1957, forse l'unico volume che si potrebbe definire propriamente "letteratura di viaggio". Si tratta di un testo assai vasto (oltre 700 pagine nell'edizione Mondadori economica che ho consultato), del quale De Marco puo offrire solo qualche piccola campionatura. Secondo il critico, Piovene non si limita aile descrizioni, ma da vita "a un testo letterario di assoluta creazione" (81). Il critico dedica un intero capitolo alia Campania e Napoli in particolare, citta di cui Piovene sottolinea l'aspetto "moderno e razionale" (102), colpito dalle nuove costruzioni che andavano sorgendo un po' dovunque in quegli anni. L'impressione generale e che lo scrittore vicentino tracci un'immagine un po' troppo rosea dell'Italia di quel tempo, e della citta partenopea in particolare, afflitta come tante altre regioni dalla rampante speculazione edilizia (l'omonimo romanzo di Calvino sulla Liguria e di quell'epoca). Visione che contrasta fortemente con quella che traccera solo cinque anni dopo Francesco Rosi nel film Mani sulla citta, oppure con quella lasciataci da Guido Ceronetti nel suo Viaggio in Italia.

Il volume di De Marco si conclude con l'analisi di un libro di Elio Vittorini quanto mai originale ed assai difficile da definire, pubblicato postumo con il titolo Le citta del mondo, anche se l'autore ne aveva in mente anche un altro: I diritti dell'uomo. Il romanzo e ambientato in Sicilia e i protagonisti sono due pastori, padre e figlio. Il primo e un vero padre-padrone, terrorizzato dalle citta, in cui preferisce non entrare, mentre il figlio Rosario le guarda affascinato da lontano e vorrebbe esplorarne le strade e conoscerne la gente. Al tema del viaggio si sovrappone quello dei diritti umani e della liberta individuale, di cui la citta e sempre stata un simbolo. Sul frontespizio di un libro che Rosario riceve in dono si legge: "Non c'e dubbio che hai anche tu i tuoi diritti. Ma dove? Indosso non ti si vedono. Cercali, conquistali, falli valere, e potrai ottenere che la figlia stessa del re ti sia data in premio" (Vittorini 151). Il testo combina elementi realistici (la lotta per l'occupazione delle terre, i conflitti tra le classi) con al tri favolistici ed allegorici, come nel caso del giovane Nardo, che vaga assieme al padre per le campagne siciliane, o lo stesso Rosario, quasi una figura di Cristo, che non accenna alcuna reazione quando viene picchiato e umiliato da alcune giovani lavandaie che lo accusano ingiustamente di aver tentato di baciare una di loro.

In conclusione, il maggior merito dello studio di De Marco e di aver fatto luce su opere poco frequentate. Inoltre, va lodata l'ampiezza e l'accuratezza delTapparato critico, sia per gli autori singou sia sulla letteratura odeporica in generale. Quello che manca e una solida impostazione teorica che tenga insieme i saggi presenta ti e dia vita a quella "coerenza interna effettiva" (16) a cui aspira il critico. Va detto pere a sua difesa che il tema del viaggio e quanto mai vasto, sia che venga inteso corne fuga, esperienza conoscitiva, nomadismo o come metafora della scrittura. Docenti di un corso universitario sul viaggio dovrebbero trovare in queste pagine stimoli interessanti, soprattutto per l'apertura verso testi non prettamente odeporici che si sarebbe portati a sottovalutare e che invece portano il discorso in direzioni nuove e inaspettate.

TULLIO PAGANO

Dickinson College
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Author:Pagano, Tullio
Publication:Italica
Article Type:Book review
Date:Dec 22, 2014
Words:1173
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