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Giorgio Sica, Il vuoto e la bellezza. Da Van Gogh a Rilke: Come l'Occidente incontro il Giappone.

Giorgio Sica, Il vuoto e la bellezza. Da Van Gogh a Rilke: Come l'Occidente incontro il Giappone, Guida: Napoli, 2012; 240 pp.: 9788866661856, 15,00 [euro]

Il "Zipangu" di Marco Polo, "... isola in levante, ch'e ne l'alto mare 1500 miglia", luogo sospeso, come tanti rammemorati dal veneziano, tra realta e finzione--d'altro canto, il viaggiatore non c'era stato: solo ne aveva sentito parlare presso la corte del Khan, in cui si magnificavano l'abbondanza d'oro, il bell'aspetto e la civilta di quella popolazione lontana--e l'oggetto di studio di questo splendido testo di Giorgio Sica, che intende analizzare minuziosamente le tappe di un progressivo avvicinamento, che arrivera, in un certo periodo della storia culturale d'Europa, a incarnarsi in un'autentica mania. Proprio quando, per converso, gli intellettuali giapponesi si approprieranno, con notevole consapevolezza, dei frutti migliori provenienti da quella che era stata, a tutti gli effetti, una conoscenza "forzata".

Il giovane studioso da inizio alla sua ricostruzione storica a partire dalla prima presa di contatto tra due mondi culturali opposti: lo fa con gran cognizione, esito maturo ed evidente di una frequentazione non episodica; e, si direbbe, con discrezione, attraverso una ricerca davvero obiettiva, che sa tenere nel giusto conto le motivazioni e le aspirazioni degli intellettuali che dall'una all'altra sponda, a distanza di migliaia e migliaia di chilometri, seppero tendere un filo sottile eppure resistente tra culture lontanissime, tali non certo per il mero dato fisico.

Il vuoto e bellezza. O, quantomeno, "less is more". Questo sembra dirci, da due millenni, ogni forma d'arte prodotta in Giappone; eppure, sin dal momento della sua "scoperta", il Paese del Sol Levante rappresenta--e continua a rappresentare -, agli occhi dell'Occidente, un misterioso approdo culturale. Senza tornare al viaggio del discendente di Emilione, il punto di svolta nelle relazioni tra il Giappone e l'Occidente e l'atto di forza compiuto dagli Stati Uniti, rappresentati dall'ammiraglio Matthew Perry, nel 1853.

Era accaduto, poco dopo la meta del secolo XIX, che una nave mercantile americana aveva fatto naufragio presso le coste giapponesi, da secoli (dal 1635) interdette agli stranieri attraverso l'editto "sakoku" dello shogun Iemitsu Tokugawa--per la precisione, un'enclave c'era, l'isoletta di Deshima a Nagasaki, riservata a mercanti cinesi e olandesi: proprio ad alcune acqueforti "orange" recate cola, dobbiamo la primissima conoscenza delFimmaginario occidentale, fatalmente limitata, da parte degli artisti nipponici. Nonostante l'evidente casualita di quell'approdo, l'equipaggio della nave fu processato e prestamente giustiziato. Le conseguenze dell'atto furono immediate e gravide di conseguenze: il pretesto da subito fu messo in disparte, a favore della richiesta formale, espressa in una lettera dell'allora presidente degli Stati Uniti, Millard Fillmore, sotto minaccia di quattro navi da guerra statunitensi, dell'apertura di tutti i porti del Giappone e della stipula di numerosi trattati commerciali.

Lo splendido isolamento, durato due secoli, era terminato: un periodo di prosperita, noto come il periodo di Edo, anni e anni d'oro in cui la cultura giapponese aveva raggiunto un rigoglio senza pari; pure intimamente fragile, nella sua pretesa indifferenza a ogni influenza esterna: in qualche caso limitata, addirittura proibita negli ultimi decenni prima dell'arrivo di Perry.

Ben poco sapevano l'uno dell'altro, i due mondi. E mentre in Giappone conservatori e riformatori si dividevano sul da farsi, di fronte alle pressanti richieste del mondo esterno, l'Occidente comincio a interessarsi a un'antichissima cultura affatto differente dalla propria.

Nella seconda parte della sua introduzione, dal significativo titolo "Il tentativo di dire l'ineffabile", Sica indaga che cos'e il "senso" poetico orientale, non solo giapponese (e questo e un altro suo gran merito: quello di aver individuato i flussi multidirezionali che intercorrono tra Cina, Giappone, e Corea, entita nazionali tanto distanti quanto probabilmente non e per molti Paesi europei, pur cosi convinti della propria identita). Un senso poetico nutrito dal vuoto piuttosto che dal pieno, dall'aspirazione al silenzio, in luogo dell'/jorror vacui cosi tipicamente occidentale --si pensi a come furono ridicolizzati i trascendentalisti statunitensi, nella prima meta dell'Ottocento: Thoreau, Emerson, Whitman stesso, ma solo in parte, che con ben diverse motivazioni rispetto ai grandi del canone giapponese, pure ebbero un'intuizione d'infinita, armonica unione con la natura.

Le "lettere" giapponesi, tuttavia, seppero indagare anche il reale, magari quello della corte; e delizioso e il "box" riservato dall'autore a una grandissima, misconosciuta scrittrice, Murasaki Shikibu, che attorno all'anno Mille costrui il romanzo di un'anima, quella del principe Genji, del suo splendore, della sua caduta, della difficile risalita al potere attraverso la progressiva presa di coscienza della fatuita dei beni mondani, costantemente attraenti ai suoi occhi.

L'avvento della cultura giapponese in Occidente fu sicuramente favorito da una delle periodiche crisi di valori, o quantomeno di rimessa in gioco di paradigmi ormai soffocanti, come lucidamente nota l'autore, citando la studiosa Flavia Arzeni. E non ci fu bisogno di conoscere le sponde nipponiche, ne la lingua: furono infatti ben pochi gli intellettuali che si spinsero a tanto--Paul Claudel, ma perche diplomatico; Ezra Pound, il vero grande autore occidentale d'haiku, forma poetica in grado di colpire nel profondo l'estetica occidentale dell'epoca, con risultati che si riverbereranno anche sul XX secolo.

Posto che non del solo haiku e fatta la poesia nipponica, basti pensare alla tanka, e certo che in Occidente questo piccolo gioiello ha suscitato l'attenzione di tanti, interessati a riprodurne lo "statico dinamismo", con risultati spesso discutibili--in fondo, la parte piu corposa del libro di Sica ricostruisce, con ottimo senso critico, i tentativi di applicare forme e categorie tutte nipponiche a una realta storica e artistica diametralmente opposta, quella di Stati Uniti, Francia, Italia, Inghilterra, Germania.

Ma il momento piu bello e, si arriva a dire, ispirato, tornando alla summenzionata introduzione, giunge proprio nell'analisi strutturale e storica dell'haiku.

All'apparenza esilissimo come una fogliolina, questo componimento poetico rigorosamente di tre versi di cinque, sette e ancora cinque sillabe, e in realta affatto diverso da una gabbia dorata, cosi come l'endecasillabo per gli autori italiani delle origini: e proprio all'interno di questa semplicita di schema che si agita una complessita impareggiabile, in grado da un lato di cogliere le mille suggestioni della natura, rielaborate dall'azione vivificante dell'haijin, il poeta, capace di mettere al bando ogni tentativo di formalismo fine a se stesso--ma l'analisi di Giorgio Sica e finissima nell'individuare e valorizzare la retorica sottesa alla poesia giapponese, coadiuvato in questo da un nutritissimo e sempre appropriato apparato bibliografico; dall'altro, e fu questo uno dei tratti che colpi maggiormente l'attenzione del mondo culturale europeo, attraverso l'eliminazione delle congiunzioni e di evidenti nessi tra i versi, il poeta "crea" un suggestivo vuoto che non intende riempire.

La sua percezione rimane, sta nel tempo e nello spazio. Ma il lettore e invitato a una complessa partita: adagiarsi sulla bellezza liquida dei versi, cogliendone esclusivamente l'impagabile eufonia--in questo senso, improbo fu il lavoro di traduttori comunque eccellenti come Giuseppe Rigacci, Marcello Muccioli, Irene Iarocci e, ultimo, Paolo Pagli; oppure, penetrare una diversa visione del mondo, antichissima e per questo dimenticata, modernissima e pertanto spiazzante.

Nel frattempo, mentre il Giappone muoveva i primi passi verso una sospettosa apertura allo straniero, solo presagio dell'attuale straordinaria accoglienza riservata costantemente, per esempio, alle arti italiane, la cultura europea, in tutte le sue declinazioni, si appropriava delle istanze artistiche nipponiche. L'arrivo in Occidente dei risultati piu maturi di quel raffinatissimo Paese, cosi lontano, influenzo la sensibilita di tanti maestri e, parimenti, la loro concezione artistica. Si puo forse azzardare che tanti movimenti, soprattutto nell'ambito delle arti figurative, dall'impressionismo all'art nouveau, non sarebbero stati gli stessi senza la rielaborazione estetica di un Van Gogh, ad esempio, di una tradizione affatto aliena.

Tradizione che sembrava nascere per la stampa, alla ricerca, cioe, della migliore composizione, non della rappresentazione, base del canone occidentale: diverso valore, dunque, attribuito al segno grafico semplificato, alla linea e al punto, cosi come al colore. E stampe del grandissimo Hokusai--non ignote a Toulouse-Lautrec, Degas, Monet e Renoir--e del successore Hiroshige, che proprio Van Gogh non si perito di copiare a olio, e che Gauguin colleziono; allo stesso modo, basta una riflessione a "grado zero" per comprendere l'influenza nipponica su Klimt e, soprattutto, su Schiele.

La disamina di Sica, supportata da una prosa robusta e piacevole, si estende naturalmente all'analisi meticolosissima dei riverberi giapponesi nelle letterature del resto del mondo--si segnala, eri passant, il capitolo dedicato all'Italia, davvero apprezzabile perche capace di riservare notevoli sorprese.

In accordo, pero, all'assunto del libro, adesso basta parole. Rimane da dire solo che la cultura proveniente dal Giappone seppe influenzare largamente, ma sommessamente, come da tradizione nipponica, la coscienza estetica dell'Occidente, a caccia, dalla seconda meta dell'Ottocento, di una luce, di uno spiraglio di novita. Ed e un fatto da tenere in gran conto, come questo volume prezioso.

Recensione di: Domenico D'Arienzo, Universita degli Studi di Salerno, Italia DOI: 10.1177/0014585813519955
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Author:D'Arienzo, Domenico
Publication:Forum Italicum
Article Type:Book review
Date:May 1, 2014
Words:1438
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