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Filologia e critica per Scotellaro narratore inedito e raro.

Abstract

Dai materiali narrativi inediti e rari di Rocco Scotellaro vengono qui recuperati e pubblicati in forma filologicamente corretta dieci testi; si tratta di racconti, novelle e prose, composti tra il 1942 e il 1951.

Molti dei temi presenti nella produzione gia nota, quella raccolta nel volume Uno si distrae al bivio e quella dispersa in riviste e quotidiani, tornano con modalita di scrittura che confermano la varieta di opzioni e una vocazione al racconto non meno convincente di quella poetica.

Parole chiave

Ambiente, antropologia, filologia, narrativa, Scotellaro

Dell'esistenza di molte "cose cominciate, poesiole, articoletti, drammi in tre atti e tanti quadri" (Scotellaro, 1974: 37) ci avverte lo stesso Scotellaro nella terza e ultima parte del suo racconto autobiografico Uno si distrae al bivio, scritto a soli vent'anni, tra il '42 e il '43, e percio divenuto nell'immaginario critico collettivo la prima attestazione della sua sofferta bildung, fedelmente resa in una scrittura ellittica e sfuggente.

Nelle vesti di Ramorra, Scotellaro affronta l'impegnativa questione di come "costruire una vita" (Scotellaro, 1974: 31), tra "ambizione di attivita gloriosa" e "ansie di autenticita morale" (Spinazzola, 1974: 8). Sono anni "di crisi a tutti i livelli" (Sacco, 1984: V): Ramorra ha "molte aspirazioni", "molte lenti" con cui leggere "l'avvenire" (Scotellaro, 1974: 37) ed e percio piu in difficolta rispetto ai tanti amici dagli orizzonti ristretti e dai traguardi vicini. Messosi testardamente in testa "di vedere il suo nome o gridato come quello d'un calciatore o scritto grande sui libri" (Scotellaro, 1974: 37), subisce, in un ostile autunno, "lo scherzo piu crudele" (Scotellaro, 1974: 37): gli vengono rubate in una stazione le valigie e alcune carte in esse contenute, su cui sono scritti "i momenti piu belli della vita" (Scotellaro, 1974: 37). Da li, dall'ipotesi svanita di comporre un libro con quelle pagine, il passo e breve verso la prospettiva di "un avvenire disastroso", fino al "pensiero di morire, da imbecille cosi com'era, e da eroe, suicidandosi" (Scotellaro, 1974: 38). Il furto delle pagine destinate forse a un volume colloca l'esordio letterario scotellariano, gia nella finzione narrativa, in una dimensione di incompiutezza che la sorte toccata allo scrittore ha poi reso reale. Una dimensione in cui sembra collocarsi anche quel breve elenco di "cose cominciate" tra le quali e da notare la mancanza di ogni riferimento a materiali propriamente narrativi, accumulati invece a quell'altezza cronologica (siamo tra il '42 e il '43), come l'esame delle carte scotellariane rivela.

Inderogabili necessita di contenimento entro i margini di una iniziativa editoriale collettanea, che pure risulta ampia e aperta a insolite prospezioni, giustificano una pubblicazione ancora parziale dei racconti e novelle di Scotellaro. Valga, a risarcimento del torto, l'impegno di realizzare l'edizione di quell'intera produzione narrativa in pendant con l'avvenuta pubblicazione di tutte le poesie (Scotellaro, 2004), a che si allontani per sempre la "minaccia dell'oblio di parola" che qualcuno vedeva incombere "in favore del gesto e della persona" a pochi anni dalla morte dello scrittore lucano (Portinari, 1974: 253). Assai opportunamente Manlio Rossi-Doria, in apertura di un convegno dedicato a Scotellaro nel 1984, ricordava che, come per tutti gli autori amati, il miglior modo per onorarli e "continuare a leggerli, a tenerseli accanto", provvedendo a che i loro scritti "restino in libreria e in circolazione" (Rossi-Doria, 1987: 5).

La mancata ricostruzione ad oggi del corpus completo delle prose narrative scotellariane ha di fatto impedito la diffusione di buona parte delle stesse, rimaste per lo piu inedite o confinate in sporadiche apparizioni nelle pagine di periodici e giornali di assai difficile reperibilita. Una latitanza grave, considerato l'interesse suscitato presso la critica piu avveduta dai racconti inclusi nel volume Uno si distrae a! bivio. (1)

Tanto piu che altre pagine, quando immesse nei circuiti editoriali, hanno confermato la spiccata vocazione di Scotellaro al racconto, pur nella loro brevita e nel carattere per alcuni versi incerto se non acerbo: il riferimento e alla novella Ed anche i ricchi..., pubblicata da Franco Vitelli in appendice al suo studio Postille a Scotellaro narratore (Vitelli 1989a: 153-167) . Un piccolo assaggio con cui gia al principio degli anni Ottanta (quello studio risale al 1981) veniva segnalata l'opportunita di procedere ad una "sistemazione organica e filologicamente corretta [...] di tutta la produzione in prosa" (Vitelli, 1989a: 164) con allargamento a L'uva puttanella e a Contadini del Sud (Scotellaro, 1986 e Scotellaro, 2002), pur con le complicazioni che la morte prematura di uno scrittore determina nel recupero delle sue ultime volonta testuali.

Collocabili tra i primi anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, in una evidente varieta di forme e toni, i materiali scotellariani ad oggi acquisiti (racconti, novelle, appunti, prosette incompiute) rivelano una disposizione narrativa che lo scrittore esordiente asseconda in uno con quella poetica, sobbarcandosi a tutte le trafile e difficolta che un giovane intellettuale talentuoso--ma solo e per di piu meridionale--incontra nel farsi strada negli ambienti editoriali di quegli anni di guerra. Non a caso, solo con l'acquisita notorieta, i primi racconti iniziano a essere pubblicati, soprattutto grazie "all'interessamento di amici" (Vitelli, 1989a: 155). Annotazioni, prove di scrittura narrativa, brevi filamenti di racconto; ma pure vicende compiute con personaggi definiti: il tutto accumulato probabilmente con l'intenzione di rifondere quelle pagine in altro piu vasto e organico progetto editoriale e con la liberta e varieta di espressione che sempre ci si concede quando si e certi di avere il tempo di riprendere in mano le carte. Ne e da dimenticare che, nella fulminea esistenza di Scotellaro, tra i venti e i trent'anni si condensano moltissime esperienze impegnative e centrifughe rispetto al pur fermo proposito di essere scrittore.

La "satura di generi", individuata da Giuseppe Langella nel tessuto narrativo ed espressivo di Uno si distrae al bivio (Langella, 2006: 650), risulta allestita in molta della produzione narrativa scotellariana, funzionalmente alla rappresentazione dello stato di "krisis di un giovane alle soglie della vita" (Langella, 2006: 653). Scotellaro e del resto "esponente esemplare della generazione nata intorno al 1920" (De Blasi, 2013: 11), cioe di quanti hanno spesso dimostrato "la volonta di migliorare la propria personale condizione e il mondo in cui si trovavano a vivere e a operare" (De Blasi, 2013: 11). E se, cornee stato notato, "ogni genere letterario da forma a una particolare visione del mondo" (Langella, 2006: 653), la varieta dei modelli sperimentati da Scotellaro, specie come scrittore esordiente, e chiara espressione della sua volonta di "sottoporre a verifica tutti gli orizzonti possibili" (Langella, 2006: 653), lasciandosi quella liberta di movimento che e forse per lui l'unico modo "di restare fedele insieme a se stesso ed al proprio paese" (Salina Borello, 1974: 19).

Di certo la scomparsa dello scrittore a soli trent'anni getta una luce di provvisorieta su ogni sua pagina: quanto e gia stato pubblicato--le poesie, i racconti, il romanzo autobiografico, l'inchiesta sociologica, i testi per il teatro--ha ricevuto la supervisione degli amici e degli studiosi ma non direttamente quella dell'autore. Per quel che attiene all'ambito propriamente narrativo qui considerato, puo accadere di imbattersi in redazioni che differiscono non semplicemente per qualche variante espressiva o lessicale ma che, piu sostanzialmente, si diversificano per porzioni di testo anche piuttosto ampie e percio significative. E cio puo attestare una dimensione ancora in fieri di quelle scritture, sulle quali Scotellaro ritorna talvolta anche a distanza di anni.

Vale per i dieci racconti qui pubblicati in appendice molto di cio che si e detto riguardo a quelli di Uno si distrae al bivio: in questi come in quelli "c'e gia tutto Scotellaro, [...] proprio nel momento delicato in cui [...] diventa se stesso" (Bianucci, 1974: 12). Vanno letti percio come opportunita, sfuggita nelle discussioni degli anni Cinquanta, per conoscere meglio gli "ispirati e sapidi umori creativi" dell'autore, per seguire la "spirale di un realismo" che tuttavia "si fonde con la pienezza dei mezzi espressivi" (Bruno, 1974: 3). Un'occasione per riavvicinarsi all'autore, passati ormai i tempi del dogmatismo critico che, arenatosi nella disquisizione dei tratti popolari e/o aristocratici di quella esperienza, aveva contestato l'interpretazione leviana fino a teorizzare la "crepuscolarita" del poeta. Nozione invero debole se richiamata ai fini di una perimetrazione letteraria, ma proficua se intesa come sensibilita per un "mondo e modo di essere avviati al crepuscolo nel segno del mutamento" e della "fine dell'immobilita" (Vitelli, 1982: 6-7). Del resto, sono in molti a ritenere che Scotellaro non sia stato "un primitivo, un naif e neppure una figura riconducibile tout court a quella di un contadino combattivo" (Abbate, 1974: 3): egli, e stato detto con forza, "non espresse una sottocultura, ma fu poeta e scrittore nazionale" e in questo senso la sua esperienza e da paragonare a quella di Alvaro, Sinisgalli, Jovine e Strati (Abbate, 1974: 3).

Alcuni dei motivi che Fortini ha individuato nella poesia di Scotellaro si riconoscono anche nella sua produzione narrativa ancora inedita e in particolare nei dieci racconti qui pubblicati. Infanzia e maturita, figli e genitori, rassegnazione e insofferenza, paese e citta, paese e nazione, mondo contadino e mondo moderno: "coppie antitetiche" che "non sono soltanto la contraddizione sentimentale dell'autore" ma sono "la contraddizione reale della sua societa" (Fortini, 1974: 55). Affiora nitida dai dieci testi in appendice--come dagli altri, in attesa di essere pubblicati--cio che emerge dai racconti inclusi nel volume Uno si distrae al bivio: l'immagine di un giovanissimo scrittore "intento allo studio dei sentimenti e delle angosce dell'uomo" (Oricchio, 1977: 10), in special modo quelle dei piu giovani che si perdono tra le molte alternative.

Difficile spiegare la ratio delle scelte nell'allestimento di questa piccola antologia.

A far valere un criterio oggettivo, si puo dire che i testi inclusi rappresentino, a campione, le varieta tematiche e formali praticate da Scotellaro tra il '42 e il '51. Ma forse e bene chiamare in causa anche il piacere della lettura e ragioni di natura estetica che hanno aggregato d'emblee la decina, pur con qualche indecisione.

L'appendice e stata organizzata secondo un ordine cronologico, ricostruito quasi sempre per dati certi, in alcuni casi invece congetturato. I racconti, nell'ordine di disposizione, sono: Il pellegrino della neve, Ed anche i ricchi..., Infanzia, La morte in vacanza, Il coprifuoco, Un cigno canta in ottobre?..., L'affacciata alla finestra, La postulante, La testuggine e Nicola daziere va alla festa.

Materiale eterogeneo, pur nella indubbia compattezza di ispirazione. Se in alcuni testi si riscontra un livello alto di finitezza, sia formale sia tematico, in altri si rilevano un ductus narrativo piu sospeso e un'incompiutezza di tema, vicenda e personaggi. Non a caso, lo stesso autore talvolta ricorre alla definizione narrativamente meno impegnativa di 'prosa'.

Come per la produzione narrativa gia edita, si coglie spesso anche nei personaggi di questi dieci testi "un'amarezza che e quasi il preludio di un dramma" (Lamba, 1978: 11). Anche laddove le situazioni che fanno da sfondo appaiono piu spensierate (si veda il racconto Infanzia) non viene meno un senso di solitudine universale--non senza qualche scatto reattivo--anche nel circoscritto raggio del paese e del vicinato, solo apparentemente preservati dalla spirale dell'horror vacui con l'assiduita di figure, voci e usanze che li animano.

Del racconto Il pellegrino della neve, che a oggi risulta inedito, esistono due redazioni dattiloscritte: quella che qui si e scelto di trascrivere e composta da due fogli dattiloscritti solo su recto e reca a penna la data "(1942)", tra parentesi e in calce al secondo e ultimo foglio, di fianco alla firma "Rocco Scotellaro" che e dattiloscritta. L'altra redazione, che in prima pagina riporta a penna la data "1942 Dicembre/Trento", e costituita da due fogli dattiloscritti solo su recto e probabilmente e anteriore rispetto a quella qui trascritta: lo attesta un sottotitolo, poi scomparso: "Il pellegrino della neve. Una quasi leggenda di Rocco Enzo Scotellaro". La data del '42 riconduce agli anni degli studi compiuti lontano da casa, in una citta, Trento per l'appunto, che si rivela molto importante nella formazione intellettuale scotellariana. E li che il giovane studente consegue la maturita classica--sotto la guida di Giovanni Gozzer, antifascista di formazione cattolica--e ha i primi contatti con il socialismo.

Sebbene le due redazioni risultino di fatto appartenere allo stesso anno, e certamente da acquisire il ritorno al racconto da parte dell'autore in epoca successiva al '42: alcuni appunti di revisione, tracciati su carta intestata "Comune d i . . . " , sono integralmente riportati nella redazione qui trascritta che, evidentemente, e stata rimessa in bella copia e alla quale e stata aggiunta a mano la data "(1942)", in riferimento al tempo di concepimento e non di revisione. Cruciale in tale ipotesi di datazione e la scrittura dei suddetti appunti su due fogli di piccolo formato, in uno dei quali si leggono anche appunti di un comizio, probabilmente tenuto da Scotellaro sindaco. Tenendo conto del fatto che l'elezione risale al '46, tale data e da ritenersi il terminus post quem della revisione e percio del testo secondo l'ultima volonta dell'autore.

Il racconto, tra i dieci qui proposti, e quello che stilisticamente mostra piu punti di contatto con Uno si distrae al bivio, per la fascinosa sfuggevolezza che lo connota, da ricondurre alla natura leggendaria del testo inizialmente evocata dall'autore.

Ne e protagonista un vecchio pellegrino che, da sempre, ricompare a percorrere i vicoli del paese nei giorni piu imbiancati dell'anno, elemosinando pane dai residenti. L'insolita mitezza di un inverno, tuttavia, disorienta viandante e paesani, che vedono a rischio la rassicurante ciclicita dei ritmi: "un evento nuovo e terribile insieme", come "una notte d'incubo troppo lunga". Il testo mette dunque in scena l'attesa della neve, spasmodica per il vecchio e per gli abitanti dei vicoli, nel solco di una tradizione letteraria che fissa nella neve una figura metereologica di morte (Bachelard, 1975: 67). Emerge chiara una diversita di condizione tra pellegrino e paesani, che si realizza nella malinconica solitudine del primo e nella affiatata comunanza tra gli altri. Di giorno seduto col capo basso sui gradini delle botteghe, di notte riparato in una caverna nel bosco a "qualche ora di passi" dall'abitato, il vecchio e percio immagine di emarginazione, evanescente e per certi aspetti misteriosa, atta a scoprire tutta la consistenza simbolica del dettato. Quando il paese e finalmente sotto una coltre di neve, quando cioe cresce il senso d'intimita nelle case (Bachelard, 1975: 65), il viandante desidera "la vita degli altri", sentendosene irrimediabilmente escluso.

Solo due redazioni dattiloscritte pure per la novella Ed anche i ricchi..., composta negli anni giovanili, come sta a dimostrare la firma finale dattiloscritta "Rocco Enzo Scotellaro" in uso fino al '44. Entrambe le redazioni sono senza data: l'una, composta da un foglio scritto su recto e verso, e intitolata "Ed anche i ricchi... /novella di Rocco Enzo Scotellaro"; l'altra, ugualmente composta da un solo foglio scritto su recto e verso, e intitolata "Ed anche i ricchi... /(Appunti)" ed e firmata a penna "R. Scotellaro" in basso a destra su verso. Si riporta qui la prima delle due, rispetto alla quale quella sottotitolata "Appunti" mostra alcune varianti in certi casi significative. A titolo di esempio, si veda in apertura degli "Appunti" il passo "Un misero pezzo di cielo chiudeva l'orizzonte e per le montagne si scorgevano le macchie bianche delle camicie dei contadini, curvi ad arare", ridimensionato nella "novella" in "Un misero pezzo di cielo chiudeva l'orizzonte e per le montagne qualche contadino arava col mulo", con chiara volonta di riduzione del tono oleografico a favore di un indirizzo piu marcatamente realistico.

A Scotellaro, che invia la novella affinche venga pubblicata nelle pagine della "Domenica del Corriere", Eligio Possenti, direttore della testata, sbrigativamente risponde cosi il 16 luglio 1943, terminus ante quem per la datazione del testo: (2)
Preg. Sig.
siamo spiacenti di non poter accogliere la Vostra offerta, perche i
numerosissimi impegni presi per la pubblicazione di scritti di ogni
genere non ci consentono di contrarne di nuovi, almeno per il momento.
Ringraziandovi ad ogni modo di aver pensato a noi, vi salutiamo
distintamente
Eligio Possenti


Un rifiuto motivato probabilmente dalle necessarie cautele rispetto a un testo che mette in scena il rapporto tra citta e campagna in una dimensione di emergenza determinata dalla guerra. Attraverso l'ospitalita che una famiglia di contadini offre ai Lorenzi, giunti dalla citta ormai in assedio, la novella avvicina realta lontanissime, il paese e la citta, con riuscito effetto di riscontro, come attesta un diffuso atteggiamento di vaghezza e stupore che aleggia sulla vicenda. La famiglia ospitante (di cui significativamente non si legge il cognome) esibisce un'accoglienza che e tutta nelle forme di una genuina quanto deferente spontaneita, in ossequio a un valore antropologico forte nella civilta contadina; la famiglia Lorenzi, pur collocata socialmente in una condizione di maggiore benessere, si fa ambasciatrice delle "disgrazie" e della "fame" imperversanti sulla citta. La contrapposizione tra citta e campagna--che di li a qualche anno Scotellaro trattera nel testo Passaggio alla citta (Scotellaro, 2004: 112) con netto vantaggio della liberta della vita contadina e paesana sulla tirannide delle corse dei tram e del tempo che fugge rapido--si realizza nella morale esplicitata in chiusa di testo: "Ed anche i ricchi sono poverelli". Quanto a dire: anche chi apparentemente si trova in una condizione di prosperita conosce le angustie della vita. Morale di non poco conto considerando quanto, in quegli anni, nell'immaginario dei giovani il paese fosse percepito come condanna agli stenti e la citta come promessa di successi.

Allogato presso la famiglia contadina e pero anche un altro "gran signore", tale commendatore Franceschi, cui Scotellaro assegna in questa redazione un messaggio importante: solo la guerra e l'abbandono della citta per il paese lo avrebbero reso "umano" e finalmente "molto buono" poiche la vita contadina e intrisa di fratellanza e cordialita ed e percio migliore di quella cittadina. Franceschi, con tono serioso e pretesa di attenzione, parla del "mistero dell'umanita tutta buona" che si realizza solo tra la cosiddetta "povera gente, che si lavora il pane con le proprie mani dalla mattina alla sera": una dichiarazione enigmatica, pronunciata da un personaggio altrettanto ambiguo, come attestano anche gli sguardi accigliati che rivolge a chi generosamente lo ospita. Non a caso negli "Appunti" a pronunciarsi in questi termini e il capofamiglia contadino e non il commendatore (Vitelli, 1989a: 156), a riprova di una incertezza di intenti nello stesso autore.

In una sola redazione manoscritta ci perviene il racconto Infanzia, che si estende sulle quattro facciate di un foglio protocollo a righe e su recto e verso di un foglio di taccuino di formato grande a quadretti. Il verso del foglio a quadretti e stato dall'autore utilizzato per alcune integrazioni da inserire nel corpo del racconto: un pezzo piu consistente, privo di specifico rinvio, e stato collocato in base a una congruenza tematica che si manifesta anche attraverso il richiamo tra i termini "rumoreggiare" e "rumore"; viceversa, un'aggiunta con indicazione numerica e compresa tra parentesi tonde e stata regolarmente collocata laddove indicato dall'autore. E rimasta esclusa una breve porzione che Scotellaro ha intenzionalmente trascurato ponendola al di fuori delle suddette parentesi. Il testo e datato "Tricarico/Agosto '43" al margine alto sinistro della prima facciata del foglio protocollo e "12 agosto" nel margine basso a destra dell'ultima facciata dello stesso foglio; l'autore si firma a penna "Rocchenzo Scotellaro" subito dopo il titolo, in prima pagina, e sempre a penna "R. Scotellaro" in ultima pagina.

In assoluta contemporaneita rispetto alla dilemmatica stesura di Uno si distrae al bivio, torna in queste pagine il problema dell'avvenire, immaginato, temuto o sperato. Ma torna qui in una versione edulcorata rispetto ai succhi aspri di quel racconto ("Tutti abbiamo un'idea fissa. [...] L'idea fissa di diventare un giorno proprio quello che non potremo mai essere"(Scotellaro, 1974: 6)), trattato com'e sub specie ludi ("Bastava solo pensare ad un qualsiasi modo di vita che questo subito entrava nell'animo. Essere tante cose!"). Il testo, che si regge sull'assemblaggio di ricordi lontani quanto vividi, rivendica gia in apertura la liberta di girovagare nei molti percorsi della memoria e di attingere al condiviso repertorio di affabulazioni che il paese sempre custodisce: "[o]gni angolo e una storia, ogni porta e una casa, una famiglia, la vita", con sequenza giustapposta di elementi ad anticipazione delle molte sfrangiature narrative. Protagonisti sono infatti due ragazzi, uno "studente che legge le dispense", alias Scotellaro, e suo cugino Nicola, sarto: entrambi, ormai adulti, rivivono in poche ore l'incanto e la spensieratezza dei giochi dell'infanzia e delle passeggiate in campagna in una dilatazione dei tempi che la vita adulta non consente piu. Uno tra i tanti divertimenti interessa qui segnalare: la finzione della messa in moto di un veicolo (che e poi una canna), "facendo rumori a scoppi con la bocca", a dimostrazione del graduale processo di avanzamento della civilta delle macchine che giunge a contagiare l'immaginario anche di chi da quella civilta e ancora lontano. Nel ricordo dei tanti mestieri imitati per giocare a sentirsi grandi (calzolaio, barbiere, il falegname e l'elettricista), i due giovani si rivedono bambini "scamiciati, con la zappetta sulle spalle" a preferire "la vita del contadino, tranquilla e che da poesia".

Da due redazioni dattiloscritte e invece attestato il racconto La morte in vacanza, entrambe senza data. Su una di esse, composta da tre fogli scritti solo su recto, Scotellaro firma a mano con matita blu "Rocco Enzo Scotellaro" e riporta a mano delle correzioni poi assorbite nel testo dell'altro dattiloscritto (che si e pertanto scelto di riprodurre), composto da soli due fogli, con interlinea piu stretto, scritti solo su recto, con firma dattiloscritta "ROCCO SCOTELLARO".

Il racconto e tutto costruito sul tema delle cosiddette "madrine di guerra", giovani donne che rinfrancavano il morale dei soldati intrecciando fitte corrispondenze epistolari frequentemente sfociate nel matrimonio o comunque in durature e profonde amicizie. Nato durante il primo conflitto mondiale, il "madrinaggio" si diffonde massicciamente durante gli anni del regime fascista che lo favorisce tramite istituzioni ed esercito, per poi scoprirne la pericolosita dovuta alla circolazione di notizie taciute dagli organi di informazione ufficiali.

Il titolo, che corrisponde a un modo di dire figurato e scherzoso ('parere la morte in vacanza' sta per 'avere un aspetto emaciato'), e chiara allusione alla protagonista femminile.

Giuliana, "le occhiaie profonde, gli zigomi sporgenti, con piu rughe sulla fronte, con le spalle stecchite, i seni flosci, sfiancata", vive sola in una camera "dall'aspetto desolante della dimora d'una morente". Figura per certi versi crepuscolare, nonostante le tante delusioni non ha perso la voglia di "imbellettarsi e uscire" la domenica mattina, ultimo baluardo di civetteria femminile. Mario, il suo figlioccio in guerra, e "solo come lei" ma almeno dalla foto che le manda appare bello e vitale: "una barbetta affascinante, il volto mesto e gioviale, le labbra gonfie, i capelli a ruffelli". Anche qui, nuovamente nell'incontro di realta diverse generato dalla guerra e nella fine indagine psicologica della donna, si rimane nel campo della riflessione profonda sul senso dell'esistenza, sulle legittime aspirazioni della giovinezza e sulle amare delusioni della maturita.

Quanto mai opportuno e richiamare per Il coprifuoco la cronologia scotellariana condivisa dagli studiosi, in base alla quale gli anni tra il '42 e il '44 sono quelli in cui lo scrittore riflette intensamente sulla condizione dei giovani, per poi orientarsi tra la seconda meta del decennio e fino alla morte verso temi di piu marcato realismo, pur nel persistente "timbro esistenziale" (Vitelli, 2004: 339). Il racconto e attestato da un'unica redazione dattiloscritta, composta da due fogli di cui uno scritto su recto e verso, per un totale di tre con numerazione; la data e dattiloscritta in calce al testo, alla fine della terza facciata: "(1944)". Il testo, che e suddiviso in tre paragrafi attraverso sequenze di segni grafici, ha il sottotitolo "prosa di ROCCO SCOTELLARO", dattiloscritto sul recto della prima pagina subito di sotto al titolo; l'autore appone la firma dattiloscritta "Rocco Scotellaro" a fine testo, di sotto alla data.

Nella sua consistenza di prosa meditativa piuttosto che di racconto vero e proprio, Il coprifuoco e chiara testimonianza dei tentativi dello scrittore di raggiungere una dimensione di realismo, tuttavia con ritorni e deviazioni verso il simbolismo.

Lo stesso incipit ("Non mi rassegno piu") introduce subito il lettore in una dimensione militante della coscienza che fa osservare al giovane autore la fissita della vita del paese--i suoi ritmi lenti e le sue invariate usanze--con una rinnovata speranza nel possibile cambiamento, nell'abbandono da parte degli "uomini estatici" del loro atteggiamento meramente contemplativo. L'andamento sintattico del primo paragrafo, nel quale il discorso principia germinando dall'ultima parola della frase precedente, sembra alludere a un rigido meccanismo determinista e ordinatore, che tuttavia nella chiusa del testo cede a una piu positiva intonazione di fiducia ("E poi ecco: sulla soglia del mio balcone, in un vaso frantumato c'e un pugno di terreno grasso. Nel terreno grasso c'e una tenera radice. E io ho fede che domani il fiore dell'edera, fatigato dal sole, crescera per un'altra sera"). Una condizione di solitudine estrema accomuna ogni forma vivente e oggettuale: "donne", "mariti", "sedie", "bimbi", "rondini" e "pipistrelli", in un paesaggio che, descritto inizialmente in termini realistici, si presta pur nella sua vitalita ad essere trasfigurato in icone di morte. Tornano i simboli di quella poetica degli 'ossi' gia cosi impressa nelle pagine di Uno si distrae al bivio (Paternostro, 2013: 15-16), "in cui gli interrogativi su di se e sul mondo" si tramutano "in ossi, in cavalli, in simboli onirici strani, in morbose curiosita infantili" (Lamba, 1978: 10).

Un paysage de souffrance in cui la natura fa mostra delle sue insegne di ostilita e che si risolve in una sinistra teoria di emblemi apocalittici: "Dunque gli uomini? Saranno morti tutti", e poi case "distrutte dal fuoco", "mucchi di paglia dopo la trebbia", "ceneri dei fuochi votivi", "girandole nude dopo l'efflorescenza di pochi minuti", "le ossa robuste e le mascelle delle carogne", "l'albero lacerato dalla tempesta", "le viti spampanate", "le rose affrante", "la brulla montagna e il carro delle immondizie", "i rottami del mondo in questo scuro".

Se la vista compila questo tetro regesto, l'udito analogamente acquisisce "il frastuono e la quiete della materia", secondo lo stesso modulo anaforico ("ho visto...", "ho visto...", "ho visto...", ecc.; "ho sentito...", "ho sentito...", "ho sentito...", ecc.) che e invero quello che determina il ritmo dell'intera prosa, cadenzata su riprese continue a significazione della martellante riflessione dell'autore. E un giovane in conflitto con il suo mondo, quello che scrive; lo stesso che a Tricarico, sempre nel '44, scrive la poesia Vento fila, con analogia di accenti:
A me questa notte
non dara pace:
sono stato scontroso con gli uomini,
sono giu di morale,
il cuore mulinato da rimorsi.
La lampada spesso si smorza.
Fiocca nei vicoli sugli stracci,
la campagna sola.
Vento fila nei baratri
delle lunghe stradette.
Giu nella Rabata,
chiuse le stentate
porte dei sottani,
e non verranno.
Non verranno i compagni
sotto alla finestra
a suonarmi la canzone di rampogna
questa notte/violenta di Carnevale (Scotellaro, 2004: 193).


Ma soprattutto e da rinvenire una straordinaria coincidenza tra il paesaggio del Coprifuoco e la poesia Approdo, datata "Tivoli, 3 giugno 1942". Qui, la fragilita dell'esistenza umana e scossa da un vento che e l'unica sicurezza in un orizzonte mobile di morte:
Certo e il vento: non ti fa dormire
percotendo le vetrate che ti fa spaurire.
Misero fuscello
nella bufera dei soffi ventosi
la casa sradicata
e in una corsa folle
verso la dove si placano i venti,
e dune di cenere umana
con rottami di ossa sconvolti
verso la dove placano i venti
su boscaglie di querele cadute.
E il vento (Scotellaro, 2004: 160).


Probabilmente scritto tra il '46 e il '48 e pubblicato nella rivista "Il Sud letterario" nel 1948, Un cigno canta in ottobre?... ci perviene tuttavia anche attraverso altre due piu ampie redazioni dattiloscritte (intitolate Un cigno canta di ottobre?...; in entrambe si legge, barrato, un altro titolo: "IL CIGNO DI OTTOBRE"). Senza data, assai simili ma non identiche (lo si evince da alcuni segni grafici), entrambe sono composte da quattro fogli scritti solo su recto e riportano la firma dattiloscritta "ROCCO SCOTELLARO" nel margine destro dell'ultima pagina. Il testo in rivista e suddiviso in due paragrafi intervallati da segni grafici, le due redazioni dattiloscritte risultano divise in tre paragrafi ugualmente attraverso segni grafici.

Si sceglie qui di riportare la versione pubblicata in rivista poiche presumibilmente piu vicina all'ultima volonta dell'autore. Oltre ad alcune varianti di minore importanza non presenti nel testo destinato a "Il Sud letterario", cio che differenzia le due redazioni piu ampie da quella pubblicata e un pezzo collocato al termine del secondo paragrafo, espunto probabilmente per la sua natura saggistico-riflessiva piuttosto che narrativa:
E una necessita vedersi col compare e discutere la bevuta al cannello a
forza di punti alla morra, perche l'aratro stanca e lo scasso fa
scoppiare in corpo, perche la tina da rivoltare da alla testa e
l'afa--il profumo di tutti i grappoli ribollenti--procura lo svenimento
e la morte.
Bisogna dimenticarsi qualche momento, se per tutti i momenti della vita
si e soli e dimenticati dai propri simili.
Soltanto la morte ci svela agli altri.
La morte fermenta giorno per giorno, dalla mattina alla sera: il suono
a martello delle campane puo rintoccare all'alba d'un giorno con la
neve o coi fiori bianchi del mandorlo o con lo stridore delle rondini
nel pieno della calura.


A meno che non si voglia pensare che Scotellaro abbia prima pubblicato il racconto come risulta da rivista (mancherebbe in questo caso un dattiloscritto o manoscritto) e lo abbia poi rivisto e ampliato: in questo caso i dattiloscritti piu ampi sarebbero da intendere come materiale di lavoro per un testo da includere eventualmente in un volume di racconti cui forse Scotellaro ha pensato. Ma ad oggi non c'e conferma. Non va dimenticato, del resto, che lo stesso Scotellaro e sempre stato consapevole della limitatezza del raggio di circolazione delle riviste e della opportunita di raccogliere i suoi racconti in volume.

Per qualcuno "vero e proprio elzeviro" (Vitelli, 1989a: 161), d a l f i m p i a n t o liricoevocativo" che lo situerebbe "grosso modo all'incrocio tra il Cardarelli delle Memorie della mia infanzia e l'Alvaro di Gente in Aspromonte" (Langella, 2006: 656), Un cigno canta in ottobre?... e da considerare scrittura 'd'ambiente', in cui l'esistenza contadina, nel suo serrato intreccio di vita e morte, viene a svolgersi con l'ineluttabilita dei riti stagionali, concedendo "rarissime occasioni nel suo giro forsennato" (Scotellaro, 1948). Un piccolo pezzo di terreno e lo spazio da abitare sulla terra, con le zolle dissodate che ingolfano il petto: il contadino, "dalle brache di velluto unte di sudore, dalla coppola foracchiata e grassa", "puo anche un giorno morire senza rimpianto" (Scotellaro, 1948: 16). Il testo, proprio a questo punto delle redazioni non pubblicate, nel punto cioe in cui l'"estatica amarezza" dei contadini si riversa sulle pagine (Scotellaro, 1948: 16), celebra il conforto del vino diviso con gli amici, in un ennesimo rito che si consuma ogni sera nelle cantine del paese.

La prosa, che propriamente narrativa non e per la mancanza di un preciso asse di racconto (una vicenda definita, un protagonista ben individuabile, personaggi collaterali che partecipano alla storia), affronta--quasi nei toni di un reportage dal mondo contadino--il tema cruciale delle morti 'bianche', di cui Scotellaro sa bene circostanze e tragicita di risvolti. Non casualmente lo scrittore--che gia col titolo allude a una prossimita di fine--riferisce indeterminatamente di "un" contadino, morto "asfissiato nella tina dove rivoltava la vinaccia impregnata di mosto" (Scotellaro, 1948: 16), tirato su con le corde legate alle caviglie, portato in spalla da parenti e amici superstiti che compiangono piu se stessi che il defunto. Un cosi marcato realismo non puo che autorizzare lo slargo in territori nutriti col sempre fertile humus dei miti ancestrali: dalla tina, lo spirito del morto e volato sulla collina dei cipressi "dove si nascondono le anime dei padri, delle madri, dei figli, dei fratelli, delle sorelle e dei compari" (Scotellaro, 1948: 16). Ma pure, la morte del contadino assurge a simbolo di una condizione umana universalmente disperante e illusoria come sta a suggerire un appunto manoscritto sul verso dell'ultima pagina di una delle due redazioni, una citazione tratta dal Libro dell'Ecclesiaste: "Osservai quel che si fa sotto il sole e vidi che tutto e vanita e afflizione di spirito. Ecclesiaste, I: 14".

Anche qui, con raggiunto esito di straniamento, si realizza il consueto cozzo di ricercatezza e popolarita: si pensi a "orciuolo" e a qualche espressione proveniente dal lessico contadino, sempre in virgolettato, con effetto di "impreziosimento" (Vitelli 1989a: 161-162): ad esempio, "ferrane" e "gaiette".

Dalla maturita della scrittura si deduce che il racconto L'affacciata alla finestra e opera degli ultimi anni di Scotellaro: scritto probabilmente tra il '49 e il '52, esso e conservato solo attraverso una redazione interamente manoscritta su carta velina, non firmata, composta da tre fogli numerati e vergati su una sola facciata. In prima pagina, in alto di fianco al titolo, compare la dicitura "Appunti". Sebbene questa definizione collochi il testo in una dimensione preparatoria, e da registrare una certa compiutezza, soprattutto tematica: il racconto e infatti tutto costruito sul tema del vicinato, di grande rilevanza nella geografia relazionale del paese, come attesta altra produzione scotellariana anche in versi (si pensi alla coeva poesia Il vicinato, del 1951) e come ampiamente testimoniano altre voci provenienti dalla stessa realta culturale e antropologica. (3) Al vicinato come a un vero e proprio 'gruppo'--le cui caratteristiche possono essere analizzate sul piano psico-sociale in relazione a variabili quali il territorio, il clima, il livello socio-economico, il sistema di vita--si e guardato proficuamente da una prospettiva sociologica proprio negli anni in cui la societa rurale andava scomparendo per l'espansione di quella industriale. Al riguardo, gli studi di Lidia De Rita sulla comunita dei "Sassi" di Matera tornano assai utili in riferimento anche alla realta tricaricese, per analogia cioe tra quelle zone rurali del centro-sud in cui la fisionomia topografica dei luoghi e la vicinanza tra alcuni agglomerati di case realizzano "un vero e proprio "gruppo" "che condivide atteggiamenti, modi di dire e convinzioni, differenziandosi dagli altri vicinati (De Rita, 1955: 3).

Ma la realta del vicinato, prim'ancora di prestarsi a meticolose indagini sociometriche, e oggetto letterariamente assai forte, per il groviglio di esistenze che vi si avviluppa e per l'adamantina durezza delle regole che lo governano. A tramandarne usanze e norme sono i vecchi, la vera "Bibbia del vicinato", secondo una felicissima espressione di Amedeo Serra risalente alla meta degli anni Cinquanta: solo loro sanno "come vanno le cose e la vanita del mondo" (Serra, 1956: 24). E lo stesso Scotellaro che definisce con chiarezza elementare nozione e misure di quella realta:
Per capire meglio che i vicoli fino a un certo punto fanno parte del
vicinato bisogna pensare un momento alle galline: bene, le galline si
allontanano, come sapete, fino a un certo punto, poi tornano indietro.
E cosi e per gli uomini e le donne, grandi e piccoli, del vicinato.


Nel testo, cui nuovamente manca un assetto propriamente narrativo, il vicinato e visto con gli occhi dei bambini e degli adolescenti, una componente di residenti che condivide con le donne il dominio di quegli spazi ristretti: "il vicinato e delle donne", notava Serra, gli uomini non vi hanno quasi "nessun rapporto" (Serra, 1956: 24), anzi, subentrano seduti agli usci delle case solo la sera, quando appunto "le donne si sono ritirate" (Serra, 1956: 24). Le scorribande avvengono dunque nei pochi vicoli compresi in quella circoscrizione: e li che i ragazzi marcano il loro territorio anche attraverso atteggiamenti padronali nei confronti di bambine e ragazzette, sentite appunto come beni di cui disporre per annessa pertinenza. Non a caso, il gioco preferito e quello di "fare a marito e moglie", secondo una interpretazione del matrimonio che legge la figura femminile come assoggettata in tutto a quella maschile. La demarcazione dei confini tra vicinati diversi, avviene unitamente alla ricognizione delle donne facenti parte di quel territorio (Mariolina, Tatella, Teresa, Angiolina e Serafina) con allertato senso di vigilanza sugli intrusi: "[...] Teresa, la sorella grande di 14 anni che due giorni fa, andando a prendere l'acqua alla fontana, e stata vista parlottare con un cafoncello che non e vicino di casa, sta di casa sotto la piazza". A Giuseppe, "il capo banda del vicinato", spetta l'onere e l'onore della cooptazione. Dopo avere respinto da sempre Mariolina "dal portone dei giuochi" e averle fatto innumerevoli dispetti, improvvisamente decide "di farla entrare", sebbene con l'obbligo di un pesante rito di iniziazione: la "sottile" Mariolina, "nominata serva della casa", dovra "lavare per terra nel portone".

A perimetrare nello spazio il gruppo vicinato vi sono i segni della quotidianita. Il disperdersi di quell'affiatamento si legge nel diradarsi dei dettagli realistici: le stradine che si spopolano, la mancanza delle "voccole nei muri dove attaccano le cavezze delle bestie", l'assenza delle "bestie ferme cariche di legna e di paglia" e degli animali che dividono il loro cortile con le "immondizie".

Diversamente da quanto accade nella maggior parte della produzione narrativa scotellariana, la narrazione nel racconto La postulante avviene in terza persona, intersecando "in piu punti gli assi cartesiani del romanzo di formazione" (Langella, 2006: 659). Il racconto, pubblicato da Scotellaro nel '50 nelle pagine della rivista barese "Puglia", e noto solo attraverso l'esemplare a stampa.

Protagonista e la giovane Vincenza che, orfana di madre, vive con il padre Prospero, calzolaio e portiere di uno stabile, e il fratello Paoluccio, paralitico dalla nascita. Il racconto si sviluppa in verita intorno a un esiguo tema, che e quello della monacazione forzata, in questo caso indotta dal sentimento di disagio che la giovane prova rispetto agli sguardi maschili (tra cui anche quelli del padre), incuriositi e attratti dal corpo sodo e in crescita della giovane. La scelta compiuta dalla ragazza e dunque obbligata: ella cerca innanzitutto "una "via di scampo" dalla libidine maschile" (Langella, 2006: 660), in "un proposito di fuga paragonabile a quello della selvaggina che corre a imbucarsi nella tana per non finire preda del cacciatore" (Langella, 2006: 660). "Sono venuta qua, perche avevo paura degli uomini" (Scotellaro, 1950a), scrive Vincenza nella domanda per essere accettata al noviziato in convento.

Volto a una tematica complessa e delicata quale la percezione di se attraverso lo sguardo degli altri, Scotellaro da qui prova di una certa sensibilita psicologica, non disgiunta da capacita psicanalitica, soprattutto attraverso gli sconfinamenti nei territori onirici. Nel richiamo alla tradizione letteraria del tema, in particolare alla Storia di una capinera verghiana e alle Lettere di una novizia di Guido Piovene (Vitelli, 1989a: 163), l'atmosfera piuttosto inquietante del racconto trova agio nella madrina, che pur sbiadita e l'unica figura positiva del testo. Probabilmente partecipe della stesura finale e da considerare cio che si legge in due dattiloscritti, non firmati, intitolati rispettivamente "Per le Postulanti" e "Rito per la Professione". Si direbbe che siano la fedele trascrizione della prassi prevista per il rito della monacazione; ne sarebbe conferma gia il fatto che nel racconto scotellariano ritorni lo stralcio piu significativo, corrispondente alla domanda rivolta dal celebrante ("Che domandate, figliuole?") e alla risposta fornita dalle postulanti ("Come il cervo desidera le fontane di acqua, cosi desidero te, mio Dio"). Del resto, che Scotellaro sia autore che conosce bene il repertorio liturgico oltre ai testi sacri e noto, tanto che qualcuno, a partire da questo dato di fatto, ha tentato una interpretazione di tutta l'opera del poeta come preghiera collettiva (Giannantonio, 1983: 401-408; Giannantonio, 1985). Meno convincente appare l'ipotesi che questi siano materiali preparatori di invenzione scotellariana, a meno che lo scrittore non avesse in mente di tornare sul tema della monacazione; ma di questo non vi e notizia.

La presenza di radici cristiane nel pensiero e nell'opera di Scotellaro e gia stata analizzata, soprattutto a fronte di una comprovata dimestichezza del poeta con la Bibbia, tale da generare in alcuni suoi versi una intonazione vicina allo stile dei salmi. D'altro canto, Scotellaro ha avuto conoscenza delle condizioni di vita del clero a Tricarico, sede vescovile, e nella sua esperienza di studente nel Convitto Serafico dei Cappuccini a Sicignano degli Alburni e poi a Cava dei Tirreni. La madre del poeta, Francesca Armento, non risparmia dettagli pesanti circa l'avidita dei religiosi nel gestire le provviste alimentari e i beni di consumo inviati ai propri figli dai genitori rimasti in paese (Armento, 2011: 52-53). E cio basta a liberare La postulante da qualunque intento celebrativo nei confronti della Chiesa cattolica. Quanto si legge nelle pagine del Racconto della madre non basta tuttavia a liquidare il rapporto dello scrittore con il clero: in una prospettiva laica, con esso Scotellaro si impegna fattivamente nella realizzazione di una delle opere piu importanti della sua attivita di sindaco, l'Ospedale tricaricese, iniziativa in cui sembrano convergere, sul terreno della solidarieta, la componente francescana e quella contadina insite nel suo animo (Sibilla, 1987: 96-107).

Il convento che accoglie Vincenza non e tuttavia il sicuro riparo per un'anima che cerca Dio ma, piu semplicemente, l'unico spazio in cui alla ragazza e garantita l'assenza di figure maschili, peraltro minacciosamente presenti sotto forma di allucinazione anche durante le pratiche della preghiera mattutina: "A un'adorazione, al mattino, il santo le apparve trasfigurato come il padre, impazzito, minaccioso, tentatore. Grido, le altre suore non si scomposero. La madre venne a prenderla".

Tra le piu riuscite sul piano narrativo, la novella La testuggine ci e giunta attraverso diverse redazioni dattiloscritte e a stampa. Il testo qui trascritto e quello che si legge nel "Mattino d'Italia" del 2 gennaio 1951, da ritenersi quello corrispondente all'ultima volonta dell'autore.

Una prima redazione dattiloscritta, datata "22/12/49" e percio da considerare la piu antica, e composta da due fogli, dei quali il primo scritto su recto e verso; a fine testo e riportata, sempre dattiloscritta, la firma "Rocco Scotellaro". Manoscritte sono riportate diverse ipotesi di titolo: "LA LETTERA", barrato, "Una testuggine per Natale", barrato, e "UNA TESTUGGINE", poi accolto. Su questa redazione sono apportate delle modifiche e integrazioni a penna poi assorbite a partire dalla redazione successiva. Sul verso della seconda pagina della prima redazione compaiono i seguenti versi manoscritti a penna: "Non possa mai far giorno, mai far notte/vuole fare il tuono sulla terra!". Essi richiamano, e forse ne sono incunabolo, quelli di una poesia scritta da Scotellaro nel 1951, intitolata Il morto: "Non voglia mai far notte, mai far giorno/e venuto di piombo il pane al forno. Cicala canta la canzone spasa, /il tizzone si e spento nella casa. S'alzano i gridi ringhiera ringhiera: /Giustizia nera, Giustizia nera." (Scotellaro, 2004: 114).

Il testo della prima redazione e stato poi rimesso in bella copia, lasciando il titolo Una testuggine: di questa seconda redazione dattiloscritta--composta da cinque pagine scritte solo su recto, senza data e con firma dattiloscritta "ROCCO SCOTELLARO"--si hanno tre copie identiche. Una terza e ultima redazione dattiloscritta segue di pochi giorni: la data "25-12-49" e aggiunta a penna sotto la firma dattiloscritta "Rocco Scotellaro". In questa terza redazione, ancora con titolo Una testuggine e composta da tre fogli scritti su recto, sono riportate a penna alcune varianti che non ritornano nelle redazioni successive, a stampa. Il testo e stato poi pubblicato nel 1950 nelle pagine della rivista "Svizzera Italiana", sempre con titolo Una testuggine (gennaio-aprile 1950), con ripresa di alcune soluzioni espressive delle prime redazioni; infine, nel '51 la novella e apparsa nelle pagine del "Mattino d'Italia", con titolo La testuggine. In quest'ultima redazione il testo appare privo di alcune parti, seppure brevi: e ipotizzabile che gli interventi operati siano da imputare alla volonta o necessita di ridurre il testo e/o di adeguarlo a un pubblico di lettori piu ampio e variegato, anche sul piano linguistico.

Si spiegherebbero cosi alcune varianti lessicali registrate nel passaggio dalla prima redazione all'ultima. Si prenda, ad esempio, la frase "Il babbo e tornato frettoloso come sempre fregandosi le mani" che si legge nel "Mattino d'Italia" (Scotellaro, 195la: 3) . Nella prima e seconda redazione dattiloscritta si ha invece: "Il babbo e tornato frettoloso come sempre strisciandosi le mani"; nella terza, "Il babbo e tornato frettoloso come sempre stropicciandosi le mani"; nella quarta, in rivista, ritorna "Il babbo e tornato frettoloso come sempre strisciandosi le mani". Tra l'originario "strisciandosi le mani", l'intermedio "stropicciandosi le mani" e l'ultimo "fregandosi le mani" si puo ben dire che lo scrittore abbia compiuto uno sforzo per giungere alla forma piu comunemente diffusa e attestata.

Scompare del tutto, nella versione del "Mattino d'Italia", un'intera frase, presente invece in tutte le altre redazioni seppure con varianti: "Cosi chiamano le mamme pensando ai figli nascosti nei portoni che non vogliono rincasare". Una connotazione 'd'ambiente' che non guasta in una rivista come "Svizzera Italiana", fondata e diretta da Guido Calgari--esperto conoscitore del Ticino piu umile, dei pescatori, dei contadini, dei villaggi, anche attraverso la sua tradizione letteraria--e apertasi nel dopoguerra agli apporti italiani, tanto da svolgere un ruolo importante, negli anni a venire, nel contrastare la germanizzazione della Svizzera italiana.

Nella versione del "Mattino d'Italia" e espunto anche il finale di una frase che ritorna in tutte le altre redazioni: "Di nuovo hanno apparecchiato la tavola e ci siamo disposti intorno allo stesso riso del pranzo e il babbo ha guardato la mamma e Franco si e levato sul seggiolone aprendo le braccia:--Zitti, zitti!", altrove (anche in "Svizzera Italiana"; Scotellaro, 1950b: 10) completato da "--e ta una scoreggia, non ne potevamo piu dal ridere. Serafina ha risputato un boccone nel piatto". Un intervento molto probabilmente richiesto a Scotellaro e teso alla eliminazione di una nota di scurrilita sicuramente ritenuta inopportuna nelle pagine di un quotidiano nazionale.

Infine, cassato, nella versione del "Mattino d'Italia", un dettaglio delle righe finali. Cosi si legge infatti nel testo del '51: "Aspetteremo la tua venuta dall'Ufficio, babbo, mamma, andremo a fare la spesa..."; mentre nelle redazioni precedenti: (anche in "Svizzera Italiana": Scotellaro, 1950b, p. 10) "Aspetteremo la tua venuta dall'Ufficio, babbo, prima di mangiare; ci puliremo da soli le scarpe, mamma, andremo a fare la spesa...".

In tanta varieta di redazioni, e da segnalare la costanza di alcuni termini dalla forte carica espressiva: si pensi, ad esempio, al lemma 'incignare', nel significato di 'indossare per la prima volta', presente in tutte le redazioni testimoniate. Un verbo certamente non comune, che Scotellaro preleva dal dialetto ma che ha anche modo di riscontrare nella tradizione letteraria, ad esempio nei versi della Morte del Papa, uno dei Nuovi Poemetti di Pascoli: "incignava quel giorno anzi un guarnello". (4)

Testimonianza riuscitissima della continuita d"'interesse per Xaetas adolendi" (Langella, 2006: 657), la novella addensa molti degli ingredienti propri della poetica scotellariana: Y epos della difficile ma decorosa quotidianita si realizza attraverso la voce del giovane narratore che ricorre a tutte le possibili armoniche di cui l'immaginazione dei bambini dispone. Ne deriva un testo fluttuante tra spensieratezza dell'infanzia e maturita compiuta, bizzosa variabilita di umori e sedimentata consapevolezza adulta. Su tutto, la minaccia della reificazione, che trova nella testuggine morta e maltrattata il correlativo oggettivo delle difficolta dell'esistenza. Immobile in cucina, sulla "piastrella bianca della fornacetta" (Scotellaro, 195la: 3), nel cuore pulsante cioe di ogni ambiente domestico, scaraventata con stizza giu per le scale dopo aver subito la crudelta dei giochi infantili, abbandonata nell'immondizia per essere recuperata ed esposta al sole ad essiccare in vista di un avvenire da fermacarte: la testuggine e, nella fantasia del narratore, emblema di arrendevolezza, paziente sopportazione e indurita capacita di sopravvivere ("Ma come devo dire, a questo punto, che, tanto, il babbo e la mamma mi assomigliano alla testuggine?", Scotellaro, 195la: 3). Tutte sagge risorse di una condizione ormai adulta che pero l'amore bambino pugnacemente rifiuta, per le naturali dinamiche di amore e odio filiale. Il frettoloso abbandono della bestia da parte del narratore e il recupero altrettanto rapido che ne fa per sottrarla a qualunque altra sorte, sono la dimostrazione di un sentimento controverso, alimentato dalla sofferenza estrema per la difficile vita genitoriale e dal segreto quanto acuto desiderio di negarla:
Mi veniva da piangere quando hanno messi i piatti in tavola. Il babbo
mi pareva cosi stanco; per la prima volta ho studiato nuovi pensierini
per il compito della sera, avrei parlato di babbo e del suo ufficio
lontano, della testuggine morta che stava all'aria della finestra, del
riso che ogni ventisette il babbo ci portava nelle tasche. (Scotellaro,
1951a: 3)


Tematica densissima, che riconduce direttamente ad uno dei piu struggenti versi scotellariani: "Muorimi mamma mia/che ti vorro piu bene" (Scotellaro, 2004: 158; la poesia, del 1941, si intitola Mamma). Una dichiarazione che non va interpretata come alternanza di sentimenti opposti, bensi "alla luce di un amore che rimane intatto, anzi diviene piu vero persino quando giunge ad invocarne la morte" (Vitelli, 1989b: 149).

Nettamente incisa appare la figura paterna, per brevi e fugaci che siano le sue comparse: non un bracciante che rientra dalla campagna bensi un impiegato che torna dal suo "ufficio lontano", con il riso nelle tasche ogni ventisette del mese, a ulteriore correzione di "certo meccanico abbinamento della poesia di Scotellaro alle istanze dei contadini" (Vitelli, 1982: 11) e nella piu allargata attenzione per la varieta delle classi sociali. E al padre che il protagonista "deve" i suoi compiti per le vacanze di Natale, brevi pensieri scritti "in un quaderno" e consegnati al rientro dall'ufficio in segno di riconoscenza per gli sforzi compiuti dal capofamiglia nell'accettare un lavoro cosi pesante. E c'e da rilevare che, pur negli atteggiamenti stracchi, la figura paterna e quella che sembra positivamente additare l'unica via di uscita, affidata allo studio e al lavoro 'di concetto': "Rimettila alla finestra, si assecchera, ne faremo un fermacarte per la scrivania" (Scotellaro, 1951a: 3), propone il padre al figlio, implicitamente ribadendo l'importanza assegnata alla cultura. Ma si ricordi che il padre di Rocco era un artigiano.

L'ultimo dei dieci testi qui pubblicati e una differente versione del racconto La festa, gia comparso nel maggio del 1951 in "Svizzera Italiana"

e poi incluso in Uno si distrae al bivio. Con titolo mutato in Nicola daziere va alla festa e con espunzione di ampio brano, il testo appare in "Paese Sera" il 14 luglio 1951: si e scelto di pubblicare questa versione poiche successiva a quella del maggio dello stesso anno. Del racconto si posseggono due copie identiche di una redazione che consta di quattro fogli numerati dattiloscritti solo su recto, con firma dattiloscritta in calce all'ultima pagina "Rocco Scotellaro" di fianco alla data "Maggio 1951". La redazione dattiloscritta coincide con il testo pubblicato in "Svizzera Italiana", poi acquisito in volume nell'edizione Basilicata.

A differenziare il testo di "Paese Sera" e dunque solo la soppressione di un ampio stralcio, qui di seguito riportato, sacrificato in giornale probabilmente per ragioni di spazio:
Il buon tempo fu a spingere la moglie del Duca Sanseverino che trovo
bello il posto dove i pastori, entrati tra le quercie una volta e due
per legnare, avevano fatto largo ed era nato il piano. Ed era stato
istradato anche uno zampillo fino alle pietre dove si sedevano di
solito a far merenda.
Oggi si prende una delle cinque balilla per arrivare al bosco la
giornata della festa. Pochi anni fa--invece--venivano in una stessa
macchina soltanto il primo cittadino e i preti e bastavano tre viaggi a
Ferdinando con la sua Lancia a sei posti per portare a Fonti tutti i
professionisti e i proprietari.
Gli altri andavano a piedi o nei traini o con le bestie, generalmente
scalzati per devozione alla Madonna, "che in Fonti sta".
Da quindici anni a questa parte, dalle mezze guerre alla guerra, alla
fine prima le biciclette e poi le moto, infine le balilla e i pullman
hanno ridotto il numero degli scalzati. Se le cose andavano bene o
male, se gli uomini non scrivevano o tornavano, bisognava correre alla
nicchietta a deporre fotografie e cornicelli, ogni tanto capelli, o
scarpette di bambini o la veste bianca della sposa che mori
nell'allegria, tutta roba di prima. E percio i dieci chilometri sono
coperti di gente, come prima e piu di prima, dal paese al bosco
(Scotellaro, 1974: 48).


Il racconto, omaggio al mestiere del fratello Nicola, e da includere tra quelli cosiddetti 'd'ambiente'. Nella parte espunta, la connotazione storica riguardante i Sanseverino, Signori di Tricarico, viene piegata a una mitizzazione dei luoghi. Sebbene ridotto di una buona sezione, il testo pubblicato in "Paese Sera" mostra intatto l'interesse dell'autore per la descrizione di un momento topico nella vita del paese e delle comunita circostanti. Le annotazioni sono infatti prevalentemente incentrate su aspetti folklorici o devozionali nonche sul ruolo del daziere, figura di legalita che non facilmente riesce a esercitare il proprio lavoro, diviso egli stesso tra il rigore della coscienza e la volonta di svestire i panni del pubblico ufficiale, partecipando piu spensieratamente all'evento paesano.

Le scelte operate nella trascrizione dei testi hanno necessariamente incrociato, quanto meno per necessita di 'anamnesi', le ragioni del dibattito svoltosi negli anni Cinquanta che nella lingua del poeta trovava elementi di rinforzo per le diverse letture.

Certamente Scotellaro guarda spesso a una tradizione poetica, e piu ampiamente letteraria, che contadina non e; nello stesso tempo, sia attingendo al parlato e al dialetto sia attraverso l'inserimento di frasi altrui--cioe dando spazio a quanti "normalmente non fanno sentire la propria voce, di modo che una scelta apparentemente solo sintattica si carica di valenza sociale" (De Blasi, 2013: 26)--, perviene a una lingua "discontinua", per "la presenza antinomica di culto e popolare" (Vitelli, 1982: 8). Tale discontinuita e da rilevare anche qui: gli aulicismi di matrice classicistica che lo scrittore, pur in un indirizzo di realismo, accoglie nella sua poesia, convivono anche nella sua prosa con espressioni colorite e proprie della cultura contadina e lucana. Si vedano, per un verso, il participio "schiarate" (Il pellegrino della neve), l'avverbio "immantinente" (Infanzia), il sintagma "le calme del meriggio" (La morte in vacanza); per l'altro, le espressioni "soffiava il pelo" per 'soffiava sulla parte superficiale' (Il pellegrino della neve), "voccole" e "lamione" (L'affacciata alla fine s tra), "pittatore" e "addivozione" (Nicola daziere va alla festa).

Una singolare coincidenza di aulico e dialettale sembrano attestare i termini "calcagne" (Ed anche i ricchi...) e "lumera" (Il coprifuoco).

Nell'idea che in questa commistione sia da vedere uno dei tratti piu forti della scrittura scotellariana, la trascrizione dei racconti e avvenuta secondo criteri conservativi. Cio anche quando si e entrati in rotta di collisione con alcune regole della lingua italiana: si pensi, ad esempio, al plurale dei nomi in--eia e--gia che si e preferito mantenere nella forma sistematicamente adottata da Scotellaro in accordo con le scelte precedentemente adottate anche per l'edizione della produzione poetica (Vitelli, 1989c: 127-128).

Identico criterio nel mantenimento delle maiuscole, delle quali Scotellaro fa un uso strettamente connesso con personaggi e situazioni (si veda, ad esempio, l'uso enfatico della maiuscola nel racconto Ed anche i ricchi..., in riferimento al commendatore Franceschi, definito "Signore").

Conservate alcune espressioni di derivazione dialettale: "fanchiglia" nel Pellegrino della neve; "Essi" nel racconto Infanzia come trascrizione del parlato al posto di "Eh si".

Per una migliore fruizione dei testi, sulla punteggiatura sono stati operati alcuni interventi, se non altro perche certe incongruenze sembrano ricondurre a errori materiali.

Sono stati corretti i refusi riscontrati sia nei dattiloscritti sia nei manoscritti.

Tutte le citazioni tra "", in assenza di riferimento, sono da considerarsi attinte da materiale inedito.

Note

(1.) Questi i nove racconti inclusi nel volume pubblicato da Basilicata Editrice nel 1974: Uno si distrae al bivio, Il paese ("Svizzera Italiana", febbraio 1951), La festa ("Svizzera Italiana", maggio 1951 e "Paese Sera", 14 luglio 1951 con titolo Nicola daziere va alla festa), Fili di ragno ("Comunita", ottobre 1951 e "Svizzera Italiana" aprile 1952), Sala d'aspetto ("Il Ponte", fase. II, 1955), Suonata a distesa, La capera ("Botteghe Oscure", quaderno IX, 1952), Salvatore, Pace in famiglia.

(2.) La lettera, indirizzata a "Rocchenzo Scotellaro / Via Roma, 65, / Tricarico", e allegata alle due redazioni della novella.

(3.) Il riferimento e qui alle poesie del materano Franco Palumbo recentemente pubblicate nel volume U rispir du vicinonz. Canzoniere materano (a cura di Francesco Bruni e Franco Vitelli, Roma, Edizioni della Cometa, 2015): qui il titolo ("Il respiro del vicinato") e da intendersi sia come allusione alla "realta del vicinato (intendi il mondo contadino) al tempo del suo vigore" sia in riferimento alle "trasformazioni storiche che esso ha subito, sino alla scomparsa" (Vitelli, 2015: 27-28).

(4.) Pascoli, 2008: 467. Sulla presenza di Pascoli in Scotellaro si veda Salina Borello, 1977: 24-28.

Bibliografia

Abbate M (1974) Al bivio dell'adolescenza. La Gazzetta del Mezzogiorno, 26 giugno, p. 3.

Armento F (2011 ) Dalla nascita alla morte di Rocco Scotellaro. Racconto della madre. In Dalla nascita alla morte di Rocco Scotellaro. II racconto e le immagini, Scritti di Maria Teresa Imbriani, Carmela Biscaglia, Luigi Boneschi. Galatina: Congedo.

Bachelard G (1975) La poetica dello spazio. Bari: Dedalo Libri.

Bianucci P (1974) Le vecchie carte di Scotellaro. Gazzetta del Popolo, 3 ottobre, 12.

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Appendice

I. Il pellegrino della neve

Nessuno mai seppe il suo nome.

Dicono che aveva una lunga barba grigia e vestiva un saio e calzava sandali. Era uomo come gli altri, dicono; e non elemosinava in nome di Dio e dei Santi.

Passava ogni inverno per il nostro paese e invariabilmente c'era neve. Sostava un numero indeterminato di giorni e ripartiva con una bisaccia a spalla con qualunque tempo, il pellegrino della neve.

Un anno fiocco tardi. Quell'anno stesso arrivo sulla sera alle prime case, schiarate da una gelida luna. Fu grande la sorpresa di tutti i vicinati: che il pellegrino venisse senza che un lembo di neve n'annunciasse l'arrivo. Attraverso in tutta la lunghezza il paese e s'incammino--era gia piena sera--per la trazzera che menava all'altro versante di terre. Sempre--quando il giro di questua d'un giorno aveva terminato --per quella trazzera era solito incamminarsi. E la gente non gli dava gran conto se non che lui venisse e l'aria fosse folto sciame di falde.

Egli andava nel bosco, lontano qualche ora di passi, s'inoltrava tra le quercie con piede sicuro. Li, sotto a un rialzo del terreno, era scavata una caverna, li dentro appiccava dei rami, s'adagiava a dormire; a poche ore dall'alba riprendeva la via del ritorno in paese.

Aveva lo sguardo acuto e mesto e estatico di chi vive solo tra la muta bellezza dei luoghi, il passo fermo di chi scende tra il mondo a capirlo dopo averlo studiato e fantasticato nella sua solitudine; e i suoi gesti erano stanchi. Fin da giovanetto al seguito di suo padre s'era dato alla strada per trovarsi del cibo. Cosi com'era dal capo fino, dalle lunghe e sottili gambe, pareva un uccello.

Legato a una sua legge di viandante, mai tempo e luogo, nel corso dei suoi viaggi, si mostrarono mutati.

Ma la neve quell'anno era mancata e neppure ci avrebbe fatto caso, se da una parte del bosco non avesse visto fila di contadini sui muli che venivano a far legna. La neve no certo non c'era, se sul mattino le prime case avevano aperte le mezze porte, i bambini scendevano ancora scalzi sulla strada, diradavano calme le donne della prima messa. La piazza era piantonata da vari gruppetti di uomini che conversavano come nei mattini d'estate. Il paese in tutte le strade gia gesticolava vociando.

Ebbe quell'uomo per la prima volta come uno stupore di se stesso, sentiva trovarsi davanti a un evento nuovo e terribile insieme, lo stesso stupore che avrebbe potuto dare una notte d'incubo troppo lunga, cui non sarebbe mai e mai piu successo il giorno.

Stupore ed apprensione che quello non fosse il paese della neve oppure ch'egli avesse perduti i calcoli del tempo controllati dai giorni di viaggio. O la caverna era l'illusione del suo arrivo, l'allucinazione che gli avrebbe potuto dare lo spossamento del lungo cammino.

Sedette sul gradino di una bottega.

Qualcuno gli lascio cadere una moneta, una donna gli porto del pane. Neppure ringraziava chinando il capo. Forse si senti mancare come talvolta nei boschi e nelle rotabili, quando il respiro montava e batteva come un orologio.

Un vecchio gli striscio d'accanto e gli picchio il piede col bastone:--come va che non giri?--gli fece--e come mai non hai portato sulle spalle una bella nube di neve?--

Il pellegrino scatto: La neve!--disse--la neve!--e dalla piazza gli uomini dei gruppetti mirarono dalle montagne scendere cavalloni di nuvole e l'aria s'intristi e il pellegrino--fermatosi un po' pensieroso--cadenzo col passo fermo per le strade, chiese alle porte il pane dei pellegrini.

Fiocco nel pomeriggio, prima con una pioggerella che inumidi le strade, poi piu dense e larghe false scesero. Si scorgevano le prime peste. Al crocicchio le peste s'incrociavano in fanchiglia. Gli angoli dei muri cominciavano a splendere del color della neve. Il viso del pellegrino pure splendeva di bellezza bianca.

Fiocco nel pomeriggio, prima con una pioggerella che inumidi le strade, poi piu dense e larghe false scesero. Si scorgevano le prime peste. Al crocicchio le peste s'incrociavano in fanchiglia. Gli angoli dei muri cominciavano a splendere del color della neve. Il viso del pellegrino pure splendeva di bellezza bianca.

Ritorno nel bosco: sui rami irsuti facevan ressa le falde senza far presa. Il pellegrino capiva lo sforzo della natura per tutto imbiancare. Sulla fanchiglia si spegneva ancora un fiocco.

All'indomani pero, senza che i paesani, come il pellegrino faceva, avessero seguito quello sforzo della natura, sarebbe stata un'illesa bianca pianura.

Accese il fuoco. Stette ritto davanti alla fiamma con un atteggiamento esaltato ch'egli si vedeva specchiato nell'animo.

"Come sempre--pote dire a se stesso--domani sull'alba un'orma immacolata passera". Mentre il silenzio avrebbe stretto uomini e cose. Quell'orma, la sua. La sua solitudine altro trionfo non avrebbe avuto.

Passo nel mattino come l'anima di un morto.

Ma per gli uomini, era venuta la neve, nient'altro. Si facevano fiamme, si beveva e cantava anche nelle case. Lo stesso vecchietto gli grido ridendo dal focolare "Ecco, bene! Ha fioccato" e tornava a conversare con i suoi. I passanti venivano con gli ombrelli ben calzati, argomentando d'affari.

Inutile parve a un tratto al pellegrino la sua esaltazione.

Le strade si spalavano per il passaggio, si sgombravano gli usci, la neve diventava sporca. Niente di bello, niente di tanto grandioso dovevano essere quei suoi sentimenti, conveniva cambiare passo.

Anch'egli cercava del pane alle porte e, pure per un momento gli era assente l'entusiasmo per lo spettacolo della neve.

La sera non ritorno alla caverna. Erro per le strade mentre il vento ammonticchiava la neve e ne soffiava il pelo.

Era ora che si dormiva, per gli altri.

Dove bussare a qualche porta: non gli fu risposto. pote forse desiderare quella prima volta la vita degli altri.

Ma doveva andare, e s'incammino nel turbine di neve verso un altro paese.

2. Ed anche i ricchi...

Il treno si fermo piano alla piccola stazione e quasi non dette il tempo a scendere che riprese la sua corsa tra le gole dei monti. Un misero pezzo di cielo chiudeva l'orizzonte e per le montagne qualche contadino arava col mulo.

La famiglia Lorenzi era sbalordita. Il giovane Giorgio non curo di stringere il nodo alla cravatta e porse il braccio alle due sorelle. Il babbo e la mamma restarono li davanti alla stazione con le valigie ai piedi e guardavano estatici. Nessun facchino veniva a chiedere di portare le valigie, il personale tutto era scomparso, solo un ragazzo in cenci e con la faccia sporca, seduto ai sassi d'una piccola aiuola, masticava un gran pezzo di pane, vorace.

Il babbo gli picchio dietro la schiena, il ragazzo incarto il pane, lo intasco e fece da battistrada per la ripida salita che portava al paese. La famiglia procedeva silenziosa: lo sguardo di tutti fisso alle calcagne indurite e spaccate del garzoncello.

Scendevano rari uomini, scamiciati, sudati con le zappe a spalle. Alle prime case il babbo si provo a domandare se avessero trovato un albergo. Il ragazzo rispose:--Ci sono gia molti di quelli cosi detti sfollati e tutti son contenti di dormire sui pagliericci come noi. D'altronde l'albergo era una casetta come le altre. Prosegui che a casa sua c'era perfino un gran signore. Il tono della sua voce era allegro. Chiese il permesso di riposarsi, scartoccio il suo pane e lo offerse al giovane.

--Senza complimenti, faceva, noi del meridione siamo gente rozza, ma di cuore buono, sapete. Si riaddosso le valigie e ando avanti. S'era gia in paese e il babbo domando:--E l'albergo?

--Perdiqua, signore, ancora un poco e siamo arrivati.

Un altro ragazzo corse e l'aiuto.

Una donna era sulla porta ad attendere: si stropiccio le mani e s'inchinava e diceva:--Senza complimenti, signori. Il ragazzo prese delle sedie e disse:--Questa e casa vostra. Poi rivolgendosi alla donna:--Mamma, di loro che qui da noi c'e un gran signore...--

Le sorelle si guardavano imbarazzate e raccogliendo le vesti si sedettero. Tutti si sedettero su sedie impagliate, davanti al focolare dov'era una bellissima fiamma. Non passo molto che si accese una fervida conversazione; tutti si scambiarono sguardi di simpatia e il babbo continuava a dire:--Che bravo ragazzo il vostro Peppino!--

Peppino si chiamava il ragazzo.

Il Signore scese la scala di legno: veniva dalla sua stanzetta di sopra, severo e pensoso all'aspetto. Con i nuovi arrivati fu molto cordiale; chiese e rispose, ad un tratto si fini di parlare, che arrivava il padrone di casa, contadino. Di nuovo la conversazione s'accese, ma il signore ad un tratto parve distratto e seccato, manifesto il desiderio di parlare di cose molto serie, esigeva che tutti lo stessero a sentire:--A me piace questa vita, signori, incomincio, dove la fratellanza mi commuove e la cordialita con questa povera gente. In citta io ero il Commendator Franceschi, tutto preso nei miei affari e non degnavo d'uno sguardo gl'inservienti e la portinaia. Un mondo come questo, della cosiddetta povera gente, che si lavora il pane con le proprie mani dalla mattina alla sera, m'era ignoto ed io quasi ostinato a comprenderlo. Ecco cosa ha fatto la guerra per me: mi ha reso umano e molto buono.--

Era evidentemente commosso e il contadino calmo sorrise:--E venuto in campagna a lavorare il.. .il.. .Commendatore. Sbiascico la parola, che l'altro lo fulmino benevolmente con lo sguardo.

Si fece molto silenzio. Nella semioscurita di quella casa, dove soltanto la fiamma giocava la sua luce sulle facce, sembrava avvenuto un mistero.--Il mistero dell'umanita tutta buona--disse Franceschi. Poi si mangio. Il contadino porto biada al mulo, alla mangiatoia sotto un arco della casa. Poi i ragazzi cominciarono a giocare con le mani, la figlia del nuovo signore, la piu piccola quattordicenne, prego Peppino di accompagnarla alla stanzetta di sopra.

Il ragazzo accese una lampadina e dette alcuni schiarimenti. Nella stanza di sopra, lei si appoggio alla finestra, chiamo a se Peppino.

--Sai, disse, mi chiamo Franca.--

-Bel nome, fece l'altro sorridente.

La ragazza gli fisso gl'ispidi riccioli biondi, lo trasse a se e gli dette istintivamente un bacio:--Tivoglio bene--

-Sei bella! disse Peppino.

Suonava la campana del paese, Franceschi chiudeva le sue argomentazioni:--Ed anche i ricchi sono poverelli--ripete piu volte con enfasi, come se si trattasse d'un verso antico e bello; e Franca additava le sue labbra al ragazzo:--Q u i , qui mi devi baciare.

3. Infanzia

Il paese la mattina pare lavato. Tutto e fresco, dove galli impettiti e le galline dolcemente orgogliose sono i soli viandanti e spadroneggiano.

Ogni angolo e una storia, ogni porta una casa, una famiglia, la vita.

10 dico immantinente a mio cugino: "La mattina basterebbe passeggiare per sentirsi felice". Come glielo dico e come lui mi guarda e pare assorto, si capisce che si sente felice. Poi apre anche lui la bocca, attivando la mia attenzione al solo fatto che apra la bocca, dice che sarebbe ottimo andarsene in campagna.

Appena arrivati a fare il giro per tutte le piante di fichi cantando, come fa il giro del paese la banda quando vien festa.

Quindi, fucili di canna ad armacollo, uccidere qualche lucertola e seppellirla con gli onori dovuti in un camposanto squadrato di piccole croci, dove riposano pure cavallette e scarafaggi e persino in lungo quant'e un serpente.

Ma e ora di dar fuoco al camino e di cucinarci una colazione: due pezzi di pane, due uova, tre pomodori e tre peperoni, mezza cipolla, sale olio e conserva; la legna, il trepiedi e la padella. Niente manca; manca solo un fiammifero che quel preparato si metta in funzione. Si blocca, ad intervalli di ricambio tra me e il cugino, la rotabile.

--Avete un fiammifero, compare?

Qualcuno dorme, che risponde: Non lo so. Fruga nelle tasche, dice che ancora non lo sa.

Il mulo con uno strappo me lo fa passare innanzi.

Francesco ha detto che lui non da fiammiferi a ragazzi che o fumano o commettono mala azione o incendiano ed imparano ad odiare l'umanita.

--Un fiammifero? Si vendono al tabacchino!

Quest'altro ci porta in giro.

La risoluzione migliore: salire sull'albero armati di sassi e intimare la resa d'un fiammifero.

Tutto s'incendio e divenne caldo e succulento. Oltre a tutto cio che stava in padella, parevano da mangiarsi persino i bei carboni accesi.

Ma, non ci pensiamo, bevemmo anche il vino al fiaschette di legno e, scamiciati, con la zappetta sulle spalle, accettavamo la vita del contadino, tranquilla e che da poesia.

--Ci sono tante cose da fare!--Io dissi a mio cugino Nicola.

Possiamo fare quel che vogliamo ed essere chi ci piace!

--Gia e vero--rispose mio cugino Nicola.

E ci demmo a tutti gli affari che potevamo comprendere.

Uno di noi rimaneva nella casetta e l'altro viaggiava a cavallo ad una canna per le Provincie e i paesi.

Piu piacevole era fare le due corse giornaliere della corriera e trovare all'arrivo il pasto imbandito di qualche vecchia noce e d'una mandorla ancora fresca e raccontare che si faceva.. .da quelle parti, dove si acquistano i medicinali per chi aveva la malaria o la tosse tremenda, si comprava la frutta in fichi e limoni.

- O h , s i--. Da quelle parti la vita e facile, c'e tutto, ci si diverte fino a gonfiarsi il petto: quelle strade affollate, i negozi luccicanti solo a guardarli... I carabinieri che non fanno paura proprio niente... Una ragazza sola col ragazzo.. .1 signori con le signore al caffe...

Il bidello preso in giro che non da bastonate.. .1 poveretti agli angoli, che, almeno loro se cacci due soldi sulla mano ti vendono i canzonieri e suonano la fisarmonica. E tante cose e tante. Questo pero non si diceva.

Mio cugino:--Che si fa da quelle parti?

Ed io:--Dio santo, compare, il pesce e salito a cinque lire.

Ed apparivamo preoccupati, poi contenti in cuor nostro.

- D a quelle parti ci sono gia le pesche grosse tanto.

--E quando arrivano qua?

--C'e tempo ancora.

- E di la ci sono?

- E come! Se l'ho detto, grosse tanto.

- U h ! In paese non arriva prima mai niente.

- E cosi.

--Eppure la terra ce la zappiamo sudando. Queste maledette montagne le tagliamo a pezzi per rendercele fertili, ah! Volevo riprendere la zappetta e fingermi li per li contadino che suda, tagliare le siepi per coltivare il greppo della rotabile.

--Portanolemore, sciocco, queste siepi.

--Essi, ma quando?

Dopo tutto, a meta di agosto, contadini ci eravamo gia stati e mio cugino non rinunziava a prendere servizio come autista della corriera al mio posto. Andava a Napoli:

--Eh? Che ci vediamo tra quattro giorni!--

--E bon viaggio. Ti raccomando le forme delle scarpe che qui non ci sono numero 27 e numero 28 da uomo senno come faccio a lavorare?

-Allora fai il calzolaio, adesso? M'interruppe Nicola interrogando con meraviglia. Volevo scompormi, ma rovinavo tutto il gioco e l'incanto.

--Bisognera che m'arrabbatti, compare, la vita e cara come la moglie, i figli... e sai bene che nel nostro paese si fa contemporaneamente il calzolaio e il barbiere per sabato e domenica, il muratore quando c'e da fabbricare, il contadino se c'e da zappare, il falegname se c'e da segare e mettere chiodi, come si fa benissimo l'elettricista quando per avventura si fulmina una valvola e ti suonano alla porta di notte come se fossi una levatrice.

--Ti lascio col tuo Dio!--Mio cugino metteva in moto la canna facendo rumori a scoppi con la bocca e salutava.

--Fatti buon viaggio e statti buono, gli gridavo. Subito con una pietra battevo sui ginocchi una foglia come il calzolaio la pezza di suola.

Passarono quattro giorni nella nostra fantasia, in qualche ora. Venne il sabato e passo anche la domenica: mi finsi in camice bianco a sfoltire la barba ai pastori che venivano di campagna per l'appunto.

Il lunedi feci tutti gli altri mestieri ed aspettavo all'indomani l'arrivo di mio cugino Nicola.

Era alto il sole, sempre allo stesso posto, ed io sollevando lo sguardo, vissi quattro aurore e quattro tramonti e mi sentivo il corpo vuoto e l'anima che usci fuori tutta a librarsi nell'aria pura.

Bastava solo pensare ad un qualsiasi modo di vita che questo subito entrava nell'animo. Essere tante cose! Ci stavo riflettendo quando a cento passi dalla casetta Nicola attacca a rumoreggiare.

M'affacciai a guardare il rumore, come se venisse veramente da lontano, si sentisse alle curve, rintuonasse di nuovo sbucando e la stessa canna sollevava la polvere come i grossi furgoni sulle rotabili.

Erano passati quattro giorni. Napoli era bella.

--Il mare! Di la c'e il mare! Guardava Nicola.

- Il mare?

--Si, un pozzo che non finisce mai, arriva fino sotto il cielo.

- Il mare?

- Si , si. Non capisci, tutto azzurro, tutto azzurro. Come il cielo, ti dico, proprio come il cielo.

--Azzurro come le foglie delle viti, eh?

--Macche viti, come il cielo.

--Non dirmi sciocchezze, tu il mare a Napoli non li hai mai visti come me. Ci metti un'ora per pensare che il mare e come il cielo, ma chissa?

Ah, ecco, lo hai letto sul libro, non dirmi sciocchezze, smettila. Incredibile davvero! Startene un'ora dietro la siepe a pensare al mare e a bearti.

Mio cugino ancora non si snebbiava.

--Eppure ho passeggiato per le strade ampie di Napoli e al lato c'era il mare.

Tacemmo. In quei minuti mi finsi il mare anch'io azzurro si, come il cielo.

Approntammo tutto per farci il pranzo. Cogliemmo i fioroni per frutta. Mangiammo la pasta con serieta. Come i contadini che pensano un poco, prima di piegarsi per l'altro boccone. Tutto il pomeriggio dormimmo. Sulla rotabile correvano le automobili. Per i sentieri si arrampicavano i muli. Verso la sera zio venne a trovarci. Veniva col vero fucile e coi cani.

Faceva notte ed era l'ora buona per la posta di caccia nel vallone. Noi lo zio ci lascio alla casetta raccomandandosi. Restammo con una candela accesa a raccontare i fatterelli e a giocare alle cartine "Stella". Non aprivamo la porta per non vedere tutto nero.

Si sussultava se una canna si muoveva.

Sulla rotabile passava ancora qualcuno.

Ci pareva un triste sogno ascoltare quei rumori.

Poi un'automobile doveva avere i fari accesi. Doveva aver illuminato per un attimo la campagna.

Lo zio chissa quando veniva. Si aveva sonno. Nicola si addormentava, io lo scuotevo.

Tutto cio mio cugino mi ha fatto questa mattina ricordare. Ci siamo raccontato tutto di quei tempi.

- E l'infanzia! Ha detto mio cugino.--Un'ora sola d'infanzia ci risana, ti senti bene?--

--E come no! gli rispondo.

La mattinata non e tutta trascorsa: tremano le foglie rabbrividendo alla brezza, sotto il sole che s'e gia sporto sulla montagna.

Nicola va a lavorare, fa il sarto.

Io sono uno studente che legge le dispense.

4. La morte in vacanza

Domenica: imbellettarsi e uscire! Civettare e canticchiare passeggiando, come le rondini impazzite in tutte le primavere. Senza perche, certo. Non c'e alcuno che l'aspetti all'uscita, non si dirige all'appuntamento, non si lusinga di avere degli sguardi furtivi, ma nella calca della gente passeggera anche lei, come presa da una smania tutta giovanile.

La domenica e gli altri giorni anche: sempre cosi!

Giuliana si ammira allo specchio per dare l'ultimo ritocco al suo volto. E un vecchio specchio reso giallo dal tempo e lei vi si vede con le occhiaie profonde, gli zigomi sporgenti, con piu rughe sulla fronte, con le spalle stecchite, i seni flosci, sfiancata. Solo le caviglie hanno qualcosa di femminile e di veramente grazioso e sono ricordo della sua infanzia, quando, lei dice, era bellina e innocente e tutte le amiche della povera mamma le accarezzavano le caviglie.

Giuliana e ora a quello specchio, ora, come ieri, come da anni.

Illusioni su illusioni si sono addensate su quella superficie argentata.

La sua immagine sembra adesso rimproverarle la persistenza idiota a imbellettarsi, sembra minacciare la certezza che anche quei pochi capelli resisteranno meno sulla sua testa inaridita. Perche quel rossetto e quella cipria? "Guarda--sembra dica l'immagine- sei sempre tale, brutta sei e la montatura non ti da un lineamento che non hai". Se qualcuno almeno le dicesse: "In compenso ha belle caviglie!", Giuliana sarebbe oltremodo contenta; ma l'immagine e terribile, l'accompagna sempre e dovunque: le rughe, i seni flosci...

Ancora una toccatina, macche! E ricomincia daccapo disperata: si lava, si liscia i capelli, per cui non sa trovare un'idonea acconciatura, e di nuovo il rossetto e la cipria.. .lo specchio implacabile, l'immagine, le caviglie, ed esce. La strada e affollata: i soliti volti conosciuti, ammirati, invidiati; i bei giovani che non la degnano d'un sorriso, cattivi!, tutti vestiti in una foggia nuova e varia, e la vecchietta col libro delle preghiere che arranca nella folla strisciando il muro e tirandosi la lunga gonna grigia.

Il primo specchio all'angolo: l'immagine di Giuliana! Lei sbigottisce ma non fa a meno di guardarsi. Ed e sempre quella: seni flosci, sfiancata; ed e lo stesso specchio ineluttabilmente.

Qualcuno ha guardato, ha riso, riso sarcasticamente, di lei, che arrossisce; ridono parecchi, lei si e infiammata in viso e pensa che forse e meno brutta l'immagine... "La morte in vacanza"--han detto, e le caviglie le sono venute meno.

-Buona sera, signorina--Un vecchio signore l'ha salutata.

Piu in la, la vetrina della moda e un altro specchio! Quel vecchio signore che l'ha salutata, facendo un inchino e scoprendo la calvizie, la vede spesso in ufficio, e la guarda sempre con senso di comprensione.

La strada dirada. Il poco belletto s'e sciupato e lei, come una tragica macchina che funzioni a carica, deve rientrare: la passeggiata mattutina domenicale e finita. A casa riportera nuove illusioni, dove lo specchio rinnovera i rimproveri, l'immagine dira che ancora qualche piccola cosa bella in lei e morta, come d'un corpo in disfacimento.

Giuliana abita sola in una stanzetta, che da in un cortile, che da l'aspetto desolante della dimora d'una morente. Ma lei, Giuliana, salendo le scale, aprendo l'uscio, pensa trovi qualcuno, qualcosa...

-Signorina, c'e posta per voi--le dice il portiere.

--Grazie, Nicola, grazie, grazie!--

Ma chi le scrive? Forse il vecchio zio dal paese per il suo compleanno che e ricorso l'altr'ieri? Freme, legge.

"Adoratissima sig. Giuliana..."

Ricorre allo specchio: lacrime a lungo contenute le spuntano dagli occhi. Si. Cosi forse potrebbe star bene Giuliana, l'adoratissima Giuliana. Piu lacrime: si sente rinascere. In quel pianto trova per la prima volta una consolazione indefinibile. Si, cosi, con le lacrime giu a dirotto, forse sta bene l'adoratissima Giuliana.

L'immagine e confusa, trasfigurata, esaltata, che lo specchio appannato la circonfonde come un'aureola di gigli bianchissimi, e a quell'immagine Giuliana legge la lettera d'amore, che proviene dal fronte, da una zona di combattimento, dove la vita e la morte non hanno aspetti differenti, laddove qualcosa della vita muore a poco a poco, proprio come d'un corpo in disfacimento. Posta Militare 103. Lui si chiama Mario. Manda una foto. E bello: una barbetta affascinante, il volto mesto e giovanile, le labbra gonfie, i capelli a ruffelli.--Mario! Mario!--

Senza mai volgere lo sguardo altrove, Giuliana siede davanti allo specchio. L'immagine e lei quest'oggi si sono incontrate. Palpitano, piangono entrambe.

- Mario!--

Anche Mario e solo come lei. Ed e doloroso sapersi dimenticato, non avere uno che gli ricordi l'affetto, l'amore! Voglia Giuliana scrivergli, raccontargli cose varie, indirizzargli parole affettuose! Lui le rispondera e cosi un filo invisibile unira i loro sentimenti. Bello!

Ricomincia a leggere da quelle parole "Adoratissima Giuliana" e il voltare la pagina le pare debba assumere carattere d'un avvenimento, d'un fatto importante. Con il foglio in mano va alla finestra: fuori regnano solenni le calme del meriggio.

Ha voltato la pagina. Bene! E scritta tutta fino in fondo con una scrittura piccola, contorta. "M'hanno riferito che siete una magnifica Giuliana e m'immagino il vostro corpo di rose e le vostre guancie infiammate e le vostre labbra tremolanti in un palpito d'amore..." E sotto sotto, con la scrittura piccola, contorta, la firma: "Il vostro figlioccio Mario".

"M'hanno riferito" e chi? Qualcuno s'era burlato di lei. Era cosi certamente.

Giuliana comunque volle immaginarsi Mario bruttino, cosi almeno sarebbe stata contenta e l'immagine avrebbe riso, commossa, nello specchio, mordendosi le labbra per lacrimare.

5. Il coprifuoco

Non mi rassegno piu.

La strada ha ancora il suono di pochi zoccoli ancora randagi. E spartita in due zone di sole e di ombra. L'ombra invade fino a raggiungere il marciapiedi e poi la base d'un muro. Il muro sara scavalcato tra non molto dall'ombra. Il fruttivendolo ha sloggiato il suo posteggio. Il posteggio e sporco di carte. Le carte mulinano se passa l'autocarro. Un autocarro senza piu fragore. Io non mi rassegno; vedo: le cose si mettono a posto. E strano, e miracoloso, fa paura che le cose si mettano a posto.

La strada ha ancora il suono di pochi zoccoli ancora randagi. E spartita in due zone di sole e di ombra. L'ombra invade fino a raggiungere il marciapiedi e poi la base d'un muro. Il muro sara scavalcato tra non molto dall'ombra. Il fruttivendolo ha sloggiato il suo posteggio. Il posteggio e sporco di carte. Le carte mulinano se passa l'autocarro. Un autocarro senza piu fragore. Io non mi rassegno; vedo: le cose si mettono a posto. E strano, e miracoloso, fa paura che le cose si mettano a posto.

I mariti ritorneranno, dico, e sara almeno un empito di gioia. Ma le donne non attendono. Eppure i mariti vengono, pero alla spicciolata. Essi sono stracchi e laceri. Il loro ritorno non turba la compostezza dell'ora, la fissita della strada.

Ma proprio! Succede che i mariti prendano anch'essi una sedia per uno e si accomodano di fianco e guardano a pochi passi da loro.

C'e di nuovo qualcosa: i bimbi. Il loro pero e un altro mondo davvero. E c'e che le donne e i mariti non li sentono baiare e quelli poi fanno un regno tutto loro e inaccessibile e fuori dei propri confini non conoscono altro. Cosi le rondini tra loro, quelle poche che sono rimaste. Cosi il pipistrello, ma e tutto solo e non ha buchi d'approdo al suo andirivieni. Si abbassa fin sui ciottoli. Ma non vi son buchi.

Certo tutto questo muoversi e qualcosa. Si ma non ci vuol molto a capire che il tramonto e in atto. E subito (io ho visto una decina di volte a teatro il sipario calare)--subito ne donne, ne mariti, ne sedie, ne bimbi, ne le poche rondini rimaste, ne il solo pipistrello.

E stata una giornata disastrosa nel mondo la nostra giornata del fuoco. Il fuoco, quando appiccava i camini alti delle case sul finire d'inverno la sera, pareva una lumera funesta inalberata sul paese, e i ragazzi gioivano e le donne gettavano barili d'acqua sui tizzi.

II fuoco, quand'era San Pancrazio a maggio, bruciava cataste votive di legna nei vicoli e negli spiazzi e vi era il giovinotto che saltava la fiamma a gambe nude e attorno miravano le facce rosse dei cafoni.

Il fuoco, quando si ardevano le stoppie, lo spingeva il vento tardo di agosto, faceva nere le campagne.

Il fuoco, la notte della Madonna del Carmine a settembre, erompeva dalla terra alle stelle e le trombe della banda suonavano.

Io non conosco altro fuoco che questo. Ma quello della giornata che dico e altro: il fuoco che nessuno sa veramente e tutti temono, che fa schianto e rade la terra e l'uomo non s'affaccia a vedere.

Non c'e piu nessuno sulla strada. La strada e tutt'uno col cielo che e nero. Forse e una notte di veglia. La notte di veglia cosi si apparecchia quando uno e morto. Davanti casa sua non passa piu la gente. Nella casa del morto non s'odono singulti. I parenti sanno guardare in faccia al morto senza fremiti piu.

Dunque gli uomini? Saranno morti tutti. Le loro case sono distrutte dal fuoco. Io ho visto i mucchi di paglia dopo la trebbia, ho visto le ceneri dei fuochi votivi, ho visto le girandole nude dopo l'efflorescenza di pochi minuti, ho visto nei sentieri le ossa robuste e le mascelle delle carogne, ho visto l'albero lacerato dalla tempesta, le viti spampanate, le rose affrante, ho visto la brulla montagna e il carro delle immondizie l'ho visto ogni mattina girare per le vie al suono d'una sorda campana.

Vedo i rottami del mondo in questo scuro.

Sento convogliare il vento i rottami del mondo verso montagne di cenere, verso boscaglie di querce cadute. Non spero. So che i morti non risorgono piu. So che una fossa--dovunque sia--puo loro bastare e so che non affollano le loro abitazioni, non abbracciano muri per il folle desiderio di farsi ricordare.

Questo e il gran che: io so che la materia fa alte grida nel suo contorcimento, perche deve assestarsi.

Assestarsi. Ed io ho sentito la frana e le nevi sciolte, il verso del torrente pieno, la marea, il fulmine, il tuono.

E mi son sentito il volto schiaffeggiato farsi delle pieghe.

E ho sentito anche gli urli delle partorienti. Dunque il frastuono o la quiete della materia mi trova pronto.

Dunque debbo rassegnarmi se gli uomini sono estatici e pare che non attendano nulla. Debbo darmi pace se non c'e subito gioia. E non mi deve far spavento addormentarmi nel mondo lasciato solo, come quando la prima volta fu creato.

Puo distruggere solo chi ha creato, se ce n'e mai stato uno a creare, mi son detto.

Sotto tutta la nostra maceria c'e un carbone acceso, che la cenere stessa tiene in custodia.

E poi ecco: sulla soglia del mio balcone, in un vaso frantumato c'e un pugno di terreno grasso. Nel terreno grasso c'e una tenera radice.

E io ho fede che domani il fiore dell'edera, fatigato dal sole, crescera per un'altra sera.

6. Un cigno canta in ottobre?...

Il principio d'un avvenimento, come l'inizio d'una stagione, sono altrettanto notturni quanto lo sboccio d'un garofano nei vasi grassi delle finestre. Un momento ti trovi di fronte a fenomeni che credi siano indizi, ma sono gia il fatto, il tempo, la stagione, il garofano sbocciato.

La donna stamane--cielo incerto e vento alto--ha sporcato il semicerchio del focolare di canne e foglie secche; ha dissotterrato i lari della cenere del camino, vi ha imposto un mezzo tronco e il fuoco e ritornato nella casa, nella mia, in quella di tutti, d'un tratto.

Non si spegnera che un giorno inavvertito di marzo, di aprile o di maggio. Sara il segno sul volto ingentilito dei cafoni, il segno sulle gambe deturpate delle femmine.

Cosi un pomeriggio.

Il passeggio diradava. Spolverato dalle strade quel letto di paglia che l'estate va ammassando durante i viaggi della trebbiatura e la provvista delle stalle. E l'estate, il tempo delle donne ferme agli usci a spidocchiarsi, d'un tratto puo mancare.

Bene, un pomeriggio cosi, il sole gioca a moscacieca coi muri che annebbiano, un asino affardellato del tino, dei barili, del pestauve, dei cesti; un corteo di ragazze con coltelli aperti alle mani, un uomo che sta alla cavezza smesso l'occhio feroce dello zappatore: tutto questo, un pomeriggio che ti colga fuori d'una delle porte del paese, dice della festa dionisiaca di ottobre che incomincia, vendemmia e vino imbottato.

Un imbrunire avra la forgia cessato il suo ronzio nelle fumose "ferrane" che subito in cantina cominceranno i denti del torchio a riempire le botti del loro ritmo lesto, poi lento e faticoso.

Gli uomini s'imbratteranno a delizia il corpo del primo vino e berranno nelle profonde "gaiette" mettendovi la testa dentro. I falegnami hanno lavoro da peregrini. Chiamati da grotta a grotta, da cantina a cantina, a stringere le botti.

I cafoni entrano con tutte le scarpe nelle botti a compiere lavaggi.

Sui muli si trasportano barili e tini schiumosi.

Sulle strade depositi di vinaccia e acqua color vino che s'incanala.

Sulla vinaccia arrivera a nevicare e allora il vino nuovo non mordera lo stomaco, non gonfiera il ventre, ne pungera la pelle.

Avvolti nel fumo delle case, orciuolo colmo a mano destra, la neve sui tetti e i fili elettrici, quattro fave in pentola a bollire, allora si dira che l'autunno e passato.

Qui la vita non ti dimena che rarissime occasioni nel suo giro forsennato. Del resto essa e quale una barca che si dondola e cammina sul respiro del mare.

Monotona non si direbbe la vita di migliaia di anime in un paese sulla montagna, circondata da campi degradanti con l'orizzonte di altre montagne, ma fatidica.

Le lucerne dei campagnoli precorrono l'aurora: le tenebre e il silenzio rotti dagli scarponi che battono le strade avanti giorno.

Le lucerne dei campagnoli sono le prime stelle ad apparire sulla montagna: un viaggio di andata e di ritorno dal paese alla campagna, dalla campagna al paese.

Aria di terra che si respira col groppone curvato e la zappa che si sospende al cielo.

Visto un contadino cosi, in uno spazio limitato di terreno dove due pietre possono segnare il luogo adatto per prendere boccone in due soste, una alle nove, una alle quattordici; solitario, a colloquio con le zolle, con l'asma nel petto ad ogni banco di terra che si dissoda, l'orecchio pronto alla lucertola che striscia nell'erba, al pigolare del topo dissotterrato; un contadino che pensa ai problemi di casa mentre zappa, e in casa pensa al suo pezzo di terra da lavorare, alle frasche da raccogliere, all'asino da governare di biada; un contadino dalle brache di velluto unte di sudore, dalla coppola foracchiata e grassa, che mangia pane e cipolla, seduto per terra; che dorme sul letto di foglie di granoturco, alto fino alla volta affumicata; che vive di disgrazie quotidiane; lavoro e figli laceri e mocciosi; fame e malattia; egli puo anche un giorno morire senza rimpianto, un contadino cosi.

Pensa al suo avvenire sempre lontano il contadino in ottobre con la nuvola attesa sulla montagna, ora che il problema e calzarsi e vestirsi, approntare seme, calcolare il grano bastevole fino a marzo, aprile, maggio, giugno, i mesi duri.

Ottobre e il mese che chiude l'annata con la vendemmia e fa il rendiconto delle scarpe rotte, dei medicinali comprati, delle scarpe e dei medicinali ancora da comprare.

La sera che cade piu presto porta una estetica amarezza, che solo una felicita procurata puo allontanare.

Le cantine si affollano, le case sono cenacoli di gente che vuol discutere e bere.

L'altro giorno e morto un contadino asfissiato nella tina dove rivoltava la vinaccia impregnata di mosto.

Da una finestra bassa, accesa per tutta la notte, e fuggito lo spirito del contadino morto sulla collina dei cipressi, dove si nascondono le anime dei padri, delle madri, dei figli, dei fratelli, delle sorelle e dei compari.

Con la maschera antigas un compagno gli attacco la corda ai piedi e gli altri tirarono forte, sulla stradetta buia, il corpo esangue.

-Come si muore--qualcuno disse--qui da noi, qualche volta da fessi.

Quello che succede, dopo l'ultimo respiro, e normale. Ti caricano su quattro spalle e ti seguono, mandria dispersa, i conoscenti. Quattro passi svelti per accompagnare una bara: una passeggiata che fa pensare all'inutilita della vita, all'inutilita anche della morte, all'inutilita di noi stessi.

La stretta di mano al superstite significa:--Devi fare da solo, curvare il groppone ancor piu, fare due zappate alla volta, una per conto di chi ti ha lasciato.

Cresce la barba e significa appunto che il superstite lavora per due, che non ha tempo per ritornare il sabato sera a sbarbarsi.

E l'uomo, noi uomini che riguardiamo le vicende di ottobre varcato, dettiamo la nostra mozione da incidere sulla lapide "A X... Z..., morto e non voleva morire, vissuto e non voleva vivere".

7. L'affacciata alla finestra

Mariolina era la terza figlia di Antonio, che cresceva subito dopo le altre due e metteva anche lei il pettino.

Giuseppe, il capo banda del vicinato, dopo averla respinta sempre dal portone dei giuochi, e una volta le aveva tirati i capelli, un'altra punta sul ginocchio, ecco che ieri disse a tutti di farla entrare nel portone. Mancava Teresa, la sorella grande di 14 anni che due giorni fa, andando a prendere l'acqua alla fontana, e stata vista parlottare con un cafoncello che non e vicino di casa, sta di casa sotto la piazza. Tra Mariolina e la sorella mezzana Tatella i compagni di Giuseppe e lui stesso vedono subito la differenza in favore della piu piccola: Tatella ha sempre le gambe unte di succo di mele, la bocca tagliata agli angoli bianchi e bavosi, poi i capelli sono come una pezza bagnata e piena di polvere della rotabile. Con tutto cio Giuseppe se la tiene contenta perche lei sta a tutti gli scherzi e poi quando tocca a loro di fare a marito e moglie si corica come una grande e chiude gli occhi e gli attira la mano. Ieri la bellezza della sottile Mariolina e stata vista di sfuggita dal gruppo, tanto che, in conclusione, l'hanno nominata serva della casa a lavare per terra nel portone.

Angiolina, Teresa, Serafina sono le altre donne. Ninuccio, Santino, Sebino, Beni, con Giuseppe, sono gli uomini. Ce ne sono ancora ma o che stanno malati oppure--come i figli del Maestro--possono uscire ogni tanto, o che si trovano in mezzo a due vicinati e sicche si fanno vedere or dagli uni or dagli altri. Il vicinato vero e proprio comincia dalla casa di Angiolina, che sta nella strada e sul vico che scende all'altra strada parallela. Nel vico, si capisce, e gia un altro vicinato. Ora dalla casa di Angiolina si passa per una, due, cinque, sette case in tutto, nemmeno cinquanta o sessanta metri di strada, e si trova un altro grosso vico dove c'e il forno. Per capire meglio che i vicoli fino a un certo punto fanno parte del vicinato bisogna pensare un momento alle galline: bene, le galline si allontanano, come sapete, fino a un certo punto, poi tornano indietro. E cosi e per gli uomini e le donne, grandi e piccoli, del vicinato. Tanto per essere piu precisi, si tratta di undici dodici famiglie, chiuse in questo pezzo di strada tra i due vichi piu grossi, e uno sporto e due vicoli minori. Ai limiti, manco a farlo apposta, ci sono dieci metri di strada, senza una famiglia che si siede per terra al fresco, non c'e in somma una casa terranea, quindi si sente che il nostro vicinato finisce davvero, perche la strada a queste due parti pare deserta, ci sono al limite sinistro i palazzi del notaio e di un proprietario, a destra quella di un impiegato. Ed e deserta li la strada, non ci sono le voccole nei muri dove attaccano le cavezze delle bestie oppure ci sono, antiche e belle, incavate nelle bocche di mostri di pietra, ma ci vanno i bambini a far la ginnastica, non si vedono bestie ferme cariche di legna e di paglia, non ci sono tante galline e il fumo e i maiali che dormono e che fanno le loffe o che grugniscono e masticano il granoturco sotto il pezzo di sole.

La mattina il sole scende nella strada, che nel suo tratto piu largo e tre metri, in quello piu stretto e due, proprio con una fatica, perche si vede che liscia la faccia di una fila di case, poi tocca terra sulle galline e i maiali e le immondizie, verso mezzogiorno, poi risale alla faccia delle altre case e se ne va.

Allora arrivano le bestie nel vicinato nero e, scaricate, scendono con fracasso nelle stalle, ce ne sono due negli sporti, altre nei vichi, una nella casa di Antonio, e l'asino di Antonio, bello e pulito, entra con la candela accesa sulla mensola del focolare e va al suo posto in fondo al lamione, intanto la caldaia della pasta bolle e la famiglia subito dopo mangia; caldo d'inverno e fresco d'estate, dice Antonio che sta in quella casa. E la mattina presto, sempre buie, le bestie risalgono dalle stalle sottane e da quelle dei vichi specialmente come se allora tirassero un traino con sopra le case e con tanto rumore.

8. La Postulante

Nella casa di Prospero si accedeva sotto la gradinata che portava ai piani di sopra ancora sconnessi dalle bombe. Vi era la vetrina coperta di cartone, c'era scritto su un lato "Portiere" con la calligrafia di Vincenza, tonda e inclinata.

Subito si vedeva il letto grande, sconvolto sul fianco di fondo. Era li l'altro figlio di Prospero paralitico come era nato. La madre era morta da li a poco. E Prospero aveva da girare in quell'unico vano con una scarpa sempre da rattoppare.

La guerra era passata cosi: attorno a Prospero l'odore delle cucine che invadeva il cortile e su un lato della finestra, nella debole luce della casa, il volto stanco della moglie morta che mirava avanti a se.

Vincenza si faceva il letto da quando non era piu bambina e l'allievo di suo padre comincio a guardarla nel petto. Fu allora che divenne lei la padrona della casa. Furono anni in cui la casa si fece piu buia: le sere veniva l'allievo a piazzare il cuoiame ai calzolai delle montagne. Egli era uomo da poter vivere, in breve, seduto a una poltrona, cosi sicuri andavano i suoi affari, e per lui Prospero e la sua famiglia si sfamo. Prospero non si rassegnava al pensiero che in tanti anni di portiere e di calzolaio non era stato capace di mettere un soldo nel comodino, dove ora conservava i biglietti grossi dell'allievo. Ne poteva a lungo non vergognarsi di essere ormai mantenuto, lui con la famiglia, da quel ragazzo che pochi anni fa aveva ricevuto piccolo e goffo, davanti al deschetto come apprendista. In questi pensieri egli si aggirava per la stanza come un cane vecchio, non osava piu coraggio di mostrarsi al grande portone per guardare nella strada.--Sentimi, figlia,--disse ancora una sera a Vincenza, sperando di intenerirla--ormai potresti solo tu salvarmi. Il giovanotto ci mantiene. Gli ultimi denari per il vestito erano suoi.

Vincenza ebbe una pronta reazione di pianto:--Dunque, disse--non e che facevate a parte!

Il padre se lo vedeva davanti carico di anni e di questo tormento di essere mantenuto. Promise che avrebbe pensato a lungo sulla proposta di andare in sposa al giovane. Non usci piu di casa. Aveva sedici anni allora. Comincio a guardare con occhi gonfi il fratellino nel letto, comincio a guardarsi addosso anche lei, l'indomani non si rifece le treccine; sciolti cosi i capelli, si accorse del suo petto che montava e quando di nuovo l'allievo ritorno, ella si sentiva rubata dai suoi occhi e non le veniva di sentirsi sposa a lui. Ma il padre piu di tutto era cambiato. Gli vedeva gli stessi occhi avidi del giovane, era il suo complice contro di lei.

Quando il padre le disse ancora, insinuante e mellifluo, di far gentilezze all'allievo, allora grido la prima volta sul viso del vecchio che non se la sentiva.

Nel palazzo di fronte abitava la famiglia della madrina, volle andare da lei, dalle sue figliuole a parlare. La madrina tornava dalla messa la domenica mattina, Vincenza si fece vedere. Dalla strada addito la gradinata nel suo portone, disse: -Madrina mi sento morire la dentro. Il fratello piange piu la notte e il padre e un giovane mi spiano.

Racconto per filo e per segno le cose. La madrina, una signora dalle linee dure al volto, parve dapprima scossa e scrutava la ragazza severamente. Ma via via che il racconto di Vincenza si sviluppava ella andava distendendo il suo volto pensando all'occasione felice di prendersi la ragazza al servizio e di compiere una buona azione. Le prese la mano, le disse soltanto:--Starai con me,--e Vincenza la segui leggera, come se partisse la prima volta per un lungo e piacevole viaggio.

Il lungo e piacevole viaggio durava ancora nei primi gironi della nuova vita nell'ampia e bella casa della madrina: lavorava, usciva alle compere, recitava il rosario la sera, dormiva con la piccola delle figlie in un grande letto soffice.

Le altre due figlie della signora studiavano, sempre nervose nelle loro stanze. Una sera vennero dei giovani a trovarle. Vincenza ando ad aprire e uno di loro non smise piu di guardarla. Quella notte si vide ai piedi del letto, nel sogno, un'informe macchia nera, un uomo. La macchia nera era curva sulla linea del suo corpo disteso. Chi era quell'uomo, che stava per saltarle su, e non c'era difesa, non c'era via di scampo?

Vincenza era giovane e soda, lo studente l'aveva guardata, l'allievo del padre la voleva, il padre aveva fatto quella faccia orribile chiedendole di sposarsi. Quel povero padre rimbambito non aveva altri pensieri che questo, e la sua faccia lo esprimeva senza riserve, senza veli. Chi era quell'uomo che la tentava nel sogno? Suo padre?

Vincenza si sveglio e quella macchia nera di suo padre le rimase negli occhi fino al mattino.

- N o n ci andare piu in quel buco d'inferno,--le aveva detto la madrina,--c o n un padre simile, con una simile tentazione.

Ma vide gente al suo portone quel giorno, e una sua amica le mise una mano sulla spalla senza parlare, Vincenza si avvio verso la vetrina; le fecero largo, Prospero stendeva una mano sul cadaverino del fratello per cacciargli le mosche:--Paoluccio mio!--grido Vincenza in lacrime, e fece per inoltrarsi, quando Prospero si piego a terra e poi, brandendo il martello, venne avanti per colpirla:--Fuori di qua disgraziata, fuori di qua!

La stessa gente le fece largo, usci sulla strada e si mise a correre sperando di trovare il giovane allievo per dirgli di si, per tornare a suo padre e piangere Paoluccio.

Passo del tempo, Prospero era impazzito e solo, e l'allievo non si vide, Vincenza andava da una chiesa all'altra col velo, e aveva tratti di monella cosi staccati dal suo viso melanconico e pensieroso. Gli zii dopo qualche esitazione e rimorso si accordarono con la madrina per avviare la ragazza in un convento.

La madrina volle patrocinare ogni iniziativa e non fece passare giorni che, agghindata come una sua figlia, trasse Vincenza davanti al Vescovo.

--Si, e vero, voglio farmi monaca,--disse al Vescovo ammirato e felice.

Ha trovato un'amica, postulante come lei, e le ha raccontato il suo fatto, ed ha saputo i fatti dell'amica nell'ora della passeggiata. Il paese e di fronte con le sue case ammucchiate su una collina arida e sassosa, il convento e dall'altra parte, dopo il vallone e il ponte, in mezzo ai cipressi e al verde degli orti e alle terre maggesate cinte dai pioppi lungo il vallone.

Per passeggiare, in fila e con le mani nelle maniche, si esce dal convento al parco con i tigli. C'e un tiglio piu alto e piu odoroso dove si sentono le api. E in cima al viale largo. Per regolamento, nelle passeggiate, le suore dovevano allargare i polmoni, anche spiritualmente, con un conversare gaio ed elevato, ma nemmeno le professe riuscivano, per quanto facessero, a sentirsi ricreare sotto i fiori odorosi del tiglio. Parevano rondini ferme per partire nel loro abito bianco e nero. Vincenza vestiva da postulante, un vestito di lana nero lungo fino ai piedi. Le avrebbero tagliato i capelli, alla vestizione, le avrebbero imposta la sumcie bianca, e il velo nero dagli orli bianchi, e il grembiule di mussola.

"Figlie che domandate?" avrebbe detto il Vescovo e le postulanti "Lo Sposo, il Diletto" e avrebbero ricevuto l'abito e la candela. "Sia lucerna ardente nelle vostre mani per andarGli incontro, per essere ammesse alle Sue nozze".

Poi la voce del venerabile vecchio avrebbe parlato di terre lontane dove piccole postulanti negre attendevano le sorelle bianche, dolci missionarie di pace e di amore. E per Vincenza l'immagine era gia quasi realta.

Scordarsi del padre e dell'allievo, del fratellino paralitico morto, delle amiche e del Corso con l'altoparlante, dello studente: era cio che voleva Vincenza. Era meglio qui per lei, gli uomini, i contadini passavano al di la del muro con le loro voci, con i loro scarponi. E che domandava Vincenza? Era giusto rispondere al celebrante, il giorno della vestizione, "Come il cervo desidera le fontane di acqua cosi desidero te, mio Dio"?

All'ora dell'adorazione le suore in tulle bianco, a turno, comandate dai tocchi della campana, scendevano in chiesa. Sull'ostensorio illuminato che pareva una fiamma nell'aria c'era il grande quadro del Santo benedicente. Era allora che Vincenza si straziava: "Che domandate, figliuole?".

A un'adorazione, un mattino, il santo le apparve trasfigurato come il padre, impazzito, minaccioso, tentatore. Grido, le altre suore non si scomposero. La madre venne a prenderla. Mancavano due mesi alla vestizione, doveva riempire la regolamentare domanda per essere accettata al Noviziato. La madre l'aiuto a scriverla. Si poteva leggere tra l'altro: "Sono venuta qua, perche avevo paura degli uomini".

9. La testuggine

Sarebbe un segreto non farsi prendere dalla malinconia in queste giornate natalizie, eppure nel vicinato i camini, che fumano lenti sulla strada, come i panni sparsi al sole, si prendono i nostri pensieri dentro i loro pennacchi.

E morta stamane la testuggine, l'avevamo tenuta nella crusca, vicino al fuoco per conservarla calda e viva. Gia si muoveva cosi poco, la mattina levandoci la trovavamo sulla piastrella bianca della fornacetta che pareva un ornamento come le corna di capra, un po' piu alte verso il soffitto. Franco non se n'e accorto; egli e uscito subito con la palla per giocare. Paolo che gioca con lui da sempre dei calci forti e due volte la palla e scomparsa nel vicolo e tocca scappare subito dietro perche va a finire di sotto, alle strade parallele, di vicolo in vicolo, e se la prendono gli altri ragazzi che giocano alla lippa. Cosi Franco e tornato a casa che noi eravamo gia a tavola, si e intese le grida di mamma perche il riso era a colla.

Io m'ero alzato dopo di lui, sono piu grandetto e devo dire che mi piace fantasticare sveglio dentro le lenzuola, mi vengono gia dei pensieri che il babbo mi fa scrivere in un quaderno quando si ritira dall'ufficio. Sono le vacanze e devo solo questi compiti al babbo. Serafina mia sorella lavava per terra, la mamma si e messa a ripulire il riso, io giravo per le due stanze, mi rivedo ogni mattina le mie cose; i guanti sono un po' scuciti, ma vanno ancora bene e devo metterli tra qualche giorno, mi sono provato il basco che devo incignare il giorno di Natale, la cartella e sempre appesa al chiodo, dietro la panca il cerchione di bicicletta e polveroso, non potrei spingerlo oggi con le strade fangose e non farebbe quel canto sulla rotabile come d'estate. Allora mi ricordo della testuggine sulla fornacella:--Levati con quello schifo!--mi dice la mamma. L'ho presa con le due mani allo scudo e al piastrone e me ne sono andato nelle scale per stuzzicarla. La testa e le zampe non si muovevano come sempre quando io le faccio sentire il mio fiato vicino. Poi l'ho scossa sulla corazza aspettando che si muovesse come un'automobile a carica, ma solo le zampe per l'urto hanno raschiato un istante i mattoni. L'ho guardata allora nell'occhio, era aperto e nero e luccicante, ho preso lo spillo dai calzoncini e mi sono messo a pungere, quante altre manovre non ho tentate! Mi pareva che ci fosse qualche cosa come nelle automobili a carica quando la molla si allenta o le ruote si svitano, le ho guardato di nuovo l'occhio nero, io so quanto sono furbe queste bestie e mi sono adirato, l'ho punta nell'occhio, l'ho sbattuta per terra, infine l'ho gettata in fondo alle scale, sono risalito sulla panca a giocare con le cartine "Stella".

Serafina col suo straccio e passata alle scale, a me le cartine sfuggivano di mano cosi ero eccitato. Per prenderne una da sotto la panca, c'e voluto il palettino e raschia raschia ho sporcato il pavimento.--T e la vieni a prendere o la getto?--m i ha chiesto Serafina.--Gettala--le ho risposto e mi sono affacciato alla finestra, l'ho vista nel mucchio d'immondizia, c'era un cerchio di sole e a lato l'ombra d'un camino, non c'era Paolo, non c'era Franco, la palla doveva essere finita al Precettone, alle ultime case del paese.

La mamma si e messa a risciacquare il pentolino della crusca riponendolo al suo posto e mi ha detto:--Ti e passata, e tutta, la fantasia della testuggine!--

Nello sgabuzzino dove mamma aveva rimesso il pentolino erano attaccati a una cordicella i coperchi di latta, ne ho preso due per fare la banda e suonare a piattini. Ne veniva un fracasso che mia madre gridava e non si sentiva finche e corsa a battermi sulle mani.

Non potevo piu stare nella casa, quando la mamma mi batte ella e nemica e estranea e io mi controllo come davanti al maestro di scuola, sono uscito. Tutti i miei compagni e mio fratello Franco avevano preso strada lontani dal vicinato, ero solo e senza guardare la bestia tra l'immondizia sono andato a sedere al portone del Notaio dove c'era sole.

Il primo a tornare e stato Paolo. Sua madre come un banditore si era a affacciata piu di una volta a chiamarlo: "Se non vieni, non vieni, ma se vieni!".

Paolo si avvicina alla testuggine e la prende e sta per portarsela via mentre io gli corro incontro e gli scappa di mano. Allora l'ho ripresa, sono risalito da mamma: Deve essere morta--le ho detto--stanotte. La conservo al babbo per vedere.

L'ho messa alla finestra all'aria perche la mamma ha detto che poteva puzzare.

Il babbo e tornato frettoloso come sempre fregandosi le mani. Mi veniva da piangere quando hanno messi i piatti in tavola. Il babbo mi pareva cosi stanco; per la prima volta ho studiato nuovi pensierini per il compito della sera, avrei parlato di babbo e del suo ufficio lontano, della testuggine morta che stava all'aria della finestra, del riso che ogni ventisette il babbo ci portava nelle tasche. Franco, gia corrucciato, non ha detto niente quando gliela ho mostrata, babbo invece si e mosso sulla sedia, mi ha fatto girare dietro e ha smesso di mangiare:--Rimettila alla finestra, si assecchera, ne faremo un fermacarte per la scrivania.

Franco appariva sempre corrucciato davanti al suo piatto che fumava, a un tratto e scoppiato a piangere, io gli facevo il verso e lui saltava, e finito sotto il tavolo e li man mano si e addormentato.

Serafina e stata lenta a sparecchiare, la mamma ha chinato il capo sul fuoco e babbo ha aperto il suo giornale.

E successo il solito pomeriggio di festa, babbo e uscito e tornato, sono venute le comari, certe amiche di Serafina, Franco di nascosto ha mangiato il riso (ce n'era tanto nella madia che nessuno aveva voluto), io alla finestra guardavo la partita di calcio sulla tempa di Santamaria, cosi la sera e calata.

Di nuovo hanno apparecchiato la tavola e ci siamo disposti intorno allo stesso riso del pranzo e il babbo ha guardato la mamma e Franco si e levato sul seggiolone aprendo le braccia:--Zitti, zitti!

Domani e Natale--ha detto allora la mamma. Ci siamo dati tutti da fare per prendere il gallo dallo sgabuzzino, che volava sulle mensole e per le scale, Franco veniva dietro con le forbici, per il colpo al collo.

Non si e sciupato il sangue che colava in un piattino, il gallo era inserrato con le zampe sotto il coperchio della madia, lo abbiamo squartato come un porco.

Non c'era piu altro da fare e mi hanno lasciato solo per il compito di domani. Sulla piastrella bianca della fornacetta ho rimesso la testuggine, sto scrivendo la lettera, domani mi sentiranno:

Babbo mio, mamma mia, abbiamo scannato il gallo per sentirci felici, ma la testuggine era morta da se. Vi voglio bene. Io, Franco e Serafina vi vogliamo bene. Ogni giorno vi tiriamo un po' di sangue, genitori amatissimi, per crescere, per sentirci felici, grazie, grazie di cuore. Aspetteremo la tua venuta dall'Ufficio, babbo, mamma, andremo a fare la spesa...

Ma come devo dire, a questo punto, che, tanto, il babbo e la mamma mi assomigliano alla testuggine?

10. Nicola daziere va alla festa

La prima festa capita di maggio, con le ginestre e le fave piene.

Sui traini traballanti si canta la vecchia storia del pittore pugliese, cui annotto nel bosco pieno di lupi e la Madonna gli chiese: "Bel pittatore che vai pittando--perche non me la pitti la cappella?". Divento cieco perche aveva risposto alla voce pretendendo duecento ducati di compenso, ma poi capi e mise i colori alla cieca su una pietra.

L'alba viene per istrada a chi si avvia con i vecchi mezzi, cantando la storia del pittatore.

Dal venerdi sono arrivati i venditori ambulanti che fanno trovare il piano imbandito di tavole e carrozzini con i giocattoli, le arachidi e le prugne secche. Anche sezioni di bar e di cantine ci sono.

Da San Chirico hanno tuttora il coraggio di portare un paio di barili di vino, li piazzano sull'erba con i litri e i quarti di latta, certo che vendono, ma non vale la pena del trasporto e le spese del dazio, vendono a qualche pazzo isolato, perche tutti gli altri arrivano forniti di maccheroni e carne e vino e dopo la visita alla chiesetta accendono i fuochi per il pranzo.

Nella chiesetta, finita la messa, le fedeli gridano i loro canti e vanno a far colazione vicino al pulpito e nella sagrestia.

"Ointani, ointana" cosi cantano e le funi dell'altalena si stirano. C'e la gente di almeno dieci paesi, i compari si salutano, si mettono insieme, si vedranno l'anno venturo, ma gli altri che non si conoscono si guardano con curiosita e gelosia; se portano il mulo o la fisarmonica, se li confrontano e puo scoppiare per niente una lite, specie tra i giovani.

Nicola, daziere giovane, e stato mandato da Tricarico a fare il servizio. Ha preso la bicicletta, porta la coppola con la pezza, da dove spiccano le maiuscole ricamate in oro delle Imposte e Consumo. Egli se la sente in cielo la coppola, sa che il suo piccolo corpo e potente nella bandoliera che lo cinge. Guarda dalla sua aria alta e mossa le donne a piedi e i cavalieri sui muli e spinge lo sguardo dal suo seggiolino al parabrezza delle macchine per scoprire: nessuno puo portare piu di due litri di vino a persona, deve essere per proprio consumo, se no si contravviene e sono pronti il blocchetto e la matita. Nicola vuole fare un buon lavoro, non si salverebbe neanche la Madonna in persona.

E gira e capita dai venditori e da quelli di San Chirico, che devono mostrare il permesso perche il bosco e agro di sua competenza. Gli piace sentirsi sulla bocca il lungo bacio dei venditori che gli fanno complimenti ed inviti alla merce, perche ora egli e passato a controllare tutti i posteggi.

A mezzogiorno sparano i fuochi, e la vera festa, le bestie si impauriscono, le tende delle baracche si piegano, il vocio dei paesi si perde negli scoppi, allora Nicola si accorge che deve cercarsi la compagnia perche coppola e bandoliera lo hanno abbandonato.

Ma ecco che si rincorrono, sotto le quercie, verso la fontana, una decina di giovani, spiccano le loro giubbe di velluto e le camicie celesti, la lite e scoppiata, un bruno di Tolve e stato accoltellato al braccio da un sammaurese proprio quando sparavano i fuochi. "Addivozione dei Sammauresi" e scritto sulle panche della Chiesa, fatte fare da loro che si sentono i meno forestieri dell'ambiente. Quelli di San Mauro fanno trenta chilometri di scorciatoie per venire fin qui. Portano il distintivo del partito comunista e lasciano cantare per tutti la loro paesana, una vecchia che arriva a Fonti, vestita di nero, va in sagrestia, si spoglia per mettersi in bianco, in solennita come un prete e comincia a cantare la catena alla Madonna. "Alla una colonna--quant'e bella la Madonna--Tu sei la Madre--Tu sei la Regina"

Alle due, alle tre, alle undici colonne, cantera fino alle 13 la sua interminata catena che riprende poi da uno.

Il tolvese si e trovato isolato, altrimenti succedeva una carneficina, corrono dai gruppi, dalle coperte sull'erba dove si consumano i pranzi. Non c'e una festa senza incidenti--ha detto il capo guardia--sono forestieri, e stato per una ragazza.

E tornata la pace, nel piano i potentini ballano con la fisarmonica, le loro donne cittadine portano le vesti di lusso. I paesani dapprima si avvicinano, ma notando i balli di un'altra maniera e sempre le stesse coppie e certe mosse fastidiose, si devono allontanare. Allora vogliono ballare anche i paesani, basta con l'altalena: chitarra e mandolino, fisarmonica pastorale, polka e tarantella, mazurka. Gli albanesi, i campomaggioresi, Grassano, Anzi, tutti, meno i potentini, i preti e le autorita e Nicola, che e ripartito senza bandoliera e la coppola sotto il braccio, perche sudava, e il fazzoletto pieno di nocellini per la mamma.

"Tricarico e San Chirico--e un sol paese--fateli ballare--sti tricanesi". Difficile, ma--infine--sisono trovati dalla stessa parte, partiranno gli ultimi, indietreggeranno dal muro dov'e pittata la Madonna: "Noi mo ce ne andiamo--ci vediamo l'anno che viene--e se non ci vediamo piu--Madonna aiutaci tu". Riprende il cammino, molti si fermeranno nelle terre a lavorare. I salariati del posto rialzano le verghe, menano i buoi al bosco, al loro casone i fontaiuoli accendono il lume e lo Straziuso, che tiene un po' di animali, pecore, capre, porci e due bovini, abita accanto a loro in un Pagliaro con la famiglia, rimette al suo cane il collare di ferro contro il lupo.

Giulia Dell'Aquila

Universita degli Studi di Bari" Aldo Moro", Italia

Autore corrispondente:

Giulia Dell'Aquila, Dipartimento di Lettere, lingue, arti. Italianistica e culture comparate, Universita degli Studi di Bari "Aldo Moro", Italia.

Email: giulia.dellaquila@uniba.it
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Title Annotation:works of Rocco Scotellaro; text in Italian
Author:Dell'Aquila, Giulia
Publication:Forum Italicum
Article Type:Critical essay
Geographic Code:4EUIT
Date:Aug 1, 2016
Words:20373
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