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Fabio Finotti. Retorica della diffrazione. Bembo, Aretino, Giulio Romano e Tasso: let teratura e scena cortigiana.

Fabio Finotti. Retorica della diffrazione. Bembo, Aretino, Giulio Romano e Tasso: let teratura e scena cortigiana. Firenze: Olschki, 2004.

Il centro propulsore di questo importante e ambizioso libro di Finotti si trova nella sua decisione di enfatizzare l'istanza della varietas negli autori studiati, individuando nel contempo un'immanente tensione centrifuga anche negli archetipi letterari scelti a modello da quegli stessi scrittori o artisti. La lettura 'dialogica' e scenografica di Finotti inquadra in modo innovativo il problema stofiografico della letteratura cortigiana: essa e vista quasi come un teatro sociale, dove si stemperano persino le differenze di opere abitualmente considerate antitetiche come le Prose dei Bembo e il Cortegiano del Castiglione. Non e un caso, infatti, che l'analisi di Finotti si snodi lungo il tracciato, indirettamente ispirato dalla celebre tripartizione di Serlio, della "scena lirica" di Bembo, della "scena comica" di Aretino e la "scena satiresca" di Tasso.

La metodologia deli'imponente lavoro si basa dunque sulla doppia "teatralizzazione" del "registro lirico e sentimentale" (109) e della stessa "diffrazione" del titolo, il cui raggio d'azione trascende di farto l'originaria sfera ecdotica introdotta da Contini. Un'ampia documentazione supporta le tesi dei volume, leggermente appesantito dalla serie di fitti rimandi che, pur risultando sempre puntuali e utili, a volte ritardano in qualche modo la novita dell'argomento esposto. Per esempio, la theologia poetica fiorentina avrebbe potuto ricevere una trattazione piu succinta alla luce della solida bibliografia esistente. Al contrario, si nota l'omissione delle ricerche di Stauble sulla teatralita del Decameron di Boccaccio, oppure di Tavoni sul rapporto tra latino e volgare nel Quattrocento. Per quanto riguarda la posizione di Pontano nel volume sono presenti i suoi Carmina nel lungo excursus sul satiresco, mentre e assente, invece, un'analisi del De sermone, opera dove si svolge un programma retorico e aristotelico dei fabulari che potrebbe tornar utile per rinforzare l'interessante "isotopia" (29) precisata da Finotti tra Bembo, Ermolao Barbaro e il classicismo edonistico. Questi pochi casi, in un libro cosi complesso e denso, non devono in ogni modo sminuire l'elevato valore critico dell'ammirevole tour de force tra letteratura e arti figurative di Finotti; il quale, non solo integra l'approdo del saggio di Carrara sulla pastorale italiana, ma ha anche il merito di rinnovare l'attenzione per il De Aetna di Bembo--proprio nel momento in cui appare l'edizione harvardiana de "I Tatti."

Il tema di fondo della sezione bembiana del volume e la divaricazione tra auctoritas ed esperienza, traverba e res (45). La sensibilita di Finotti e per lo studio "tutto umano" del Bembo, come nell'icastica definizione della Satira ariostesca (VI, 46; ricordata a 52); e per il primato della retorica sopra filosofia e teologia. La rifondazione dell'umanesimo volgare, nella ricostruzione dei primi due capitoli, passa sia per la cornice boccacciana dei ragionamenti degli Asolani che attraverso la preistoria quattrocentesca delle Prose. Rispetto ai dibattiti di Landino, Pico e Poliziano, lo scopo di Bembo e di accedere a un nuovo "teatro della parola" (68), di associare il pieno riscatto del volgare alla sua "trascinante esibizione in una scena pubblica e cortigiana" (24). In questo percorso di lettura, Finotti ba buon gioco nel rifarsi ai decisivi traguardi filologici delle aldine di Petrarca e Dante; la tradizione editoriale veneta, anzi, unita alla difesa ali Ermolao Barbaro della dimensione scenica della parola, spiega la scelta coraggiosa in Bembo di spezzare la solidarieta scolastica di testo e commento e di esplorare l'infinita polifonia umana, gia a partire dallo sdoppiamento dell'enunciazione tra i due personaggi di Bernardo e Pietro, padre e figlio, nel DeAetna. Al superamento degli schemi in voga a Firenze, si aggiunge qui l'ulteriore sdoppiamento dell'umanesimo veneziano, alla cui tradizionale operosita mercantile Bembo sostituisce li "tempo della 'civile conversazione'" (34), rallentato da pause e digressioni che diventano otium bucolico. Se la natura stessa diventa teatro, e il convito platonizzante una mondana concoenatio (50), la poesia negli Asolani inscena il piacere delle "diverse lettioni" (I, i; p. 83) "allontanandosi da ogni esoterismo sapienziale" (85). Proprio studiando da vicino gli indugi descrittivi ele varianti redazionali degli Asolani, Finotti documenta un incremento di teatralita e una concezione polifonica del canzoniere lirico. Nel denso accostamento delle tre "canzoni sorelle" (III, viii-x), interrotte solo da brevi inserti in prosa, si compie infine una "gradatio retorica e stilistica del petrarchismo" (146): dal modello elegiaco di Perottino, a quello comico di Gismondo, fino alia variante tragico-sublime di Lavinello.

La seconda parte dei libro e dedicata a un'analisi del Marescalco di Aretino: un'opera teatrale che, sulla scia degli studi di Aquilecchia, non e pensata in opposizione al classicismo cortigiano, ma viene anzi studiata per i suoi rapporti organici con la corte di Mantova. Finotti sottolinea dapprima che il "marescalco" ha un'importanza che va ben oltre la scuderia, e collega dunque la sua "deformita" (168) alla 'grammatica' delle burle cortigiane elaborata da Castiglione, a cui si rimanda anche per il rovesciamento conclusivo. Questo finale non e da anti-commedia, ma piuttosto una di quelle azioni "contra l'aspettazione" sanzionate dal Cortegiano (II, lxxxv; p. 175). La misoginia e l'omosessualita del marescalco diventano, per Finotti, manifestazioni di uno spazio culturale di "discovenienza" comica, cosi come l'affettazione dei Pedante riflette un'attardata pedagogia umanistica incapace di innalzarsi alla sprezzatura cortigiana. Ricordando, infine, che sulla commedia di Aretino influiscono il modello dialogico degli Asolani di Bembo e quello trattatistico-epistolare di Erasmo (185), Finotti spiega come mai il Pedante si produca in un duplice elogio/biasimo dei matrimonio e qui, ai di la della retorica della 'diffrazione,' assume importanza filosofica e scenica il metodo 'antilogico' della disputatio in utramque partem e sarebbe stata utile forse, a riprova della felice intuizione, qualche citazione dall'erasmiano Encomeum matrimonii.

La terza sezione del libro--conclusa da un'appendice di carmi giovanili dei Bembo, annotati e tradotti--ospita una lunga archeologia della scena satiresca, tesa a dimostrare che l'evocazione di una mitica 'eta deli'oro' e l'infrazione erotica contemplate nell' Aminta del Tasso non siano da situare necessariamente all'esterno della corte. Questa parte del volume e largamente basata sul concetto di "forma disturbata" avanzato da Gombrich (283), nonche su altre categorie artistiche come quella di "rustico dilicato" usata dai Serlio a proposito dei ciclo di Giulio Romano a Palazzo Te o dei "bizzarro" vasariano. Proprio rilevando una salda compresenza, specie dopo il primo decennio dei Cinquecento, tra decoro e licenza nell'interdiscorsivita cortigiana, Finotti passa in rassegna i momenti chiave dei revival satiresco: le mitologie padane di fine Quattrocento, la miniatura padovana, l'ecfrasi delle Stanze di Poliziano e il paganesimo silvestre dei suo Orfeo, il "distacco etnologico" (228) delle tavole bacchiche di Piero di Cosimo, l'appello a una religio rustica dei carmi latini di Pontano e Bembo e soprattutto il programma decorativo nelle regge di Ferrara e Mantova. Finotti stringe in un vigoroso affresco l'inesausta dialettica tra gusto antiquario e vitalismo pagano, trattando poi il genere intermedio della "favola satirica." Prima con l'Egle di Giraldi Cinzio, che rappresenta una variante classicistica e accoglie un'iconologia di respiro cosmico, poi con il Sacrificio dei Beccari, che invece propone un riavvicinamento alla tradizione dell'egloga e avvia "un processo di demitologizzazione" (325) destinato a venire raffinato dalle successive pastorali ferraresi. Approdando all'Aminta, Finotti conclude che la "favola boschereccia" dei Tasso rispondeva ad aspettative ormai consolidate, e che il "ricovero ne' boschi" auspicato dai Prologo indicava nell'Arcadia "lo schermo in cui la corte proiettava e appagava il suo bisogno di naturalezza" (360). Al carattere 'suburbano' di questo mondo pastorale, corrispondono nella memoria letteraria echi di temi elegiaci e l'interiorizzazione drammatica dei binomio di licenza e onore: un onore che ancora nel Tasso non e quella coesiva norma sociale e universale a cui il Pastor Fido dei Guarini affida la propria riscrittura del modello satiresco.

STEFANO GULIZIA

Washington University--St. Louis
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Author:Gulizia, Stefano
Publication:Italica
Article Type:Book review
Date:Dec 22, 2007
Words:1264
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