Printer Friendly

Elogio di Epicuro e trasmissione del sapere: semiologia di Lucr. 3,3, te sequor.

1. La critica si e posta il problema della discrepanza tra l'elogio di Epicuro dei libri primo (vv. 62-79), quinto (vv. 1-54) e sesto (vv. 1-42), e quello del terzo (vv. 1-30), che rappresenta una variabile non irrilevante (1), in quanto all'andamento espositivo di questi altri testi che elencano le imprese (quasi divine o divine) e le benemerenze di Epicuro, come personaggio di cui si parla ('the person talked about'), e quindi fuori campo, come attesta la terza persona, si alterna in questi versi il discorso in seconda persona, che presuppone il personaggio a cui si parla ('addressee') come potenzialmente presente per udire le parole di chi si rivolge a lui ('speaker') (2).

Ammettere la presenza di un pur embrionale dialogo nel contesto del poema didascalico puo apparire affermazione sconcertante. Aristotele Po. 47b riteneva--ed e cosa nota--che gli esametri di Empedocle non avessero nulla a che vedere con la poesia epica di Omero, proprio perche tanto Empedocle, io docente che espone la propria dottrina, quanto l'altro personaggio, Pausania, al quale lo 'speaker' si rivolge in varie apostrofi nel suo poema Sulla natura, non svolgono nessuna funzione, ne a livello di mimesi tragica ne nella diegesi epica, che funga da racconto, ma appartengono (almeno per quanto ci consente di supporre lo stato frammentario nel quale l'opera e giunta fino a noi) a quel rapporto biunivoco tra insegnante e discente, che costituisce quella che e stata definita <<the teacher--student constellation>>, elemento indispensabile nella dinamica del testo didascalico, che vale a garantire la forma dell'insegnamento in quanto tale (3).

Se nel De rerum natura accanto al personaggio 'Lucrezio' io docente e 'speaker' compare 'Memmio', l"addressee', la situazione appare tuttavia meno lineare della precedente per alcune contraddizioni implicite che la critica ha di volta in volta puntualizzato, senza arrivare ad una soluzione definitiva: figura in progressiva dissolvenza (4), scolaro inadatto a ricoprire questo ruolo perche <<unsympathetic, unwilling to learn>> (5), antagonista funzionale nell' assicurare la cooperazione extra-testuale tra autore e lettore (6).

2. I commentatori del proemio del terzo libro, se da un lato sono concordi nell'osservare che, come scriveva gia nel 1563 il Lambino, <<Epicurum affatur (scil. Lucretius)>>, il che implica un piU diretto coinvolgimento personale dello 'speaker' verso l'interpellato, rivelano in piU di un caso la loro incertezza nel formalizzare la natura stilistica di tale apostrofe. Bailey la confronta con <<the traditional epic invocation of a god>> (7), Kenney constata che <<the style and feeling of the address to Epicurus are hymnic>> (8), termine questo ultimo ripreso da Brown che valuta tanto il richiamo ai suoi meriti, quanto alla sua nazionalita come la prova che di inno si tratta, o comunque di preghiera, scandita dai poteri e dai luoghi di soggiorno del dio.

Confrontata con quello che risulta un vero e proprio inno, evidentemente quello a Venere, l'apostrofe di Lucrezio a Epicuro si colloca a mezza strada, per cosi dire, trattandosi di un testo che, almeno formalmente, appartiene all'ambito della retorica epidittica, come sostiene il retore Menandro laddove, a 351 15-20, ammette che gli encomi spettano tanto agli dei quanto agli uomini, ma che nel primo caso sono detti inni. Identificato quindi come espressione di devozione religiosa, l'inno tende ad integrarsi nel contesto di vari generi, dall'epos all'ode e presenta varie situazioni (inno cletico, propemptico, apopemptico) (9). In questo caso specifico la differenza riposa sulla distanza che intercorre tra Venere e il filosofo, che pure gli allievi e la tradizione scolastica vollero paragonare ad una divinita.

Allora, come nota Heinze, <<ein Hymnus, wie man wohl gesagt hat, ist das Prooemium nicht>> (10), perche le laudes pro meritis (5, 3 sg.) sono altra cosa, cosi come e stato Epicuro stesso a esprimersi dal testo di una massima dello Gnomologium Parisinum: [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]. E tuttavia il discorso non sembra definitivamente chiarito; formulando tale massima proprio quello stesso Epicuro, che, con eleganza insuperabile, aveva eluso la sebasis di Colote (11), sembra lasciare aperta la porta almeno al confronto tra il dio e il saggio.

La struttura dell'inno si articola sostanzialmente in tre momenti consequenziali (12), l'apostrofe alla divinita che intende rispondere al fine dell'attentum parare, la vera e propria predicazione elogiativa dei meriti e dei poteri del dio, collocata al centro, alla quale tiene dietro una specifica preghiera, che concerne la richiesta di ascolto, l'offerta di un voto, o anche, come nel movimento cletico dell'ode di Saffo, l'invito perche Afrodite si presenti all'orante ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] "ma qui vieni"), spostandosi fisicamente dalla casa del padre, secondo una prassi che gia altre volte la poetessa sostiene essersi realizzata per seguire il lontano suono della sua voce. La resa dei primi tre versi del proemio del terzo libro dimostra sicuramente la conoscenza dei motivi dell'inno in quelli che sono stati individuati come gli elementi costitutivi di questa forma di preghiera (13); e infatti presente l'enfasi dell'esclamativo incipitario O, accolto definitivamente dagli editori (14), ne manca l'impiego della tecnica della [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] che riprende l'interiezione al v. 3 in modo da solennizzare vieppiU l'evocazione del personaggio nel ricordo del luogo, l'intera Grecia, cosi come appaiono gli altri requisiti della stessa tipologia, come l'uso della proposizione relativa (qui primus) che accenna tanto alle benemerenze quanto alla qualifica di [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] di Epicuro e, non ultimo, un richiamo, seppure mediato e allusivo, all'incessus del dio, nella fattispecie quei tua pressa signa, che nel contesto specifico rappresentano le tracce di un passaggio; signa che sono depositari di valenza polisemica, che puo essere accostata all'importanza retorica del signum quale si ricava da un noto passo del De inventione ciceroniano, (15) e che rappresentano, come in Cicerone, una realta concreta, tanto che su di essi Lucrezio si propone metaforicamente di figere vestigia.

L'oscurita etimologica (16) di [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] non aiuta a chiarire se originariamente il vero dilemma fosse quello posto in essere dalla natura divina o umana di chi sta al centro dell'inno, o se piuttosto la connotazione religiosa, pur evidente, venisse convalidata dalla modalita della performance, che e quella del <<chant assemble>>.

2.1. Abbiamo pertanto testimonianza di inni celebranti figure umane come l'itifallo composto ad Atene per Demetrio Poliorcete, che Duride di Samo ha conservato (17) e che, per alcune movenze del testo, come la richiesta di garantire la pace ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]), e stato ipotizzato (18) aver influenzato proprio l'inno a Venere di Lucrezio.

Se Lucrezio ha tenuto conto nello stilare l'inno a Venere dell'inno a Demetrio, presentato dall'autore greco mentre entra in Atene con atteggiamento di serenita [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], piu problematico dovette risultare per lui servirsi di questo testo nel comporre l'elogio di Epicuro, che era morto da oltre due secoli. Che delle intersezioni tra i due testi tuttavia sussistano credo sia possibile dimostrarlo da due passaggi, il primo dei quali tiene conto della immaginazione dell'innografo ateniese che mette a confronto l'impegno fattivo di Demetrio con il disinteresse degli altri dei, per il quale comportamento vengono addotte quattro cause tutte articolate dalla disgiuntiva h: la lontananza, la sordita, la non esistenza e il disinteresse, che sembrano tesi abbastanza prossime al pensiero teologico epicureo. Ma ben piU calzante ci appare la scena precedente, dove l'autore immagina una visione venerabile ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]): tutti gli amici di Demetrio ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]) stanno in circolo ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]) intorno a lui, essi sono le stelle, lui il sole ([TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]). Evidentemente il riscontro memoriale va a 3, 1043 sg. omnis restinxit stellas exortus ut aetherius sol, il solo passo dove Lucrezio evita di omettere il nome del filosofo (3, 1042 ipse Epicurus obit) con un'immagine che pure vanta modelli nell'epigramma ellenistico (19).

3. Se Lucrezio si era limitato a chiedere per se l'assistenza di Venere nel comporre il poema (1, 24 te sociam studeo scribendis versibus esse), neppure questa sorta di alleanza e specificatamente prevista nella 'Anrede' dei versi iniziali del terzo libro. Lucrezio invece procede in senso esattamente opposto all'inno cletico, dichiarando, subito dopo aver apostrofato Epicuro nel primo verso, che sara lui a muoversi, a 'seguirlo': te sequor. Per il resto la figura del filosofo, lungi dal muovere contro le regiones caeli, come avviene nel primo libro, e qui figura totalmente statica, immobile nel suo ruolo di eroe culturale (inventor rerum), alla cui ratio basta il solo iniziale moto della voce per far dileguare i moenia mundi e realizzare l'epifania degli dei (v. 18 apparet divum numen). L'idea che Epicuro, dopo aver compiuto l'iniziale gesto di extollere lumen, divenga, almeno momentaneamente, punto di convergenza verso il quale muove il protagonismo di Lucrezio, risulta avvalorata dal quadro semiologico complessivo, condizionato come e da vari segni della sfera affettiva (cupidus certandi; propter amorem; te imitari aveo), che lascerebbero intendere la 'mise en abime' della philia epicurea, quale ideale compresenza del maestro morto con il discepolo che ne segue attualmente (nunc disposto a cornice con te e contiguo a tuis) le tracce del percorso.

3.1. Pare inoltre di avvertire nel testo un motivo di riflessione contenuto in quella voce imitari, il cui significato e abbastanza generico perche descrive <<any instance where an author follows a literary model>>, ma, visto che le due comparazioni successive, quella tra rondine e cigno, per intenderci, e quella tra capretto e cavallo da corsa risultano tipiche dell'attivita poetica, e tenuto conto della contigua occorrenza di certare, che possiamo considerare vero sinonimo di aemulari, non e fuor di luogo pensare ad un'operazione di ambiguo mimetismo realizzata da Lucrezio nella presunzione che <<his model Epicurus is a poet>> (20).

3.2. Katharina Volk, alla quale dobbiamo questo ultimo approfondimento, ha per altro segnalato la curiosa situazione creatasi nel sistema delle autorita della scrittura e del pensiero sulle quali Lucrezio sintonizza la propria scrittura. Che proprio Epicuro, <<a prose writer with an outspoken aversion to poetry>>, sia il punto debole nel quadro dei quattro autori che hanno adeguato il percorso della loro opera all'intento di rerum naturam expandere dictis (1, 126), Omero, evidentemente, Empedocle, Epicuro ed Ennio, risulta fatto talmente sconcertante e contraddittorio da suggerire al critico una riflessione che sia anche un tentativo di uscire dall'aporia. La soluzione pertanto dovra tener conto della tradizione letteraria di Roma dove, sin da Ennio, filologo e dicti studiosus, il motivo della priorita diviene autocelebrazione dello scrittore, per essere riuscito ad avanzare su un percorso inesplorato nella lingua latina. La strategia poetica del De rerum natura impostata da <<the Lucretian speaker>> mira <<to portray Epicurus as though he, too, were a poet and, consequently, to cast himself in the role of the literary successor who follows his model in an act of imitatio>> (21), un'osservazione questa della quale intendo avvalermi al momento opportuno.

3.3. E dunque la non equa distribuzione dei rapporti tra Epicuro e Lucrezio nel contesto dei versi iniziali del libro terzo merita maggiore attenzione di quanta non ne abbia ricevuta a tutt'oggi, e potrebbe essere interpretata meglio se mettessimo piU a fuoco la complessa polisemia di te sequor. E dico subito che, proprio trattandosi di un segno di inedito spessore, sara opportuno procedere per via di articolazioni successive, il cui grado zero consiste nell'interpretazione letterale che dichiara Lucrezio seguace di Epicuro.

Ma questo evidentemente non basta all'ermeneutica, se confrontiamo il passo in questione con l'unica occorrenza similare che lo precede nel co-testo del poema, a 1,16 te (scil. Venerem) sequitur cupide quo quamque inducere pergis dove sequi e ben piU dello sbiadito e contingente 'venir dietro'; la fortissima tensione verso il sublime, che governa questo inno, si appunta sulla vis della dea, che si rende evidente nel momento stesso della sua venuta, colpendo gli animi delle specie con l'impulso alla riproduzione che Lucrezio innalza a forza di persuasione cosmica. Si tratta per altro di immagine ricca di non poche suggestioni culturali, che poco hanno a che vedere con l'ortodossia epicurea, ma sembrano fatte apposta per rievocare l'iconografia di archetipi pre-storici come quello della potnia theron, oppure le affabulazioni sui poteri sciamanici di Orfeo, il cui canto fa violenza sulle leggi della natura, con fiumi, alberi e specie animali, trascinate tutte ineluttabilmente dal suo potere di fascinazione.

E anche qualche traccia, accanto all'Epicuro illuminista, che solleva la fiaccola nelle tenebre dell'ignoranza, di un Epicuro gopc sarei propenso a riconoscerla nel tracciato di questi primi versi del terzo libro. Mi si perdoni questa rapida sortita nel campo non sempre lodevole dell' "Anti-Lucrece chez Lucrece", ma non vedo come si possa definire altrimenti il personaggio che con il suono della sua parola (vociferari) fa allontanare le barriere delle apparenze che ostacolano la chiarezza della vista (v. 16 sg. moenia mundi discedunt); la natura mostra in assoluta immediatezza il processo primario ed elementare della creazione (v. 17 totum per inane geri res ~ 1, 328 corporibus caecis igitur natura gerit res (22)) e si realizza la epifania della divinita (apparet divom numen), in un presente che non conosce passato o futuro (23).

4. Ma un risvolto interpretativo di importanza piU che rimarchevole mi sembra quello che muove dalla voce sequor come modulo della dipendenza letteraria (24). Sulla semantica della forma con prefisso insequo/insequor gia presso la grammatica e la filologia antica (Velio Longo, Gellio, Festo) si era aperto un dibattito, le cui conclusioni portavano ad ammettere una correlazione tra il significato di 'seguire' e quello di 'esporre', quale e attestata per le due ben note occorrenze della latinita epica, quella incipitaria dell'Odusia di Livio Andronico

Virum mihi, Camena, insece versutum (1)

e quella di Ennio
   inseque, Musa, manu Romanorum induperator quod quisque in bello
   gessit cum rege Philippo (2).


Per Jackson (25), il piU recente commentatore del passo enniano (vv. 343344), rispetto all'originario profilo semantico del testo liviano <<insegui per me, segui nella memoria>>, quello di Ennio rappresenterebbe un'innovazione, che e anche una semplificazione <<raccontami, dimmi>>, ma forse meglio, non trattandosi di vero e proprio esordio, ma di un proemio interno, perge dicere come glossa la voce Gellio che riporta il distico degli Annales a 18, 9, 3. Lo stesso Gellio per altro, dopo aver ricordato quanto sostiene Velio Longo nel suo De usu antiquae lectionis e cioe che a veteribus quas narrationes dicimus insectiones esse appellatas, conclude a 10 che ipsum illud [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII] significat verba aut versus, non aliunde esse dictum tradunt quam [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII].

Non credo possano esserci dubbi sulla intenzione arcaizzante con cui la voce e stata impiegata in entrambi i contesti; la diatesi attiva di insequor e un arcaismo gia in Livio (26), dove esalta la sua funzione di perfetto calco dell'incipit odissiaco [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII], ma anche la strutturazione del verso enniano e tale da marcare con l'allitterazione a cornice la solennita del proemio del libro decimo.

Per il profilo semantico della forma la verifica della linguistica moderna ha confermato il dossier di Gellio sul contatto tra 'parola' e 'sequenza', cosi come questo e l'esito ideologico della antropomorfizzazione della parola, che si lascia osservare nella sua via e nelle tracce del suo percorso (27). L'identificazione del discorso come percorso e dunque invito a recepire la serialita di segni (sola alternativa e quella degli alati, uccelli o dei), che presuppone necessariamente l'apporto di quella visualita che rappresenta l'anticipazione indispensabile di un processo, dove la codificazione finale e quella che si puo <<dire (narrare) per essere stati testimoni oculari, per aver visto>> (28). Il tutto puo essere altresi presentato come il fenomeno di uno stato etimologico complesso prodottosi intorno alla radice *[sek.sup.w-] che determina sequor nella misura in cui appare determinata <<with the original meaning 'to see'>> (29).

5. Ritengo pertanto che, alla luce di quanto esposto a 4., l'ermeneutica lucreziana debba tenerne conto al fine di esplicitare la scelta polisemica dell'autore, tanto piU che il sequor del testo e anche un insequo. Come osserva con la consueta finezza Heinze, <<das einfache sequi ist zu wenig, es wird ausgefuhrt durch inque tuis nunc... pono [...] Schritt fur Schritt geht er ihm nach, und zwar haftet er an den Spuren des Vergangers>> (30); si tratta di constatazione eloquente che suggerisce di ricondurre a unita il sistema dei segni del v. 3, dove inque e messo in evidenza per la sua collocazione speciale dopo ben due pause (una cesura e una dieresi), quasi a richiamare il primo piede, separato come e dall'incisione dell'apostrofe centrale.

I traduttori si sono accontentati in genere di fermarsi alla superficie del segno, ma l'immagine ha colpito Lord Tennyson che la ha recepita nel suo Lucretius come gesto simbolico del processo di trasmissione di conoscenze del discepolo che si fa maestro:
   My master held
   That Gods there are, for all men so believe.
   I prest my footsteps into his, and meant
   Surely to lead my Memmius in a train
   Of flowery clauses onward to the proof
   That Gods there are, and deathless.


L'intuizione del poeta mi sembra abbia colto nel segno: seguire Epicuro e quindi al tempo stesso 'parlare su di lui', esporre la sua dottrina, divenendo da discepolo maestro. In questo terzo libro, dove piU che in ogni altro Lucrezio sente indispensabile il valore e la responsabilita della sua opera, per dimostrare la verita della massima capitale nil igitur mors est ad nos neque pertinet hilum, si assiste ad un'accentuazione enfatica della sua funzione di mediatore che, nel momento stesso in cui si dichiara seguace di Epicuro, rivolgendosi a lui per esaltarne i commoda vitae, i patria praecepta, gli aurea dicta contenuti nelle sue chartae, lascia intendere con formula arcaica e solenne che 'narrare lui' significa percorrere a ritroso, in uno speculare capovolgimento di ruoli che prelude a la <<(re)naissance de l'epopee>> (31), il tradizionale corso dell'epos dove le imprese dell'eroe sono state riferite all'aedo dalla Musa; se qui il detentore della 'sapienza' e Epicuro, 'seguirlo' per lo 'speaker' significa trasmetterne la dottrina al pubblico dei suoi lettori.

Bibliografia

Bailey, C. (a cura di), T. Lucretius Carus De rerum natura, I-III, Oxford, 1947.

Baldi, Ph., The Foundations of Latin, Berlin-New York, 2002.

Brown, P. M. (a cura di), Lucretius De rerum natura III, Warminster, 1997.

Cairns, F., Generic Composition in Greek and Roman Poetry, Edinburgh, 1972.

Chantraine, P., Dictionnaire etymologique de la langue grecque, Paris, 1999.

Deremetz, a., Le miroir des Muses. Poetiques de la reflexivite a Rome, Villeneuve d'Ascq, 1995.

Dettori, E., [TEXT NOT REPRODUCIBLE IN ASCII]--Sezione linguistica, 16, 1994, 117-145.

Fedeli, P., Il carme 61 di Catullo, Friburgo, 1972.

Heinze, R. (a cura di), T. Lucretius Carus De rerum natura Buch III, Leipzig, 1897.

Kenney. E.J. (a cura di). Lucretius De rerum natura Book III, Cambridge. 19843.

Knittel, a., Kording, I.K., s.v. 'Hymne', Historisches Worterbuch derRhetorik, IV, Tubingen, 1998, cc. 98-106

Jackson, G. (a cura di, con altri), Quinto Ennio Annali (Libri IX-XVIII), IV, Napoli, 2006.

Luciani, s., L'eclair immobile dans la plaine, philosophie et poetique du temps chez Lucrece, Louvain-Paris, 2000.

Mitsis, Ph., <<Committing Philosophy on the Reader: Didactic Coercion and Reader Autonomy in De rerum natura>>, Materiali e discussioni 31, 1993, 111-128.

Panhuis, D., Latin Grammar, Ann Arbor, 2006.

Poli, d., <<La 'traccia' come antecedente del 'signum' nell'arcaismo greco>>, Miscellanea di studi linguistici in onore di Walter Belardi, Roma, 1994, 1065-1072.

Reiff, a., Interpretatio, imitatio, aemulatio. Begriff und Vorstellung literarischer Abhangigkeit bei den Romern, diss., Koln, 1959.

Santini, C. (Note a cura di), Lucrezio De rerum natura, Torino, 2003.

Sommariva, G., <<Il proemio del De rerum natura di Lucrezio e l'inno a Demetrio Poliorcete>>, Studi italiani di Filologia Classica 54, 1982, 166-185.

Timpanaro, S., <<Lucrezio III 1>>, Philologus 104, 1960, 147-149.

Townend, G. B., <<The Fading of Memmius>>, Classical Quarterly 28, 1978, 267-283

Volk, K., The Poetics of Latin Didactics, Oxford, 2002.

Carlo Santini

Universite di Perugia

carloalb@unipg.it

(1) Brown 1997, 91; Santini 2003, 428.

(2) Panhuis 2006, 44.

(3) Volk 2002, 51.

(4) Townend 1978.

(5) Volk 2002, 80.

(6) Mitsis 1993, 123-128.

(7) 1947, II, 985.

(8) 1984, 74.

(9) Cairns 1972.

(10) 1897, 47.

(11) Plut. Contra Col. 17 (=Usener 141): "avanza ai miei occhi immortale e pensa anche noi immortali".

(12) Knittel 1998, c. 98.

(13) Fedeli 1972, 21-24.

(14) Timpanaro I960, 147-149.

(15) De inv. 1, 30, 48 quod sub sensum aliquem cadit et quidam significat.

(16) Chantraine 1999, s.v. 1156.

(17) Ora in Athen. Deipn. 253 d-f (= FGrH 76 F 13).

(18) Sommariva 1982, 181-183.

(19) AP IX 24 di Leonida di Taranto per Omero; XII 59 di Meleagro per l'amasio Miisco.

(20) Volk cit. 108 e n. 103.

(21) Volk cit. 107.

(22) Espressione assolutamente generica quanto mai idonea a dar conto del processo unico e basilare della fisica epicurea.

(23) La magia ha un incipit temporale (3, 14 nam simul ac e.q.s.), ma gli effetti sono tutti fuori del tempo in virtuale acronia, cfr. Luciani 2000, 208.

(24) Reiff 1959.

(25) Jackson 2006, 145.

(26) Jackson cit., 146.

(27) Poli 1994.

(28) Dettori 1994, 141.

(29) Baldi 2002, 73.

(30) Heinze cit. 49.

(31) Deremetz 1995, 259-260.
COPYRIGHT 2009 Universidade de Lisboa. Centro de Estudos Classicos da Faculdade de Letras
No portion of this article can be reproduced without the express written permission from the copyright holder.
Copyright 2009 Gale, Cengage Learning. All rights reserved.

Article Details
Printer friendly Cite/link Email Feedback
Title Annotation:II STVDIA BREVIORA
Author:Santini, Carlo
Publication:Euphrosyne. Revista de Filologia Classica
Date:Jan 1, 2009
Words:3482
Previous Article:De Aristoteles a Temistio: hypokrisis y actio como valores sociales en la retorica.
Next Article:Emendations on the third book of Lucretius.

Terms of use | Privacy policy | Copyright © 2019 Farlex, Inc. | Feedback | For webmasters