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Edizione nazionale ed europea delle opere di Alessandro Manzoni.

Edizione nazionale ed europea delle opere di Alessandro Manzoni. Testi criticamente riveduti e commentati. Diretta da Giancarlo Vigorelli. Milano: Centro Nazionale Studi Manzoniani, 2000-2002.

Ora che l'Edizione nazionale ed "europea" delle opere di Alessandro Manzoni--annunciata nel 1998 e iniziata nel 2000--ha ormai raggiunto il decimo del trentacinque volumi programmati, si possono apprezzare, in tutto il loro valore e successo, i criteri e i principi ispiratori che aveva enunciato il direttore Giancarlo Vigorelli, presentando il piano dell'opera nel maggio 1998, in una solenne cerimonia svoltasi in palazzo Marino a Milano. Vigorelli, ripercorrendo la storia tormentata delle edizioni manzoniane, aveva richiamato, quale punto di partenza, il celebre "piano" di edizione pubblicato da Michele Barbi sul primo numero degli "Annali Manzoniani," nel 1939. In quel "piano" Barbi poneva quale obiettivo generale dell'impresa editoriale avviata dal neonato Centro nazionale di studi manzoniani l'allestimento di testi che fossero insieme critici e commentati, cioe non si limitassero a stabilire una lezione sicura, ma fornissero al lettore gli strumenti esegetici sufficienti a un'adeguata comprensione dell'opera. Ebbene, uno del meriti notevoli della nuova edizione nazionale e indubbiamente la funzione--direi--sinergetica esplicata dai vari sussidi critici che concorrono a presentare il testo manzoniano e a renderlo comprensibile e fruibile dal lettore a vari livelli: storico, storico-letterario, ermeneutico, critico-filologico, biografico. Benche i vari sussidi siano opera di studiosi diversi, essi in qualche modo dialogano fra loro, intessendo una riflessione comune che mira a individuare e a ribadire, sotto diverse prospettive, i significati peculiari e fondamentali di quel testo. Se la "premessa"--affidata per lo piu ad un conoscitore eminente o del Manzoni o del tema centrale di quel determinato scritto manzoniano--enuncia, in alcune proposizioni essenziali, il nucleo della possibile riflessione critica sull'opera editata nel volume, l'"introduzione" si assume il compito di sviluppare adeguatamente quelle tesi difondo e di arricchirle svolgendole in un ampio respiro argomentativo e probatorio, inverandole in una robusta trama di riferimenti all'opera piu generale dello scrittore e al contesto culturale dell'eta manzoniana. Sia la premessa che l'introduzione--i luoghi privilegiati del "commento" al volume che si pubblica--hanno poi il merito di proporre, in maniera problematica, il valore di modernita e di attualita del testi che presentano, vagliando i significati storici che l'indagine filologica e critica ha enucleato alia luce della ricezione contemporanea, della prospettiva del lettore d'oggi: contribuendo--come auspicava Vigorelli nella citata premessa all'edizione nazionale--alla conoscenza approfondita di un Manzoni "del suo e del nostro tempo," di un Manzoni "contemporaneo imprevisto." E in questo senso le parti che in ciascun volume sono deputate al commento trovano un alleato insostituibile, proprio nella funzione di compiuta storicizzazione e attualizzazione dell'opera manzoniana, in quell'altra parte che tipicamente, "classicamente," caratterizza un'edizione nazionale e cioe la "nota al testo," la quale--come questi primi volumi pubblicati gia danno a vedere--non si limita alla consueta esplicitazione del criteri ecdotici o all'arido regesto di autografi, di varianti e di correzioni, ma si impegna in una ricostruzione storica e biografica della stesura del testi che prende il sapore di un '"indagine" tesa a scoprire le tracce o gli indizi di situazioni, motivazioni, moventi che uno scrittore come il Manzoni, cosi reticente sulla genesi e sulle fasi del proprio lavoro letterario, sembra avere occultato. La contestualizzazione dell'opera viene poi assai opportunamente completata con ulteriori sussidi, come cronologie, bibliografie, appendici, scritti di contemporanei del Manzoni, che danno un prezioso contributo ai lettore nel suo percorso di interpretazione e di valorizzazione dell'opera.

Ognuno del volumi finora usciti--che qui presentero secondo il numero progressivo che essi occupano nel corpus--e una prova eloquente dell'efficace organizzazione metodologica dell'Edizione. Il volume no 3 ospita la prima tragedia manzoniana (Il Conte di Carmagnola, premessa di Gilberto Lonardi, a cura di Giuseppe Sandrini, In appendice: Testo della prima edizione, 1820--, versione francese di Claude Fauriel, 1823; "Il Conte di Carmagnola" di Francesco Lomonaco, 2004). In calce al testo critico (il cui allestimento, in questo caso, ha potuto avvalersi della precedente edizione mondadoriana curata da G. Bardazzi, il quale aveva indicato nell'esemplare delle Opere varie custodito dalla biblioteca del CNSM il testo-base piu corretto) il lettore trova l'ausilio di un commento ricchissimo sul piano della "spiegazione" e dell'interpretazione (ai diversi livelli della forma linguistica, del procedimenti retorici, del valori poetici) e prezioso, soprattutto, nel segnalare e comporre la fitta trama di echi puntuali che, da Shakespeare alla tragedia europea contemporanea, specialmente francese, rivelano sia l'ampiezza delle letture drammaturgiche manzoniane (assai parzialmente esplicitate negli scritti teorici) sia la presenza di "fonti" non ancora evidenziate nella tormentata gestazione del Carmagnola. Prima del testo incontriamo le due sedi deputate alla presentazione complessiva e approfondita dell'opera, secondo il consueto doppio compito ad esse assegnato. Qui, la "Premessa" di Gilberto Lonardi, autorevole studioso del tragismo manzoniano, da una decisiva chiave di lettura non solo del Carmagnola, ma anche dell'Adelchi e del progetto di Spartaco, proponendo inoltre una convincente lettura di un itinerario creativo che, apparentemente contraddittorio nel passaggio dall'espereinza lirica a quella drammatica a quella narrativa, si rivela invece assolutamente coerente nello sviluppo della riflessione e dell'invenzione letteraria. C'e una forte correlazione--secondo Lonardi--fra la scelta innografica e la successiva scelta drammaturgica. Sia nell'esperienza lirica, sia in quella tragica Manzoni si sforza di allontanare da se quell'aspetto di "quadro stretto," di spazio chiuso, di movimento ossessivamente circolare, insidioso, in uno spazio fittizio, che e proprio del petrarchismo italiano ed europeo come e proprio della "tragedie classique" dei francesi, e in particolare di Racine: e come alla poesia d'amore petrarchistica egli oppone l'esperienza antiegolatrica (il Cristo che oscura Narciso) degli Inni Sacri, cosi egli oppone al quadro stretto e chiuso della tragedia classicistica l'esperienza drammaturgica del deroulement, dello "svolgimento" in un tempo e in uno spazio aperti e mutevoli. Questa insopprimibile vocazione alia rappresentazione di un movimento, di uno sviluppo, di una trasformazione insieme individuale e storica, condurra il drammaturgo alia definitiva scelta del genere romanzesco. In questo itinerario Lonardi vede la coerenza di un'etica non distante, pur nella differenza di vocabolario, da quella del Brecht che oppone alla "forma drammatica" la "forma epica," e cioe oppone a una forma che "involge" lo spettatore, rendendolo "complice" della rappresentazione, una forma che lo induce invece a distanziarsi da essa e a riflettervi sopra, promovendolo cosi a "giudice." Al teatro della complicita (quello di tipo aristotelico e classique), che considera l'uomo come un "dato fisso e immutabile," si oppone il teatro del giudizio (quello di tipo non aristotelico, di modello shakespeariano), che presenta l'uomo come "processivo" e si svolge non linearmente, ma per curve, salti, montaggio. E se il procedimento brechtiano dell'interruzione mira appunto a interrompere il coinvolgimento e la complicita dello spettatore e a costringerlo a prender posizione e a dare un giudizio, un analogo scopo e ottenuto dal procedimento che Lonardi dice costitutivo della drammaturgia manzoniana, quello della citazione:
 Quando, per Marco che tradisce, la citazione allude al Cristo
 trafitto dal tradimento di Giuda, o quando, in un monologo, Adelchi
 modella la propria solitudine di sconfitto sulla solitudine del
 Cristo alia colonna, anche se discreta e indiretta la citazione
 sospende la storia, inserisce un ricordo d'Altro: ostacola,
 interrompendo, l'immedesimazione da parte di chi "assiste" ai
 dramma. Impedisce la lettura di una vicenda come assoluto mondano,
 come irrelato in se di un'esistenza che pretende di essere solo se
 stessa.


Il tragico manzoniano mira ad escludere ogni rischio di trance teatrale, di dramma rituale che risucchi dentro il suo avvolgersi "intossicante" la complicita del lettore-spettatore. "Dioniso"--osserva Lonardi--"e bandito non meno di Narciso: come il Manzoni pre-tragico ... teme ogni esperienza che scambi la poesia con l'Assoluto, cosi il Manzoni tragico rifiuta ogni mimesi drammatica che contenga quell'altra forma demonica di tradimento dell'Assoluto che e la totale immedesimazione e complicita dello spettatore ... con il rappresentato." Affinche il lettore o spettatore giunga al giudizio, alla "riflessione sentita," e necessario, oltre alla citazione figurale, che l'eroe stesso rifletta e argomenti. Se l'eroe del tragico antico e un eroe "sepolto in se stesso," un eroe che soprattutto tace (secondo un modello ancora presente nell'Alfieri maggiore), l'eroe manzoniano--sempre pih, dal Carmagnola all'Adelchi--e un eroe che parla, che consegna alla parola e all'intelletto quanto gli viene negato sul piano dell'azione e quanto percepisce della condizione esistenziale propria e di tutti gli uomini: e un eroe testimone--un martire, appunto--che patisce e muore come il Cristo. Nel Carmagnola solo sul finire della tragedia, nell'Adelchi gia durante il dramma, l'eroe "cresce alla parola, alla similitudine riflessiva, alla citazione scritturale, al monologo, per un bisogno di riflessione su se e sul proprio destino, e, insieme, di pedagogia storico-etica, che per Manzoni ha, anzitutto, il grande precedente teatrale del "re bastonati" scespiriani, specie quello di un re bastonato e infine saggio e "cristiano" come Richard II." E qui la densa premessa di Lonardi ci indica una fase ulteriore del coerente sviluppo dell'itinerario di meditazione e di creazione poetica del Manzoni: come negli Inni sono rinvenibili nuclei tematici e formali gia disponibili ad espansione drammaturgica, cosi la forte componente epica delle tragedie, in particolare dell'Adelchi, mostra gia operanti le future strutture da romanzo, nei procedimenti tipici del "dramma di giudizio," quali il coro, le citazioni, le interruzioni, il montaggio e l'intreccio di situazioni separate per tempo e spazio, il finale dell'eroe che spreme il "sugo" della storia. E tuttavia i vari congegni messi in opera nel dramma epico e di giudizio non bastano a rassicurare Manzoni, ad annullare il suo timore che "nessun teatro, neanche queUo dell'innocente, della Passione-Resurezione calata nel "vero" storico, tenga fino in fondo come teatro del giudizio e dello straniamento" e non si presti alla complicita del pubblico; che nessun teatro, per quanto epico, sia cioe in grado di sottoporre al giudizio e al controllo dell'intelletto le proprie fascinazioni. Nel delirio d'amore di Ermengarda o nel monologo del traditore Guntigi tendono a liberarsi voci "altre," non del tutto esorcizzabili dal "teatro cristiano," come il fascino dell'eros e il fascino della potenza (anche nella coeva esperienza lirica del Cinque Maggio si delinea, accanto al modello cristologico, il contro-modello dell'oscura, inquietante "divinizzazione" di Napoleone). Dopo aver bruciato, fra il Cinque Maggio e l'Adelchi, "alcuni suoi incensi cosi a Eros come a Giove," Manzoni "supera" l'esperienza tragica attraverso l'espansione dell'io epico, che, abbandonato il suo "cantuccio" nel coro, assume "ben piu mobili, piu ravvicinati, analitici, avvolgenti poteri di presenza affettuosa e ironica, di sollecitazione meditativa e di censura ... col mezzo del romanzo: cosi moderno anche per quanto di controllo nuovo, ormai davvero post-feudale, consente sulle creature e sulle coscienze." Se la ricchezza di prospettive offerta dalla premessa di Lonardi aiuta a capire la complessita di significati della tragedia manzoniana e propone anzi un'interpretazione di tutto il percorso creativo e meditativo dello scrittore fino al Natale del 1833, l'Introduzione di Giuseppe Sandrini fissa il quadro di riferimenti e influenze storico letterarie entro cui nasce il Carmagnola e avvia il lettore alla comprensione del procedimenti letterari e drammaturgici che organizzano la prima tragedia e del sistema di valori storiografici, etico-religiosi e di poesia che essa costruisce. La scansione del paragrafi favorisce--si direbbe, didatticamente--la progressiva acquisizione di strumenti esegetici e di nozioni essenziali all'intendimento dell'opera: il mito della "Venezia malefica" ele sue radici nel teatro francese; l'origine "europea" della prima tragedia e l'influenza di Shakespeare, Goethe, Schiller; la natura di "oratorio morale" e di "dramma a tesi" del Carmagnola; il rapporto tra poesia e storia e la centralita del coro nel tessuto drammatico e stilistico della tragedia. Di parficolare interesse e novita, nella ricostruzione della genesi del Carmagnola, e l'attenzione ai modelli francesi e alla mediazione da questi operata nei confronti degli altri grandi drammaturghi europei. Manzoni poteva veder rappresentato il "potere ingiusto" del Senato di Venezia nell'Othello di Jean-Francois Ducis o nei Venitiens di Antoine Vincent Arnault (di entrambi gli autori chiedeva infatti al Fauriel, nel 1817, l'invio delle opere) e poteva leggere nella Preface di Arnault di vicende tragiche "fondees sur l'histoire." Ma anche il cosi presente modello shakespeariano o goethiano (i soli modelli esplicitamente indicati nell'ultima redazione della Lettre, una volta cassato Schiller) viene filtrato e mediato dalla drammaturgia francese: se Manzoni rinuncia, dopo i primi tentativi, ad inserire nel Carmagnola esordi recitati da personaggi borghesi o popolari (come fa il Goethe nell'Egmont o lo Shakespeare di Giulio Cesare e di Coriolano) lo si deve anche alla mediazione di Benjamin Constant, che nel libero adattamento della trilogia del Wallenstein di Schiller aveva rinunciato, con motivazioni simili a quelle manzoniane (quelle dell'assenza, in Italia, di "opinione pubblica," gia lamentata da M.me de Stael e dal Sismondi), al grandioso affresco di vita militare e popolare offerto dal dramma schilleriano. Nel Primo Sbozzo della lettera allo Chauvet, inoltre, Manzoni aveva decisamente segnalato il nuovo orientamento "storico" della tragedia francese e aveva parlato del grande successo di un non meglio precisato poete historique: questo drammaturgo cosi ammirato dal Manzoni non sarebbe--secondo Sandrini--ne Du Belloy, del quale, come di altri, lo scrittore chiedeva al Fauriel di inviargli le tragedie, e nemmeno Marie-Joseph Chenier, col quale egli condivideva la concezione del dramma moderno e al quale il Pellico aveva dedicato quattro articoli sul "Conciliatore," bensi Francois Raynouard, studioso della poesia provenzale come il Fauriel e autore, fra le altre, di una tragedia--Les etats de Blois--che era dedicata a un momento cruciale della storia della monarchia francese, "la guerra del tre Enrichi," e che era preceduta (proprio come il Carmagnola) sia da una lunga Notice historique, sia da una Preface, nella quale l'autore prendeva nettamente posizione in favore di una tragedia storica e nazionale. Guidato dai due poderosi strumenti critici offertigli dalla premessa e dall'introduzione, il lettore puo dunque "fruire" in modo adeguato del testo definitivo della tragedia, ampiamente commentato; puo poi percorrere il testo della princeps, edita nel 1820 dal Ferrario, e confrontarlo con la versione francese di Claude Fauriel, pubblicata (con Preface du traducteur) insieme all'Adelghis, a un articolo di Goethe e a un'antologia di scritti sulla teoria dell'arte drammatica, nel 1823 a Parigi. E quale documento della fortuna storiografica di Francesco Bussone nell'epoca contemporanea al Manzoni (fra gli storici moderni lo scrittore, nelle Notizie storiche, citava polemicamente Pietro Verri), il lettore potra conoscere, nella "seconda appendice," la biografia che Francesco Lomonaco incluse fra le sue Vite de' famosi capitani d'Italia (Milano, 1805).

Analoghi strumenti di lettura offre il corposo volume n. 12 (Storia della colonna infame, premessa di Giancarlo Vigorelli, a cura di Carla Riccardi, 2002) con la Storia della colonna infame, che dell'opera da, in testo critico e con commento a pie di pagina, la redazione definitiva pubblicata di seguito ai Promessi sposi nell'edizione Guglielmini e Redaelli del 1840-42, la redazione compilata fra gli anni 1827 e 1833, e la prima stesura abbozzata, come Appendice storica su la Colonna infame, fia il 1823 e il 1824; e insieme offre, oltre alle fondamentali "note ai testi" di Carla Riccardi, alcuni sussidi testuali e di riflessione critica utilissimi, come il testo, decisivo per comprendere l'origine della Storia manzoniana, delle Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri, con le postille di Manzoni, preceduto da uno studio di Gennaro Barbarisi e seguito da altri materiali settecenteschi di notevole interesse, tra cui l'estratto del verbale del processo agli untori del 1630 postillato dal Verri; e come il saggio La mente di Alessandro Manzoni, che Giuseppe Rovani--l'autore di romanzi storici come Cento anni, il ribelle critico di letteratura, d'arte e di musica caro agli Scapigliati--pubblico una prima volta nel 1852 e nel quale la Colonna infame veniva definita opera preziosa e rivelatrice della profonda acutezza dell'ingegno manzoniano anche nelle materie giuridiche. Lunga e la vicenda della composizione dell'operetta. Come dice Carla Riccardi, la Colonna e una "costola staccata" dalla prima minuta del romanzo. Dopo aver iniziato a trattare del processi agli untori nel cap. V del tomo IV del Fermo, lo scrittore si accorge che la materia travalica i limiti preventivati di un capitolo e allora accantona i fogli gia scritti e, tornato alla fine del cap. precedente, annuncia ai lettori di aver dedicato all'argomento un'apposita "appendice" al romanzo. Concluso l'abbozzo, nell'autunno del '23, Manzoni riprende quel materiale e comincia a rielaborarlo per farne un lavoro di piu ampio respiro, e nell'estate del '24, stando a una missiva del Fauriel al Cousin, l'opera doveva essere a buon punto, come pure l'altra costola staccata, il libro sulla lingua. Questa prima redazione del lavoro viene poi rielaborata nella fase di riscrittura del romanzo e il Manzoni decide di non farne un'appendice al Promessi sposi, ma di pubblicarlo come libro autonomo (come leggiamo alla tine del cap. XXXII della Ventisettana). La Riccardi riflette sui possibili limiti cronologici di questa seconda redazione e indica una cospicua differenza, sul piano contenutistico, tra le due fasi di composizione nel nuovo interesse dello scrittore per la riflessione sul processo e sulla sentenza e dunque sul problema del male nelle azioni umane. Il nuovo testo, infatti, offre una narrazione meno continuativa e un'esposizione del fatti contrappuntata di commenti e di argomentazioni giuridiche e morali volte a dimostrare la "scelleratezza manifesta" del giudici. Tra pause e riprese il testo della Colonna, messo in bella copia dopo il '27, subisce in varie fasi interventi correttori che mirano a risolvere "i nodi formali della sua prosa storiconarrativa" nel senso di una sintassi piu semplice e di un lessico d'uso normale e comune. Un'ultima fase di correzioni, non solo formali, il testo della Colonna vive nel periodo caldo della stampa della Quarantana, con lo scrittore impegnatissimo ancora a raccogliere documenti storici e giuridici e a intervenire con varianti fin sull'impaginato. Aggiunta al testo definitivo del Promessi sposi, anch'essa illustrata dalle vignette del Gonin, la Storia della colonna infame fa parte integrante del romanzo anche per la comune e tormentata vicenda tipografica. Opportunamente e decisamente Vigorelli insiste, nella sua prefazione, sulla complementarita del due testi, voluta esplicitamente dal Manzoni, il quale esigeva che tutte le edizioni del Promessi sposi si concludessero col testo aggiunto e congiunto della Colonna infame e che solo allora, su quell'ultima pagina, era da stampare la parola Fine. Se Vigorelli traccia la storia della fortuna critica e delle edizioni della Colonna, la Riccardi dedica la sua introduzione ad un approfondito confronto del pensiero filosofico-giuridico del Manzoni con quello della grande tradizione illuministica, rappresentato soprattutto dai testi esemplari del Beccaria e del Verri. Rilevando sostanziosi elementi di continuita, ma anche differenze decisive sul piano della condizione storico-politica: di notevole interesse e l'analisi delle ragioni del continuo rinvio della pubblicazione della Colonna e dell'insuccesso clamoroso, anzi dello scandalo e dell'ostile silenzio suscitato dall'apparizione dell'opera, pur tanto attesa nel 1842. Bisognera infine segnalare le belle illustrazioni di questo volume, ma in particolare, direi, quella che riproduce una delle incisioni che per un'edizione illustrata del romanzo e della Storia, presso Hoepli alla fine dell'800, realizzo Gaetano Previati, artista di rilievo europeo, illustratore eccezionale anche del racconti di Poe.

Il volume no 14 ospita il discorso sul "romanzo storico" (Del romanzo storico e, in genere, de' componimenti misti di storia e d'invenzione, premessa di Giovanni Macchia, introduzione di Folco Portinari, testo a cura di Silvia de Laude, interventi sul romanzo storico [1827-1831] di Zajotti, Tommaseo, Scalvini, a cura di Fabio Danelon 2000). I punti fondamentali dell'interpretazione di questo scritto manzoniano sono indicati in magistrale sintesi dalla "Premessa" di Giovanni Macchia: 1) Il problema del rapporto fra storia e invenzione, fra "assentimento storico" e "assentimento poetico," fra vero e falso, che aveva tormentato lo scrittore per anni, scaturiva da un aspetto fondante della culbara romantica, il nuovo senso della storia che permeava tutte le attivita intellettuali e che, dopo avere invaso gli altri generi del pensiero e della letteratura, aveva invaso anche il romanzo; 2) Manzoni comincio a pensare a una nuova soluzione del suo problema, perche rimase profondamente colpito dal giudizio sui Promessi sposi espresso da Goethe, il quale ammirava la potenza lirica dello scrittore milanese non solo nelle poesie, ma anche nel romanzo, e disapprovava l'eccessivo ricorso alla scrupolosa ricostruzione storica nel terzo tomo della Ventisettana; 3) Nel discorso manzoniano, che ha una sua vita sotterranea e nel quale non appaiono i veri autori (i romanzieri) che lo hanno ispirato, Manzoni decretava la tine del romanzo storico, la possibilita di continuare a mescolare il vero positivo e la libera fantasia, ma certamente non condannava, anzi salvava se stesso in quanto autore di un romanzo della cui originalita e grandezza egli era ben cosciente. Nell'"introduzione" Folco Portinari da ampio sviluppo e arricchimento argomentativo a questi punti, offrendoci una scelta documentazione di quanto e come gli intellettuali romantici europei ed italiani ragionassero intorno al nuovo genere "popolare" e ricostruendo l'itinerario di pensiero che condusse Manzoni dall'ipotesi di conciliazione fra storia e invenzione proposta soprattutto nella Lettre alla decisa separazione operata nel discorso sul romanzo storico. Uanalisi di Portinari si addentra nelle maglie e nelle aporie della serrata logica del Discorso, cogliendovi sensi, anche impliciti, che sono di portata ben piu vasta della semplice discussione sulla legittimita di un genere ormai in declino e che si connettono piuttosto con le questioni affrontate dal grande romanzo realistico europeo. La "nota al testo" fa rivivere momento per momento le fasi di ideazione e di composizione (fra 1828 e 1850) di uno scritto tanto profondamente intrecciato nella riflessione del Manzoni coi suoi rinnovati e perpetui dubbi di ordine teorico-estetico e morale, da fargli scrivere all'amico Guicciardini, nel 1829, a pochi mesi dal giudizio inquietante di Goethe, che la sua riflessione sull'arte sta approdando a posizioni estreme, che "tendono affatto all'anarchia, per non dire alla distmzione dell'arte medesima."

Il volume no 15 contiene i due tardi e incompiuti saggi storiografici (La Rivoluzione Francese del 1789 e la Rivoluzione Italiana del 1859--del--l'Indipendenza dell'Italia; premessa di Sergio Romano, introduzione, cronologia e regesto di Giovanni Bognetti; testi a cura di Luca Danzi; 2000). Nella sua "Premessa" Sergio Romano enuncia, definendolo come "realismo di un conservatore liberale" il carattere costitutivo della concezione politica e storiografica del Manzoni: questi fu un liberale perche riconosceva ai popoli il diritto di battersi contro un governo dispotico; fu conservatore perche desiderava evitare che la liberta si trasformasse in anarchia; e fu realista perche riconosceva l'importanza sia della diplomazia che dell'azione militare. Il fatto che la prospettiva ideologica di Romano collimi--se cosi possiamo dire--con quella del grande milanese e, senza dubbio, un elemento di grande utilita e oggettivita dell'analisi: e come se noi riuscissimo a vedere le cose con gli occhi del Manzoni e quindi a meglio comprendere le sue ragioni. Se nelle sue considerazioni storico-politiche sugli eventi che portarono all'indipendenza italiana il Manzoni fu soprattutto realista, giustificando per il suo forte spirito unitario e antifederalista l'annessione degli staterelli italiani al Piemonte, nella ricostruzione delle prime fasi della rivoluzione francese (che e quanto ci rimane di un progetto ben piu vasto, che avrebbe dovuto comprendere una storia comparata degli eventi francesi e di quelli italiani relativi alla seconda guerra d'indipendenza) lo scrittore fu quanto mai conservatore, giudicando un errore sul piano politico e morale l'atto iniziale della rivoluzione francese, e cioe il costituirsi del Terzo Stato in Assemblea Nazionale (e poi Costituente): questo atto imprudente privo infatti la Francia del suo legittimo governo, ponendo le condizioni della successiva degenerazione nella tirannia popolare: di un "popolo" che fu in realta un piccolo gruppo di tribuni e demagoghi che si proclamarono arbitrariamente suoi rappresentanti. Questo giudizio differenziava la posizione del Manzoni rispetto a quella, pure conservatrice e liberale, di M.me de Stael, che distingueva la prima fase rivoluzionaria dalla seconda, il 1789 dal 1793. E Romano precisa con chiarezza il motivo difondo di questa valutazione di natura legalistica: quando lo scrittore, quasi ottantenne, si accinse alla stesura del suo saggio comparativo, aveva ormai maturato la tesi secondo cui la trasformazione di un sistema politico esige tre condizioni di legittimita: che l'antico governo sia irreformabile, che la rivoluzione ottenga la liberta senza recare al popolo maggiori sofferenze che in passato, che avvenga col suo consenso e partecipazione; e nessuna di queste condizioni era presente nella rivoluzione francese. In nome di questa esigenza di legittimita e di eticita dell'agire politico, Manzoni confutava, nel suo saggio, le eventuali obiezioni di chi volesse giustificare le degenerazioni successive di quella rivoluzione (la tirannide tribunizia, i massacri, il Terrore) in quanto "accidenti inevitabili" di un processo di radicale trasformazione storica: confutava, cioe, un argomento--osserva Romano attualizzando le considerazioni del Manzoni--ampiamente utilizzato dalle "grandi religioni laiche del ventesimo secolo" per giustificare le loro rivoluzioni e per assolvere le terribili conseguenze di certe scelte. Anche l'"Introduzione" di Giovanni Bognetti allude alla possibilita che qualche lettore ravvisi nell'approccio realistico e liberal-conservatore del Manzoni alla questione della riforma, anche radicale, di uno Stato o di un assetto sociale un insegnamento per chi, alla fine del XX secolo, costati che "l'infatuazione per il mito "rivoluzionario" si e sgonfiata," ma pure avanza qualche dubbio sulla idoneita della ricostruzione di Manzoni, per tanti aspetti cosi penetrante e valida, a render piena giustizia ai protagonisti della storia da lui narrata, e, soprattutto, storicizza compiutamente tale ricostruzione, cogliendone alcuni motivi molto interessanti, e letterari e umani. Intanto Bognetti delinea la fortuna dello scritto manzoniano sullo sfondo del mutamento di prospettiva, nel tempo, con cui gli storici hanno raccontato e spiegato la rivoluzione francese. Il saggio di Manzoni fu accolto freddamente al suo apparire e, dopo qualche cenno negativo da parte della stessa storiografia liberale, da Croce a Omodeo, fu messo da parte e pressoche dimenticato. Le ragioni di questo silenzio sono assegnate da Bognetti all'impostazione tutta giuridica e moralistica del saggio, che non poteva che essere ignorata o rifiutata, prima dalle istanze "scientifiche" della cultura storica positivistica e poi da quell'atteggiamento, diffuso per pih di mezzo secolo nella storiografia francese e mondiale sulla Grande Rivoluzione, che attribuiva "una sorta di plusvalore assoluto alle forze politiche dell'epoca moderna animate da intransigente spirito rivoluzionario, in ragione del fini superiori che esse perseguono nel voler superati gli iniqui assetti sociali esistenti," atteggiamento che si ritrova nelle piu note ricostruzioni della rivoluzione francese, da quelle che ne hanno considerato positivo non tutto l'andamento, ma solo fino a Danton, a quelle che l'hanno considerata, nella storia della progressiva liberazione dell'umanita, un'anticipazione della rivoluzione russa del 1917 e hanno dunque sposato la causa di Robespierre o addirittura del sanculotti. Oggi, queste ragioni del silenzio intorno all'operetta manzoniana potrebbero aver perso gran parte del loro prestigio, dopo la pubblicazione di libri che riflettono sui valori supremi che dovrebbero sovrintendere all'azione politica e al giudizio storico sugli eventi del passato e dopo che si e venuta consolidando una nuova interpretazione della rivoluzione francese, di tono "revisionistico," secondo la quale "per il passaggio a una societa pienamente borghese, con le sue varie e preziose liberta, non era indispensabile vivere il dramma del decennio rivoluzionario, il quale fu piuttosto il prodotto di una "deviazione" che le classi dirigenti non riuscirono a controllare." Al presente, dunque, e possibile una valutazione piu equanime del lavoro manzoniano, che se e per comodo collocabile nel filone storiografico "moderato," si connota per alcuni caratteri di grande originalita. In primo luogo--secondo Bognetti--Manzoni e stato il primo a negare che la causa iniziale dello scontro rivoluzionario fosse la resistenza di nobilta e clero alle innovazioni, e ad affermare per contro che quelle innovazioni si sarebbero potute ottenere senza conflitto se i leaders liberali avessero accettato le proposte di riforma avanzate dal re. In secondo luogo, nessuno prima del Manzoni aveva dipinto con tanta "precisione da costituzionalista raffinato" gli effetti devastanti dello scontro improvviso, nella Francia dell'89, di due principi di sovranita, l'uno del quali riesce a fiaccare l'altro, ma non a sostituirglisi. In terzo luogo, il saggio manzoniano svolge un motivo critico proprio di tanta parte della storiografia, anche recente, sulla Rivoluzione: quello dell'influsso determinante esercitato dall'astratto razionalismo illuministico e dal carattere cospiratorio e anticristiano delle ideologie che indirizzarono l'azione politica a una violenta rottura col passato; il Bognetti richiama a questo proposito alcuni luoghi del Discorso sulla storia longobarda e del dialogo Dell'invenzione, dove vengono denunciate le influenze nefaste della teoria della sovranita popolare assoluta e del mito rousseauiano dell'uomo naturalmente buono. Al di la, tuttavia, di questi aspetti ideologici, pur rilevanti, che potrebbero avvicinare il saggio manzoniano alle prospettive degli storici a noi contemporanei sulle cause e sul senso della rivoluzione francese, Bognetti invita assai opportunamente il lettore a spostare la sua attenzione dal valore storiografico dello scritto a quello letterario, alla luce del quale si spiegano forse meglio certe prese di posizione ele ragioni di una cosi convinta e particolareggiata ricostruzione degli eventi di quei mesi dell'89. Manzoni in certa misura, racconta quegli eventi con una visione e un intendimento non dissimili dal narratore della Storia della colonna infame: piu che forze sociali, partiti, ideologie egli pone all'origine delle drammatiche vicende rivoluzionarie le "perverse passioni" di individui, e quelle dipinge e narra: la passione per il potere, l'invidia, la malevolenza, la brama del beni, il desiderio di vendetta, la credulita, la leggerezza, la vanita; giudicandole secondo il severo moralismo giansenista e assegnando ad esse la responsabilita del tragici fatti. E Bognetti osserva che la descrizione della psicologia degli individui come pure quella delle masse e la sottile e inesorabile concatenazione del particolari ci regala pagine di un'efficacia drammatica non inferiore a quella del capitoli tragici sulla Milano del Seicento nei Promessi sposi (come i tumulti di San Martino o la peste). E non solo il romanziere storico, ma anche il drammaturgo e teorico dell'unita d'azione sembra presiedere alla ricostruzione di una catena di eventi che, proprio come in una tragedia greca o shakespeariana, procede da una colpa iniziale (il giuramento della Pallacorda) e si sviluppa in un crescendo di sventure nelle quali moltissimi, anche innocenti, vengono travolti. La "nota ai testi" di Luca Danzi non manca di sorprendere, non soltanto perche propone un assetto testuale che si differenzia, sia concettualmente sia nei risultati, da quello della vulgata allestita da Fausto Ghialberti per il sesto volume delle opere mondadoriane (1963), nella quale permaneva l'impostazione suggerita dal Barbi nel suo Piano ed ereditata dall'edizione Bonghi-Sforza del 1889, ma anche per la dichiarazione che il lavoro innovativo e di tale complessita da richiedere il completamento dell'organizzazione delle stesure e degli apparati in una successiva edizione critica, che appunto viene qui promessa. Benche i due scritti manzoniani--quello sulla rivoluzione francese e quello sull'indipendenza italiana--siano posti nella presente edizione, secondo la consuetudine, in continuita tra di loro e benche la contiguita di tali scritti sia non solo temporale, ma documentata da elementi che indicano come la tesi centrale del Dell'indi--pendenza avrebbe dovuto essere sviluppata in origine nella Seconda parte del Saggio comparativo, Danzi precisa, recandone le prove filologiche oltre che storico-documentarie, che i due lavori "sono tentativi di cristallizzazione testuale di un discorso soltanto in parte concepito come unitario"; infatti il primo testo moveva da una pio complessa ed autonoma esigenza di riflessione storica e morale, e la sua stesura abbraccia gli anni fra il 1863 e il 1867, mentre il secondo fu determinato da un occasione (la richiesta da parte della Municipalita di Torino di un contributo manzoniano per una raccolta celebrativa) e fu elaborato fra la meta del 1872 ele prime settimane del 1873. Di notevole interesse sono le informazioni che Danzi ci fornisce sulla lingua del saggio sulla Rivoluzione, la cui redazione base presenta una serie cospicua di particolarita linguistiche proprie rispetto al sistema inaugurato con la Quarantana, ancora attivo nel decennio '60-'70, e tendenti a una scelta cruscante e persino trecentesca.

La sezione degli scritti linguistici del Manzoni, intitolata all'Eterno lavoro, comprende tre volumi, il secondo del quali in due tomi (voll. no 17 e 18: Scritti linguistici inediti; vol. no 19: Scritti linguistici editi, premessa di Giovanni Nencioni, a cura di Angelo Stella e Maurizio Vitale, 2000). Nel primo volume sono raccolti: la nota "sulla polemica fra Branda e Parini"; una parte della lettera al Fauriel del 3 novembre 1821; una parte della "seconda introduzione" al Fermo e Lucia; i "frammenti di un libro 'd'avanzo'"; i Modi di dire irregolari; le due minute della lettera ad Antonio Cesari; le due minute della lettera al Tommaseo; la seconda, terza e quinta redazione del Della lingua italiana; il Saggio di una nomenclatura botanica, il "Sentir Messa." Come avverte la "nota ai testi," gran parte dell'edizione nazionale degli scritti linguistici si fonda sui due volumi mondadoriani curati da L. Poma, A. Stella e L. Danzi, nel primo del quali era pubblicato (1974) tutto il Della lingua italiana, nelle sue cinque redazioni e nel secondo (1990) i molti altri scritti inediti e quelli editi vivente l'autore o postumi. Non vi sono dunque scoperte o novita rilevanti, dal punto di vista ecdotico, simili a quelle che, appunto in quei due volumi, permisero di leggere, riordinato, l'intero percorso del saggio sulla lingua italiana, dell'"opera eterna," come lo scrittore la chiama in una lettera al Giorgini, e offrirono, coi frammenti del libro "di troppo" o "d'avanzo," e cioe di quel libro a cui allude l'Introduzione del Fermo e quella del Promessi sposi, la prova dell'esistenza di tale libro, spostando il terminus post quem dell'inizio della meditazione linguistica del Manzoni dal 1830 (anno dopo il quale si avvia il Della lingua italiana) agli anni 1823-24, cioe ai mesi in cui si avvia la riscrittura del romanzo. La novita e l'utilita della nuova edizione, curata da A. Stella e M. Vitale, e piuttosto quella di mettere a frutto i dati filologici e documentari che il lungo lavoro degli studiosi, e in particolare proprio del due curatori, sui testi linguistici manzoniani, manoscritti e a stampa, aveva permesso di stabilire relativamente alla datazione del vari scritti e alla loro genesi e motivazione, e di offrire al lettore una specie di percorso guidato alla conoscenza del Manzoni linguista. E stazioni di questo percorso sono tutti i luoghi della produzione manzoniana nei quali si tocchi la questione della lingua, anche brani di opere che hanno o avranno una loro propria collocazione in altri volumi dell'edizione nazionale, come l'epistolario o il romanzo. Cosi, nel primo e poderoso volume degli inediti, iniziamo il percorso dalla nota manoscritta sulla polemica Branda-Parini intorno al dialetto, prima decisa presa di posizione a favore di una lingua nazionale comune; passiamo a due documenti ben noti come la lettera al Fauriel del 3 novembre 1821, dove si pone l'esigenza di una lingua viva e popolare per la scrittura di un genere appunto popolare come il romanzo, e la parte della "seconda introduzione" al Fermo dove lo scrittore, terminata la stesura del quattro tomi, ha esperito tutta quanta la difficolta d'inventarsi una lingua della prosa narrativa che sostituisca gli esausti moduli lirici della tradizione; incontriamo quindi i minimi, eppure preziosi, lacerti residui di quell'ampio scritto di riflessione sulla questione della lingua contemporaneo al Fermo, e poi il gruppo di appunti sui modi di dire irregolari, raccolti dallo scrittore nel corso della riscrittura, fra '25 e '26, per fissare una giustificazione teorica a talune espressioni anomale del suoi personaggi popolani e indotti. Giungiamo infine, dopo le lettere al Cesari e al Tommaseo, alla parte piu vasta e rilevante degli inediti, le successive stesure (tre su cinque nel primo volume) del trattato Della lingua italiana, che, intervallate da scritti d'occasione come l'incompleto studio per una nuova nomenclatura botanica e il Sentir messa (avviato, questo, in collaborazione col Grossi), testimonia un tormentato lavoro di riflessione e ripensamenti che accompagna il Manzoni dal 1831 al 1859, procedendo dall'iniziale bisogno di dare configurazione scientifica a principi linguistici del toscanismo a una piu complessa e ambiziosa disamina del concetto dilingua, del valore convenzionale e arbitrario del segno linguistico, del principio fondamentale dell'uso, il vero e grande legislatore delle lingue. Proprio su questi aspetti innovativi e moderni del pensiero linguistico manzoniano si soffermano la pregevole "Premessa" di Giovanni Nencioni, il quale esalta la fedelta, sia del prosatore sia del linguista scientificamente insigne, a una concezione democratica e non estetica della lingua, e l'analitica e precisa "Introduzione" di Stella e Vitale, che disegnano compiutamente, di quel pensiero, le ragioni ele fasi dello svolgimento. Il secondo volume completa, nei suoi due robusti tomi, la pubblicazione criticamente allestita degli scritti linguistici inediti. Nel primo tomo, nell'ordine, si possono leggere, sotto il titolo Dal "Fermo e Lucia" alla Ventisettana, gli spogli che Manzoni e i suoi amici letterati vennero compilando dal Vocabolario della Crusca e da vari autori, insieme ad appunti e abbozzi di natura lessicale contemporanei alla prima edizione del Promessi sposi. Troviamo poi gli abbozzi che precedono la stesura del Modi di dire irregolari (pubblicati nel vol. 17). Col titolo La verifica dell'uso toscano (1827-1830), si raggruppano una serie di appunti di lessico milanese confrontato con l'uso toscano, che si collocano "a valle" della ventisettana, sia in funzione di una sua riscrittura sia nell'ambito della programmata revisione del Vocabolario milanese-italiano, con notazioni dell'uso--per ora "toscano"--fornite dagli amici fiorentini Gaetano Cioni, Giambattista Niccolimi, Guglielmo Libri. Nella sezione Il sistema del Padre Cesari leggiamo abbozzi e frammenti del progettato saggio di risposta alla Dissertazione sopra lo stato presente della lingua italiana (1829-30) del Casari: essi costituiscono i primi documenti dell'avvio della lunga riflessione teorica del Manzoni intorno alla lingua. Segue infatti un altro gruppo di frammenti che va sotto il titolo di Prima redazione (del trattato Della lingua italiana) e che comprende un Capitolo I che serve d'Introduzione: vi si puo riconoscere la ricerca di un punto d'incontro fra il purismo cesariano e il progressismo montiano. Seguono i pochi frammenti di una seconda redazione del Della lingua italiana e--destinati a un'appendice del Sentir Messa (pubblicato nel vol. 17)--l'insieme degli spogli dal vocabolario della Crusca del Cesari e dai testi della tradizione comica fiorentina intesi a controbattere l'accusa che il Ponza, recensendo il Marco Visconti del Grossi, aveva fatto alla ricorrenza di modi di dire lombardi e milanesi, imputabili, a suo parere, a una scuola che era del Grossi, ma prima dilui del Manzoni. Il secondo tomo del volume presenta la terza e quarta redazione del trattato sulla lingua italiana. Segue una sezione intitolata Intorno alla Quarantana (1839-1845), dove si leggono una serie di annotazioni per la "risciacquatura" della lingua del romanzo in collaborazione con Emilia Luti, e per il Vocabolario milaneseitaliano; e inoltre esempi di lessico notarile, spogli dal Don Chisciotte e note linguistiche per l'edizione delle Opere varie. Infine vi sono raccolti i materiali che documentano tre momenti di "prove" per il futuro vocabolario dell'uso di Firenze, strumento essenziale--per il Manzoni--all'unita linguistica nazionale. Nel terzo volume escono i lavori sulla lingua pubblicati, e dunque quelli ben noti e tante volte richiamati alla mente quando si pensa o si discute di "questione della lingua italiana." Il primo, cronologicamente, e Sulla lingua italiana. Lettera a Giacinto Carena. A sollecitare l'interesse del Manzoni fu la pubblicazione di un Prontuario di vocaboli attenenti a parecchie arti, ad alcuni mestieri, a cose domestiche ed altre d'uso comune che il letterato e lessicografo milanese Giacinto Carena aveva allestito per saggio di un vocabolario domestico; in esso, ancorche non si facesse specifico rinvio alla lingua fiorentina, lo scrittore, che aveva messo temporaneamente da parte il trattato Della lingua italiana, poteva riconoscere un primo concreto sussidio all'adeguamento unitario della lingua italiana nel lessico comune e usuale. Nella lettera, scritta nel 1847, ma pubblicata in uno del fascicoli delle Opere varie del 1850, Manzoni esponeva per la prima volta il suo "principio fiorentino," sulla base del concetto generale--gia sviluppato nel Sentir Messa e nel primo cepitolo della quinta redazione del trattato--della lingua come realta parlata "unita e continua" e del dialetto come "istrumento" di un vero "commercio sociale," idoneo a divenire lingua nazionale. Al Carena che gli chiedeva di pubblicare subito la lettera, Manzoni si dichiaro riluttante, poiche sapeva di "buttare una bomba in una gran fortezza," e cioe di intervenire su convinzioni ben radicate nei letterati antifiorentinisti del milieu milanese, i quali pensavano alla lingua scritta della tradizione letteraria come possibile "lingua comune italiana"; fra di essi, Giovanni Gherardini e, ben piu incisivi nel creare consenso, Carlo Cattaneo e Carlo Tenca, che lo scrittore chiamava gli "italianisti." Il secondo scritto edito e la relazione al ministro della pubblica istruzione Emilio Broglio Dell'unita della lingua e del mezzi di diffonderla. Uoccasione di affermare e argomentare pubblicamente, e in modo anche solenne, la propria teoria del fiorentino parlato come lingua nazionale, fu offerta al Manzoni da importanti iniziative politiche, quali la scelta di Firenze a capitale d'Italia, nel 1865, e la nomina da parte del ministro Broglio, amico del Manzoni, d'una commissione incaricata "di ricercare e di proporre tutti i provvedimenti e i modi con i quali si [potesse] aiutare a rendere piu universale in tutti gli ordini del popolo la notizia della buona lingua e della buona pronunzia." La commissione, presieduta dal Manzoni, era suddivisa in due sezioni, una milanese e una fiorentina; in quella milanese vi erano letterati favorevoli alla tesi manzoniana, come il Bonghi e il Carcano, mentre in quella di Firenze operavano letterati come il Lambruschini, il Capponi e altri, non del tutto ad essa favorevoli, in quanto persuasi dell'utilita della lezione degli scrittori, da "affiancare" all'uso vivo. La relazione stesa dal Manzoni (e pubblicata sulla "Nuova Antologia" nel 1868) fu approvata dai due membri milanesi, ma una controrelazione (pubblicata sulla medesima rivista) inviarono al ministro i membri di Firenze, i quali limitavano l'utilita di un vocabolario dell'uso fiorentino all'offerta di un lessico di parole e di modi correnti bastevoli all'attivita di comunicazione giornaliera delle persone civili. Manzoni si dimise dalla commissione, che poi pero venne sciolta dal ministro, il quale, fiducioso nella proposta dello scrittore, costitui una giunta, presieduta da lui e formata dal genero del Manzoni, Giovan Battista Giorgini, dal Fanfani, dal Bianciardi e dal Gelli con il mandato di compilare un vocabolario secondo i criteri fiorentinistici. Prendeva cosi avvio la redazione di quello che, fra il 1873 e il 1897, sarebbe divenuto il Novo Voca--bolario della lingua italiana secondo l'uso di Firenze. L'Appendice, che seguiva la Relazione, contiene la serrata replica che il Manzoni scrisse alla relazione sfavorevole della sezione del Lambruschini; anche di quest'ultima i curatori del volume, Stella e Vitale, danno il testo, mettendo a disposizione del lettore, secondo l'ottimo criterio a cui s'ispira l'intera Edizione Nazionale, tutti i documenti utili a ricostruire l'intero "episodio" di politica linguistica postunitaria avviato dal Broglio. Altro scritto linguistico edito e la lettera intorno al libro De vulgari eloquio. In questa lettera, pubblicata sul giornale di Ruggero Bonghi "La Perseveranza" nel marzo del 1868, Manzoni, che nel febbraio aveva inviato la Relazione alla stampa, mirava a smontare un pregiudizio storicolinguistico sul quale puntavano i suoi avversari "classicisti" e "italianisti" (come il Perticari): la considerazione del De vulgari eloquentia di Dante come manifesto di una prima soluzione della questione della lingua italiana nel senso di una lingua sovraregionale, non coincidente con alcun dialetto, nella quale gli italiani potessero riconoscere una lingua colta comune: secondo la lettura che ne aveva dato il Trissino, che tradusse e fece circolare il trattatello di Dante quale manifesto, appunto, di una lingua "cortigiana" e "commune," in contrasto con le tesi del tosco-fiorentinisti, a iniziare dal Machiavelli. Dimostrando (come gia Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante) come Dante non intendesse difendere e diffondere una lingua italiana comune, cioe non avesse voluto scrivere un trattato linguistico, ma un trattato retorico sulla lingua della poesia, Manzoni faceva cadere uno del vanti del sostenitori di una lingua comune e letteraria quale base della lingua nazionale. Anche di questo testo si danno la redazione a stampa ele minute autografe. L'ultimo del ravvicinati interventi pubblici sul problema della lingua fu la Lettera intorno al Vocabolario (ancora sulla "Perseveranza, nell'aprile del 1868); essa servi a togliere ogni residuo dubbio sulla non sovrapponibilita del termini di "fiorentino" e di "toscano" che ancora poteva permanere nella Relazione. Manzoni vi raccoglieva alcuni vocaboli (utilizzando i consigli del Broglio e del Fanfani) ai quali rispondessero, negli altri dialetti toscani, vocaboli con identico senso, ma differenti (ad es. il fiorentino grappolo, la pigna pisana, la zocca senese), per dimostrare che il toscano, che era un insieme di dialetti particolari, non avrebbe potuto assolvere la funzione di lingua nazionale: e dunque il vocabolario da compilare sarebbe stato dell'uso fiorentino e non toscano. Si ribadisce nella lettera, infatti, il concetto che una lingua unitaria non e una totalita di locuzioni possedute ugualmente da una totalita di persone, ma quella in cui le varieta siano nel minor numero possibile, e in cui "prevalga una cagione che mantenga necessariamente l'identita in un numero di casi incomparabilmente maggiore della varieta." Poteva in questa prospettiva riuscire efficace non un dizionario, obbligatoriamente indirizzato a un complesso di fatti "coesistenti, limitati e numerabili," ma un vocabolario di un uso parlato e uniforme, che non escludesse, pero, varieta sociali d'impiego sino a quelle d'uso plebeo. La lettera del 1871 al marchese Alfonso della Valle di Casanova, filantropo, studioso e letterato napoletano, chiude la meditazione e la produzione linguistica del Manzoni, il quale, per la morte sopraggiunta nel 1873, non pote veder pubblicato lo scritto, com'era nelle sue intenzioni. Nella lettera l'anziano scrittore tornava a ribadire le proprie tesi, sottolineando l'incremento di validita artistica acquisito dai Promessi sposi con la dicitura fiorentina, che nel 1840 aveva sosfituito quella "italiana" dell'edizione del 1827. Di contro ai critici di parte classicisfica e italianistica che avevano giudicato peggiore il romanzo "risciacquato" radicalmente in Arno, l'autore affermava non solo che la lingua della Quarantana era la piu schietta e naturale, ma anche che essa migliorava l'opera letterariamente e poeticamente.

Il volume no 20 (Postille--Filosofia, premessa di Vittorio Mathieu, a cura di Donatella Martinella, 2002) inaugura la serie delle "postille di lettura," cioe di quel complesso corpus di annotazioni o di altri segnali che Manzoni inseriva sui libri in lettura e che possono presentarsi--come spiega la curatrice Donatella Martinella--secondo varia tipologia: postille, segni di lettura, "orecchie," segnalibri, fogli annessi, firme di appartenenza, dediche dell'autore, note apografe, ex libris, "pertinenze" (ritagli di giornale o altro). Tutto questo materiale viene diviso per sezioni omogenee ed offerto ai lettore con opportuni apparati di illustrazione e commento. Il primo volume presenta i postillati di filosofia, e cioe--seguendo i criteri generali a cui si informeranno anche le altre sezioni--descrive i libri di argomento generalmente filosofico posseduti e posfillati dal Manzoni, da in ordine i testi delle singole posfille con i brani di riferimento, offre in nota un ricco commento storico e critico. Leggendo queste (prime) postille si entra, per dir cosi, nel laboratorio di lettura del pensatore e lo si scopre nei momenti di riflessione, di dubbio, di interpretazione sopra gli autori piu cari del suo "meditare": i filosofi di Port-Royal, Locke e Condillac, gli "ideologues," i filosofi del linguaggio e i grammafici, Cousin ed altri "eclettici," Galluppi, Rosmini. All'"atmosfera culturale" di cui si nutre il pensatore e lo scrittore dedica la sua densa "Premessa" Vittorio Mathieu, mentre i comportamenti, spesso curiosi, del postillatore sono studiati nell'"Introduzione" dalla Martinelli.

Il volume no 27 (Carteggio Alessandro Manzoni-Claude Fauriel, premessa di Ezio Raimondi, a cura di Irene Botta, 2000) e il primo fra i volumi che raccoglieranno tutti i carteggi manzoniani e che, come questo, saranno organizzati per corrispondenti o per temi. Nel bilancio dei vantaggi e degli svantaggi di questo principio di organizzazione, certamente risalta l'utilita di aver riunita in un unico corpus l'intera storia di un'amicizia culturale esemplare: in questo primo caso, di un' "amicizia europea," come recita il titolo della "Premessa" curata, in una scrittura--come di consueto--densa di spunti e di illuminazioni critiche, da Ezio Raimondi; il quale riassume, nella conclusione: "Tra lacune e sospensioni il lungo colloquio tra il Manzoni e il Fauriel racchiude la storia di un'amicizia nata dal farsi di una letteratura e ha il respiro, lo slancio di un'esperienza europea, con ragioni critiche che coinvolgono piu codici e contesti culturali. Soprattutto per il suo tramite si ricostruisce l'universo di problemi e di tensioni, e forse di conflitti, in cui e immersa la parola manzoniana, anche quando pare piu semplice e accomodante. E il Fauriel rappresenta il termine di confronto necessario, il centro irradiante e prezioso di mediazione." Certamente colpisce, come dice Irene Botta--meritoria curatrice della raccolta e degli apparati filologici--che "delle centodue lettere che compongono il carteggio superstite intercorso tra Manzoni e Fauriel ben ottantanove sono del primo e soltanto tredici del secondo"; e la sorpresa si colora di un senso di mistero se teniamo conto di una testimonianza di Angelo de Gubernatis, che ci racconta non solo come la signora Mary Mohl-Clarke, ultima compagna di Fauriel e legataria delle sue carte, si dolesse non poco di aver trovato in casa Manzoni, nel 1851, solo sei lettere del suo compagno, che invece aveva conservato religiosamente piu di cinquanta missive del Manzoni, ma anche che il Manzoni stesso, in un giorno malinconico della sua vita, aveva distrutto le lettere del suo antico amico insieme ad altre sue carte giovanili, dando loro pia e solenne sepoltura nella propria villa di Brusuglio. Questa curiosa circostanza, certo collegata al diradarsi, dai 1827, e poi all'estinguersi pressoche totale, dal 1840, del carteggio fra i due cari amici, una volta cosi ricco e intenso, viene commentata dalla curatrice, ma solo di passaggio, come una circostanza che forse si puo spiegare con questo o quell'aneddoto biografico, su cui qualcuno ha pure concentrato un'attenzione un po' dilettantesca e pettegola. Ma la robusta, documentatissima, ricostruzione della Botta si e diretta, nelle piu di cento pagine della sua "Introduzione," a restituire anzitutto i materiali atti a illustrare il pensiero di Fauriel (che del rapporto fra i due costituisce l'aspetto meno noto) "particolarmente la dove si sia riscontrata una tangenza con gli interessi culturali e artistici di Manzoni," e a riconnetterli puntualmente, per mezzo delle note di commento, alle singole lettere del carteggio."

Il volume no 28 propone un seconda, rilevante, corrispondenza (Carteggio Alessandro Manzoni-Antonio Rosmini, premessa di Giorgio Rumi, introduzione di Luciano Matusa, testi a cura di Paolo De Lucia, 2003), dove si ammira quel "duplice vertice sublime di unica fiamma" di cui parlava Fogazzaro definendo, in un'epigrafe del 1905, l'amicizia tra lo scrittore e il grande roveretano. Ma chi si accinge oggi a una nuova edizione di quel carteggio, dovra evitare--come afferma nell'"Introduzione" Luciano Matusa--"la retorica risorgimentale" su quel sodalizio e anche "l'inevitabile retorica sulla consonanza di idee religiose tra i due grandi uomini," e dovra invece chiarire meglio le ragioni e i contenuti di quell'amicizia, risolvendo in primo luogo i non pochi problemi di interpretazione proposti dal carteggio. Benche sembri strano, l'influenza esercitata da Rosmini su Manzoni non e stata ancora compresa "in tutta la sua ampiezza," mentre nell'altra direzione, per quanto r iguarda l'influenza di Manzoni su Rosmini, "siamo ancor piu in alto mare." Malusa giudica un buon criterio per procedere, evitando banalita o affermazioni scontate di natura edificante, quello di leggere il carteggio (27 missive di Manzoni e 40 di Rosmini) vedendo l'"amicizia" dal punto di vista rosminiano, meno praticato, poiche esso mostra meglio l'origine di quel rapporto intellettuale, nel quale fu in principio il giovane sacerdote ad avvicinarsi all'affermato scrittore e poi, con uno scambio di ruoli, fu Manzoni ad avvertire la necessita di imparare dal Rosmini.

MASSIMILIANO MANCINI

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Author:Mancini, Massimiliano
Publication:Italica
Date:Jun 22, 2006
Words:8459
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