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Domenico Rea in Brasile: viaggio picaresco di un emigrante scrittore.

La letteratura di viaggio prodotta da scrittori italiani negli anni quaranta-cinquanta del Novecento disegna un quadro peculiare in cui e possibile verificare una variegata transizione a diversi sguardi e rappresentazioni, dove vecchio e nuovo coesistono insieme a virate verso scritture che chiudono definitivamente con il frammentismo vociano e la prosa d'arte (Clerici, 2013: LXXXVII-XC). Anche per gli scrittori che viaggiano fuori d'Italia, in particolare nelle Americhe, possiamo verificare una diversa curvatura di certi ingombri storico-culturali e ideologici, un inciampo invece quasi inevitabile per gli anni venti-trenta: si pensi all'antimodernismo che attraversa l'intellettualita italiana ed europea, di cui Il tramonto dell'Occidente di Oswald Spengler e titolo fortemente connotativo, cui si collega l'antiamericanismo (Nacci, 1989) e, a contrasto speculare, il mito americano che negli scrittori italiani oscilla tra l'autarchia politico-culturale imposta dal regime fascista e contestualmente la "tensione liberatoria e trasgressiva" (Meda, 2011: 7) della letteratura americana, espressa da letterati come Pavese, Vittorini, Pintor.

Nella travel literature filtrano idee diverse sulla modernita che incalza la societa e la storia dell'Occidente: se e vero che gli Stati Uniti propongono una modernita all'insegna di una civilta nuova, strutturata soprattutto dal trionfo della tecnologia e di nuovi modelli e valori sociali e culturali, l'America Latina--in particolare Argentina e Brasile, paesi di grande immigrazione italiana a partire dall'ultimo venticinquennio dell'Ottocento, fortemente legati alla cultura europea latinomediterranea, con un incontro-scontro tra uomo e natura tuttora aperto e una identita ancora tutta da costruire--si configura come possibile laboratorio di un modello alternativo della modernita (Martelli, 1994: 277-280).

La catastrofe bellica e i cambiamenti storico-politici del dopoguerra naturalmente inseriscono deterrenti che vanno a destrutturare il quadro culturale di cui la letteratura di viaggio e segmento di peculiare riscontro.

Nel 1947 Domenico Rea pubblica Spaccanapoli, un libro che pone subito alla ribalta il giovane autore napoletano come protagonista di una nuova narrativa sotto il segno del neorealismo: vera e propria "rivelazione degli anni seguiti alla guerra" (Flora, 1952: 315) per la materia e per lo stile, in cui la dimensione antropologica dialettale non e una veste esterna ma un vero e proprio dna che crea una prosa originale e unica--una sperimentazione a tutto campo, poco in linea con il documentarismo e l'impalcatura sociologica e ideologica della narrativa di quel periodo--che fa dello scrittore un vero e proprio "capostipite" (Pomilio, 1959; 1966), ovvero "il narratore italiano piu potente della sua generazione" (1).

Nonostante l'apprezzamento della critica e l'ingresso nel circuito della casa editrice piu importante--Mondadori, che continua a sollecitargli nuovi testi--Rea e insoddisfatto, tanto che improvvisamente decide di partire per il Brasile, accettando l'invito di una zia che vive a Campinas: il 10 aprile 1948 viaggia in aereo per il Brasile, viaggio che poi racconta in uno degli articoli che verranno pubblicati su diverse testate. In una lettera ad Alberto Mondadori spiega le ragioni di questa sua fuga in Brasile: da un lato lo "strangolante bisogno" economico: "Vado in Brasile [...] per scrivere meglio, perche in Italia non posso andare avanti, e la miseria non sara mai la mia Musa. Vedere il mondo e poi un bene sicuro"; ma poi aggiunge che scrivera due romanzi "altrimenti non potrei campare dall'ossessione e perche l'Italia ha bisogno di un'epopea"(Rea, 2005: XCVI). In Brasile, oltre a scrivere articoli che invia in Italia--ma alcuni vengono pubblicati anche su giornali brasiliani, come La Folha da Manha e il Correiro Popular--Rea cerca di impegnarsi nel commercio tentando un "grosso affare" con la vendita di telai tessili che ha ordinato a una ditta milanese.

Ma la "nostalgia di Napoli straziante" e la incapacita di "rinunciare allo scrivere" (Rea, 2005: XCVII) lo inducono al ritorno in patria nell'autunno dello stesso anno dopo essersi rivolto al Consolato italiano di San Paolo per il biglietto di ritorno. Di quest'esperienza resta un buon numero di articoli, pubblicati su diverse testate tra cui Il Giornale di Napoli (2), che insieme ad altri Rea pensa addirittura di ricomporre in un volume, Viaggio in Brasile ed altri scritti, che propone a Mondadori per la collana "Biblioteca Moderna". L'accoglienza della proposta e fredda, la casa editrice aspetta invece la consegna di un progettato romanzo, che sara continuamente rinviato, e di Gesu, fate luce, il secondo libro di racconti che verra pubblicato nel 1950.

Ma questo capitolo degli scritti giornalistici dal Brasile assumera un rilievo non secondario negli sviluppi dell'attivita di Rea a cominciare da quella giornalistica: d'ora in poi "tutto o quasi il suo lavoro trovera proprio nei giornali la prima, essenziale committenza; e [...] in breve le dimensioni della sua collaborazione giornalistica diventeranno tali da richiedergli un impegno straordinario" (3). Scrive Rea nel suo primo articolo inviato dal Brasile:
Da quando sono giunto qui, con in testa milioni e milioni--siamo o non
siamo in America?--ho deciso di abbandonare il mestiere di scrittore e
di darmi al commercio, all'industria, e in una parola, agli imbrogli.
Maledizione, e vero o non e vero che Matarazzo, Crespi, Martinelli,
quando vennero qua, non avevano un solo soldo. Mi dicono che si misero
a vendere banane, che fecero il gioco del "biscio"--gioco proibito in
Brasile--che, in certi momenti, scapparono e fuggirono per non farsi
acchiappare dai creditori, ma dopo tanto fuggire hanno alzato qui po'
po' di palazzi. (Rea, 2005: 1545)


Seguono gustosi scorci sulla pensione in cui abita, sul pessimo cibo brasiliano:
Sul giornale c'era scritto: "Camere ammobiliate belle, ariose,
ospitali, cucina italiana, telefono". E invece questa camera e bassa,
tetra, sporca, e la cucina e marocchina; al telefono ci sono sempre
altri venti signori delle cinque camere dell'albergo, chiamiamolo cosi.
Chi non arriva per tempo all'ora del pranzo, passa un guaio. Alla fine
gli sembrera di mangiare una zuppa di rospi.
Si procede cosi. Intorno al tavolo a dieci posti stanno seduti i primi
dieci. Dietro i commensali stanno quelli che dovranno mangiare subito
dopo, e dietro ancora altri. La lotta e vivissima. Ti dicono di far
presto, ti spingono; devi afferrare il cibo, e per far presto, finisci
per muovere le labbra anche quando la bocca e vuota.
Cucina italiana? Ci viene servito il piatto nazionale, il qual piatto
si fonda sul riso scaldato--senza niente--e sui fagioli--senza
niente--cioe scaldati [...]. Infine, eccoti la banana. La banana! [...]
di cui una buona meta va per terra, decapitata, perche e fradicia (4).
(Rea, 2005: 1545-6)


Quindi le quotidiane peregrinazioni alla ricerca di un lavoro: riceve offerte di facchino "di pelli umide delle vacche", cameriere, lustrascarpe, e poi finalmente di venditore di macchine Olivetti, ma i commercianti "avevano paura che fossi tedesco: solo perche parlavo napoletano". Ma c'e un poi, sia dopo la sofferta esperienza della pensione e del cibo che della deludente ricerca di un lavoro: "la sera mi vesto da giornalista e me ne vado in visita, e penetro nelle case ricche, torniamo alla mensa di Trimalcione per davvero. Ma anche in Italia i ricchi non scherzano. E la povera gente che io amo. E torniamo tra essi" (Rea, 2005: 1547).

Una scrittura che richiama per qualche aspetto quella gia praticata in Spaccanapoli: nativa, veicolata da un'efficace ironia e da una fantasia visionaria che sperimenta con grande naturalezza soluzioni "arditamente espressionistiche"; con Spaccanapoli, Rea aveva messo al centro del campo della narrativa italiana del dopoguerra un originale modello di prosa, partorito da uno scrittore "fuori misura": la sua e scrittura di "una differenza, di una etnicita sorgiva e non caricata di sensi ideologici" (5), che riesce a raccontare l'anima popolare plebea con una lingua in cui la dialettalita si fonde con un patrimonio letterario e linguistico "antico", dagli scrittori medievali a Basile.

Gli articoli dal Brasile segnalano una scrittura giornalistica che ha passato il guado, lasciandosi alle spalle la prosa d'arte, l'elzevirismo--che avevano riempito le terze pagine dei quotidiani nel ventennio e continuavano ad avere un loro spazio ancora negli anni quaranta--ma anche l'esotismo e il primitivismo ricercato da tanti scrittori che viaggiano in America Latina e in particolare in Brasile nella prima meta del Novecento.

Questi scritti giornalistici di Rea ci dicono innanzitutto che siamo di fronte ad uno spartiacque rispetto alla letteratura odeporica in Brasile dei due decenni precedenti, tentata continuamente dall'esotico, dal primitivismo e dal paradigma dicotomico natura-cultura; il giovane scrittore napoletano usa qui un approccio in presa diretta, uno sguardo attento soprattutto al paesaggio urbano, alla condizione sociale, ai costumi.

Rea arriva in Brasile da un'Italia appena uscita dalla guerra in una condizione segnata dalle distruzioni e dalla miseria; una realta, in particolare quella meridionale da cui egli proviene, ancora tutta pietrificata nell'arretratezza, in cui e appena iniziato un esodo migratorio che rinnovera nei numeri quello tra Ottocento e Novecento; qui trova un paese non toccato dalla guerra se non per le ricadute positive commerciali e di sviluppo che essa aveva avuto, guerra "benefica" per Brasile e Argentina, come lo scrittore scrivera in una delle sue corrispondenze. Un paese che, sia pure tra molte contraddizioni, sta vivendo una fase di trasformazione capitalistica, di sviluppo, di modernizzazione, di espansione urbana e del ceto medio, dell'avvento di modelli da societa industriale e consumistica, il "male del secolo", come lo definisce lo scrittore, "una smaniosa brama di arricchimento senza sacrificio, come per sogno o incantamento".

Insomma Rea qui si confronta con una realta sociale, economica, modi di vita e di costume che l'Italia sperimentera nel ventennio successivo, quello del boom economico e della grande mutazione sociale e antropologica. Occorre pero sottolineare che la sua esperienza e limitata alle citta (San Paolo, Campinas, Rio), manca un qualsiasi accenno all'entroterra, alle foreste, alle fazendas. Resta comunque il fatto che egli si trova a ribaltare quel paradigma che aveva fino ad allora segnato l'esperienza di viaggio degli scrittori italiani (del "viaggio in regressione, verso il passato") oscillando tra esotismo ed etnocentrismo "dettati entrambi dalla pretesa di definire una cultura utilizzando esclusivamente e arbitrariamente il punto di vista dell'osservatore" (De Pascale, 2001: 18); nello stesso momento, e distante da quella cultura antimodernista che attraversa l'Europa nel primo Novecento, in riferimento soprattutto al paese che della modernita e dello sviluppo tecnologico e diventato il faro, gli Stati Uniti, visitato da importanti scrittori italiani. Ed ecco come il Brasile appare a Rea: "Il Brasile e tutto in costruzione, salvo Rio de Janeiro, che non ha retroterra, e che e una citta a zig-zag, dalle dolcissime curve, San Paolo, Campinas, ecc. sono citta in cammino." (Rea, 1948d).

Ma e soprattutto San Paolo, la citta che emblematicamente rappresenta questo processo di cambiamento in forte accelerazione:
San Paolo non bisogna guardarla in faccia direttamente. Occorre
entrarvi ad occhi chiusi, e riaprirli ad Anhagambau. Solo cosi si
ricevera quella impressione del "mastodontico" che non si dimentichera
piu [...]. Anhagambau e il cuore di San Paolo [...] Quando si ferma
quel cuore, tutta la citta intorno continua a vivere in sordina per
dare un tranquillo riposo notturno, di poche ore, al centro. (Rea,
1948d)


Li i grattacieli, il centro direzionale, commerciale, bancario, dei servizi:
il lettore si stordisca come io mi stordii nel vederne tanti [palazzi]
e tutti in una sola volta venirmi addosso e chiudermi il passo. San
Paolo e in questo centro. Dopo e finita. Si trascina in una estenuante
periferia bassa e sporca. Ma in quel poco e per quel poco San Paolo puo
gridare al mondo di essere una citta indimenticabile e che si
configurera in seguito nella fantasia come una costruzione kafkiana
sotto cui gli uomini strisciano, e si ricordano cosi, come milioni di
vermi. In verita, gli uomini hanno solo i marciapiedi su cui
strisciare. Il letto delle strade appartiene alle automobili, il vero
"abitante" di San Paolo. Andare senza automobile in quella citta, e
come andare senza vestito, povero e nudo, senza protezione.
L'automobile, invece, e un carro armato, la tua prima sicura difesa
contro le insidie della solitudine della grande citta e dell'anonimo.
(Rea, 1948d)


Sorprende che uno scrittore approdato in Brasile dalla realta italiana dell'immediato dopoguerra, segnata ancora dalle distruzioni e da una condizione sociale, economica, antropologica distante dai grandi cambiamenti che l'industrializzazione e il consumismo innescheranno nel decennio successivo, riesca a decrittare cosi efficacemente le ricadute nel sociale, nel costume, nelle forme di vita, nella mentalita che l'avvento della modernita sta provocando nella societa brasiliana delle citta. Credo che la spiegazione vada ricercata anche nel fatto che Rea aveva vissuto e raccontato l'interregno--e questo il titolo di uno dei racconti di Spaccanapoli, cui vanno accostati Breve storia del contrabbando, compreso in Gesu, fate luce (1950) e il saggio Le due Napoli (6)--quella stagione "disperata" dell'emergenza e della sopravvivenza quotidiana, ma insieme carica di vitalismo, che fu il dopoguerra napoletano, a partire dal 1943, uno spazio-tempo in cui si consuma lo spettacolo di una "breve festa della vita" (Guarini, 2005: XI), che comunque segna una rottura del sistema di vita tradizionale ed annuncia e sperimenta--proprio con il suo vitalismo, le sue pulsioni, il capovolgimento di valori--la societa e il tempo "nuovo" che di li a qualche decennio cambieranno nel profondo la realta napoletana e meridionale.

Sono scorci narrativi in cui sembrano anticipate le pagine di scrittori italiani degli anni sessanta-settanta che tenteranno di raccontare il cambiamento sociale, urbano, antropologico e le nuove forme di alienazione che hanno investito la vita e le relazioni umane in Italia:
Automobili e grattacieli sono la grande invenzione degli americani: i
grattacieli che danno della vita una idea disperata d'anonimia e
l'automobile che annulla l'uomo con la velocita e con la grandezza,
fino al punto che un povero italiano pensa che le automobili siano
guidate da esseri invisibili, spingendolo verso un po' di verde arioso
[...] in tram o in autobus che nelle ore di punta danno l'esatta misura
di quanto costi il vivere, a oncia a oncia, a chi compra questo vivere
con un impiego o un modesto lavoro [...]. Dovunque tu alzi gli occhi,
vedi strani scoppi di neon nel buio, che possono sbatterti nel mare
magnum della pazzia o obbligarti all'acquisto immediato di Coca Cola.
Cosi sta scritto: "Beba Coca Cola bem gelada, Cruz 1,50". Vedi una
ruota che gira e sprizza faville--la reclame di un celebre o poco
celebre pneumatico--, vedi un carro armato che insegue con tanto di
cannone la parola "dor" (dolore) e dopo lo sterminio balza sfacciata la
parola del farmaco talismano. E quando finalmente hai avvistato un'area
buia e tranquilla, ecco che dentro vi balza un aeroplano bombardiere
che lancia le bottiglie di un celebre o poco celebre vino. Poi viene il
tuo turno, e vai, finche non ti addormenti per forza di stanchezza, di
abbattimento, non perche tu vinca il rumore della strada.
Alle quattro del mattino San Paolo si ripiglia. Comincia in sordina, e
cresce cresce fino a quella fatale sera. Cresce di rumore, di gente e
di automobili. Cresce davanti ai tuoi passi continuamente bloccati da
fischi dei metropolitani e da allarmanti avvisatori. Tu sei partito da
casa, deciso a vincere, o dominare quel putiferio, ma strada facendo il
cuore e il cervello ti abbandonano, gli occhi si riaprono ad
Anhagambau, e da quel momento in poi camminerai come un ubriaco. Dopo
molti anni, la citta ti conquistera e sarai alfine un cittadino degno
di un tal luogo: non metterai un passo in fallo non ti sbalordirai piu
di nulla, non attenderai piu il fischio del metropolitano per
attraversare la strada. Si e arrivati a quel punto definitivo di usare
i piedi come meccanismi, come se al posto del cervello ci fosse una
macchina calcolatrice, che salva dagli errori di cassa, qualunque sia
la distrazione del cassiere. (Rea, 1948d)


Il ritratto della societa brasiliana in citta come Campinas sembra anticipare quello degli anni cinquanta-sessanta, quando il consumismo penetra in una struttura ancora sociologicamente e antropologicamente chiusa nei costumi e valori tradizionali: l'automobile come feticcio primario di un nuovo status symbol, per i ceti popolari ma soprattutto per la nuova classe media in ascesa; esponenti di questa classe che la sera mostrano le loro auto, con moglie e figli a bordo:
Alle cinque, alle sei di sera, si esce per la prima passeggiata. Il
marito e la moglie con davanti la figlia e la suocera dietro. E si va a
passeggio [...]. Piazza del Rosario e il cuore di Campinas. Qui
convergono i commercianti, gli studenti, le ragazze; qui suonano dischi
napoletani dalla mattina alla sera; qui intorno ci sono gli alberghi, i
grandi magazzini, gli affaristi, i santi, peccatori e i bevitori di
"pinga".
E logico che anche in questa piazza vangano a sostare le automobili. Ad
una ad una, in bella fila, disciplinate nei movimenti dal vigile,
accostano il dietro al marciapiede. Alcuni signori mandano l'automobile
in piazza molte ore prima per guadagnarsi il posto, e poi la
raggiungono a piedi o con qualche macchinetta di servizio. Infine sono
tutti pronti.
E che cosa vedi? In ogni automobile ci sono i proprietari, fermi,
impassibili e severi. La figlia, di dietro, grida: [much less than]Mi
sono annoiata di stare qua! Voglio andare a Santos![much greater
than]--[much less than]Ragazza, tu non sai quanto costa questa
automobile e questa fumata in piazza del Rosario[much greater than]
risponde severo il padre [...]. Intanto la gente--dico la povera
gente--passa, e guarda, e conta quanti soldi ha in tasca per vedere se
puo comprare uno di quei pullman. Poi si decide, e va a comprarsi una
Coca Cola "ben gelada", cruzeiros 1,50. (7) (Rea, 2005: 1552-3)


Anche per i brasiliani come per gli italiani degli anni quaranta-cinquanta "il matrimonio, la famiglia, la fedelta sono concetti sacri anzi troppo sacri" tanto che e ammesso il delitto d'onore:
E difficile che in Brasile la ragazza venga con voi dove volete, che
entri in un locale che non sappia di onesta di permesso. Le frivolezze
e le vivacita dell'America del Nord qui non ci sono. Il divorzio e
considerato con spavento, e l'ideale della donna, nel 95 per cento dei
casi, resta la famiglia, i figli, l'educazione. Anzi, le madri per i
loro figli hanno un attaccamento quasi meridionale. (Rea, 2005: 1554)


Poi il tocco di "sulfurea concisione" (Durante, 2005, XVII) curvata con ironia, tipico della scrittura di Rea e dei suoi "lampi di magnesio", per ripetere la formula critica di Cecchi (8): "Piu di una volta mi e capitato che a un certo momento non mi sono trovato accanto la signorina che accompagnavo: essa era scattata a dire una preghiera in una chiesa" (Rea, 2005: 1554).

Neppure gli sfuggono altri aspetti della societa brasiliana che invece esemplificano una realta molto piu composita: "Di cultura ce n'e poca, ma molti sono gli stimoli verso il bello, verso il paesaggio, verso i sogni romantici"; certi interni borghesi, in particolare italobrasiliani (Rea: 1949b), dove la musica e coltivata con passione e competenze che vanno dalla musica sinfonica (Bach, Vivaldi) alla lirica (Puccini soprattutto), ma anche le romanze di fine Ottocento e la canzone napoletana. Racconta di serate in queste famiglie borghesi, in cui le signore, padrone di casa, e le figlie si esibiscono al piano con discrezione e raffinatezza.

Come non manca di gettare uno sguardo sulla presenza della letteratura italiana contemporanea, scoprendo che gli autori del momento sono Moravia: "La Romana e stata mangiata", ma anche Alba De Cespedes con il romanzo Nessuno toma indietro; un altro libro di successo e Cristo si e fermato a Eboli di Carlo Levi, su cui esprime delle riserve per l'immagine totalizzante del mondo contadino meridionale che rischia di trasmettere all'estero (Rea, 1948e). Qualche notazione anche sulla stampa periodica: La Folha da Manha e il giornale italiano Il Fanfulla, su entrambi il suo giudizio e molto positivo (cfr. Trento, 2005; Sergi, 2010).

Visto il suo status di "emigrante munito di penna" e il suo "picaresco approdo" (Durante, 2005: XLI) in un paese con una massiccia presenza di immigrati italiani, non poteva mancare tra le corrispondenze di Rea una incursione in questo mondo dell'emigrazione italiana, consolidatasi in circa un settantennio (9) in una terra ancora "per tre quarti inesplorata", e dove "i 40 milioni di brasiliani sono una tribu rispetto alla estensione del territorio". L'articolo, Perche tornano gli emigranti dal Brasile (Rea, 1948c), parte da un significativo dato che riguarda l'ultima ondata migratoria dall'Italia: "il settanta per cento degli ultimi emigranti in Brasile sono ritornati in Italia" (Rea, 1948c). Rea coglie le ragioni del fenomeno nella crisi dell'economia brasiliana, seguita alla fase "drogata" del periodo bellico quando le commesse soprattutto nordamericane avevano aperto il varco ad uno sviluppo straordinario sia nell'agricoltura che nell'industria con un ampliamento e arricchimento del ceto medio, proprio quello ora piu in crisi, mentre meno danni avevano subito "quelli che avevano veri capitali e una vecchia clientela" (Rea, 1948c). Con questa realta si scontrano i nuovi immigrati, arrivati con l'"illusione" di un arricchimento immediato e anche privi della "tenacia" e della capacita di "sacrificio" delle generazioni precedenti di immigrati, mentre "l'antico "cafone", per arricchire, dovette sfruttare tutta la sua intelligenza" (Rea, 1948c). Anche oggi il Brasile--continua Rea--e una terra che puo consentire all'immigrato il successo ma "a prezzo di sacrifici durissimi", abbandonando l'idea di arricchirsi "come per incanto":
egli non avra timore di addentrarsi [...] in quella bocca leonina che e
la grande San Paulo, se egli e deciso a fare "molte capriole", a
dimenticarsi, quando se ne deve dimenticare, che egli in Italia sapeva
leggere a vista Plauto, e a ricordarsene, quando se ne deve ricordare.
(Rea, 1948c)


Anche in Brasile "il cosiddetto uomo d'avventura--non l'avventuriero--puo giocare tutte le sue avventure; e quando avra perduto ogni cosa, avra una memoria, non solo piena di ricordi, ma ricca di simboli e di significati" (Rea, 1948c). Essendo questo articolo uno degli ultimi scritti in terra brasiliana sembra quasi una riflessione rivolta a se stesso, un bilancio della sua picaresca avventura di emigrante che sta per concludersi.

Nell'articolo non mancano due "lampi" tipici della scrittura di Rea, intuizioni buttate li quasi per caso ma che rivelano acutezza che vale la pena rilevare; la prima sull'economia brasiliana da analizzare a fronte degli indicatori che oggi si direbbero della globalizzazione: "il mondo e diventato piccolo e dovunque la palla della terra riceve un calcio, lo ricevono anche quelli che stanno alla parte opposta" (Rea, 1948c). L'altra, invece, riguarda il tema del ruolo dell'immigrazione nella costruzione dell'identita nazionale brasiliana: l'attuale popolazione e una "tribu" su una terra immensa che, "quando ogni emigrante avra smesso di sfruttarla, avra cioe fondato la sua stirpe "indigena", diventera un popolo" (Rea, 1948c). Sono echi del lungo dibattito sull'identita nazionale brasiliana a fronte della grande immigrazione che aveva investito il paese a partire dagli anni ottanta dell'Ottocento, sviluppatosi soprattutto negli anni venti-trenta e che scrittori in viaggio come Bontempelli avevano captato e sintetizzato in significative "impressioni" (10).

Un tema come questo inevitabilmente mette in campo il ruolo del Fascismo nei paesi latinoamericani, con le ricadute del suo investimento politico presso le comunita italiane durante e dopo il regime, tanto che a conclusione dell'articolo Rea consiglia agli italiani antifascisti che approdano in Brasile di "tacere questa loro colpa", avendo egli stesso sperimentato una certa reazione a suoi articoli apparsi su giornali brasiliani.

Il nostro scrittore riprende questo tema in un altro articolo, Mussolini in Brasile (11), in cui evidenzia il cambio che investe la comunita italiana a partire dal 1925, quando da un diffuso desiderio di integrazione passa alla orgogliosa rivendicazione della propria identita e superiorita sociale: che l'italiano "discendeva dalla vera razza di Colombo e di Mussolini; che egli quaggiu ci stava per diritto, e che, forse, in una data non lontana, ci sarebbe stato addirittura per legge d'impero" (Rea, 2005: 1548); e comincio a rispondere con "vanto, vigore e gloria che "E eu tombien sou italiano e fascista, gracias a Deus"" (Rea, 2005: 1548-9) Del resto, la politica del regime riusciva a guadagnare simpatie non solo nella comunita italiana ma anche tra i brasiliani tanto che, nonostante qualche difficile momento dopo la caduta del regime, sono rimaste le tracce della "fede del cuore" degli italiani in Brasile: "essi hanno nelle orecchie la voce di Mussolini oratore--la conservano sui dischi--e negli occhi la grande testa dell'uomo. "Mussolini aveva una testa cosi grande"--mi disse uno di loro. "Non poteva essere che il simbolo del globo della terra racchiuso in un solo uomo"" (Rea, 2005: 1549-50).

Cio spiega la reazione di esponenti della comunita ad alcuni articoli apparsi sul quotidiano brasiliano Correiro Popular in cui, sottolinea lo scrittore, egli ricordava "quante lagrime era costata al nostro popolo la guerra" e definiva Mussolini "un cieco strumento della storia". Cio spiega anche la presenza nel dopoguerra di molti ex gerarchi fascisti: "Quaggiu si trovano gerarchi a profusione che, pur senza professione, vivono bene e hanno buoni '"posti"'. Insomma, "curiosita e analisi si susseguono ad altezza d'uomo" (Gialdroni, 2017: 114), Rea racconta le sue esperienze con "empatia", un po' da emigrante, un po' da avventuriero, un po' da giornalista infiltrato, e comunque con una osservazione partecipata.

Non mancano scorci narrativi gustosi, brevi ma efficaci illuminazioni tipiche della scrittura del Rea narratore, come il ritratto di Rocca, emigrato italiano, campione di lotta libera e dello sfidante il "feroce" Nick, ex poliziotto statunitense "tipico mostro darwiniano, uomo della giungla, che al posto delle parole usa il ringhiare e con le pelose braccia e mani minaccia il pubblico, che gli grida contro"; un lottatore italiano che e diventato "il sogno delle brasiliane", come recita il titolo dell'articolo che Rea gli dedica (12). O ancora quello sui corvi di Campinas (/ corvi a Campinas puliscono le strade), che volano a centinaia sui quartieri delle villette ma anche su quelli di case costruite "ad imitazione di architetture europee medievali e moderne", e sulle periferie, svolgendo il compito importante della pulizia delle strade "con un indefesso lavoro", tanto che la Prefettura sembra "fondare" "solamente sul corpo di nettezza urbana dei corvi". Quella stessa Campinas che a sera diventa "un cimitero coperto di piccole luci con dentro fruscii di automobili e voci e voci fuggenti. Spiccano nel buio le scarpe bianche dei negri, che adorano il bianco, conculcandolo, cosi come Van Gogh si mangiava il giallo" (Rea, 1948b).

Per Rea, Campinas e "la citta del sonno: proprio per la sua bellezza, in questo caso, vorrebbe significare lentezza. La differenza che passa fra un italiano e un brasiliano dell'interno e la seguente: noi camminiamo, specialmente a Napoli, saltando e volando come galline inseguite, e li come i prigionieri di Cervantes con le catene e le palle di ferro ai piedi. E tutto sole" (Rea, 1948b).

Infine, il pezzo sulla pinga "che uccide", come titola un altro articolo, La pinga, grappa brasiliana che uccide, in cui racconta degli effetti di questa bevanda brasiliana che non provoca una ubriachezza "cantante o caracollante" come la grapppa italiana, ma "ingrassa l'anima, l'appesantisce e tende a farla capitombolare sugli intestini"; bevanda soprattutto dei neri nelle favelas di Rio, i cui effetti sono esemplificati nella storia di Elia, alcolizzato perenne di Pinga, di cui Rea scorcia un breve ma efficace e malinconico ritratto (Rea, 1949a).

In un ultimo articolo della sua esperienza brasiliana Rea racconta di un momento del suo viaggio di ritorno in Italia per mare con la sosta all'isola di San Vincenzo dell'Arcipelago di Capoverde; uno scorcio di prosa neorealista:
Cosi sboccammo in una strada con le case costruite ad un piano,
ostruita da un gran numero di negri in stato d' "incantesimo". Stavano
tutti per terra: chi mutilato alle gambe, chi alle braccia;
sull'orecchio di uno si vedeva fervere una malattia della pelle; sulla
faccia di un altro era accesa una piaga. E un puzzo di sudore, di
peste, di lebbra, agonia e morte nel sudiciume. Come passare? Gettai
dei soldi a pioggia. Era il meno che potessi fare; e non per
grandeggiare, ma per tentare di scontare un'oncia della probabile colpa
che gravava anche su di me. (13) (Rea, 2005: 1563)


Anche dopo il ritorno in patria, Rea continuera a proporre gli articoli sull'esperienza brasiliana, spesso gia apparsi in altri quotidiani (14), accompagnando la richiesta con la "maschera"--in gran parte reale ma anche strumentale--del "tengo fame", come fa con Leone Piccioni, che gli ha promesso un contratto con il quotidiano Il Popolo:
Ne ho bisogno. E questione di tirare avanti per una trentina di giorni
[...] vedrai che i miei due articoli mensili saranno, non dico attesi,
ma letti con piacere; se tu, s'intende, riuscirai a perdonare la mia
boria. Oggi come oggi respiro. (15) (Rea-Piccioni, 2015: 14)


Nella stessa lettera a Piccioni, del novembre 1949, Rea aggiunge due rapide notazioni dalle quali emerge quanto spazio, a ridosso del viaggio in Brasile, stia occupando la scrittura giornalistica e come essa non risponda solo alla necessita proclamata del "tengo fame":
ho scritto [...] decine di articoli, che formano, in realta, i
materiali del mio piu genuino lavoro--mi sono sentito di nuovo ragazzo,
quando marinavo la scuola, col desiderio della liberta congiunta alla
paura e alla colpa. (16) (Rea-Piccioni, 2015: 41)


In realta le collaborazioni a quotidiani e periodici--in cui si alternano pezzi narrativi con altri di natura piu chiaramente giornalistica--stanno dando occasioni moltiplicate e nuova vitalita ad una scrittura espansiva ed onnivora di realta, per la quale Rea avverte "liberta" e nello stesso tempo "paura" e "colpa" poiche mettono in discussione la sua attivita e la sua figura di scrittore. (17)

Ma vediamo ora di accennare a quali tracce la breve esperienza migratoria brasiliana deposita nella narrativa successiva di Rea. Una prima consistente traccia la troviamo nel racconto La spedizione, compreso in Quel che vide Cammeo (1955). Il protagonista di questo racconto, Ismaele, finisce emigrato in Brasile, e nelle foreste di questo paese si perderanno le sue tracce, come testimonia l'ultima fotografia che invia alla moglie, che per anni ha aspettato il suo ritorno.

Il racconto e ambientato agli inizi del Novecento, condotto da un io narrante che recupera memorie familiari--ma anche con diversi inserti autobiografici dell'autore--che continuano ad avere una loro materializzazione nelle foto incorniciate nella casa avita: le foto di zio Luigi, sottufficiale di marina che in uno dei suoi rientri a Napoli si porta a casa il collega Ismaele, un giovane solo che non "aveva nessuno al mondo" e portava con se un "disperato senso di disagio e di solitudine"; ma dal ritratto che fissa il breve soggiorno in casa di zio Luigi viene fuori anche lo sguardo "dolce e luminoso" di Ismaele.

Nel ritratto e accanto a zia Michelina, sorella della madre dell'io narrante con cui Ismaele vorrebbe fidanzarsi, un fidanzamento che rimane come accusa delle difficolta imposte dal costume del tempo ma soprattutto per la discrezione, la mitezza e il silenzio di Ismaele, che non scrivera a zia Michelina le lettere d'amore che pure avrebbe voluto scrivere. Zio Luigi muore di febbre gialla durante una traversata e tocchera all'amico Ismaele portare ai familiari la notizia della morte e gli oggetti personali del compagno. E cosi Ismaele "che non aveva avuto il tempo di innamorarsi di zia Michelina, non l'ebbe piu. Pero, senza sapere se fosse o non fosse innamorato, per acquistare il diritto di restare con ogni convenienza in casa, sposo zia Michelina col silenzio e la rapidita di una cerimonia funebre", decidendo contemporaneamente di "abbandonare il mare" (Rea, 1955: 121-132).

Ismaele, pur godendo di quella "intimita familiare, che forse non aveva mai conosciuto", comincia a palesare un malessere che lo rende sempre piu silenzioso e "impenetrabile", mentre si andava convincendo che "lui non era nato per essere un uomo di terra", che mai si sarebbe adattato a quei modi di vivere e alle regole non regole di quella societa. Solo il mare, ancora una volta, gli offre la possibilita di una via d'uscita: "Il mare era la sua grande strada e il mare avrebbe potuto condurlo al paese della terra promessa" (Rea, 1955, 121-132). E cosi Ismaele decide di tentare la via dell'emigrazione in America, per il momento da solo ma con la promessa di farsi seguire da tutti gli altri familiari non solo dalla moglie Michelina.

La scena che Rea descrive al porto di Napoli recupera immagini da Scalo Marittimo (1918) di Raffele Viviani (Lezza, 1993: 83-101)--un autore che sappiamo essere stato tra le letture non secondarie di Rea--vivianea e la contrapposizione tra i contadini "calabresi, campani, lucani, pugliesi, siciliani che emigravano e che si raccontavano favolose storie di loro paesani, partiti appena da due mesi" e i napoletani che "non ci credevano, e andavano gettando gli ultimi dubbi in quelle anime indecise fino al momento dell'imbarco".

Questa contrapposizione tra la plebe napoletana che gravita intorno al porto, e che in Viviani assume toni ancora piu marcati, si scioglie poi nelle immagini degli ultimi istanti della partenza, quando la nave si stacca dal molo, anche qui con un certo climax vicino al testo teatrale di Viviani:
La Santa Speranza era una botte piu che una nave, grassa e tonda come
una sporta, che dentro gli uomini ci stavano come i finocchi nelle
ceste, con le facce livide sopra i parapetti, tutti a poppa, da questa
parte qua, per veder scomparire l'Italia, che era scomparsa da una
giornata. Appena la nave si stacco dal molo, si misero a gridare dalla
nave e da terra e una madre invoco tanto il figlio che costui si getto
in mare, rovinandosi con quel gesto un intero destino. Tutti gli
emigranti si promettevano di far subito ritorno, come aveva fatto
questo e quell'altro loro paesano. E anche Ismaele avrebbe dovuto far
ritorno dopo una sessantina di giorni. (Rea, 1955: 133-134)


Da Santos in Brasile, dove e approdato nel suo viaggio di emigrato, Ismaele spedisce lettere e assegni alla famiglia, lettere cui seguono silenzi che diventano sempre piu lunghi, poi di nuovo lettere con giustificazioni varie, finche scese "il grande silenzio, che duro mesi, stagioni, anni ed anni, che dura ancora e durera sempre".

Al di qua dell'oceano in tutti quegli anni zia Michelina "visse balzando al fischio del postino": "attendeva, con qualunque tempo, il postino sotto un muro della strada che menava alla vecchia casa". Poi un giorno alla porta di casa si presento "un emigrante col panama in testa e il bracciale d'oro al polso": portava i saluti dello zio, una "grossa busta" con "i soldi dell'ultimo mensile, di anni e anni addietro", una somma consistente frutto di una spedizione in Amazzonia, una delle tante come testimonia un'ultima foto anch'essa consegnata, insieme ad altre tre, a zia Michelina:
Nell'ultima stava in riga, impalato con altre quindici persone: due
vecchi con la barba e gli stivali, un altro con la barba nera col
pizzo, con gli stivali e il colletto duro del prete, seguiva un
biondino in calzoni corti e con un cannocchiale e poi lui, Ismaele, col
casco in testa dalle cui falde scendeva una zanzariera per la giungla e
infine una truppa di negri portatori, uno dei quali su un palo recava
la seguente scritta: "Quindicesima spedizione alle Amazzoni". In un
angolo dei musicanti in uniforme bianca davano nelle trombe. (Rea,
1955: 137-138)


Dunque, un racconto in cui non solo si sono depositate immagini del viaggio di Rea da emigrante in Brasile, ma che soprattutto risulta una cartina di tornasole per verificare il cambio linguistico e di poetica che lo scrittore ha maturato da Spaccanapoli a Gesu, fate luce a Quel che vide Cammeo.

Con racconti come La spedizione Rea sembra aver compiuto un passo decisivo in quel disegno di "portare il neorealismo al di la del neorealismo in una classicita forse duratura", come scrisse il critico americano Lionel Thrilling (1) a proposito della produzione narrativa di Rea fino a meta degli anni Cinquanta. (19) Ancora piu efficacemente Ruggero Guarini ha parlato di "realismo creaturale"--richiamando Auerbach--che infrange il "principio della separazione degli stili", mescola l'umile col sublime, veicola la "presenza dell'alto nel basso e del basso nell'alto"; lo "stigma" della "creaturalita [...] irriducibile, straziante" e in gran parte della narrativa di Rea del primo tempo, in cui "palpita un sentimento creaturale della vita tanto piu profondo e toccante quanto piu secco e fermo e il timbro della voce che lo esprime" (Guarini, 2005: XIV-XV).

Note

(1.) Guarini R, La sua musa creaturale. In: Rea, 2005: XIV.

(2.) Rea, oltre a pubblicare gli articoli brasiliani su Il Giornale di Napoli, li distribuisce a diverse altre testate: Milano Sera, Il Nuovo Corriere, Il Tempo, Roma, Il Gazzettino, Il Popolo. Alcuni articoli del viaggio in Brasile, insieme a quelli di altri viaggi (India, Thailandia, Hong Kong, Spagna) sono stati raccolti in Viaggiare stanca. A cura di Sarno P (1997) Roma: RTM; un'utile iniziativa ma con una deficitaria curatela: mancano i riferimenti bibliografici e alcuni testi risultano un collage di diversi articoli.

(3.) Durante F. Cronologia. In: Rea, 2005: CU.

(4.) Tre mestieri in pochi giorni. Il Giornale, 13-14 novembre 1948; col titolo Chi sogna la terra promessa si svegliera mangiando banane marce. Il Nuovo Corriere, 7 gennaio 1949; ora in Rea, 2005: 1545.

(5.) Durante F Introduzione. In Rea, 2005: XL-XLIX, LUI.

(6.) Il primo a sottolineare l'importanza di questi due testi per intendere la narrativa di Rea e stato Claudio Varese, 1953; ma cfr. anche Romeo, 1987; Di Consoli, 2002 e Palumbo, 2007.

(7.) Costretto al celibato il giovanotto senza automobile. Il Nuovo Corriere, 16 gennaio 1949; ora in Rea, 2005: 1551-1555.

(8.) Cecchi E, Scrittori al lampo di magnesio: Domenico Rea. L'Europeo, 22 febbraio 1948; Cecchi E, Nuovi racconti di Domenico Rea. L'Europeo, 24 dicembre 1950; poi in Cecchi, 1972: 1129-31; 1132-4.

(9.) Sull'emigrazione italiana in Brasile mi limito a richiamare alcuni dei lavori di Emilio Franzina: Gli italiani al Nuovo Mondo. Milano: Mondadori, 1995, pp. 451-495; L'America gringa. Storie italiane d'immigrazione tra Argentina e Brasile. Reggio Emilia: Diabasis, 2008; rinvio a quest'ultimo nelle cui note si puo trovare una vasta bibliografia sulle varie fasi dell'emigrazione in Brasile, sulle comunita italiane e il loro rapporto con la madrepatria Cfr. anche Cappelli, 2012.

(10.) Cfr. Martelli S Bontempelli: gli [much less than]Aria[much greater than] alla conquista dell'America. In: Martelli, 1994: 277-306.

(11.) Mussolini in Brasile. Il Giornale, 12 settembre 1948; col titolo Nel Brasile non fanno fortuna gli italiani antifascisti. Il Nuovo Corriere, 12 gennaio 1949; ora in Rea, 2005: 1548-1550.

(12.) Un lottatore italiano e il sogno delle brasiliane. Il Giornale, 28 settembre 1948; ora in Rea, 2005: 1555-1559.

(13.) Ballerine nude fra i lebbrosi di San Vincenzo. Milano sera, 27 dicembre 1948; col titolo L'isola dei negri, in Rea, 2005: 1563.

(14.) Cospicue e utili indicazioni bibliografiche sono quelle di Francesco Durante, in Rea, 2005: 1690-1691, 1701-1702.

(15.) Lettera di Rea a Leone Piccioni, 5 novembre 1949. In: Rea-Piccioni, 2015: 14. Gli articoli "brasiliani": Tamburi brasiliani, gia apparso in Milano sera (26 luglio 1949); Bach in Brasile, gia apparso in Il Giornale (21 giugno 1949) verranno pubblicati in Il Popolo, il primo, il 27 novembre 1949, col titolo La fanfara di Campinas; il secondo, col titolo Bach in un salotto tra commercianti, il 7 dicembre 1949. Tracce del viaggio in Brasile si trovano anche nelle lettere ad Aldo Camerino, al quale Rea invia articoli da pubblicare sul Gazzettino, come Trombe e tamburi brasiliani (Trotta, 2001: 29-42). Della "fuga" in Brasile Rea riferisce anche nelle lettere a Luciano Anceschi (Butcher, 2005: 36-37).

(16.) Lettera di Rea a Leone Piccioni, 5 novembre 1949. In: Rea-Piccioni, 2015: 41.

(17.) "Ma che disgrazia, che sciupio e squallore questo scrivere per i giornali. Ma ho troppe spese e col solo stipendio non si mangerebbe in 4 persone come siamo. Sento che questo scrivere mi rovina, mi rosica, e ne ho disgusto grande, una disperazione" (Lettera di Rea ad Aldo Camerino, 3 luglio 1950. In Trotta, 2001: 33)

(18.) Lo ricorda Giose Rimanelli nella recensione a Una vampata di rossore (Rotosei, 5 giugno 1959). Rea, secondo Rimanelli, ha scritto racconti "colmi fino all'orlo di una straordinaria vitalita inventiva [...] che hanno vere radici, perche sono quelle della vita". Un gustoso ritratto del personaggio-scrittore Rea viene schizzato da Rimanelli in Il mestiere del furbo (Milano: Sugar, 1959, pp. 250-252), un ritratto che sicuramente trae spunti da quello scolpito dalla Ortese in Il mare non bagna Napoli (Torino: Einaudi, 1954). Tra i critici che hanno rilevato la distanza di Rea dalla produzione neorealista cfr. Barberi Squarotti, 1965; Piancastelli, 1975. Sul neorealismo di Rea cfr. anche Carbone, 2007: 765-767.

(19.) Anche un critico della neoavanguardia degli anni sessanta, come Renato Barilli, ha riletto la narrativa di Rea del primo tempo sottolineandone la peculiarita sperimentale all'interno del neorealismo (Introduzione a Rea, 1994: 9-11), sulla scia dell'accostamento che a suo tempo Calvino aveva fatto tra neorealismo e neoavanguardia, tra neorealisti e neoespresionisti (Calvino, 1964: 7-12).

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Sebastiano Martelli

Universita degli Studi di Salerno, Italia

Autore corrispondente:

Sebastiano Martelli, Universita degli Studi di Salerno, Viale delle Acacie, 7, 84134 Salerno, Italia.

Email: smartelli@unisa.it

DOI: 10.1177/0014585818765454
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Title Annotation:travel writing of Domenico Rea; text in Italian
Author:Martelli, Sebastiano
Publication:Forum Italicum
Geographic Code:4EUIT
Date:Aug 1, 2018
Words:7464
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