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Dobbiamo continuare a scrivere recensioni?

Chiedete al direttore di una rivista quale parte del suo lavoro lo impegni maggiormente, quale lo soddisfi di meno, quale delegherebbe volentieri ad altri, quale gli crei il maggior numero di problemi ... e vi rispondera immancabilmente che la parte piu problematica e difficile da gestire e il settore delle recensioni. Suggeritegli di eliminarlo e vi rispondera che non e possibile: una rivista scientifica, o che pretenda di esserlo, non puo essere priva di un settore dedicato a "fare il punto" sulla cultura del tempo. E da dove verrebbe questa necessita? Dalla tradizione! Basta questa parola per far tacere tutte le possibili obiezioni, o se ne sorgessero bisognerebbe motivarle con ragioni serie di portata addirittura epocale: con la tradizione non si gioca impunemente. Cosa succederebbe se da un giorno all'altro si decidesse di lasciar morire questo genere critico magari rendendogli le onoranze funebri del caso? Ci sarebbe un disorientamento e un senso di panico: editori, autori, librai e lettori rimarrebbero smarriti: gli editori contano molto sulla pubblicita generata dalle recensioni; gli autori desiderano vedersi recensiti; i librai tengono sugli scaffali i libri di cui si parla; i lettori vogliono sapere quali libri leggere, e nessuno e disposto a privarsi della dose di Schadenfreuede--ossia quella gioia perversa di vedere colleghi dileggiati, sbranati o peggio--che le recensioni somministrano. Non c'e dubbio, allora, che cancellando il genere delle recensioni danneggeremmo questa catena di interessi; tuttavia il danno sarebbe minore di quanto non si immagini perche, nonostante il peso della tradizione, la crisi e ormai in piena luce. Il fatto che un Jacques Le Goff intitoli un articolo Perche non scrivo piu recensioni (in riviste scientifiche) proclama senza ambiguita lo stato di questa crisi. Ad una tavola rotonda del congresso su Le riviste d'italianistica nel mondo, tenutosi a Napoli nel Novembre del 2000 (gli atti sono curati dall'organizzatore, Marco Santoro, Roma-Pisa: Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2002), si e trattato delle recensioni ("Caratteristiche e valenze delle segnalazioni librarie" 315-33), e molti degli intervenuti trovavano ormai insoddisfacente il genere delle recensioni. Gia alcune riviste prestigiose come Medioevo romanzo hanno rinunciato alla tradizionale sezione di recensioni, sostituendola quasi interamente con una rubrica di asciutti "stelloncini" a cura del direttore; altre riviste non meno prestigiose quali Studi di filologia italiana le hanno soppresse completamente o non ne hanno mai pubblicato; altre, come Esperienze letterarie o Rassegna europea di letteratura italiana, ne hanno ridottissime sezioni ele recensioni che vi si trovano sembrano dovute al caso (quando non a pura cortesia redazionale) piu che ad una ragionata e sistematica selezione; altre riviste, come Italianistica, nascono gia prive della consueta sezione di recensioni, e la sostituiscono con una dedicata a "dibattiti" o "discussioni" che sembrano piu adatte a "fare il punto" sulla situazione culturale.

I motivi del dileguo sono parecchi a cominciare da quello pratico di trovare recensori. Infatti chi recensisce i libri? Sono collaboratori scelti dalla direzione della rivista in base ai criteri di competenza, o sono i recensori stessi ad offrire la propria collaborazione? E se questo e il caso quali sono le loro credenziali? E non e un fatto ben noto che spesso i "recensendi," per cosi dire, segnalano alla redazione la persona che sarebbe la piu qualificata a recensire il loro libro? Perche molti studiosi si rifiutano di recensire libri? Come si vede i problemi cominciano alia fonte, al livello dell'offerta. Un genere muore se nessuno lo pratica.

Ci tranquillizza un po' vedere che esistono riviste immuni dal problema di trovare recensori e di scegliere i lavori da recensire perche programmano di recensire sistematicamente tutto cio che si pubblica in un determinato campo e che rientra nella linea culturale e specialistica della rivista; e a questo fine provvedono con squadre di recensori non ricalcitranti. Sennonche, superati i problemi di trovare recensori e di identificare i titoli da recensire, ne spuntano altri di entita forse maggiore. Intanto il programma di recensire o anche di segnalare tutto quello che riguarda l'italianistica (invero di qualsiasi campo) oggi risulta velleitario: neppure le bibliografie piu attendibili riescono a indicare tutto cio che si pubblica in riviste estere, in riviste italiane di durata effimera, in riviste on line, negli atti di infiniti convegni, nella fungaia delle Fest--schriften, in scritti miscellanei in cui puo capitare un contributo di italianistica. E cio che si riesce ad indicare non lo e nella forma tipica della recensione, ma nella forma della "scheda," un sottogenere della recensione che sta tra questa e la semplice indicazione bibliografica, una combinazione di un dato bibliografico con un succinto riassunto del lavoro segnalato. Alcune riviste che riescono piu "informative" di altre--e penso alla Rassegna della letteratura italiana, la piu visibile per eta, qualita e volume del materiali--hanno adottato il sottogenere della scheda per migliorare l'offerta e per rispondere meglio alla domanda. Una schedatura di tali ambizioni richiede un lavoro d'equipe al quale collaborano tipicamente schiere di dottorandi e di ricercatori o di studenti, magari sotto la guida di uno studioso stagionato. In questo modo si offre quell'informazione professionale che la recensione tradizionale offriva e che oggi puo offrire solo in misura limitatissima, ma nello stesso tempo si rinuncia ad offrire quella valutazione che la recensione tradizionale offriva. E la "scheda" che svolge in parte il ruolo della recensione tende di fatto a svalutarla, a farla apparire un po'ingombrante.

Un fattore di decadenza e quello economico. Sembra strano parlare di soldi e di "letteratura," ma e facile vedere che nessuna rivista dispone di fondi per acquistare i libri che vorrebbe recensire. Di solito vengono recensiti i libri che arrivano in redazione grazie alla generosita interessata degli editori. Questo fattore crea notevoli lacune. Prendiamo, ad esempio, una grande rivista come Speculum che ha una nutrita sezione di recensioni vere e proprie (importante rilevare che anche Speculum ha una sezione di "schede" in cui si da l'indice di lavori collettivi, e un'altra di pure indicazioni bibliografiche del libri ricevuti); ma i libri italiani che recensisce sono solo quelli che gli editori italiani mandano alla redazione, per cui non si vedono mai recensiti libri di editori minori (Liguori, Bagatto, Pacini, Marsilio, solo per fare qualche nome) o del maggiori che non si degnano di mandare un esemplare. Le nostre riviste di italianistica statunitensi raramente recensiscono libri di Einaudi o di Laterza perche sono editori che non mandano copie, mentre recensiscono spesso libri di editori come Olschki o Longo perche sono editori che mantengono buoni contatti con la readership americana. La "schedatura" risponde meglio a questo problema perche i membri dell'equipe si dividono il lavoro e possono farlo in biblioteche diverse e in centri diversi. Anche questo e un fattore che logora l'importanza della recensione, non nel senso culturale visto sopra ma nel senso che ne mette in luce l'occasionalita che la condiziona. In effetti vediamo spesso che libri importanti non vengono mai recensiti mentre libri mediocri sono recensiti piu volte. Serva a consolarci il fatto che non esiste, come si crede, una corrispondenza stretta fra recensione e successo del libro, e sembra infatti che la citazione di un lavoro nelle note o nel corpo di un saggio contribuisca con maggior efficacia a farlo conoscere. Il che puo significare che i lettori delle recensioni non sono attenfi ne assidui o numerosi.

C'e infine un motivo della svalutazione in corso, complicato da una sorta di paradosso perche a tenere in vita il genere della recensione sono le persone che ne causano in parte la morte introducendo nell'attivita recensoria elementi di natura personale e morale. Nella situazione presente la recensione e considerata un genere minore che pero conosce molti livelli di realizzazione. Una recensione vicina al grado zero di valutazione non si differenzia di molto dalla "scheda" per cui anche gli studenti alle prime armi sono in grado di farla; la recensione alla maniera antica, quella che si e venuta chiamando "review article," si avvicina al saggio e talvolta al grande saggio per la qualita del contributo, quindi e una recensione "magistrale" e non da principianti. Stando cosi le cose si capisce perche il genere, poco impegnativo e di responsabilita minime quando sta vicino alla "scheda," sia frequentato da giovani alle prime armi: ad essi continua ad offrire la possibilita di aggiungere qualche titolo al curriculum vitae in vista di un imminente concorso. Ma anche i vecchi professori trovano conveniente il genere in quanto offre un mezzo legittimo e accademico per promuovere il lavoro del propri allievi nonche per vendicarsi di qualche rivale. Purtroppo la recensione e un genere che puo essere poco pulito, che spesso copre sotto manto accademico livori, opinioni poco pesate, partigianerie e giochi di squadra; e non sorprende, allora, che molte persone si astengano dal partecipare al gioco. In effetti, a chi risponde un recensore? al direttore della rivista, all'autore recensito, al proprio gruppo? Chi gli da l'autorita di giudicare, la complicita di promuovere o l'immunita del condannare e talvolta di vilipendere? Che valore si puo attribuire all'opinione di un gruppo o di una persona? quando si puo e si deve discutere il giudizio di un recensore?

Ci siamo posti una serie di domande scomode e inquietanti, e il loro insieme fa capire che il "genere recensione" non sia affatto marginale e tranquillo, anzi presenti un numero di problemi difficili da risolvere anche per le implicazioni pratiche da cui sembrano liberi altri generi, e coinvolga persone diverse perfino al livello commerciale.

Ma ancora non ci siamo posti la domanda fondamentale: cos'e una recensione? La risposta che potremmo dare oggi non sarebbe la stessa che avremmo potuto aver dato un secolo fa perche se non e cambiata la fenomenologia del genere e cambiata di molto la sua funzione. Pertanto la risposta migliore alla domanda dovrebbe venire dalla storia perche non esiste una recensione ideale fissa per sempre, ma esiste la recensione che ogni generazione di utenti ha voluto crearsi. La storia ci insegna che la recensione ha avuto diversi nomi (ragguaglio, notitia libro--rum, informazione libraria, bibliografia ...) fino a fissarsi in "recensione" che calca la Rezension tedesca dell'Ottocento, ricavato dal campo della critica testuale come "critica del testimoni"), ed e passata attraverso diversi assestamenti e ripensamenti, subendo modifiche, vivendo quasi sempre come genere minore in forma quasi parassitaria, non avendo altro domicilio che le pagine in corpo minore delle riviste che dedicavano il loro meglio a saggi di critica letteraria anziche di "critica della critica." Purtroppo non possediamo alcuno strumento che ci aiuti a ricostruirne la storia; ed e un vero peccato perche non solo vedremmo come ha preso diverse forme ma anche come ha contribuito a tener vivi temi, ad animare dibattiti, a creare fortune letterarie e a distruggere reputazioni. In questa sede non si vuol presumere di colmare una lacuna cosi grande; tuttavia sembra indispensabile ricordare per sommi capi alcuni punti che servano ad orientare il nostro discorso. Va detto fin da ora che il nostro discorso si limita all'italianistica, con particolare fuoco sulla situazione nordamericana.

L'archetipo della recensione moderna--la presentazione di un libro nuovo corredata da un giudizio di valore--e da cercare nel mondo barocco, nelle riviste che inaugurarono il tipo di pubblicazione periodica. Recensioni e giudizi esistevano anche prima (ad esempio ne La libraria di Doni o in tomate di varie accademie) ma si tratta per lo pih di episodi sporadici, poco adatti a creare un genere. Lo stesso si puo dire di opere come la Biblioteca Aprosiana di Ludovico Aprosio del tardo Seicento, dove il genere di cui parliamo rimane solo in forma potenziale. Questo comincia ad acquistare una fisionomia propria grazie alle prime riviste periodiche nate con lo scopo di presentare libri apparsi di recente. Il modello fu senz'altro il Journal des savants pubblicato a Parigi nel 1665 e presto imitato in Inghilterra e in Italia. Le recensioni riguardavano sia il campo delle lettere sia quello delle scienze (la separazione doveva venire solo piu tardi nell'Ottocento) ed erano piuttosto delle segnalazioni che si limitavano ad annunciare un libro e a riassumerne il contenuto, anche se niente impediva che si formulassero del giudizi; anzi questi col passare del tempo si imposero come parte dominante della recensione, e furono spesso tanto severi che il governo fece sospendere la pubblicazione della rivista (1702). Le recensioni, dunque, concepite con la funzione cruciale di far conoscere con grande tempestivita libri pubblicati in tutta l'Europa, presto diventarono anche valutazioni che servivano a presentare la natura e la qualita del libro che veniva annunciato: questa duplice funzione ha sorretto il genere recensione per secoli. In Italia il Journal fu subito imitato dal Giornale de' letterati (1668) pubblicato a Venezia, e quando questo smise le pubblicazioni fu sostituito dalla Galleria di Minerva pubblicata a Venezia nel 1696. Sempre a Venezia Apostolo Zeno nel 1710 pubblico Il giornale de" letterati d'Italia, ricordato per aver ospitato la Vita di Vico, ma ebbe altri grandi meriti culturali in quanto si occupava di libri italiani e pubblicava recensioni impegnate. La grande stagione del giornali letterari e il Settecento, giornali che imitavano quelli inglesi e che recensendo e discutendo libri facevano della vera critica militante--si ricordi Lafrusta del Baretti, il Caffe del Verri--ed erano in effetti riviste di gruppo, quando non di una sola persona.

La tradizione si stabilizza a partire dalla seconda meta dell'Ottocento con l'affermazione delle riviste accademiche, legate a cattedre o ad istituti di ricerca. Il modello e quello tedesco, e lo impone autorevolmente il Giornale storico della letteratura italiana, fondato nel 1883. Di qualche anno piu tardi e la Rassegna bibliografica della letteratura italiana (1893), che in una nuova serie a partire dal 1953 prese il titolo di La rassegna della letteratura italiana con il quale attualmente si pubblica. Anche La critica (1903) di Benedetto Croce aveva una sezione di recensioni. La novita tardo-ottocentesca e che le riviste accademiche recensiscono soltanto letteratura critica, mentre la letteratura "creativa" viene recensita da altre riviste di cultura varia (ad esempio La nuova antologia) dove si trovano articoli di politica insieme a quelli di scienza e di letteratura nonche romanzi e raccolte poetiche.

Il modello fissato allora e quello che continua ai nostri giorni. In generale la recensione "accademica" ha conservato la funzione commerciale non tanto per "vendere" il libro quanto per segnalarne l'esistenza; e a correggere eventuali impressioni di semplice venalita ha sempre accompagnato il certificato di esistenza con un giudizio o una valutazione che portava il discorso su un piano squisitamente accademico. Nella sua lunga storia la recensione ha perso il carattere marcatamente personale che ha avuto alle origini, e particolarmente nel Settecento, quando le riviste erano spesso legate al nome di un direttore e quando la recensione aveva qualcosa da dire nella militanza letteraria. Col tempo si e imposta la tendenza all'equilibrio del giudizio non certo per bonta del recensori ma per una strategia di credibilita. Una cosa ancora si puo notare, ed e sulla linea dell'ultima osservazione: il genere della recensione si e tenuto quasi del tutto estraneo alle mode letterarie. Questo fenomeno e ancora piu sorprendente ai nostri tempi quando la produzione critica e stata fortemente caratterizzata dalle etichette indicanti movimenti critici: non esistono, per quanto ne sappia, recensioni "strutturaliste" o "decostruzioniste." Sembrerebbe un gran pregio, ma forse e stato uno del mali che affiiggono il genere e che lo hanno portato alla presente decadenza: la recensione non genera discussioni metodologiche e per questo risulta di scarso interesse per le generazioni che amano la "teoria" letteraria; se la si vuol caratterizzare in qualche modo le si da l'attributo di "filologica" in quanto presenta "dati" e si attiene ai "fatti": l'attributo, che una volta suonava positivo, oggi e pressoche denigratorio, e l'attuale declino della filologia si trascina dietro il valore della recensione. Non bisogna credere che sia scomparsa la recensione "militante," ma questa ha trovato riviste non accademiche e piu frequentemente giornali letterari di tipo quindicinali o mensili o in generale di tipo giornalistico: fattore concorrenziale non trascurabile quando si parla della decadenza della recensione.

La qualita del recensori e stata costantemente alta, ma a partire dall'inizio della seconda meta del Novecento si nota un mutamento che ha senz'altro contribuito ad erodere il prestigio del genere. Per il Giornale storico della letteratura italiana recensivano lavori i piu illustri studiosi del tempo, da Rajna a Novati e Monteverdi, da Renier a Sanesi e Contini. Negli ultimi decenni, specialmente da quando Mario Fubini ha assunto la direzione della rivista, il volume del lavori recensiti si e ristretto e la notorieta del recensori non e piu sistematicamente cospicua. La sezione, che anni addietro sembrava ancora affidata al gruppo redazionale, ospita oggi contributi di giovanissimi alle prime armi. La Rassegna della letteratura italiana, che per molti decenni ha tenuto fede alla promessa di rassegnare tutto, ha avuto un'evoluzione analoga: a partire dalla meta degli anni Cinquanta ha pubblicato ampie recensioni e uno schedario di segnalazioni affidato, quest'ultimo, a uno specialista dei secoli o del periodi della letteratura italiana: cosi Folena recensiva i lavori del Duecento, Scrivano quelli del Cinquecento, Croce quelli del Seicento, e cosi via dicendo. Recentemente la formula ha subito un mutamento ulteriore: si conserva la presenza di un "responsabile" per ogni secolo, ma la collaborazione e aperta a squadre di studenti e di collaboratori a distanza, che magari tendono a specializzarsi ulteriormente restringendosi a un certo periodo o movimento o ad un autore. Il lavoro d'equipe raggiunge una sorprendente omogeneita grazie ad una legge che sembra regolare i contributi: di ogni titolo considerato si danno gli estremi bibliografici e un terso ristretto, ma non si formula alcun giudizio di valore. E il taglio della "segnalazione" che troviamo in molte riviste inclusa Studi e problemi di critica testuale, in cui alla sezione di recensioni tipiche se ne affianca un'altra di segnalazioni brevi, e quindi uno schedario di segnalazioni ancora piu brevi, organizzato per nazioni.

Nel complesso la situazione sembra piuttosto incerta e disorientante e sotto certi aspetti persino squallida. Le recensioni non sono piu uno strumento attendibile o sufficiente di informazione bibliografica, e non godono piu del ruolo di orientare la cultura. Per un settore e per l'altro esistono strumenti ben piu utili. L'informazione bibliografica viene con le bibliografie e sempre piu con gli strumenti elettronici. La politica culturale e fatta in modo migliore e su grande scala da certi giornali di grande tiratura, del tipo New York Review of Books, o Times Literary Supplement, o Sole 24 ore e molte altre che proliferano. Queste riviste dispongono di spazi maggiori, e soprattutto consentono di fare cio che una recensione non consente, cioe recensire insieme piu libri tematicamente affini e in questo modo trattare un filone culturale o un problema generale, cosa sempre meno comune nelle recensioni accademiche.

E allora, cosa dobbiamo fare di un genere che perde ogni giorno la sua vitalita, la sua funzione, che sembra alla ricerca di nuove vie?

Davanti a questa situazione generale quella delle riviste di italianistica nel Nord America sembra rassicurante, come se nuovo ossigeno ne assicuri una vita lunga e beatamente inconsapevole di ogni crisi. Purtroppo le apparenze ingannano e anche nel nostro piccolo non mancano problemi che, per giunta, sono diversi da quelli affrontati da riviste italiane. Ne indicheremo alcuni.

Nel complesso le riviste di italianistica statunitensi e canadesi hanno avuto una storia piu lineare e stabile delle grandi sorelle italiane. Le principali sono Italica, nata un'ottantina d'anni fa come bollettino della American Association of Teachers of Italian, e presto trasformata in rivista vera e propria. La seconda per volume di lavoro e Forum Italicum fondata negli anni Sessanta. Le differenze fra le due riviste sono vistose: Italica e la rivista di una associazione e cio comporta degli obblighi verso un certo pubblico fatto di lettori che potrebbero essere anche autori; la seconda e nata come rivista di cultura letteraria, quindi con sezioni dedicate alla poesia e alla narrativa oltre che alla critica letteraria. Di taglio tradizionale sono l'Italian Quarterly, la canadese Quaderni d'Italianistica, il numero che annualmente la MLN dedica all'italiano, e una quindicina di altre riviste di circolazione piu modesta e a volte di vita effimera, comunque organizzate quasi sempre nello stesso modo, anche se sono dedicate ad argomenti specifici (Vico, Machiavelli, teoria letteraria, ecc.). Una menzione particolare meritano gli Annali d'italianistica, vicini ormai al loro venticinquesimo anno di vita, e che con gli anni hanno conquistato un posto eminente fra le riviste americane di italianistica. Si differenziano per la periodicita annuale, per l'impostazione tematica (ogni anno un tema diverso) e per l'intensa collaborazione con autori italiani; ma anche per il modo di gestire la sezione delle recensioni che supera per varieta e volume tutte le altre riviste americane di italianistica. Da qualche anno in qua il direttore, d'accordo con un comitato redazionale, pubblica on line un elenco del libri ricevuti e invita gli interessati a sceglierne uno o piu per recensione. Tanta liberta sottolinea in modo drammatico le difficolta in cui si imbatte un direttore di rivista nell'identificare recensori competenti e poi convincerli ad accettare di recensire un libro, ma dice anche molto sulla dimensione di casualita con cui si scelgono i libri da recensire. Tale prassi nell'apparenza democratica e di buon senso finisce per alimentare il peggio della politica accademica (il titolo facile, la promozione degli amici, l'attacco ai nemici, ecc.): non e bello ma il direttore non ha altra scelta, e ha fatto il passo che molti vorrebbero fare, cioe togliere alla recensione la funzione di politica culturale che bene o male ha avuto in linea con quella della rivista, e trasformare la sezione delle recensioni in una vetrina, una specie di foro dove si espone una grande varieta di prodotti, quasi indipendente dalla direzione della rivista. Questa ha qualcosa da dire sul formato e sulla forma: data la mole straordinaria di recensioni la direzione impone del limiti, e, data l'indipendenza del recensore, interviene soltanto per attenuare eventuali trasgressioni di decoro al livello linguistico e anche al livello di giudizio. Per il resto sembra un passo decisivo verso la tine del genere recensione o almeno verso un mutamento radicale dello stesso. Per il momento l'ascendente personale del direttore ha potuto e saputo assicurarsi la collaborazione di recensori la cui esperienza offre una qualche garanzia di impegno e una parvenza di interesse diffuso a tutti i livelli per il genere della recensione; ma cosa avverrebbe se un giorno venisse a mancare anche questo controllo?

Un risultato della "democratizzazione" alla maniera degli Annali e quello tipico del processi democratici che allargano la base e abbassano il vertice quando addirittura non lo fanno scomparire. Non esistono statistiche a provarlo, ma a occhio e croce sembra che i recensori piu assidui siano i giovani all'inizio della carriera: cio vorra dire che "i vecchi" non lo ritengono piu un lavoro appropriato alla loro eta o al loro status, o comunque non e un titolo di cui gloriarsi, ma non e neppure un service al quale si ritengono obbligati. Nessun "vecchio" che io conosca parla in questi termini, ma so che lo pensa. Pensa anche che sia un genere/palestra in cui i giovani possono far ei primi esercizi di scrittura. Conosco un collega che suggerisce la recensione come terapia: "quando sei depresso e in stato di writing block, scrivi una recensione," perche, evidentemente, la recensione e un genere che non richiede ricerche, o almeno grandi ricerche, e si puo scrivere in autobus o in una giornata. E chiaro che chi pensa cosi non esita a consigliare a un dottorando di scrivere qualche recensione nei ritagli di tempo. Un altro vecchio sosteneva il contrario: di tutte le centinaia di lavori che aveva pubblicato, gli unici che non vorrebbe aver pubblicato erano proprio alcune recensioni! Sosteneva infatti che la recensione e un genere difficile, impegnativo e culturalmente importante, e per questo e un grave errore affidare le recensioni a giovani alle prime armi, giovani certo non privi di intelligenza e di giudizio, ma proni agli eccessi stroncatori o laudatori, oltre ad essere poveri di quell'esperienza che acumina lo sguardo storico e fa capire meglio le strategie culturali e retoriche che possono stare dietro un libro. La recensione e potenzialmente un libro, e il recensore ideale e uno studioso pari in cultura e preparazione all'autore del libro che recensisce. Solo a quelle condizioni la recensione diventa un elemento di discussione culturale e non un semplice numero in un cv o alcune pagine anodine in una rivista qualsiasi. Dove sono quei recensori ideali, quei Giorgio Pasquali che recensendo il libriccino di Paul Maas Textkritik concepi il suo Storia della tradizione e critica del testo? Forse esistono ancora, ma il poco prestigio di cui godono le recensioni li tiene lontani.

Non vorrei essere frainteso: la differenza vecchi/giovani non indica tanto un giudizio di qualita quanto la presenza di una percezione che le recensioni siano un genere di poco prestigio, una sorta di service che si scarica volentieri sui giovani. Il nostro genere, insomma, sta rivelando una spaccatura in senso generazionale, oltre a quella gia indicata di natura qualitativa-gerarchica: review article vs recensione tradizionale vs scheda (quest'ultima, a dire il vero, non e ancora presente nelle riviste di italianistica americane, salvo che per i Dante's Studies). Saranno sintomi di una situazione generale che coinvolge in prima istanza il discorso sulle metodologie critiche; sennonche, mentre in questo settore i metodi vanno e vengono, la recensione sopravvive con grande tenacia conservando la sua forma tradizionale. Una stabilita simile sembra un grande pregio ma in realta potrebbe essere un difetto se indica che le recensioni non hanno saputo tenersi al passo del libri che valutano.

La recensione che normalmente si legge ha una fisionomia standardizzata: si esordisce facendo il punto sulla situazione in cui si colloca il libro (di solito e il libro stesso a fornire questi dati), si passa quindi ad esporne il contenuto capitolo per capitolo, quindi si passa a un giudizio complessivo, e si aggiunge il rilievo di qualche errore di stampa. Questa e la recensione tipica che un giovane impara a fare senza correre grandi rischi di prendere abbagli. E se una recensione e fatta in questi termini riesce di qualche utilita perche fa conoscere almeno il contenuto di un libro. O cosi si crede. Infatti cosa vuol dire "il contenuto di un libro"? Non e facile riassumere pagine e pagine di densa documentazione filologica, o lunghi capitoli di critica decostruzionista, o recensire in due pagine un'edizione critica, perche in libri di questo tipo la dimostrazione o la documentazione sono il soggetto stesso del libro. In altri casi si puo riassumere accuratamente il contenuto di un libro ma possono sfuggire le tesi che in esso si nascondono (ad esempio tesi ideologiche, posizioni polemiche e simili). Comunque se il riassunto e accurato la recensione adempie ad una delle sue funzioni principali e originarie. Va detto che la persona piu adatta per fare questo lavoro sarebbe l'autore stesso, e per questo nella tradizione tedesca dalla fine dell'Ottocento era comune la cosiddetta Selbstanzeige, ossia un autoannuncio: l'autore potrebbe fare la segnalazione in modo perfetto perche, oltre ad essere uno specialista in materia, e anche un conoscitore per causas del proprio lavoro. Chissa che un giorno non si arrivi a fare recensioni di questo tipo, e poi, mettendole tutte in una banca di dati, si disponga di un'informazione bibliografica attendibile e sufficiente.

La dimensione "locale" delle riviste americane d'italianistica ha conseguenze sulla scelta del libri da recensire. Per lo piu recensiscono libri pubblicati in America e che raramente arrivano alle redazioni di riviste italiane; non mancano, pero, libri pubblicati in Italia, mentre piu rari sono i libri d'italianistica in francese e in tedesco. Non c'e da spiegarne il motivo; semmai bisogna riflettere sulle conseguenze di questa situazione. Italica dedica uno del tre fascicoli annuali alla didattica dell'italiano, e in quel numero appaiono recensioni di grammatiche e di testi per l'insegnamento dell'italiano, libri che nessun'altra rivista d'italianistica recensisce; gli altri fascicoli sono dedicati a libri di critica letteraria; solo Forum Italicum recensisce qualche romanzo e qualche raccolta di poesie. La preferenza va per i lavori relativi agli argomenti che interessano maggiormente l'italianistica americana (Dante, Boccaccio, il Rinascimento e il Novecento); e una preferenza in buona parte imposta dalla produzione editoriale che nel Nord America privilegia gli stessi argomenti; un'eccezione la fanno gli Annali che per il loro taglio culturale ricevono dall'estero molti libri anche su argomenti diversi. Ora, il mondo dell'italianistica americana e relativamente piccolo e di conseguenza ci si conosce personalmente quasi tutti per cui si tende ad essere garbati e a temperare critiche negative con apprezzamenti positivi anche se generici. La recensione, diversamente da altri generi, coinvolge a livello personale autori e recensori e bisogna controllare sempre i modi con cui si valuta un libro. Una recensione molto negativa puo compromettere una carriera accademica, mentre una recensione ditirambica puo accelerarla e creare degli intoccabili. Le conseguenze non si limitano a questo aspetto "diplomatico-accademico," ma hanno contribuito a creare un discorso e un canone inconfondibilmente americano. La testimonianza piu chiara si ha nella critica dantesca che in America rappresenta una vera industria nel cui background domina l'insegnamento di Singleton: e una dantistica che produce un discorso per "addetti ai lavori" e trova il consenso del recensori, mentre in Italia i libri che portano avanti questa linea non vengono capiti e per questo non sono recensiti oppure lo sono ma in modo ostile.

Un'altra conseguenza dell'attenzione ai titoli "americani" e che i libri di italianisti pubblicati in Italia non vengono recensiti a meno che l'autore non trovi un modo di sollecitare la redazione. In questo caso la responsabilita non sara tanto della rivista quanto di editori inadempienti.

La situazione da "club" dell'italianistica americana crea un po' il perbenismo al quale abbiamo accennato, e favorisce la situazione da "mutual admiration society." Ma non ci si illuda: anche nel nostro mondo scoppia di tanto in tanto qualche tuono che getta scompiglio nel mondo della "nicety." Questo ci ricorda che i recensori, americani o italiani, godono tutti del privilegio dell'impunita accordata a chi giudica, un privilegio di cui non godono altre attivita del nostro lavoro.

Il giudizio del recensore e inappellabile; e la cosa e alquanto strana data la natura di "politica culturale" e di "political correctness" attribuita alla recensione. E facile capire che se mancasse tale impunita (e si intende anche in termini legali) i recensori sarebbero molto riluttanti ad accettare l'invito a rendere pubblico un loro giudizio su una determinata opera. Il che e perfettamente comprensibile, ma non altrettanto accettabile. Infatti chi autorizza il recensore a giudicare in pubblico un libro? Il direttore della rivista? Ma sappiamo che eventuali disaccordi fra direttori e recensori vengono smussati quasi sempre a favore del direttore per il benestare della rivista. E vero che nel momento in cui si pubblica un'opera la si sottopone al giudizio del pubblico, pertanto si dovrebbe essere disposti ad accettarlo. Sennonche una cosa e essere giudicati da un giudice severo, un'altra esserlo da un giudice incompetente e, peggio ancora, interessato. E torniamo al punto: chi gli delega il ruolo di giudice se non il direttore della rivista? E perche il giudizio del recensore dovrebbe far testo? Purtroppo non esiste appello contro il suo giudizio. Si puo dire che l'autore puo difendersi col libro stesso, ma e vero che una recensione negativa previene ogni lettore sensato da leggere un libro bollato da un recensore. Saremo in molti ad avere l'esperienza di una recensione "cattiva." A me capito di vedere recensito un mio libro in modo che travisava nel modo piu perverso il mio lavoro, e fra tanti insulti non dava una minima idea del contenuto. Mi dovetti convincere che il recensore era un dislessico, un vecchio che sapeva ancora scrivere ma che si era dimenticato completamente di leggere. Pero tanta imbecillaggine non mi consolo: presi penna e calamaio e scrissi una risposta che mandai alla rivista oltre che al recensore. Il direttore mi rispose mortificato che la rivista non pubblicava "rebuttals" per cui non poteva accettare il mio scritto. Ecco un caso di infrazione di "civil rights': essere attaccati e non poter difendersi, un caso in cui il recensore ha l'ultima parola, anche se e la parola di un idiota. Probabilmente non e possibile per una rivista pubblicare eventuali "rejoinders" per il timore che ce ne sarebbero troppi; ma dal punto di vista del dialogo culturale si perde qualcosa, e anche dal punto di vista della giustizia. Comunque e un esempio di quanto sia importante la recensione: nessuno le presta attenzione fino a quando causa danni, e quando il danno fatto non e piu rimediabile.

Cosa dobbiamo fare di questo genere critico e letterario? Dobbiamo continuare a coltivarlo cosi come lo abbiamo ereditato anche se molte cose non ci soddisfano? E ancora utile? Dovremmo considerarlo con maggior attenzione? Non ho risposte a queste domande. Ho paura che qualunque cosa facciamo non faremo mai abbastanza ne abbastanza bene. I problemi ai quali ho accennato hanno una dimensione che va aldila delle recensioni stesse, e il loro genere e entrato in un circolo vizioso di proporzioni oceaniche, e nessuno sembra piu in grado di dominare l'imponente fenomeno che ha modificato profondamente il nostro modo di lavorare. Oggi si pubblica troppo ed e possibile recensire solo una parte minima di cio che gli editori mettono sul mercato, e non si recensisce sempre il meglio. Oggi si pubblica troppo e nessuno ha piu tempo o voglia di leggere. Le recensioni avrebbero ancora una funzione se potessero almeno segnalarci i lavori buoni che dovremmo leggere, se potessero offrire quella genuina peer review (secondo un'osservazione dell'amico Pertile) che le case editrici non offrono piu in misura adeguata per timore di perdere sovvenzioni; purtroppo il recensire garbato e gentile al quale si e spesso costretti, rende impossibile anche quella funzione di dirci quali libri leggere e quali non leggere. Talvolta le recensioni occupano uno spazio maggiore di quello usato per gli articoli, e benche impegnino molte energie e un numero alto di persone, entrano nella parte meno letta di una rivista. Chi legge le recensioni? Solo i recensiti (e non sempre, che alcuni conoscono il detto "dimmi chi sei e so come mi recensirai"), e i pochi amici o nemici che vogliono ricavarne gioia o pettegolezzo. E poi, cosa vuol dire leggere una recensione? risparmiarsi la fatica di leggere il libro recensito? ma non era proprio questo il proposito della recensione, cioe quello di segnalarci un libro da leggere? Non sarebbe meglio leggere prima il libro e poi la recensione? Eh! ma quanto lavoro si puo fare?

Mi considero uno del "vecchi" italianisti che ancora scrive recensioni, anche se e un lavoro del quale farei ameno volentieri. Lo faccio come tanti altri: una volta rispondendo all'invito di una rivista (e non necessariamente d'italianistica) una volta per onorare amici e istituzioni, una volta perche un direttore mi ritiene "specialista" di una certa materia, una volta per autentica convinzione di dover far conoscere un lavoro importante ... insomma, l'occasionalita non riguarda solo la natura della recensione ma anche quella del recensore. E come tanti altri anch'io vorrei non aver fatto alcune recensioni perche contengono peccati di incomprensione, di severita eccessiva e anche di parzialita, tendendo ad eccedere in generosita, peccato veramente grave quando applaude la mediocrita. E probabilmente continuero a farlo. Non rimprovero i colleghi che si tengono lontani da questo lavoro, anzi ritengo che alcuni non dovrebbero mai farlo perche sembra che la penna in mano li renda violenti in modo sorprendente e certamente ingiusto; tuttavia mi dispiace vedere che la ragione della loro assenza sia il disdegno per un genere ingrato di titoli: la loro assenza impoverisce quel poco di dialogo che le recensioni riescono a stimolare; li capisco meglio se preferiscono fare questo service sui quotidiani e sui rotocalchi, perche almeno ne traggono qualche profitto enomico. Anch'io, come tanti altri colleghi, vorrei trovare un genere piu agile e veramente piu efficiente per dare quello che la recensione una volta riusciva a date quando si pubblicavano una cinquantina di libri all'anno contro le varie migliaia odierne. Per il momento non disponiamo di un genere informativo/critico con cui sostituirlo, e tutto sommato nel nostro "club" di italianisti la recensione svolge ancora una funzione utile non perche ci segnali i libri da leggere con profitto, ma perche almeno ci informa sui libri che si pubblicano, tanto piu utili quanto piu evidente e la constatazione che altre riviste accademiche fuori del nostro circolo ignorano affatto i prodotti del nostri studi. Vorrei, pero, che almeno qualche sessione del nostri convegni annuali venisse dedicata al problema delle recensioni, al modo in cui le riviste lo risolvono o lo gestiscono: forse una discussione su questi problemi ci evitera la sorpresa di trovarci un giorno davanti a riviste che non pubblicano piu recensioni o davanti a recensioni che hanno perso del tutto la funzione originaria che le ha tenute in vita per secoli. Chissa che non scaturisca un'idea buona di migliorare il genere o anche di sostituirlo.

PAOLO CHERCHI

Universita di Ferrara

University of Chicago
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Title Annotation:Notes and Discussion
Author:Cherchi, Paolo
Publication:Italica
Article Type:Essay
Date:Jun 22, 2006
Words:6107
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