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Diritto e letteratura a dialogo nella tradizione italiana: Introduzione al volume.

"Liberta va cercando ch'e si cara
come sa chi per lei vita rifiuta"
(Dante, Purgatorio I, 70-72)


Ecco un esempio di come il diritto possa cooperare alla creazione di un testo letterario, permettendoci di decifrare il cosiddetto "mistero di Catone", cioe il ruolo di guardiano del Purgatorio assegnato a un pagano, suicida e nemico dell'impero. Siccome la legge romana stabiliva l'automatico conferimento della cittadinanza agli schiavi emancipati, Dante si avvale dell' auctoritas di questa legge per assegnare a Marco Porcio Catone, detto l'Uticense, il ruolo di colui che accoglie gli affrancati dalla schiavitu del peccato per divenire cittadini "di quella Roma onde Cristo e romano" (Purgatorio, XXXI, 102). Senza questo accostamento giuridico, appare difficile giustificare la presenza di un pagano, suicida, e nemico di Cesare fuori del budello infernale. Nella logica ferrea del sistema dantesco non sarebbe apparsa sufficiente la circostanza che Catone fosse da secoli considerato simbolo di amore della liberta. All'entrata della societa dei liberati dallo stato di captivi diaboli, infatti, il poeta avrebbe potuto collocare uno dei campioni di liberta tra i martiri cristiani. O, avrebbe potuto trovarne qualcuno meno problematico nello stesso mondo classico: perche non Socrate, simbolo di liberta politico-intellettuale? In fondo, anche se pagano, Socrate non fu propriamente un suicida. Fu "suicidato" si direbbe oggi, in quanto la cicuta fu costretto a berla. E si puo certo dibattere - i teologi-giuristi lo fanno - se chi compie il gesto materiale di bere una coppa avvelenata non sia da considerarsi complice dell'atto (idea per il lettore: la riflessione su questo dilemma potrebbe fornire la trama per un futuro testo letterario...). Si aggiunga un punto in piu per Socrate: non fosse altro che per motivi cronologici, egli non fu nemico dei fondatori di quell'impero che per Dante rappresentava la forma perfetta di governo voluta da Dio. Per il poeta la Roma imperiale costituiva l'umbrifero prefazio della citta divina. Per rafforzare questo parallelismo tra le due Rome, quella terrena e quella celeste, a Dante serviva un romano. E non un romano qualunque. Doveva essere un giureconsulto. Il Catone personaggio storico lo fu. E in letteratura gia Virgilio lo aveva appellato "dantem jura" colui che da le leggi, in Eneide VIII, 670. Nella Commedia, Virgilio dimostra consapevolezza che Catone, in quanto uomo di legge, sarebbe stato in grado di cogliere a pieno i riferimenti semantici di quel termine "liberta". L'uscita dal "cieco carcere" come prova dell'affrancamento dalla schiavitu del peccato costituiva passaggio procedurale necessario per ottenere cittadinanza nella citta di Dio. Catone, e non altri, puo cogliere l'allusione all'atto della manumissio con cui si affrancava lo schiavo per renderlo libertus e automaticamente cittadino romano. Catone non conferisce la liberta, in quanto cio non e in suo potere. Piuttosto, il suo ruolo e di "vidimare", per cosi dire, il lasciapassare tra la citta di Dite, ossia la citta degli schiavi del male, e la citta di Dio, la citta dei salvati, coloro che sono veramente liberi. Questa interpretazione, basata su una conoscenza del diritto romano che Dante possedeva, mi sembra piu convincente di altre, per giustificare la collocazione di un personaggio come Catone Uticense all'ingresso del Purgatorio.

Nell'esempio di Catone in Purgatorio I, il diritto si infiltra cosi scaltramente nel testo letterario, da passare inosservato per secoli, complice la giustificazione menzionata di un Catone campione dell'amore per la liberta civile in questo mondo, e, per analogia, di quella spirituale nell'altro. Un volo pindarico di interpreti che chiudevano un occhio di fronte al contesto etico-teologico della Commedia, facendo del romano quasi un precursore di quel Patrick Henry celebre per il suo "Give me liberty or give me death". Vi sono naturalmente altri modi attraverso cui il diritto e la letteratura interagiscono. Senza fungere da cifra rivelatrice di un enigma, il diritto fa parte dei riferimenti impliciti in Decameron VI, 7. Qui, l'acribia dei critici ha notato che l'allegrotta Madonna Filippa, portata in tribunale per flagrante adulterio, si difende apparentemente da comare, ma in realta chiamando in causa un principio giuridico tradotto dal latino. Filippa afferma che le leggi devono essere concepite col consenso di coloro che da esse sono regolamentati. Sta citando il quod omnes tangit che compare nel Corpus Juris di Giustiniano (5. 59.5.2) e verra ripreso anche nello Jus Canonicum. Il che rende la situazione umoristica, perche la generosa donna presumibilmente non conosceva di diritto, e forse nemmeno di latino. Un umorismo che riecheggia le situazioni paradossali create dai professori di diritto nelle aule medievali. Un serio filosofo come Guglielmo di Ockam spicca pure per le sue fattispecie astratte, improbabili e ridicole, che usava al fine di docere delectando. La novella boccacciana si presenta come una narrazione processuale. Il giudice tenta di aiutare la colpevole, anche se non vi sono dubbi che Filippa sia tale, perche colta in flagrante delitto, per cui il principio del legislatore romano in dubio pro reo in questo caso non varrebbe. Cio che preme notare qui e che l'invocazione dissimulata del quot omnes tangit permette che la rivoluzione di Madonna Filippa contro le crudeli leggi di Prato venga portata avanti in nome di leggi superiori a quella positiva. Allora, se il Catone dantesco non puo essere giustificato come un antesignano di Patrick Henry, la Filippa boccacciana pare davvero una Rosa Parks medievale, per la sua coraggiosa e disperata petitio principii. Filippa dice "no" all'autorita. Rifiuta di mettersi in salvo per difendere il suo principio: il diritto a vivere il suo amore, anche se adultero. Nel rifiuto di salvarsi con la fuga per sottrarsi a pena capitale certa, perdendo cosi l'onore del suo ruolo di campione in difesa di un principio, Boccaccio eguaglia Filippa a Socrate. Poi, nella battuta finale-quella che l'amore in esubero non va gettato ai cani, una volta che il legittimo sposo sia stato soddisfatto- l'autore fa parafrasare a Filippa addirittura San Paolo. Insomma, a Boccaccio sta a cuore che Filippa dica cose serie, camuffate dalla celia. La presenza del diritto e assai forte in questa novella ingiustamente sottovalutata. In altra sede chi scrive ha notato che la novella ritiene, tra le altre, anche una dimensione politico-propagandistica, espressione di un Boccaccio cooperante con le mire di Firenze sulla citta di Prato. Tuttavia la materia giuridico-giudiziario e la derivante rivendicazione politico-sociale non rappresentano il vero scopo di Boccaccio. Il vero scopo e assumere le difese di Francesca da Rimini. Se tale interpretazione si rivelasse corretta, l'assoluzione di Filippa segnerebbe la rivincita dell'amor profano, se non proprio "cortese" -non fosse altro perche Filippa non e castellana feudale- su un concetto troppo rigido di amor sacro. Ragioni di coerenza teologica avevano indotto Dante a condannare Francesca, perche adultera (lasciamo stare ora che ella simboleggi anche i rischi di una lettura scriteriata). L'adultera di Boccaccio finisce invece in trionfo, sancendo la postuma riabilitazione di Francesca. Se di novella giudiziaria si puo parlare, il vero processo viene fatto non a Filippa, ma a Dante e, con lui, a tutti coloro che condannano l'amor profano in nome dell'amore sacro, separandoli come fossero due antinomie. (Saremmo inclinati a ritenere che all'autore della Commedia non sarebbe dispiaciuta troppo questa interpretazione della novella di Madonna Filippa. Il Certaldese sta dicendo le cose che nella Commedia non si potevano proferire, ma che il poeta con passato di "fedele d'amore" aveva fatto capire in ogni modo, incluso l'impianto metaforico e fonico del canto: la simpatia umana -nel senso etimologico di "patire insieme" - verso Francesca e il suo peccato. Una simpatia che va oltre la giusta condanna dettata dal raziocinio teologico.)

Diritto e letteratura costituiscono vere presenze nella nostra vita anche quando non ne siamo consapevoli. Se rispettiamo la fila al botteghino di un cinema, stiamo osservando una norma basilare di convivenza sociale. Se compare la pubblicita di una birra sorseggiata vicino al mare da attraenti bagnanti, il messaggio subliminale inviato, e cioe che chi beve quella birra godra di frescura e di piaceri, sta mettendo in pratica la figura retorica della sinestesia, o simultaneita di sensazioni, quali la frescura in una giornata assolata, il godimento di mare e spiaggia, quindi vacanze, e la soddisfazione della libido. "Dalla culla alla tomba" viene spesso ripetuto nel corso di laurea in Giurisprudenza, probabilmente per inculcare nei discenti la consapevolezza dell'importanza della materia che studiano. Dal certificato di nascita a quello di decesso, la vita dei membri del consorzio sociale viene scandita da documenti legali. Le frontiere della nostra esistenza sono tracciate da atti giuridici che ci dichiarano vivi o morti. Similmente, la letteratura accompagna l'essere umano nel suo cammino esistenziale. Dalle rudimentali onomatopee e allitterazioni di ninna-nanne e nenie funebri, a elaborati panegirici e epicedi. I costrutti letterari scandiscono l'alfa e l'omega del vivere. Queste due presenze non devono, o non dovrebbero, svolgere il ruolo di oppressori. Si suppongono al nostro fianco per migliorare la qualita della vita. Il diritto ci permette di raggiungere la sola vera liberta che e quella dell'azione nel rispetto della regola. La letteratura, e l'arte in genere, lungi da assolvere solo un ruolo dilettevole, arricchiscono la nostra conoscenza dell'esperienza umana e sviluppano fantasia e sensibilita, fornendoci la carica vitale che aiuta a superare le avversita. L'ecclettismo della produzione letteraria assopisce l'infante con le nenie, ne forma la crescita con favole e proverbi, infiora i suoi primi amori con versi, spesso brutti. Poi continua con epistolari, discorsi, orazioni, riflessioni, diari segreti, quaderni di viaggio, proclami, racconti, romanzi, testi teatrali e scenografie, ecc. ecc., oltre che con veri capolavori.

Ma in che rapporto si collocano logos giuridico e logos letterario? Il punto di vista di chi scrive e che le due discipline sono ontologicamente distinte e non si possono- non si devono - assimilare. Diritto e letteratura dialogano, si congiungono, si citano, ammiccano l'un l'altra, prendono le distanze, battibeccano, e si fondono, per poi separarsi di nuovo. Perche? Perche esse hanno finalita differenti. Il fine del diritto non e quello della letteratura. E il fine della letteratura non e quello del diritto. Quindi la loro sostanza, per dirla in termini aristotelici, e diversa. Quando le due discipline si intersecano, questi sono piuttosto accidenti, cioe modi di esternarsi della sostanza. Il diritto non e letteratura, anche se le arringhe possono costituire esempi di retorica. La letteratura non e diritto, anche se certi testi letterari possono essere stati ispirati da casi giudiziari, da norme giuridiche, o toccare temi proprio del diritto. Il fine di un ordinamento giuridico e la pacifica coesistenza tra i membri della societa. La pacifica coesistenza si realizza quando la norma giuridica tutela gli individui equamente, cioe perseguendo il valore della giustizia, senza creare risentimenti nella maggioranza, perche il risentimento non aiuta la pacifica coesistenza. Il fine ultimo del diritto e dunque la giustizia come valore assoluto. A chi obiettera, giustamente, che nella storia umana la legge e spesso stata usata come intrumentum regni a tutela dei ceti dominanti, si puo solo rispondere che questi sono tradimenti del fine ontologico del diritto. Il diritto puo servirsi delle forme retoriche e letterarie per il perseguimento della giustizia, ma lo scopo non e suscitare l'esclamazione: "Guarda che eloquenza questo avvocato!", o "Come scrive bene questo giudice", o "Come e ben articolato questo contratto, tanto da non far cogliere l'imbroglio alla controparte". E se l'avvocato e eloquente come il difensore del barone uxoricida in Divorzio all'italiana di Pietro Germi, la sua maestria non e meno mendace di quella dei sofisti, accusati di tradire il fine vero della filosofia. Insomma, la letteratura e una buona ancella del diritto, ma una cattiva padrona.

Se il fine del diritto e assicurare la pacifica coesistenza e l'attuazione della giustizia, qual e il fine della letteratura? Tale fine non e necessariamente il perseguimento della giustizia. Cio non significa escludere a priori questa possibilita. La letteratura puo offrire infatti riflessioni che ispirino il legislatore. Del resto, la commedia all'italiana citata poc'anzi induceva a riflettere, sia pure in maniera umoristica, sul tema dell'assenza del divorzio nel sistema giuridico italiano dell'epoca. La letteratura, per la sua estraneita a un sistema giuridico formale, puo colmare le lacune del diritto, volteggiando liberamente su temi che in ambito giuridico andrebbero toccati solo seguendo strategie definite. Mai, pero la letteratura puo sostituirsi al diritto: Filippa in un processo vero sarebbe stata condannata al rogo per adulterio. Ci discostiamo quindi dal leggere la novella come documento della prassi giudiziale medievale in Italia. Se e vero che l'arte spesso offre una esaustiva chiave di comprensione del reale, essa non deve usurpare il posto di discipline che esistono in quanto, per assioma di base, sono radicate nella realta, quali l'investigazione giuridica, storiografica, sociologica, o economica. Gia Aristotele aveva messo in chiaro l'autonomia tra discipline, quando aveva assegnato ruoli distinti allo storico e al poeta che parlassero dello stesso argomento. Al primo i fatti, o la presunzione di essi. Al secondo, tutto il resto. Un "poeta" nel senso generale di artista, puo cambiare i fatti, se questo serve al suo discorso. Cosi nel finale di Buongiorno Notte, il regista Marco Bellocchio fa terminare il rapimento di Aldo Moro con un risultato sperato, ma non con la descrizione accurata dei fatti storici. Un regista noto per la sua serieta documentaristica, Francesco Rosi, dichiaro che avrebbe barattato la verita per una bella scena. La letteratura, insomma, riempie gli spazi vuoti lasciati dal giurista. Ma cio che e legittimo nel contesto artistico-letterario, non lo e in quello giuridico. In diritto, la verita non si crea con una bella frase, accattivanti immagini e ardite metafore. Sia il diritto che la letteratura hanno l'umano al loro centro di interesse, ma ne esaminano aspetti differenti. Il diritto lo esamina da animale sociale. La letteratura lo esamina in tanti modi quanti sono gli autori. Possono coincidere, si e detto. Ma sempre restando distinti. Per esempio, un giudice deve applicare la legge - dura lex sed lex. L'arte puo illuminare di quel caso giuridico aspetti che il legislatore non puo toccare e sognare possibili scenari, inattuabili in sede processuale vera. Cosa passa per la testa di un condannato a morte? Con una societa diversa, si possono evitare certi crimini e infrazioni? Il diritto applicato alla lettera non rischia di causare il tradimento della giustizia, come gia i romani avevano messo in guardia, con il principio summum ius, summa iniuria? Il delirio della prostituta pasoliniana in Mamma Roma pone il problema del rapporto tra marginalita e criminalita, col chiedersi: "Di chi e la colpa?".

Con molta probabilita i nostri antenati iniziarono a conoscere la realta "poeticamente", per usare concetti vichiani. Crearono i primi rudimentali ordinamenti giuridici recitando sequenze formulaiche, avvalendosi di tecniche che saranno codificate poi in ambito retorico-letterario, quali l'allitterazione. Lo scopo precipuo della poesia era "alle cose insensate dare senso", ma in ambito legale essa facilitava la memorizzazione delle regole stabilite per la convivenza sociale. Se da un lato, il "bestione" guardava il mondo con gli occhi del fanciullino e la sua scienza primordiale altro non era che fantasia, dall'altro, formulava letterariamente le sue norme legali, religiose, e liturgiche, ma per scopi mnemonici in assenza di scrittura, non per passatempo nelle serate invernali quando la famiglia o il clan si sedevano vicino al fuoco. Troviamo percio difficile da condividere l'opinione radicata in larga parte del movimento Law & Literature che la letteratura possa fungere da fonte giuridica. Qui si dissente con tutte quelle scuole di pensiero che attribuiscono valore giuridico positivo alla parola letteraria, in quanto tale. Davar, in ebraico "la parola", crea realta giuridica, e quindi giustizia, solo quando a pronunciarla e un dio. Nel mondo umano, invece, eccetto che nei casi di atti formali, cioe quegli atti giuridici che per perfezionarsi necessitano di una formula precisa, la parola umana non deve creare la realta delle singole fattispecie concrete, ma narrarla, in buona fede, al fine di rendere giustizia. E anche nel caso degli atti formali, essi non sono stati istituiti per il fine ultime di una bella rima. Le prodezze retoriche del "Graeculus" Ulisse non ispiravano stima nei Romani, che giudicavano Ulisse un fraudolento. I sotterfugi di Giacobbe vanno interpretati come metafore religiose, perche in termini strettamente giuridici lo stratagemma ben riuscito non cancella la iniuria sostanziale. Non bastano frasi ben costruite a cancellare una frode. Per l'interprete giuridico onesto cio che conta e la ratio della legge, cioe la vera volonta del legislatore che ha posto quella legge, non la capacita di confondere i giudici e il pubblico con un periodare convincente.

Si puo esemplificare quanto detto con una prosopopea, cioe una personificazione di concetti astratti. Immaginiamo Messer Diritto e Madama Letteratura che si trovino a attraversare lo stesso bosco. Messer Diritto dovra tenere a mente che il suo fine e arrivare quanto prima possibile al punto di arrivo, perche da cio dipendono i destini di esseri umani. Madama Letteratura potra invece soffermarsi a cogliere fiori multicolori, ammirare il paesaggio, seguire con gli occhi il volo degli uccelli, rinfrescarsi nei ruscelli, schiacciare un pisolino in qualche locus amoenus, imbattersi in selve oscure o nella palus putredinis, incontrare fiere e ninfe, e cosi via. Tutto e permesso alla letteratura, perche da essa nulla ci si deve attendere se non letteratura. Se nel suo trastullarsi tra i sentieri del bosco Madama Letteratura si imbatte in Messer Diritto, essa aggiungera elementi giuridici nel carniere delle sue fonti d'ispirazione. Messer Diritto, dal suo canto, dopo l'incontro con la dama migliorera se stesso, proprio come un innamorato dell'amor cortese. Grazie ai sandali fornitegli da questa (le regole della retorica, le figure poetiche, le pause, i ritmi, le allitterazioni, le metafore, le citazioni, ecc.) egli procedera piu in fretta verso la sua meta unica che e la giustizia. Insomma, la letteratura non crea il diritto, ma fornisce al giurista gli strumenti per arrivare piu speditamente a essere chiaro, farsi capire. Il che e gia un gran risultato, perche farsi capire aiuta a fare giustizia.

Il secondo elemento del titolo di questo volume fa riferimento alla tradizione culturale italiana. Il collegamento tra letterati-giuristi e giuristi-letterati viene assai naturale quando si parla della cultura italiana. L'Italia sara pure un paese di santi, poeti e navigatori, ma non bisogna dimenticare i giuristi. La cultura fondante l'intellettuale italiano, almeno fino a pochi decenni fa, e fortemente giuridica. Lo affermava gia Cicerone quando orgogliosamente faceva notare che la nota peculiare della romanita (e quindi della italianita, sua figlia diretta) era l'oratoria. Ai Greci la filosofia, ma ai Romani la retorica, le arringhe, la giurisprudenza. A sfogliare le biografie degli scrittori italiani ci si sorprendera di quante menzionino studi giuridici, spesso lasciati incompleti. Dai nomi piu famosi, come Jacopo da Lentini (a cui si attribuisce la creazione del sonetto italiano), Jacopone da Todi, Brunetto Latini, Cino da Pistoia, Boccaccio, Petrarca, Ariosto, Tasso, Alfieri, Goldoni, Tornasi di Lampedusa, a nomi meno noti, come Francesco Busenello, Mario Rapisardi, Mario Benci, Nino Oxilia, Carlo Pisani Dossi, Ugo Betti, Diego Fabbri. Nomi quasi scelti a caso, tra i tanti. Basti pensare che a Perugia nel '300 fiori una scuola di poeti composta nella maggioranza da giurisperiti e notai. E, per restare nella categoria, l'Enciclopedia Treccani introduce la voce Notai e Lingua con: "I notai rivestono un ruolo centrale nelle fasi iniziali della storia linguistica dell'italiano." La formazione culturale degli scrittori italiani e permeata di concetti giuridici, come dimostra, per esempio, una espressione apparentemente avulsa da riferimenti legali, quella usata dal Manzoni nel capitolo XX dei Promessi Sposi. Si puo cogliere un'eco giuridica nella descrizione dell'Innominato: "non vedeva mai nessuno al di sopra di se, ne piu in alto". La tracotanza del personaggio introdotto viene cosi corroborata con la parafrasi della formula tipica della sovranita: superiorem non recognoscens, nessuno al di sopra di se, con riferimento a nessun potere umano. Ma poi, a dimostrazione che diritto e letteratura si aiutano a vicenda senza fondersi e confondersi, lo scrittore intensifica la descrizione del suo personaggio andando oltre la citazione giuridica. Ne cita la hybris, cioe il suo non riconoscere nemmeno l'autorita divina.

D'altro canto, che i giuristi italiani, abbiano, o meglio, abbiano avuto fino a pochi decenni fa, una formazione letteraria-filosofica e fatto scontato. Ma perche insistiamo sulla presenza giuridica nella tradizione culturale italiana? Forse perche sono sorte in Italia le prime grandi scuole di giurisprudenza a cui tutti gli studenti "ultramontani" affluivano nel Medioevo? O perche l'Italia dette i natali a quel Filippo Mazzei (medico di formazione, in realta) che contribui alla creazione della carta costituzionale americana? Forse perche le "3 Corone" studiarono diritto (Petrarca e Boccaccio in corsi regolari, Dante probabilmente in forma indiretta)? Forse per la quantita di letterati che in qualche modo sono venuti in contatto col diritto? Queste sarebbero gia ragioni valide. Ma in realta si voleva arrivare a dire che questo DNA giuridico persiste in una Italia contemporanea in cui il potere giudiziario resta indipendente da quello esecutivo (i giudici italiani godono di una indipendenza di azione maggiore di quella dei loro colleghi ad esempio della pur democraticissima Francia.) La prova della forza del diritto nella tradizione italiana? Stando almeno alla celebre distinzione proudhoniana tra innovazione e rivoluzione, quella che nel 1992 fu lanciata dal movimento Mani Pulite, guidato da un giudice e portato avanti con strumenti giudiziari, fu una rivoluzione, in quanto scardino un sistema politico-partitico conducendo al capovolgimento dello statu quo ante. Una rivoluzione pacifica in nome della legge.

Cosa cercano i giuristi nella letteratura? Si chiede Vincenzo Vitale nel saggio che apre la raccolta. Con tale titolo, sembrava quasi naturale porre la riflessione di Vitale in apertura. La scelta e corroborata anche dalla rassegna ragionata delle principali posizioni critiche dei rapporti (o non rapporti) tra diritto e letteratura. Ubi maior minor cessai, la panoramica di Vitale, come quelle di altri autori in questo volume, e talmente esaustiva, da indurre chi scrive questa introduzione a tagliare da essa la parte che toccava lo stesso tema. Le pagine di Vitale sulla dialettica tra diritto e letteratura non possono definirsi una mera compilazione. Esse segnano piuttosto un corpo a corpo con i principali teorizzatori della disciplina. Vitale ha il coraggio di esprimere le sue idee in chiave polemica. Una volta esaminate le varie posizioni critiche con uno stile che pare davvero processuale, Vitale esprime il suo punto di vista. Dalla letteratura "il giurista puo cogliere esigenze profonde della coesistenza umana, che lo inducono a fare i conti con la giustizia, che, del diritto, e la piena verita". Alla letteratura egli riconosce un ruolo di "palingenesi" del diritto. Una palingenesi a sua volta articolantesi nelle tre prospettive "maieutica", "rivelatoria", "anamnestica" (o evocatrice). Non rovino il piacere della sorpresa al lettore spiegando cosa questo significhi. A rinforzo esemplificativo del suo approccio teorico, Vitale porta due esempi letterari. Fino a qui, il punto di vista del curatore e di Vitale coincidono. Altrove, Vitale scuote le certezze del curatore, soprattutto quando avanza dubbi sulla validita delle teorie del formalismo giuridico. Cio chiama in discussione il pensiero del giurista austriaco Hans Kelsen, la cui teoria e pratica di vita, chi scrive aveva sempre ammirato come esempio di rigore e coerenza intellettuale. Si rammenti che mentre l'israelita Kelsen preparava le valigie per fuggire dalla Austria nazista, il giurista Kelsen continuava a sostenere la legittimita costituzionale del governo di Hitler, in quanto assurto al potere seguendo i percorsi previsti dalla Grundnorm, la norma costituzionale, dell'ordinamento tedesco. Vitale rimette in discussione la scissione da legittimita giuridica e etica. Una posizione tanto piu interessante, quando si pensi che Vitale ha collaborato a lungo con il filosofo del diritto Sergio Cotta. Nei suoi libri di questo grande maestro si leggeva che allo scienziato spetta di inventare i missili e al filosofo di discernere se e eticamente valido usarli che e poi - ci pare - una situazione analoga a quella che viveva Kelsen sulla propria pelle: al giurista spetta di vagliare l'ottemperanza delle procedure legali che conducono alla promulgazione di una legge; a altri spetta giudicare la opportunita politica, la correttezza etica, le possibilita di realizzazione effettiva di quella legge. Ma Vitale costringe sempre i suoi lettori a rivedere i propri assiomi. Estendendo il discorso oltre il saggio nel volume, possiamo portare esempio di un suo testo sull'uso del congiuntivo che ha causato tanta levata di scudi da parte di alcuni linguisti. Vitale sostiene che si deve mantenere l'uso del congiuntivo, anche se i linguisti dimostrano che esso si sta perdendo nella lingua parlata. A nostro avviso entrambi hanno ragione avuto riguardo allo specifico campo di indagine. Il linguista hanno ragione quando rivendicano l'usus plura docebit come criterio di analisi. Il giurista ha ragione quando analizza il problema da un punto di vista di metodologia del pensare. Vitale non nega che il congiuntivo stia sparendo dall'uso vivo della lingua italiana. E nemmeno si oppone all'empirismo dei linguisti. Nemmeno il conterraneo di Vitale, Giovanni Verga, si opponeva alla "fiumana del progresso", pure non poteva fare a meno di lamentarne le vittime. Cosi Vitale non si oppone come un novello don Chisciotte alla fiumana dei parlanti che dettano le leggi linguistiche, ma ne depreca le vittime. In particolare, la vittima e quella sottigliezza di pensiero che assegna al congiuntivo il ruolo di definire cio che e possibile, ma non certo. Questa nostra digressione non e gratuita. Da un lato vuole invitare alla lettura delle altre opere di un saggista originale e coraggioso. Dall'altro, vuole dimostrare--facendo propria la domanda contenuta nel titolo del saggio di Vitale, Cosa cercano i giuristi nella letteratura? che se i giuristi cercano nella letteratura un campo ospitale per dire cio vogliono senza costrizioni professionali, essi cercano anche stimoli e metodi per migliorare il proprio pensiero, Solo un pensiero raffinato garantisce il perseguimento della giustizia, la quale non e fatta da semplicismi e manicheismi, o peggio, dai capricci dell'opinione pubblica. La mente giuridica richiede sottigliezze e sfumature, perche di esse si compone l'esperienza delle vite condizionate dall'incontro/scontro con il diritto.

Paolo Cherchi introduce un argomento inusitato quasi mai battuto dalla critica, quello del "Genere delle controversiae fra diritto e letteratura". Per l'accademico d'Italia, emerito dell'University of Chicago "il genere giudiziario e declamatorio della controversiae ha in potenza il germe della letteratura". Il tema del suo intervento e dimostrare che le controversiae, trascurate dai critici come inezie, esprimono invece a pieno il matrimonio tra cultura giuridica e letteraria. Cosa sono le controversiae? Sono casi immaginari di scuola, sorti in epoca classica e con una lunga vita sino all'eta moderna, il cui fine e essenzialmente didattico. Creano dibattiti teorici che formeranno menti giuridiche capaci di destreggiarsi nei casi concreti. Il paradosso, il dilemma, o il risibile come strumenti pedagogici per avvicinarsi al diritto, ma lasciandosi ancora addosso un sapore letterario. In questo senso, la novella di Madonna Filippa di cui si e fatta menzione in precedenza rientra perfettamente nella descrizione del genere che Cherchi identifica come: "una sorta di laboratorio virtuale in cui le controversiae si trasformano con grande facilita in letteratura, e questo accade quando uno scrittore introduce nelle controversiae un viso reale, cioe un carattere letterario capace di dare con la sua presenza autentica un senso nuovo alla legge o a modificarne l'applicazione".

Cherchi porta vari esempi di controversiae. Le controversie che ci derivano dal mondo classico si rinvengono soprattutto nelle sillogi di Seneca il Vecchio (padre del piu celebre Seneca) e dello Pseudo Quintiliano. Cherchi estende la disamina alla produzione rinascimentale che spesso rimaneggia o completa, quando lasciate indefinite, le controversiae classiche, in una sorta di remake, come si direbbe oggi nel linguaggio cinematografico. Un esempio di controversia rivisitata nel Rinascimento. Un figlio e posto di fronte al dilemme tragique di dover scegliere tra l'obbedienza al padre, amputato del braccio e quindi impossibilitato a compiere il delitto d'onore contro la moglie adultera, ma madre del giovane e il matricidio. Nel remake rinascimentale di Giraldi Cinzio, il figlio ammonisce il padre che non ci puo fare giudici quando si e parte lesa. Sarebbe questa una vendetta e non giustizia. Va considerato che Cinzio fa diventare la madre una matrigna. Il che rende l'obiezione del figlio piu sofisticata della versione originale, perche il giovane in questo caso sarebbe esente da costrizioni di pieta filiale. Gli potrebbe essere piu facile eseguire l'ordine-sentenza paterno. En passant, ci sembra che rammentare al padre il dovere etico del discernimento tra vendetta e giustizia, potrebbe costituisce valido argomento nel dibattito odierno sulla opportunita della pena capitale.

Altri esempi. Un tirannicida che e al contempo adultero va premiato in quanto tirannicida o punito per adulterio? E un'adultera che viene condanna a morte e resta illesa miracolosamente dal salto nel vuoto dalla Rupe Tarpea a Roma, va assolta, perche la norma e difettosa in quando non contempla una simile evenienza, o va condannata di nuovo? In questo caso la soluzione, proprio come per Madonna Filippa, viene dall'arguzia della imputata. Ma analogamente al personaggio boccacciano, questa adultera vive nel demanio della letteratura, non del diritto vero e proprio. Un giudice vero non puo accettare il wit per disattendere la sanzione prescritta da norme giuridiche reali. Il discorso letterario potra al massimo ispirare una revisione dell'apparato normativo, col tempo, se le idee presentate in letteratura vengono recepite dai legislatori. Una piccola glossa: non sara stata forse la mediocre valenza letteraria a stornare l'interesse dei critici dal genere delle controversiae, piuttosto che la materia? La prima controversia citata presenta tutte le potenzialita per una versione al maschile di Antigone. Ma in arte il come si dice, vale piu di cosa si dice. Ci pare interessante aggiungere la nota che gli studenti della American Parliamentary Debate Association propongono competizioni oratorie che sono modellate alla controversistica didattica classica egregiamente illuminata dallo studioso.

Il contributo di Cherchi appare innovativo anche per le definizioni rinvenibili di "para-legale" e "para-letterario" attribuite al genere antico delle controversiae e di "genere semplice", attribuito alla produzione di eta Early Modern. Dopo le definizioni di Cherchi - che non esplichiamo qui visto che il lettore le trova chiarissime nel contributo - ci viene da porci la domanda se i fili giuridici e letterari che formano l'ordito delle controversiae, oltre alla compresenza di para-diritto e para-letteratura non presentino anche un secondo binomio, essendo contemporaneamente fattispecie concreta e fattispecie astratta. Con queste espressioni il linguaggio giuridico intende la differenza tra i casi che si concretizzano nel reale e i casi immaginati dal legislatore negli ordinamenti di diritto romano-napoleonico-continentale (come si dice per contrapporlo al diritto consuetudinario adottato in area anglo-sassone).

Last but not least, Cherchi aggiunge preziosi stimoli al dibattito tra le discipline giuridiche e letterarie, come aveva fatto Vitale e faranno altri nel volume. Lo studioso abbraccia la prevalente dottrina che vede diritto e letteratura separate dal linguaggio: astratto nell'uno in quanto personificazione, concreto nell'altro in quanto personaggio. Il lettore che leggera tutti i contributi, avra a disposizione un quadro esaustivo sullo stato del dibattito in corso nel movimento Law & Literature. Il curatore adotta la terminologia inglese, perche il dibattito e sorto soprattutto in ambito anglo-sassone. Ormai, pero, il movimento si e espanso anche in Italia, ove esistono almeno due organizzazioni di Diritto e Letteratura. Ispirati dallo scritto di Cherchi, ci viene da riflettere, che il Mercante di Venezia in fondo nella sua astrusita puo rientrare nel genere delle controversiae. Quaestio dell'opera: e legittimo richiedere carne umana in un contratto? La letteratura consente il salto di qualita verso la riflessione giuridica. Nella fattispecie, cosa sia legittimo prevedere in un contratto. In Italia, per esempio, gli articoli del codice che sanciscono i criteri della stipula di un contratto di lavoro proibiscono il cosiddetto "patto leonino", e cioe "Sei alla fame? Prendi questo salario che per quanto miserabile e meglio di niente". Ragionare del valore etico di questo divieto, e di quelle societa i cui ordinamenti considerano al contrario questo genere di contratti alla base dello sviluppo economico, ci porterebbe troppo lontano dal soggetto discusso, per cui: "Stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che ho detto al mia"...

Il magistrato e scrittore Eduardo Savarese nel suo saggio "Sentenza come narrazione: strumenti e risultati dell'empatia ", si concentra sul potenziale narrativo di una sentenza emanata da un giudice al fine di perseguire la giustizia: "il giudice puo adoperare la sentenza come un vero e proprio mezzo narrativo. Questo accade quando la vicenda giudiziaria viene descritta in modo da dimostrare al "lettore" il grado di identificazione e immedesimazione tra il giudice e la vicenda umana decisa". Se l'imperativo categorico di chi applica la legge deve essere l'attuazione della giustizia, diviene necessario l'ausilio di un elemento empatico, cioe la capacita di vestirsi nei panni degli altri, nel momento di redigere una sentenza che Savarese definisce "il prodotto della disciplina giuridica che piu di ogni altro riguarda una storia specifica, circostanziata nel tempo e nello spazio". Per delucidazioni in merito alla complessita del concetto di sentenza, si rimanda alla voce della Enciclopedia Treccani - che consigliamo come lettura propedeutica per questo saggio. Savarese osserva, in merito ai rapporti tra filosofia etica, letteratura e diritto: "Il testo letterario puo svolgere una funzione morale, naturalmente. Allo stesso modo di una legge, una sentenza, un contratto o un trattato tra Stati. Ma questo accade in un modo non sistematico, teorico e astratto: l'insegnamento morale, la creazione di un exemplum comportamentale, l'affermazione di un valore etico conseguono, piuttosto, quali effetti di scelte concrete, e dell'architettura complessiva di una narrazione che riguarda vicende umane particolari". Nell'ottica di Savarese il giudice diviene l'anello di congiunzione tra ordinamento, norma, e vicenda umana, da seguire empaticamente se si vuole avvicinarsi al giusto attraverso una sentenza ben motivata, cioe ben narrata. Questa empatia e tanto piu difficile da realizzare--aggiungiamo noi - quanto piu vasta si presenta la distanza tra giudicante e giudicato, che sono spesso individui culturalmente e socialmente assai distanti. Savarese descrive cosi il suo procedere: "Partiremo da un richiamo sintetico al concetto di empatia e ai suoi possibili significati in generale, e nel mondo giuridico in particolare. Esamineremo, in secondo luogo, qualche esempio di narrazione empatica contenuta in sentenze relative a casi giudiziari complessi e delicati, tanto di corti interne appartenenti a sistemi giuridici differenti (rispettivamente quelli italiano e statunitense), tanto di corti internazionali (CEDU). Cercheremo, quindi, di individuare i mezzi narrativi attraverso i quali si realizza l'identificazione empatica e, infine, di stabilire come questi mezzi siano funzionali alle conclusioni del giudice e alla risoluzione del caso." Tra le cose che colpiscono dello studio di Savarese risalta la varieta di argomenti addotti per difendere la sua tesi. Se, per esempio, la citazione da Aristotele ce la possiamo aspettare in un testo umanistico, invece appare una fresca eccezione il richiamo alla recente scoperta dei neuroni specchio come fondamento scientifico delle capacita empatiche insite negli esseri umani. Ricchezza di fonti conoscitive tanto piu notevole quanto Savarese inforca da subito le lenti del letterato. Il suo saggio inizia con una citazione dal romanzo Una vita come tante di Hanya Yanagihara: "Harold e professore di diritto in una facolta statunitense. Il passo riportato e tratto da alcune pagine particolarmente acute, dedicate all'essenza della disciplina giuridica, e a cio che la differenzia da altre forme del pensiero umano, come la filosofia. Il professore sottopone agli studenti un caso giudiziario e alcuni, sbagliando, sono portati a risolverlo sul piano della giustizia, per scoprire con un certo senso di frustrazione che esso non coincide con quello del diritto." Agli studenti che rispondono guidati da un sentimento di giustizia uno dei professori lascia appunto un laconico biglietto con l'indirizzo corrispondente alla facolta di filosofia. Ma se, come scrive Savarese: "Diritto e letteratura non sono e non fanno filosofia; se fossero o se facessero filosofia, avrebbero entrambi fallito, perche non realizzerebbero la loro funzione" come si puo uscire dall'impasse di una opinione giuridica che da un lato deve seguire il dettato della norma astratta, ma dall'altro deve perseguire criteri di giustizia basandosi sul caso umano concreto? Ecco dove Savarese fa subentrare la retorica della narrazione empatica di una sentenza. Narrare significa esplicitare le tappe del formarsi dell'opinione del giudice. Un modo raggiungere il cuore e la mente dell'interlocutore. Cuore e mente sono introdotti da noi--Savarese non la mette in termini cosi oleografici- per sintettizzare in maniera semplificata il dibattito sul ruolo del giudice nella sentenza, e su quanto le sue emozioni aiutino a creare giustizia, a fianco del processo logico che permette di dichiarare come esistente o non esistente la norma pretesa. Ma in cosa consiste il rapporto tra la narrazione, e quindi la letteratura, e la sentenza, e quindi il diritto? Nei casi complessi - scrive Savarese- "i giudici tenderanno a sconfinare nel campo di cio che e piu "giusto" da una prospettiva pericolosamente [presumiamo che questo pericolosamente vada da intendersi come virgolettato. NdA] attigua alla filosofia morale e alla filosofia politica. Quei giudici rischieranno che un professore di diritto mandi loro un biglietto: Drayman 241. O di essere accusati di fare politica, e di pretendere di orientare o addirittura manipolare il legislatore e le forme di esercizio della rappresentanza democratica". Il biglietto e una rievocazione del brano citato da Savarese a inizio del suo saggio. Comunemente ripetuta e l'accusa ai giudici di fare politica o, nel caso di giudici eletti, come previsto da alcuni ordinamenti giuridici, di tradire gli elettori. Ma queste accuse, commentiamo noi, nascono dal volere ignorare che l'obbligo morale di un giudice consiste nel perseguire la ratio di un sistema giuridico o di una norma. Del concetto di ratio si e fatto cenno poc'anzi in questa introduzione, come il lettore ricordera.

La casistica riporta da Savarese si illumina di immenso quando si considerino le premesse intellettuale dello scrittore, rese palesi dai suoi saggi e romanzi. Tra i casi riportati: quello italiano di una morte assistita e quello americano di un "pasticciere testardo" che rifiuta di preparare la torta per un matrimonio gay. Il modo di trattare questi casi che certamente devono toccare la sensibilita dell'autore della Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma (Edizioni E/O 2015) brillano di imparzialita e empatia autentica, persino verso "il cattivo" omofobo della vicenda americana. L'analisi di Savarese viene condotta seguendo parametri sia giuridici che letterari. Particolare cura viene dedicata al concetto di "preludio empatico" (di conio dell'autore, ci sembra) e degli strumenti narrativi che permettono l'instaurazione di un rapporto empatico, tipo l'uso del nome proprio invece del cognome, nella descrizione delle parti in causa. Quella di Savarese si potrebbe definire come la retorica dell'empatia. Nella sua ampia prospettiva, l'autore non perde mai di vista l'obiettivo del diritto che rimane, come si e gia spesso ripetuto in questo discorso introduttivo, il perseguimento della giustizia. Percio egli ribadisce: "La narrazione empatica si presta allora a agevolare l'armonizzazione tra l'ordinamento, le sue tradizioni etico-giuridiche, e il bisogno di una risposta di giustizia al caso concreto".

Se abbiamo compreso l'elemento del ragionamento di Savarese, possiamo chiamare in causa l'articolo 3, secondo comma della Costituzione Italiana: "E compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la liberta e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". La sottolineatura e nostra per enfatizzare come la civilta giuridica italiana sia consapevole che la affermazione che tutti i cittadini sono ugualmente titolari di diritti e vuota, se di fatto l'esercizio di quei diritti viene negato da circostanze contingenti. Per esempio, se i datori di lavoro non hanno l'obbligo di retribuire l'assenza del dipendente che vada a votare, benche tale atto sia riconosciuto come dovere civico, si sta permettendo al cittadino di esercitare le proprie prerogative? Interrompo qua la deriva di riflessioni scaturite dalla lettura di Savarese per passare al contributo successivo. I premi tre saggi con il loro largo respiro hanno spianato il campo euristico ai contributi successivi, i quali sono generalmente incentrati su casi specifici di presenza del diritto in testi letterari italiani o in qualche modo indebitati con la cultura italiana.

La collocazione a inizio volume dei contributi di Vitale, Cherchi, e Savarese nasceva da organizzazione logica: prima la domanda su cosa cercano i giuristi dalla letteratura; poi la riscoperta di testi che i critici avevano per lo piu trascurato, in quanto non puramente giuridici, ne puramente letterari; infine, la retorica letteraria dell'atto giuridico per eccellenza, cioe la sentenza. E da tutti e tre i contributi e emerso--a nostro modesto avviso--che i giuristi vedono la letteratura come uno strumento di affinamento mentale che aggiunge spessore alla loro funzione di "periti/prudenti" della legge, giurisperiti e giurisprudenti.

I saggi che seguono sono stati ordinati secondo la progressione cronologica del materiale letterario discusso. Apre quindi la sequenza "Processo all'immagine di un Fiore Forense" di Laura Nieddu, studiosa italiana che risiede e insegna in Francia. E di questo saggio ci piace notare d'acchito una sua originalita rispetto alla tendenza prevalente, soprattutto in area anglo-sassone, della figura dello studioso-pioniere che scopre continuamente nuovi territori, anche se spesso, sarebbe bastato guardarsi attorno e indietro per accorgersi che nulla e nuovo sotto il sole. E il pioniere-esploratore-scopritore-conquistador e di solito sempre pronto a puntare lo stendardo in terra a dimostrazione di aver raggiunto l'Eldorado. Nieddu fa l'opposto. Con scrupolo filologico forse eccessivo, dopo aver toccato vari punti che sembrano tutti concorrere a dare ragione alla sua ipotesi, conclude dichiarando di non possedere prove sufficienti per confermare l'ipotesi di partenza. E lasciamo giudicare al lettore se cio e vero. A noi sembra che ci sia abbastanza fumus boni iuris, cioe ragionevoli indizi, per suffragare o almeno non escludere una risposta positiva alla domanda posta in apertura del suo testo, e cioe "Il Fiore e stato scritto da un giurista?" Il Fiore, testo trecentesco "adespoto e anepigrafo" come scrive Nieuddu, ossia, senza indicazione di autore ne titolo, attribuito a Dante dall' auctoritas contestata Gianfranco Contini, appare pregno di elementi giuridici. La presenza del linguaggio giuridico-legale non deve stupire in un testo medievale, vista la centralita del diritto nel curriculum di formazione, ma nel Fiore questa presenza e talmente copiosa e pertinente, da indurre vari studiosi a suppore che il testo sia parto di un giurista-letterato. Nieddu riporta i pareri dei critici che chiamano in causa altri padri putativi quali Folgore da San Gimignano, Antonio Pucci, Lippo Pasci De' Bardi, Brunetto Latini, Immanuel Romano. Che vi sia dimestichezza con linguaggio giuridico, lo prova la frequente ripetizione della parola diceria, sinonimo di "orazione giuridica". Interpretazione accredita anche da gran parte della dottrina. Scrive Nieddu: "Seguendo questo ragionamento, la maggior parte dei sonetti viene vista come un'orazione forense, preparata a regola d'arte e nella quale hanno voce vari personaggi". Nieddu riporta fonti e fatti. E tutte sembrano concordare per una forte, se non unica, componente giuridica nella cultura dell'autore. La tesi si rinforza con l'analisi linguistica del testo, anche essa presentata da Nieddu. Numerosi i termini evidenziati come di provenienza legale quali, oltre al gia menzionato diceria, anche dicretale, giuggiamento, far mogliazzo, manovaldo, piatitore, sbandire, sentenza, togliere a sicurare, per citarne alcuni. Nonostante questi indizi, e molti altri, la studiosa smorza gli entusiasmi, concludendo il saggio con: "In definitiva, alla luce di tutti gli elementi presi in considerazione, si conclude che non si puo arrivare ad una presa di posizione netta sulla natura giuridica del Fiore." L'invito alla prudenza e sacrosanto in filologia. Nieddu cita in una nota l'esempio del filologo Paolo Canettieri. Questi, pur avendo intrapreso uno studio informatico sul linguaggio del Fiore, a seguito del quale ha motivato in maniera convincente la paternita di Brunetto Latino, nondimeno esorta alla prudenza e al non affrettarsi verso le conclusioni. Tuttavia, a noi sembra che Nieddu si comporti da piu realista del re in quanto la preponderanza del linguaggio giuridico, i parallelismi tematici e stilistici con le controversiae (di cui si e detto sopra), la formazione giuridica certa degli autori ipotizzati, fanno davvero ritenere che Il Fiore sia un testo scritto da un giurista. E in piu, che esso costituisca una riscrittura parodica dei processi civili. Si usa qui il termine parodico nel significato attribuitogli da Genette in Palinsesti, di "parodia seria".

Il saggio di Laura Nieddu come i tre che seguono di Di Fonzo, Watt, e Celati propongono analisi di testi del Medioevo, cioe dell'epoca d'ora del diritto, in particolare in Italia. In effetti, si parla sempre del Rinascimento come momento in cui la Penisola diviene faro illuminante e polo d'attrazione per tutto il mondo occidentale. Si cita meno spesso che e nel Medioevo che l'Italia, con le sue universita, oltre che con la sua prosperita economica (di molto diminuita nel Rinascimento, tranne forse che a Genova), i suoi ordinamenti giuridici e il dibattito politico fu la principale destinazione di chi volesse compiere studi in utrioque iure, oltre che quelli artistici ovviamente. Basta scorrere la matricola degli studenti delle universita italiane dell'epoca per percepire l'internazionalita degli atenei italiani. Le due piu antiche universita, Bologna e Napoli, entrambe primeggiavano negli studi giuridici. Nel tardo Medioevo e poi in eta rinascimentale, gli studi giuridici fioriscono in Italia anche al di fuori del contesto accademico. Spesso in polemica con esso. Si rimanda agli studi di Maurizio Manzin per l'analisi della filosofia e logica del diritto agli inizi dell'Umanesimo (in particolare Il Petrarchismo Giuridico uscito nel 1994 per i tipi CEDAM).

In un volume il cui argomento e la cross-fertilization tra cultura giuridica e letteratura, Dante non poteva mancare. Poco importa se Dante abbia o meno atteso studi giuridici, come sicuramente fecero Petrarca a Montpellier e Boccaccio a Napoli. Che Dante avesse cultura giuridica lo dimostrano i suoi scritti di materia giuridica. Essi sono stati ampiamenti studiati e non ci soffermiamo su questo punto. Il lettore consenta una disgressione a questo punto. Nella cantica infernale, il parametro etico di giudizio e quella aristotelico. I peccati piu gravi ledono la coesione sociale, minando la fiducia nella comunita in cui si vive. L'Inferno ha caratteristiche che lo collocano piu vicino al mondo dei vivi che agli altri regni. Nasce allora spontanea la questione se da Dante e dall'etica classica non dovremmo apprendere a valutare piu severamente i cosiddetti reati dei "colletti bianchi", cioe quelli apparentemente meno cruenti di un furto d'appartamento o di una aggressione in strada, perche effettuati in uffici ovattati, incorniciati da sorrisi di cortesia. Creiamo anche noi un caso di scuola: Tizio sfila portafogli per mantenere di stenti la famiglia, visto che nessuno lo assume in quanto fisicamente invalido e l'assegno di invalidita non e ancora arrivato. Caio, invece, appartiene al gruppo sociale egemonico. I suoi bisogni primari sono ampiamente soddisfatti, ma i soldi non bastano mai per i bisogni superflui, bisogni indotti dal condizionamento sociale, dalla pubblicita, da cupidigia, e quant'altro. Caio offre prestiti e carte di credito a persone che egli sa non potranno pagare. Oppure manovra in borsa in modo da creare crisi finanziarie in cui poi speculare. Puo anche aumentare i costi medici con interventi e trattamenti non necessari o introdurre nelle scuole spese sempre maggiori per servizi che in effetti non solo non servono all'apprendimento, ma anzi rischiano di essere distraenti, come residenze universitarie che sembrano alberghi di lusso, palestre da Disneyland, esperienze all'estero per cui gli studenti contraggono ulteriori debiti e che si potrebbero fare a costi assai minori e cosi via. Il catalogo non e questo. Potrebbe essere assai piu. lungo. Sorge allora la questione: chi mina di piu la fiducia dei consociati verso il consorzio umano? Il derelitto emarginato Tizio, da cui nessuno si aspetta nulla di buono, o il sorridente, elegante e istruito Caio che induce a firmare mutui e assicurazioni capestro? Il povero Sempronio ha firmato certo, ma era veramente al corrente di tutti i cavilli e codicilli? Sempronio non si fida di Tizio. Non gli confiderebbe mai i suoi risparmi. Crede in Caio. E Caio gli fa pagare interessi che in passato venivano designati come usura. E infatti esistevano usury laws per prevenirli. Allora chi dovrebbe essere punito piu severamente dall'ordinamento penale, Tizio o Caio?

Claudia Di Fonzo ci riporta all'amore. In particolare, a quello scellerato di Francesca da Rimini che aveva gia fatto capolino in questo discorso introduttivo allorche si espose l'ipotesi che la Filippa di Boccaccio assurga a ruolo di riabilitazione postuma di Francesca in nome del diritto di amore, anche terreno. In "Amore e Giustizia: Il deliberato consenso di Francesca", la Di Fonzo per una felice circostanza causale, pare rispondere a questa nostra prospettiva della novella decameroniana mostrando per quale motivo Francesca andava condannata. Il che non e in contraddizione con quanto espresso da prima. Anzi, conferma il punto: Dante doveva condannare Francesca. Non esiste tuttavia solo il punto di vista di Dante, Boccaccio sembra aggiungere con la storia di Filippa...

Studiosa nota per i suoi validi lavori di esegesi dantesca effettuati attraverso le lenti del diritto, in questo volume Di Fonzo apporta riflessioni inedite sul "caso Malatesta contro Da Polenta-Malatesta" ricondotto sul piano teologico-giuridico proposto da Dante. Cio ci permette di mettere meglio in chiaro la diversita del punto di vista giuridico tra Dante e Boccaccio. Mentre quest'ultimo vuole riformare la legge statutaria, Dante sanziona ogni deviazione dalla legge di Mose che pone sullo stesso piano il non uccidere con il non commettere adulterio. Francesca va condannata in quanto rompe quel patto che anche da Aristotele--guida perpetua nell'universo etico dantesco, e non solo dell'Inferno--viene considerato come la base del consorzio umano. Scrive Di Fonzo: "Dante ha bisogno di capire e far capire perche sia giusto collocare Francesca all'Inferno dal momento che e possibile commettere ingiustizia senza essere ingiusti". Come fa Francesca a commettere ingiustizia senza essere ingiusta? Di Fonzo dedica erudite pagine dense di spunti che sarebbe farle torto riassumere. Ci limitiamo a tentare di sedurre il lettore con cenni agli argomenti che trovera nel testo, quali la relazione tra amore carnale, o Eros e amore trascendente, o Charitas; il concetto giuridico-politico di giustizia; il distinguo tra le deviazioni etiche di adulterio e meretricio (quest'ultimo da Dante condannato assai piu severamente); la diversa responsabilita morale del seduttore/seduttrice e del sedotto/sedotta. In particolare, il limine tra schiavitu volontaria e scelta della liberta, ove il libertinaggio e nulla piu che soggiogazione a un amore carnale, abbracciato liberamente certo, ma non per questo espressione di vera liberta. La vera liberta nasce dall'eros trasformato in charitas, cioe sublimazione dell'amore terreno in trascendenza. Un concetto questo gia espresso da Platone- aggiungeremmo - che Dante conosceva probabilmente attraverso l'intermediazione dei filosofi e poeti arabi, fonte del resto anche per la conoscenza di Aristotele (in particolare il compendio alessandrino-arabo). La problematica del libero arbitrio risulta centrale nell'episodio di Francesca, la quale sceglie liberamente di amare Paolo. Ci sono certo delle attenuanti in suo favore, come tutti sanno, ma il verdetto non cambia. Francesca e Paolo si abbandonano all'istinto promuovendo come misura della loro relazione l'Amore carnale e non l'Amore-giustizia - scrive Di Fonzo- il feroce Dio d'Amore chiede a Francesca di rinunciare alla piu umana delle virtu concedendole quel primato di responsabilita che fu di Eva nel racconto del Genesi. Per il concetto di umana virtu si rinvia alla lettura. Prima di passare al lavoro successivo, vorremmo sottolineare che anche questo testo, come gli altri, offre abbondanza di spunti a latere che richiederebbero ciascuno un commento a parte che purtroppo per ragioni editoriali non e possibile fornire in questa sede. Ne riportiamo solo uno. Di Fonzo dedica spazio alla gerarchia delle fonti di diritto canonico secondo l'ottica dantesca cosi come espressa nel De Monarchia. Domanda che rampolla spontanea: l'assegnare la primazia gerarchica al Vecchio e Nuovo Testamento non sara in fondo anche un modo per ridimensionare la portata dei decreti pontifici, e quindi soprattutto quelli del detestato papa Bonifacio? Un ennesimo esempio di come ragioni teologiche e ragioni giuridiche, confluite in testi letterari, possano celare innumerevoli motivazioni.

Che cosa possono avere in comune un bruto che violenta una donna credendola priva di sensi per intossicazione, per poi scoprire che sta oltraggiando un cadavere, con i personaggi danteschi di Ulisse, Francesca, e Guido Da Montefeltro? Mary Watt ha trovato tempo nella sua agenda di Dean per spiegarcelo in "Guido and the Guilty Mind: Mens Rea and Actus Reus in Inferno 27". Watt esercitava l'avvocatura in Canada prima di dedicarsi allo studio della letteratura. Nel suo saggio legge Dante in termini squisitamente legali, processuali anzi. I poli di riferimento sono i concetti di Mens Rea, cioe l'intento di far male; e Actus Reus, un atto involontario. Watt scrive: "One of the most fundamental tenets of criminal law (at least in common law jurisdictions) is that there are two essential elements to a crime: mens rea (a guilty mind) and actus reus (the guilty) act." Ma allora Guido da Montefeltro perche e condannato? Watt tratta la materia avendo come riferimento culturale il diritto anglo-sassone, ma questi concetti sono rintracciabili nel diritto italiano nelle figure del dolo e della colpa cosi come nei due progenitori dei diritti moderni. Qui una piccola pausa di riflessione per glossare il tema. Ci soffermiamo qui sul diritto canonico che ci sembra quello piu pertinente al codice penale che regge i casi portati da Watt. Nel diritto canonico non occorre la malizia, o animus nocendi, per l'imputabilita penale, essendo sufficiente la deliberata voluntas violandi legem. In altre parole, basta la consapevolezza di stare infrangendo una legge, come fu il caso di Guido da Montefeltro. L'estendere la sfera del giudizio anche al cosiddetto foro interno, cioe l'intenzione dell'individuo che commette il fatto, oltre che al foro esterno, cioe il comportamento reale, rappresenta la piu potente forma di totalitarismo. Si mira a controllare non solo le azioni ma anche le intenzioni dell'individuo. E per questo si pecca "in pensieri e azioni". In materia di rapporti con la divinita, peccato e reato coincidono, e infrangere una legge morale diviene anche infrazione penale.

Non si puo adesso riassumere la vicenda del pio francescano Guido che risalta tra le grandi sorprese che Dante riserva nella collocazione delle anime. Ci soffermiamo invece sul raccordo con il saggio precedente. Una delle questioni giuridiche poste dalla Watt concerne appunto la gerarchia delle fonti, come avevamo visto nel saggio precedente. E non e da sorprendersene perche in un ordinamento giuridico il valore delle singole norme costituisce un dato essenziale. E Guido deliberatamente infrange una norma emanata da una fonte superiore, facendosi schermo di un atto giuridico che non aveva potere derogatorio o abrogativo.

Francesca da Rimini si stara sentendo fischiare le orecchie nella bufera infernale visto che viene nominata anche da Watt, insieme a quello di Guido da Montefeltro e Ulisse. E per giusta causa. Anime irriducibili che nel narrare le loro vicende sembrano voler imbambolare Dante e continuano a fare apologia di se, sapendo che Dante riportera la loro versione dei fatti. Ai nomi proposti da Watt ci viene da aggiungere quello di Brunetto Latini che pubblicizza il suo libro come strumento per eternarsi. Viene pero da domandarsi: sono solo ingannatori? O stanno piuttosto non anche auto-ingannandosi, perche non riusciranno mai a capire la loro colpa? Tentando di addolcire la loro posizione con discorsi auto-promozionali, essi si rivelano ciechi e quindi degni abitanti del "cieco carcere". Ma se sono privi degli elementi essenziali del perdono, la contrizione e l'orrore del peccato commessi, perche inconsapevoli della loro colpa che continuano a amare e difendere, sono veramente ingannatori? Puo considerarsi propriamente un fraudolento chi froda se stesso? Si apra il dibattito...

Usciamo ora dall'Inferno, ma non a riveder le stelle, perche siamo proiettati nella fosca vicenda studiata da Marta Celati nel suo "The conflict after the Pazzi conspiracy and Poliziano's 'Coniurationis commentarium': Literature, Law and Politics". Celati esplora le ragioni giuridico-diplomatiche che sottendono il commento elaborato del Poliziano sulla famosa congiura. Chiunque frequenti la letteratura sa che il principio art for art's sake viene spesso popolato, contaminato o arricchito (dipende dai punti di vista e dal modo di farlo) da motivazioni politiche. Lo abbiamo imparato da Esiodo, Eschilo, Virgilio, Ovidio, Seneca, Cicerone (per antonomasia, con quel Cicero Pro Domo Sua) e diventa quasi una prassi nella tradizione letteraria italiana, anche in opere che sembrano avulse da ogni riferimento politico come La Mandragola di Machiavelli, o che sembrarono "corbellerie" a contemporanei come l'Orlando Furioso. Celati dimostra la connessione tra il testo del Poliziano e la propaganda difensiva dei Medici nella controversia con Roma. In particolare, i Consilia medicei, alla cui elaborazione anche l'autore aveva partecipato. Nei Consilia sono concentrati gli sforzi di eminenti giuristi al servizio della causa fiorentina. "Thanks to their incisiveness and concreteness, the Consilia had proved also in the past to be an authoritative means for fighting political, ecclesiastical and, more generally, ideological controversies which involved juridical matters". Lo spirito dei Consilia- sostiene Celati--traspare dalle pagine del Commentarium, anche se esso venne portato a politura in un periodo successivo, in un diverso contesto socio-politico. Con accuratezza critica Celati evidenzia indizi, per restare nella terminologia legale, fuori testo. Per esempio: "It is no coincidence that Poliziano's work was published in Florence by the same typographer who printed all the main works which built the Medici's programme in the summer 1478, all composed by intellectuals who acted as right-hand men of Lorenzo in that period" e segue la lista di autori e opere. Il che fornisce indirettamente anche 10 spaccato di uno scenario intellettuale mediceo meno noto, quello giuridico, appunto.

Trattandosi di una cospirazione, la vicenda giuridico-politica si tinge degli elementi del thriller: "This political approach is revealed by the most important document which reconstructs how the conspiracy was organised: the famous confession delivered on 4th May 1478 by Giovanni Battista Montesecco, a condottiero who worked for Sixtus IV and was involved in planning the plot." E a questo punto, solo uno spoiler andrebbe avanti a raccontare.

"Law-literature studies have often relied on nationalistic boundaries, overlooking the intense interchange of legal and literary ideas circulating across spatial and temporal divides" ammonisce Jessica Apolloni il cui contributo ci conduce a una dimensione cosmopolita in cui gli elementi nazionali si fondono e interagiscono con altre realta nazionali. E dopo Francesca, anche il povero mercante israelita veneziano si sentira nominare spesso. In questo contributo il suo nome compare sin dal titolo: "Law and Literature in Comparative Perspectives: Tracing Shylock's Case from Italian Novelle to American Courtrooms". La freschezza della prospettiva di Apolloni risiede nell'esito finale della sua ricerca, e cioe come 11 caso del Mercante diventi strumento pedagogico in ambito legale statunitense (dopo il saggio di Cherchi, potremmo forse definire The Merchant of Venice una controversia sublimata in grande letteratura?). Apolloni esordisce con "the law informs societies of the past and present like no other discipline". Poi, va alle scaturigini della novella italiana, ne eviscera le trame giuridiche, politiche e sociali, per palesarne il ruolo nella creazione di un testo letterario inglese che diventera una sorta di pietra di paragone per la letteratura di ispirazione giuridica. Limiti redazionali mi impongono di procedere piu succintamente nella presentazione dei lavori. Prima di passare al prossimo contributo, sia almeno permesso richiamare l'attenzione dei lettori sul collegamento etimologico che Apolloni cita tra la novella italiana, usata come caso di scuola negli atenei italiani e stranieri, e la cugina romano-bizantina, ossia la novella giustinianea, ossia il decreto imperiale avente valore di legge. Una ulteriore prova dell'intricato intreccio tra letteratura e diritto.

Con Daniela Carpi restiamo nell'area delle interazioni tra cultura italiana e inglese. Come un celebre caso giudiziario del Rinascimento italiano di cronaca nera ispiro un autore inglese? Carpi introduce il suo "The Trial in John Webster's The White Devil: Italy in the Reenactment of a Renaissance English Drama" considerando che la fascinazione del pubblico verso il crimine non e fenomeno recente. Lo dimostra l'interesse diffuso nell'Inghilterra rinascimentale di due famigerati casi, quello della romana Beatrice Cenci e quello della eugubina Vittoria Accoraboni. A questi due, si potrebbe associare un caso che avrebbe suscitato forse ancor piu morboso interesse, se la vicenda avesse avuto risonanza, cioe quello della nobildonna palermitana, amante del poeta e segretario dell'Inquisizione Argisto Giuffredi, cantata da lui, e da altri, con rime petrarchiste. Questa creatura angelicata fu giustiziata per aver assassinato il marito, in combutta con il proprio amante. Che poi, si dica en passant, in quell'occasione non era il Giuffredi che pur tanto l'aveva esaltata nei suoi versi di maniera. Carpi prepara il background per la comprensione delle modalita attraverso cui il pubblico inglese--protestante, dettaglio non da poco - recepisce le fosche vicende d'Italia, paese che trasformava in diavoli i gentiluomini di Albione che vi si recassero per apprenderne le maniere, stando a un noto aforisma di un moralista, citato anche nel saggio di Apolloni. Resta il fatto che i sentimenti degli stranieri verso l'Italia oscillavano nella gamma che va dalla riprovazione e l'ammaliamento, spesso sotto forma di psicomachia. Piccola digressione nostra, per alleviare il lugubre scenario descritto: parlando di cattive abitudini che i giovani apprendevano in gran tour, in un racconto francese di Bonaventure de Periers, dalla raccolta Cymbalum Mundi, si riporta di dama gallica che protesta contro un giovane che era appena tornato da un viaggio in Italia. Durante un ballo che prevedeva lo scambio di un bacio sulle labbra, costui pare avesse approfittato dell'occasione per infilare la lingua nella di lei verginale bocca, secondo il costume italiano come almeno la parte lesa lo descrive al giudice. (Da cui si deduce che il French kiss e un ennesimo caso di appropriazione indebita, come il Libro del Cortegiano o Hypnerotomachia Poliphyli, tradotti e usati come testi originali in Francia.)

Le vicende processuali e la trasposizione letteraria del grande drammaturgo John Webster permettono a Carpi di toccare il tema della condizione femminile. Con una vena di indignazione. Come darle torto? Vittoria era chiaramente innocente, pedina dell'arroganza maschile dell'amante e del becero interesse della famiglia di origine. Beatrice aveva si ucciso il padre, ma del comportamento di Francesco Cenci tacere e bello. Eppure, entrambe furono condannate, contro volere popolare, ma per dare un esempio a tutte le altre donne.

Tra i personaggi descritti da Carpi non puo passare inosservata la figura del giudice. In essa si potranno riscontrare, ci pare, molti punti di raccordo, con il futuro Grande Inquisitore di Dostoevskij. Prima di passare al prossimo autore, due ulteriori considerazioni. La prima, che in un testo come il nostro, appare assai pertinente la spiegazione del sistema giudiziario anglosassone in cui un ruolo importante e assegnato alla giuria. La seconda e che Carpi ha scelto un autore che mostra anche in altre opere una certa inclinazione a includere elementi giuridici. Per esempio nella sua commedia A Cure for a Cuckhold abbiamo una divertente parodia degli avvocati che si conclude poi con un processo un poco farsesco, ma con gli esiti straordinariamente antesignani: il giudice assegna il bambino conteso tra due padri alla madre, dicendo che il figlio e della madre e spetta a lei decidere chi vorra essere il padre del bambino. Forse Webster voleva solo giocare sul paradosso per suscitare ilarita. Pero questo paradosso racchiudeva in nuce il futuro diritto di famiglia.

Curiose trame collegano i nostri saggi. Cosi, Domenico Palumbo con "Giustizia e legge nello 'Spaccio de la bestia trionfante" ci conduce a Giordano Bruno. E quindi a papa Clemente VIII che condanno il filosofo al rogo a Campo de' Fiori a Roma, nel 1600, ma che era lo stesso che non volle graziare la Beatrice Cenci menzionata da Carpi (un poco Grande Inquisitore karamazoviano anche lui, visto che il suo rigore non gli impedi di assegnare i bene dei Cenci alla sua famiglia di origine, gli Aldobrandini). Scrive Palumbo: "la 'renovatio mundi' presuppone dunque la 'renovatio' del concetto di 'giustizia' e la conseguente riscoperta del vincolo esistente tra la giustizia divina, umana e naturale: cio porta Bruno alla formulazione di un concetto di 'legge' che ha caratteristiche incredibilmente moderne". Lo Spaccio e un trattato sulla giustizia: "l'intera riflessione etico-politica di Bruno si innesta cosi sull'idea di giustizia: lo fa ripetere spesso ai suoi personaggi, che senza di essa, tutto degenera." E la giustizia di cui parla Bruno, continua Palumbo, non puo prescindere dalla ragione. Il nesso con il tema degli incroci tra diritto e letteratura si evince anche dal linguaggio fortemente giuridico della Spaccio, di cui Palumbo fornisce ampi esempi. Palumbo, di formazione filosofica e docente all'Istituto Sant'Anna di Sorrento, tende a sottolineare che per Bruno il problema della legge, in quanto "figlia della Sofia celeste" appartiene alla speculazione filosofica e non al diritto. Suo padre e l'intelletto razionale e sua madre la sapienza. Il lavoro di Palumbo e denso di passaggi logici che vanno letti e riletti, e non possono essere riassunti. Dello Spaccio, opera di polemica teologica contro i Luterani, Palumbo eviscera il ricchissimo palinsesto di riferimenti, fonti, e tecniche, tra cui spiccano naturalmente quelle letterarie e giuridiche. Si vuole dare pero un esempio dell'alto gradiente giuridico di questo testo citando: "Nasce cosi il problema della giurisdizione. Se nel diritto romano la giurisdizione e territoriale mentre in quello germanico e personale, nel diritto medievale prevale lo scontro tra due Potestas afferenti ad altrettante due Auctoritas: il diritto ecclesiastico mette al centro il miracolo inteso come il potere di violare la legge di natura (Quaglioni, 2004:97-114); il diritto canonico la sovranita dell'imperatore che ha il potere di abolire l'intero ordinamento giuridico." O ancora, e si cita questo passaggio perche si ricollega a quanto scritto in inizio sulla differenza tra letteratura e diritto: "Per il Nolano v'e dunque un solo filo rosso che lega la ricerca della verita e l'esercizio del diritto. Unione che si conserva nella significazione della parola stessa 'verita'. Se infatti l'etimo del greco [phrase omitted] caratterizza la verita come 'cio che non e coperto', quello del latino 'veritas' rimanda al sanscrito 'vrtta' ('il fatto') e 'ver' ('la barriera'), per cui 'vero' in latino e 'cio che e stabilito' attraverso un 'ver-dictum': ed e degno di fede, come nella 'vera', l'altro nome della 'fede' nuziale."

Dopo la filosofia di Giordano Bruno, compiamo un salto di due secoli per approdare ad un altro pensiero filosofico-giuridico, quello di Giacomo Leopardi. Il lettore si aspettera che il diritto immaginato da un poeta sia pura utopia di un mondo ideale. Invece, ci pare, si sia creato uno strano incrocio tra la posizione del filosofo, ma pure poeta, Bruno e Leopardi. Il primo auspica per il diritto un ruolo astrattamente universale. Il secondo, invece, come scrive Alberto Scerbo, studioso di filosofia, docente nella regione detta "dei filosofi", cioe la Calabria, in "L'infinita vanita del tutto. Sul politico e giuridico nel pensiero di Leopardi", rivela un approccio "venato da sostanziale realismo materialistico" che "impedisce di ricercare significati profondi nelle dinamiche giuridiche e finisce per connettere l'efficacia del diritto al mero egoismo individualistico." Scerbo offre una panoramica amplia e accurata del mondo leopardiano, e delle affascinanti contraddizioni che gia il De Sanctis noto. Il poeta ritorna quando Leopardi auspica un diritto che non sia pura ragione, ma anche riconnessione con la natura degli uomini. (Piu avanti nel corso dell'opera si vedra che una posizione simile sara assunta da Natalia Ginzburg.) La diffidenza leopardiana verso un diritto puramente razionale astratto era forse causata anche dall'orrore degli eccessi delle prassi politiche illuministe, soprattutto in Francia all'epoca della rivoluzione. Al paternalismo del signore feudale, privilegiato ma vicino, i contadini si videro sostituire un funzionario che veniva da lontano e che applicava la legge senza conoscere i casi personali dei suoi amministrati. Non stupirebbe che Leopardi, forse per esperienza personale recanatese, avesse una visione bonaria dell'Ancien Regime. Nello stesso tempo, una citazione riportata da Scerbo, fa anche intravedere un Leopardi critico nei confronti dell'assetto giuridico-politico degli Stati della Chiesa cui lui apparteneva: "sebbene la morale per se stessa e piu importante, e piu strettamente in relazione con tutti, di quello che sia la politica, contuttocio a considerarla bene, la morale e una scienza puramente speculativa, in quanto e separata dalla politica: la vita, l'azione, la pratica della morale, dipende dalla natura delle istituzioni sociali, e del reggimento della nazione: ella e una scienza morta, se la politica non cospira con lei, e non la fa regnare nella nazione. Parlate di morale quanto volete a un popolo mal governato; la morale e un detto, e la politica e un fatto". Una valutazione che appare valida ancor oggi per molti ordinamenti assai belli sulla carta, ma mal applicati da popoli non abituati a quella civilta auspicata dalle loro leggi (e lasciando da parte l'Italia per un momento, si pensi al caso del Messico che gia dal 1917 ebbe una splendida costituzione democratica). Scerbo conduce il lettore per mano, attraverso passaggi definiti da titoli, come capitoli di un libro: 1) poesia e filosofia, 2) natura e societa 3) note politiche: le forme di governo 4) note giuridiche. Legge e giustizia. Non potendoci soffermare su ciascuna di queste parti, ci limitiamo a mettere in evidenza che il Leopardi presentato da Scerbo e assai meno conservatore di quello che normalmente si pensa: "Come la monarchia rappresenta il primitivo della societa, la democrazia e, invero, il sistema che riproduce piu fedelmente la stato naturale dell'uomo, visto che pone a proprio fondamento la liberta individuale e la condizione di uguaglianza". Aggiungiamo una nota di commento allo stato perfetto auspicato da Leopardi. Da un lato, il poeta sembra echeggiare la visione idillica degli Stati Uniti, dove "l'illusione" e ancora possibile, con entusiasmo e ottimismo alieni del rigido razionalismo degli esperimenti politici europei. Dall'altro, con una svolta poca americana, egli, sul modello di legislatori classici come Licurgo e Catone, condanna le ricchezze eccessive e i dislivelli sociali. Cio che sorprende e che anche la cultura e proscritta, per ritornare a uno stadio "naturale" di convivenza umana. E qui le contraddizioni intellettuali del poeta che si fa legislatore appaiono evidenti. Come vede il Leopardi il rapporto tra legge e giustizia? Si legga il saggio, ma si anticipa che le due non sono tanto collegate per il Leopardi. E le tesi del Leopardi esposte da Scerbo sono tanto suggestive da far vacillare uno degli assunti di partenza espressi in questa introduzione, e cioe che il fine del diritto e la giustizia.

Torquato Accetto nel Seicento scriveva che il suo saggio politico-moralistico sull'arte della dissimulazione era fatto di cicatrici che stavano a segnare le parti tagliate della propria autocensura. Valeria Iaconis, dell'universita di Zurigo, in Una sola donna, una sola voce. Un'indagine "investigativa" su una novella d'autrice di fine Ottocento" studia le cicatrici nella novella Dopo la sentenza (1894) di Bruno Sperani: "Piu che sulle informazioni esplicite nella novella, questa lettura si concentrera sulla ricostruzione di quelle censurate". Prima cicatrice: Bruno e in realta Beatrice Speraz, con pseudonimo maschile per poter essere presa sul serio. Un testo letterario in cui il diritto assurge a elemento strutturale della trama, e che assegna a donne ruoli di rilievo, se non di protagoniste, di solito verte, o sull'uxoricidio, o sulla necessita di rinunciare ai figli. Nel primo caso le donne spesso agiscono ossimoricamente da "protagoniste assenti", in quanto la storia si dipana attorno l'evento della loro morte. E questo non solo nella tradizione italiana: si pensi a Gabriela garofano e cannella del brasiliano Jorge Amado. Nel secondo caso di solito la vicenda narra il dilemma tra una scelta d'amore oppure i figli; o anche una vita graziata dalla "generosita" maritale o comunque maschile, al costo della rinuncia delle prerogative materne, si pensi al Lady Windermere's Fan di Oscar Wilde o a Una donna di Sibilla Aleramo. Una sola donna, una sola voce riferisce la narrazione poliedrica di un delitto d'onore, secondo vari punti di vista dei personaggi maschili e femminili. Icanonis procede idealmente la linea tracciata dal testo di Carpi nella denuncia delle frequenti nequizie nei processi contro le donne. Il soggetto del delitto d'onore viene affrontato in un'ottica femminile di fine secolo XIX, prodromo di futura critica femminista e giusfemminista. Si mette a fuoco la struttura narrativa della novella in particolare "il punto di vista situato del reo e l'uso sistematico delle figure dell'ellissi e della reticenza." Scopo dichiarato del lavoro di Iaconis "e di evidenziare come la considerazione del contesto giuridico arricchisca l'analisi letteraria di complessita, poiche permette di cogliere le critiche e le proposte delle autrici in merito a questioni legali sulle quali, istituzionalmente, non possono attivamente intervenire." (Alla luce di quanto scrive la Speraz, brilla ancora di piu di chiaroveggenza, ci pare, il generoso appello di Boccaccio contro il delitto d'onore, nella novella di Madonna Filippa, di cui si e gia discusso). Visto che siamo in tema di scrittura al femminile in materia legale, vale la pena ricordare che l'Italia vanta il primato del primo investigatore donna, in un libro di Carolina Invernizio, Nina. La poliziotta dilettante (1909). L'informazione e meno tangenziale di quando possa apparire. Il merito della produzione letteraria della "onesta gallina", come Gramsci impietosamente defini la signora Invernizio, risiede nella sua mediocrita fascinosa. Ma proprio per questo i suoi feuilletons raggiunsero un largo novero di lettori. Tra essi, anche, se non soprattutto, quello femminile che pote cosi leggere di questa predecessora tutta italiana di Miss Marple. Ritorniamo al testo della Iaconis, alle sue ultime righe: "Sebbene la versione della vittima non trovi spazio nella narrazione, Sperani esplicita, mediante l'intervento di Alice, la necessita di integrazione del punto di vista femminile nel farsi e nell'applicarsi delle leggi. Questo approdo del testo e coerente con una piu ampia ambizione femminile di partecipazione attiva alla sfera pubblica italiana e di pieno godimento dei diritti di cittadinanza. L'ambizione, insomma di avere "voce in capitolo" delle donne alle quali, almeno nella finzione letteraria, viene concessa l'ultima parola". Questa conclusione ci sembra perfetta per dimostrare quello che si diceva una quindicina di pagine fa, e cioe che la letteratura colma i vuoti del diritto, racconta il mondo come potrebbe essere, infrangendo le costrizioni giuridiche.

"Il topos della giustizia 'negata' o 'deviata' negli scenari siciliani di Nino Martoglio e Ugo Fleres" esposto da Daniela Bambara ci porta allo scenario meridionale dopo la "felice annessione", come si lascio sfuggire Chevalley nel Gattopardo. Chi giudica in nome di quale giustizia, dato che ce n'e una dei dominatori e una dei dominati? Se la legge protegge solo gli interessi del ceto al potere, il ceto subordinato perde fiducia, e non si identifica con quell'ordinamento. Si fa presto a chiamarli briganti. L'economista procidano Scialoja che tanto ammirava le leggi piemontesi, perche imponevano tassazione al fine del bene pubblico, si sara forse risentito del tradimento operato dalla "fausta unione", per usare ancora le parole di Chevalley-auto-correttosi nel frattempo-allorche le tasse finirono al Nord, con il tesoro dello stato borbonico? E che fiducia potevano nutrire i "felicemente annessi" verso un regime che imponeva la leva militare e tasse che finivano altrove tranne una piccola parte ceduta alle amministrazioni locali che con queste imposizioni fiscali costruivano il casino dei notabili, il teatro, il monumento in piazza, ecc.? I galantuomini tassavano il mulo da lavoro, perche produttivo, ma non il cavallo da carrozza, perche non produceva nulla. Di fronte a questo palese sfruttamento, come dovevano apparire la legge e i suoi uomini al popolo meridionale? Forse non piu ne meno di come apparivano i deliziosi Bloodhounds agli schiavi fuggiaschi contro cui essi venivano lanciati. Si perdoni questa digressione, ma pensiamo che sia necessaria per entrare nella stimmung delle vicende commentate da Bombara. A proposito de I civitoti in pretura (1893) di Nino Martoglio, la studiosa messinese sottolinea "Il dibattito processuale, bloccato da fraintendimenti linguistici fra parlanti in dialetto e in lingua, individua come difficolta primaria nell'esercizio della legge l'incomunicabilita a livello di codice comunicativo fra i popolani catanesi e i magistrati che provengono da 'nfora Regnu." La lingua deve comunicare, quella processuale come ogni altra. Nella piece di Martoglio, invece, non ci si capisce tra parlanti. Come non si capirono i mercanti le cui parole si congelarono nelle steppe russe, celebre parabola riportato da Baldassarre Castiglione nel Cortegiano. Ma non e la temperatura esterna a causare l'incomunicabilita in questo caso, piuttosto la temperie socio-culturale.

La presenza del diritto in un testo letterario puo andare ben oltre il comico che nasce da equivoci linguistici. "Il contatto con le forme del diritto puo essere per l'uomo doloroso, e destabilizzante, poiche lo costringe a rivedere interamente la propria personalita e le proprie convinzioni." Noticina nostra al tema del doloroso e stabilizzante cui fa riferimento Bambara: si osservi l'ex-palazzo di giustizia di Roma, noto ai Romani come "il palazzaccio" che esibisce al suo interno una architettura inquietante nella sua massiccia imponenza. Come dovevano sentirsi i rubagalline tra quei marmi e doccioni che occhieggiano minacciosi? Nel secondo testo discusso da Bambara, Peccato Veniale (1891) di Ugo Fleres, oltre a una reiterata indignazione per i soprusi subiti dalle donne, va aggiungersi una chiave critica che non era ancora stata utilizzata in questa raccolta, cioe quella post-coloniale. Scrive l'autrice: "La critica postcoloniale ha rilevato come la configurazione ideologica della Nazione italiana comporti un'alterizzazione e orientalizzazione del Sud, e della Sicilia in primis, per respingere da se residui tratti di arretratezza e tradizionalismo, ed occultare irrisolti problemi sociali; l'applicazione della Giustizia diventa allora mezzo perfetto per individuare e sanzionare l'inferiorita siciliana come devianza, crimine, o almeno mancanza di rispetto per le norme comuni. In Sicilia, piu che altrove, Legge e Potere--esterno, straniero, diverso--appaiono intimamente connessi." Di interesse per gli studi pirandelliani risulta l'analisi del sodalizio intellettuale tra Fleres e Pirandello. Con una notizia non sempre riportata, cioe quanto Il gancio (1902) e La vita nuda (1910) ricalchino la trama di Peccato Veniale. Anche Bombara come altri, suddivide l'argomento trattato in paragrafi: 1) Ridere della Legge: il caso Martoglio; 2) Ognuno e giudice di se stesso: Luigi Pirandello e Ugo Fleres a confronto, in cui si evidenzia non solo l'interesse per i casi giudiziari nei circoli letterari italiani del tardo Ottocento, ma anche gli esiti divergenti nelle versioni pirandelliana e del Fleres di casi penali simili; 3) Magistrati sofisti, capri espiatori, donne diffamate: il romanzo Giustizia di Ugo Fleres. Tra i vari meriti del contributo di Bombara si annoveri anche quello di aver portato luce su una produzione letteraria siciliana non sempre frequentata.

Sembra che i prigionieri di un lager nazista inscenarono un processo al Giudice Supremo. In effetti, la domanda che spesso ci si fa, e non solo in letteratura: chi giudica il giudice? Qui custodet custodes? Chi sorveglia coloro che dovrebbero sorvegliare? Spetta alla Corte di Cassazione l'esercizio della nomofilachia, cioe garantire l'osservanza della legge, la sua interpretazione uniforme, e l'unita del diritto nello stato. Alla Corte Costituzionale il compito di verificare l'uniformita di una legge ai principi della Costituzione italiana. Ma la domanda resta: chi giudica i giudici? Tralasciamo ora i meccanismi previsti dal codice, per rientrare nel campo letterario. Con "Ugo Betti. Il Giudice Giudicato", Gaetana Marrone, nota anche per i suoi studi di cinema su registi non a caso fortemente attratti dal problema della legalita e della giustizia, porta un esempio letterario in cui l'operato del giudice viene messo a giudizio, sia pure a auto-giudizio. Marrone si sofferma su due drammi giudiziari di Ugo Betti, magistrato di professione, Frana alla scalo Nord (1932) e Corruzione al Palazzo di Giustizia (1944). Se il poeta Montale incontro "il male di vivere" negli anni del primo conflitto mondiale, Betti, che pure partecipo al quel conflitto appena laureato in giurisprudenza, lega i suoi personaggi teatrali a "una ingiustizia del vivere". Marrone arricchisce la sua analisi con uno studio del pensiero politico-giuridico del giovane Betti laureando in giurisprudenza e poi prigioniero di guerra. Un pensiero che si tinge di toni futuristi da cui l'autore maturo si allontanera, conservando di quel periodo pero la disincantata sensazione che la giustizia perfetta esiste solo nei trattati. Cosa vogliono i giuristi dalla letteratura? ci si era chiesti alle prime pagine di questa introduzione. In particolare, cosa vuole il giurista Ugo Betti? Marrone risponde: "il suo teatro sempre piu si orientera verso una sofferta ricerca dell'oltre-confine legale." La letteratura come espressione di un sogno di giustizia perseguibile sempre, raggiungibile mai. Marrone continua: "Nel costruire una risposta a questo malessere esistenziale, Betti adotta una strategia comunicativa all'insegna di paradigmi giuridici quali responsabilita e colpa, legalita e trasgressione, il cui interprete e il Giudice incaricato a pronunciarsi su un caso preciso in tribunale." L'accostamento visivo tra messinscena teatrale e messinscena--absit iniuria verbis--processuale, gia messo in evidenza da Bombara, qui serve a discutere la dimensione trascendente della giustizia. Da chi viene giudicato il giudice, come enunciato nel titolo scelto da Marrone? Da se stesso. Il giudice Betti si rivolge alla letteratura per fare il proprio esame di coscienza, per esorcizzare il sentimento di inanita di fronte alla possibilita dell'errore giudiziario. "Al processo istituzionale subentra progressivamente quello interiore" scrive Marrone. Cosi, commentiamo noi, la letteratura segue le orme della teologia, in cui, come si e visto, il foro esterno deve coincidere con il foro interno, cioe il codice deve coincidere con i suggerimenti della coscienza. A questo punto appare indubitabile come Betti rappresenti un passaggio obbligato per chiunque voglia avvicinarsi allo studio della presenza del diritto nella letteratura italiana. Marrone ha setacciato l'intero percorso intellettuale dell'autore. Dalla tesi di laurea gia menzionata a un saggio scritto in occasione di un concorso come avvocato dello stato, in cui si discuteva "il tribolato rapporto tra responsabilita e colpa", e i manoscritti inediti, riportandone citazioni emblematiche della tensione tra verita e giustizia: "in ognuno c'e meta di torto e meta di ragione"; "ognuno e capace di vedere solo nel breve spazio intorno a se, come nella nebbia"; "Giustizia vuol dire paragone. Un oggetto e un'unita di misura uguale fra un fatto e una norma, fra una vita e una legge, fra una creatura e un codice". Ed era appunto a queste vite, a queste creature che si faceva riferimento in principio di questa introduzione al nostro volume, quando si rammentava che il diritto deve avere per scopo l'attuazione della giustizia piuttosto che il compiacimento per una bella forma. Altrimenti il diritto sedicente "giusto" diventa quello del piu forte anche nell'uso del lessico. E, aggiungiamo noi, a chi non sa esprimersi e difendersi contro le palesi ingiustizie, come il protagonista eponimo di Billy Budd (1891) di Herman Melville, resta solo la violenza per esprimere la propria indignazione.

Marco Gaetani si inserisce armoniosamente nelle problematiche discusse da Marrone. In "La << vera giustizia >> di Natalia Ginzburg", Gaetani dimostra come per la scrittrice il caso giuridico di Serena Cruz che tanto animo l'opinione pubblica italiana alla fine degli anni '80 diviene "lacerante dilemma etico, l'occasione per definire pubblicamente e 'dal basso' un proprio concetto di giustizia." Il discorso giuridico che costituiva la presenza ossessiva nell'opera di Betti non appartiene alla Ginzburg. E percio appare legittimo congetturare che la scrittrice abbia sentito il bisogno di esternare le proprie riflessione sulla vicenda soprattutto in quanto essa toccava i temi a lei notoriamente cari della infanzia e della famiglia. Dello scritto Serena Cruz. La vera giustizia (1990) Gaetani sottolinea la singolarita in quanto ultima opera della scrittrice, sorta di testamento morale dunque, e anche primo pamphlet dedicato interamente al tema della giustizia. L'autrice di Lessico famigliare, sempre assai attenta alla parola creatrice, dedica una parte di questo saggio appunto alla riflessione sul lessico giuridico. Scrive Gaetani che l'analisi linguistica per la Ginzburg assurge a "un confronto--cui l'autore non si sottrae e che diviene talvolta un vero e proprio corpo a corpo analitico, filologico--con il dispositivo linguistico che per definizione s'incarica di portare la giustizia nel mondo, vale a dire la legge." Il tono della riflessione della Ginzburg, e della resa critica di Gaetani, evoca la nuova figura giuridica della cosiddetta soft law, un diritto che non e strettamente formalistico, e anche anzi da un punto di vista rigorosamente giuridico puo sembrare, e forse lo e, una commistione del politico e sociale, se non pure dell'emotivo, nella interpretazione, discussione, e formulazioni del diritto. La ricerca di una norma "umana" viene portata avanti con considerazioni appunto "umane", in un salutare raffronto tra l'astrazione delle leggi e le necessita concrete degli uomini: "Le famiglie possono essere pessime, repressive, ossessive, o indifferenti, o disamorate, o distratte, o tossiche, tarate, verminose. Molto spesso lo sono. Pero a un bambino sono necessarie. Quando ne ha gia una, non si puo levargliela e dargliene un'altra se non per delle ragioni di una gravita estrema. Sara comunque creargli nell'anima una desolata devastazione". Poiche e la scrittrice medesima che in nota finale assegna al suo scritto la funzione di monito per le generazioni future, ci viene da domandarci e domandare al lettore: il caso Cruz per se e le accorate esortazioni della Ginzburg, non possono forse porsi come riferimento paradigmatico nell'acceso dibattito contemporaneo sulle leggi che regolano i flussi migratori? Che posizione avrebbe preso l'autrice oggi?

L'articolo che introduciamo ora presenta la peculiarita rispetto agli altri contributi di essere stato scritto a due mani. Tiziano Toracca e Mara Santi Ga fanno luce su un autore relativamente poco conosciuto al grande pubblico in "La Procedura di Mobilita e la sua rappresentazione letteraria: Mobilita e Mobilita n. 2 in Works (2016) di Vitaliano Trevisan". Torraca e Santi aprono con una panoramica informativa del rinnovato interesse verso il tema del lavoro nella letteratura italiana degli ultimi tre decenni. Un ritorno di fiamma (ossidrica?) dopo gli anni roventi del gruppo del '63 e autori come Paolo Volponi (anche lui un dottore in giurisprudenza, avendo conseguito la laurea a Urbino nel 1947). Particolarmente affine alle tematiche del volume, il paragrafo L'istituto giuridico della mobilita: "L'autore rappresenta letterariamente la mobilita, per la prima volta, pochi anni dopo la nascita dell'istituto giuridico omonimo. Cosi come disciplinata originariamente dalla legge 23 luglio 1991, n. 223 al capo II (Norme in materia di mobilita), la mobilita e le altre misure a essa collegate avevano sostanzialmente due obiettivi: da un lato, favorire il controllo sindacale sui licenziamenti, si tratta infatti di una disciplina prevista per i licenziamenti in forma collettiva e dunque, in genere, per licenziamenti che riguardano un numero elevato di lavoratori e che percio tendono a interessare l'intera collettivita e non solo i singoli individui coinvolti dall'altro lato, e soprattutto, agevolare il reimpiego a specifiche categorie di lavoratori, garantendo loro un reddito durante il periodo di mobilita, si tratta di quei lavoratori che le aziende ammesse a usufruire del programma straordinario di integrazione salariale non sono riuscite a reimpiegare e che percio decidono di licenziare". Illustrando le pagine di Trevisan, gli autori compiono anche opera di divulgazione delle leggi italiane del lavoro, sia attraverso i brani citati direttamente da Trevisan, sia con quelli interpolati da loro. Poiche restiamo comunque nel discorso letterario, vorremmo sollevare la domanda se non sia errato percepire una non ovvia consentaneita tra la sensibilita di Vitagliano Trevisan e quella di Giovanni Verga. Il "perdente" protagonista di Trevisan sembra un discendente diretto dei Malavoglia, in quanto tutte le sue rovine iniziarono da un desiderio di guadagno, dal non sapersi accontentare. Una ricca fase preparatoria precede l'analisi. Rimarchevole e la digressione sulla natura della letteratura del lavoro e sui dubbi che nascono da ibridizzazioni che si legge nel paragrafo La rappresentazione del lavoro e gli altri saperi ove la posizione fuori coro dello studioso Simonetti viene citata e discussa. Citiamo qui le parole di Simonetti: "lo spazio e tutto per gli sfruttati, rappresentare uno sfruttatore--rappresentarlo in forma artistica, cioe problematica--sembrerebbe una mancanza di riguardo o una cattiva azione". Le perplessita di Simonetti verso la letteratura del lavoro vengono refutate dagli autori dell'articolo, in nome di quello "scarto di senso" che la letteratura offre rispetto alla rigidita del fatto giuridico.

Il genere del giallo. Una designazione tutta italiana. Tradurla in altre lingue non avrebbe senso, perche legato a una consuetudine editoriale italiana che rivestiva con una copertina giallo canarino le storie poliziesche o di investigatori privati. Nel mondo, le designazioni piu comuni per il genere sono detective stories e roman policier. Si e gia detto che il primo detective donna apparve in un romanzo d'appendice di Carolina Invernizio ai primi del secolo XX. Ma l'Italia era gia comparsa sulla scena dei romanzi polizieschi con il napoletano Francesco Mastriani che anticipa i personaggi di Conan Doyle sin dal 1852, anche se forse l'avo dei gialli puo considerarsi The Murders in the Rue Morgue (1841) di Edgar Allan Poe. Un grande scrittore resta tale in ogni circostanza e in effetti poche lavori di questo genere possono competere con lo stile del romanzo di Poe, forse uno dei primi lavori "animalisti" in cui si tende a non colpevolizzare lo scimmione assassino, ma a capirne le ragioni (tendenza stravolta in tempi a noi piu vicini da romanzi e film come Jaws, noto in Italia come "lo Squalo" che hanno fatto fortuna presso il grande pubblico demonizzando varie specie animali). Francesca Facchi ci rimanda alle origini del genere con il suo lavoro "Per una metodologia del protogiallo italiano: problemi e proposte". Ci piace mettere in luce che Facchi come Francesco Bratos il cui contributo segue immediatamente questo, sono giovani studiosi alla fine del loro dottorato, rispettivamente in Canada e negli Stati Uniti. Il che testimonia dei criteri seguiti dal curatore nella selezione dei saggi: l'interesse del soggetto e la maniera di trattarlo. Cosi si ritrovano insieme un Accademico d'Italia e un noto scrittore, alti magistrati e studiosi all'inizio del loro percorso. E se i criteri di scelta sono stati selettivi, va anche detto che molti altri contributi avrebbero potuto essere inclusi, se non fossero intervenute limitazioni editoriali. Cio fa sperare in una crescita di interesse per il soggetto trattato in questo volume che qualcuno ha generosamente definito come uno dei primi nel suo genere in Italia. Ritorniamo al "giallo": Facchi seguendo le orme dello studio di Loris Ramballi (1979) riconduce giustamente l'origine del "giallo" alle pubblicazioni Mondadori del 1929. I cinesi non c'entrano, nonostante quanto scrivesse nel 1936 un pennaiolo dell'era fascista, citato nel contributo, il quale assegnava la paternita del genere alla Cina, sia per il colore della pelle della popolazione "che e giallissima" (sic!) sia per una presunta predisposizione cultura prona all'intrigo e al delitto". (Queste asserzioni suonano come compendio di quella mentalita contro cui si erse giustamente la political correctness). In realta, come riporta l'autrice: "I libri pubblicati dalla casa editrice milanese presentavano d'altronde tutte le caratteristiche di un genere gia codificato--fatto che non sorprende, se si ricorda che i primi volumi proponevano traduzioni di autori gialli inglesi, americani e francesi (Pieri, 2011: 1), paesi in cui la tradizione del poliziesco era profondamente radicata da tempo. Inoltre, come sottolinea Maurizio Pistelli, il dichiarato intento di Mondadori era "voler offrire una serie di romanzi polizieschi di alto livello artistico, in modo da poter essere esposti senza remore--grazie anche a un'elegante veste grafica--sugli scaffali delle biblioteche private degli italiani". Facchi va a ritroso nel tempo, attraversando i circa ottanta anni precedenti la nascita del poliziesco italiano e della sua designazione cromatica, l'epoca cioe del "protogiallo". Il campo e tutto da esplorare, perche gli studi sul tema sono agli inizi e, come ammonisce l'autrice "affrontare un tema quale le origini del poliziesco italiano comporta molteplici problemi metodologici." La lettura del lavoro di Facchi procede da qui scorrevole e per nulla misteriosa.

Francesco Bratos in "Ignorantia Legis Non Excusat. The Trial and the Affirmation of the Legal Thriller" avanza l'ipotesi che il successo in Italia del romanzo giudiziario, o processuale, va anche attribuito alla centralita del ruolo della magistratura nel confrontare il potere politico e i suoi abusi. Cosi si ritorna alla premessa teorica fondante questo intero volume, e cioe che l'Italia possiede una tradizione storica profondamente giuridico-legalista, e ne si portava prova citando la rivoluzione pacifica operata dai magistrati di Mani Pulite nel 1992. Bratos osserva che molti "important writers started attending popular trials to find inspiration, seeing in the trial not only an effective instrument to represent the catharsis of human passions but also as a moment of revelation of justice, being it human or divine." E del resto gia altri autori in questa raccolta hanno toccato il tema delle affinita tra la scena processuale e la scena teatrale. Meritorio dell'impegno di Bratos va considerata anche la rassegna di opere letterarie italiane ottocentesche in cui il processo, e quindi il diritto, esercita un ruolo centrale. Alcune di queste opere sono quasi sconosciute, come Il processo Duranti (1874) di Antonio Bettoli, Il processo Montegu (1882) di Gerolamo Rovetta e il piu noto Il processo di Frine (1884) di Edoardo Scarfoglio. Sviluppando l'assunto di partenza della sua ricerca, Bratos analizza la scrittura di Gianrico Carofiglio, autore che compare anche nella sezione Dialoghi con gli autori di questo volume. L'analisi dello scrittore-magistrato e del suo personaggio, l'avvocato Guerrieri costituisce il fulcro del contributo.

Un altro giudice-scrittore termina la sezione saggi critici del volume. Massimo Ferro, cassazionista, presente anche nella sezione degli scrittori, presenta un lavoro che ci sembrava perfetto come conclusione, da un lato in quanto ricapitolazione generale dei discorsi intrecciatesi fino a adesso, dall'altro perche invita allo studio di nuove voci giuridico-letterari. "Gli ultimi narratori di giustizia: un'esperienza italiana di letteratura del diritto" idealmente e inconsapevolmente chiude il cerchio iniziato con il quesito iniziale da Vitali ossia cosa cercano i giuristi nella letteratura. Ferro risponde con riflessioni di giurista-scrittore, sensibilita di scrittore, erudizione di lettore vorace. Le riflessioni sono di un giurista che cerca nella letteratura il passaggio verso l'oltre, cio che il diritto non puo sempre fornire. La letterarieta della scrittura del saggista appare chiara nel lungo passaggio, quasi un discettare, sul ruolo della luce nel romanzo giudiziario. Sembrano istruzioni per una regia cinematografica: "nessun incipit per questi autori sembra propriamente accadere alla luce o comporsi in una assoluta pienezza visiva: quando essa e descritta e scarsa, filtrata, intermediata dalla notte gia giunta, dal chiuso di un'auto o di uno studio, addirittura nemica del sonno (per l'Andrea di La vita dipinta di Filippo Danovi), impotente a proteggere un piccolo malvivente in una "serata storta" (Questa conoscenza ultima di Umberto Apice), attutita dalle pareti di un edificio solenne e grave, racchiusa dai muri di un ristorante a proteggere un conciliabolo fitto, consegnata all'avvio di una storia che pero parte dentro un'automobile e non ancora all'aperto, segregata in un capannone, abbassata dagli scaloni e i corridoi di angusti uffici decorati da tomi scuri, eccezione al buio di un parco (Solo la verita, di Navarra), immaginata prima delle uscite di una stazione ferroviaria (Agnello Hornby, Vento scomposto). Questa modalita di esordio--l'ombra o comunque il controllo della luce - sembra rinviare ad una solenne e quasi liturgica ammissione di necessaria concentrazione che apparterrebbe a tutti i mestieri del diritto, e dunque postula che esso esige un raccoglimento, un'immunita da condizionamenti, quasi incompatibile con la pienezza e l'irregolarita della vita." Infine, Ferro ci trascina con erudizione in puntuale rassegna ragionata. Cio rende questa saggio posto a conclusione della sezione saggi, a sua volta, un punto di partenza per ulteriori approfondimenti nel campo.

La fine della sezione articoli non segna la fine del volume. La novita di questa iniziativa, crediamo, sia aver incluso la voce diretta di autori in cui il diritto, la materia giuridica, costituisce un'importante fonte di ispirazione. Giustamente, la scrittura rifiuta etichette, perche molteplici possono essere le sue scaturigini e i suoi fini. Pero e un fatto che per gli autori inclusi--quelli che hanno cortesemente risposto al nostro invito- gli studi e l'esperienza biografica nel campo giuridico rappresentano una componente importante. Gli autori che compaiono in questa sezione in alcuni casi hanno anche contribuito al volume con un intervento (Vitale, Savarese, Ferro). Inizialmente si era pensato di porgere a ciascun scrittore le stesse domande, ma poi ci si e accorti che il risultato avrebbe fatto torto alle individualita di ogni artista e generato un prodotto alquanto meccanico. Cosi le domande si sono trasformate in una sorta di dialogo tra il curatore e gli autori. Le osservazioni possono non sempre avere trovato un orecchio amico, e in un caso le risposte sono piu concise delle domande. Ma questo e la conversazione letteraria: non necessariamente un cortese gioco di salotto, fermo restando il rispetto reciproco dei conversanti. Tra i "dialoganti" si e voluto includere un editore di testi in cui letteratura e diritto si amalgamano per mostrare ancora un altro aspetto di questo campo, di solito sottaciuto: la scrittura e anche, per alcuni, business oltre che passione. La collana di narrativa Versus costituisce un caso unico in Italia, in quanto gli autori che vi partecipano sono tutti giuristi o in qualche modo operatori del diritto.

Anthony Russell, anglista dell'universita di Richmond, in Virginia, conclude il volume con una accorata riflessione (arringa, forse?) nella quale la recente contesa Ford-Kavanaugh viene passata al setaccio di un lettore fino di Shakespeare, in un originale confronto con "Il Mercante di Venezia". Si era iniziato con una introduzione senza note, "all'inglese" come qualcuno dice, e si conclude con un medaglione, anche esso senza note.

Desidero ringraziare Mario Mignone che mi propose questo lavoro durante un caffe a Roma, e Annette Palazzo e Saoirse Milotte che hanno avuto pazienza nel processo editoriale. Eventuali (e probabili) errori di interpretazione e refusi sono addebitabili esclusivamente a chi scrive, che se ne scusa in anticipo. Questo volume e dedicato a Gerardo Piciche e John Edward Long. Il primo ha abbracciato il diritto per tutta la vita, e ora il diritto costituisce la sua ancora alla vita. Il secondo, invece, mentre queste righe vengono ultimate, sta lasciando questa in vita.

Bernardo Piciche

Virginia Commonwealth University, USA

Autore corrispondente:

Bernardo Piciche, Virginia Commonwealth University, School of World Studies, International Studies Program; Lafayette Hall 311; 312 North Shafer Street. Richmond, VA 23284; USA.

Email: bpiciche@vcu.edu

DOI: 10.1177/0014585819865457

[Please note: Some non-Latin characters were omitted from this article]
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Title Annotation:Introduction
Author:Piciche, Bernardo
Publication:Forum Italicum
Date:Aug 1, 2019
Words:16111
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