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Dialogo: Vincenzo Vitale.

Vincenzo Vitale. Gia magistrato presso diversi Tribunali e Corti d'Appello, oggi esercita la libera professione di avvocato. Docente presso l'Universita Cattolica di Milano e di Piacenza e presso quella di Catania, giornalista pubblicista, autore di oltre duemila editoriali su testate nazionali. E componente del Consiglio Centrale della Unione Giuristi Cattolici Italiani, in Roma. Socio--gia componente del Consiglio Direttivo--della Associazione "Amici di Leonardo Sciascia". Ha pubblicato un centinaio di saggi su riviste giuridiche specializzate e su riviste di cultura filosofica, politica e sociale. Fra l'altro, ha pubblicato Diritto e letteratura. La giustizia narrata (Milano, Sugarco, 2012), Per grazia o per giustizia? Piccola riflessione filosofica (Catania, CU.E.L.C., 2012), L'esperienza giuridica del silenzio (Milano, Mimesis, 2018) e il racconto In questa notte del tempo (Palermo, Sellerio, 2000), di cui uscira la traduzione spagnola nel corso di quest'anno per la casa editrice El Perro Malo di Toledo.

In riferimento alla epigrafe posta all'inizio del tuo In questa notte del tempo: sei convinto che perseguire la giustizia offra saggezza (e quindi mediatas) a chi pati?

Letteralmente, la citazione di Eschilo posta in esergo del mio racconto In questa notte del tempo, vuol dire che la giustizia "inclina" nel verso di chi abbia patito un torto, un male. E inclina perche desidera proteggere la vittima dando un senso al dolore, riconoscere il suo buon diritto, ma senza mai oltrepassare la giusta misura, l'equilibrio di responsabilita e pena che essa deve garantire. Altrimenti si trasforma in iniquita.

Il contesto legale del tuo racconto appare sin dall'inizio ("le prigioni", p. 15), ricorre tra le pagine ("il giudice istruttore, non essendo Cesare di nulla imputato", p. 59) per concludersi con barocca circolarita nel contesto legale: "I 'udienza in tribunale" (p. 84). Questa precisa incorniciatura della vicenda tra due concetti che afferiscono al mondo del diritto e voluta?

No. Questa sorta di perimetrazione di sapore legale del racconto non e affatto voluta, nel senso che non e stata premeditata nel corso della scrittura. Ma forse proprio per questo puo esser considerata ancor piu significativa di quanto sarebbe se fosse stata preordinata.

Evidentemente, emerge dall'inconscio formalizzandosi nella scrittura, la quale, proprio per questo, piu vera e genuina di cosi non potrebbe essere. Almeno, credo. E spero. Comunque, non poteva che esser che cosi, dal momento che la storia narra di un fascista convinto come Interlandi, dedito alla propaganda razzista, che, nell'Italia dell'immediato dopoguerra, viene salvato da un avvocato antifascista, Enzo Paroli, il quale lo difende nel processo a sua carico, e lo nasconde anche in cantina, insieme alla sua famiglia, per sottrarlo ad una probabile esecuzione sommaria. Paroli, insomma, con il suo coraggio, riafferma le ragioni del diritto, contro quelle della violenza e della vendetta.

La riflessione sulla necessita della certezza del diritto e/o dell'habeas corpus (p. 16) viene suffragata dall'esito di In questa notte. Ma quella di Interlandi non puo essere definita come apologia di reato? Lo adombri anche tu a pagina 80: "ha contribuito a creare". In quella stessa pagina 80, si fa accenno al concetto di Veritas filia temporis. La Storia assume un ruolo superiore ai giudizi contingenti di un tribunale. Interlandi meriterebbe compassione perche non ha ucciso nessuno? Ma non e il suo un crimine di istigazione al genocidio (non di apologia di reato, perche non era reato incitare alla eliminazione di ebrei, gitani, omossessuali, ecc.)? Interlandi puo davvero sperare in una redenzione alla luce della riflessione storica perche e coerente con le sue idee? Vale la coerenza a redimere un invasato che ha contribuito a istigare all'Olocausto?

Voglio sperare che il racconto metta in chiaro che Interlandi--quale direttore de La difesa della razza--non puo sperare in alcuna redenzione, almeno su questa terra. Certo, egli non era parte nella catena di comando che condusse alla deportazione degli ebrei e alla loro soppressione, non aveva cioe commesso delitti specifici in senso giuridico. Ma aveva fatto di peggio. Aveva contribuito in modo determinante a creare le condizioni spirituali e psicologiche perche quei delitti potessero esser consumati. Come ho scritto altrove--in una intervista pubblicata insieme alla traduzione spagnola del racconto, che uscira a breve--Montesquieu e Diderot, per certi aspetti, furono giacobini piu e meglio di Robespierre. Allo stesso modo, Interlandi non uccise nessuno, ma penso e diffuse pensieri che propiziarono i campi di sterminio, ove vennero uccisi milioni di esseri umani.

La riflessione sul "desiderio di vendetta" (p. 38) sembra una perorazione contro la pena di morte, considerata da alcuni come strumento di giustizia. Era questo il senso della riflessione messa in bocca ai protagonisti della vicenda?

Il senso di quella pagina sta nella presa d'atto che la violenza si puo annidare ovunque, perfino nell'anima di chi abbia patito mali gravissimi, quali la persecuzione politica. Il perseguitato rischia--mutate le condizioni storiche e sociali--di diventare a sua volta persecutore, di farsi guidare appunto dal desiderio di vendetta, come accade appunto, nel racconto, a Belardini. La morte, vista come la pena ultimativa, non sfugge a questa dinamica. Anche per questo essa va sempre rifiutata.

Le tue narrazioni mostrano grande fiducia nell' "intervento legale" (p. 40). Sei d'accordo che, anche nei momenti piu oscuri, la tradizione italiana resta fortemente legata al rispetto, almeno formale, di un ethos giuridico? La "rivoluzione" di Mani Pulite del 1992 fu attuata della magistratura, non dalle barricate.

La fiducia nella legalita ovviamente ci deve essere, come in genere la fiducia nelle istituzioni. Ma non tutto si risolve nella legalita. Anzi, questa per se sola e un valore debole, se non e orientata nel verso della giustizia, che e la piena verita del diritto. Senza questo orientamento, la legalita pura e semplice rischia di diventare un involucro vuoto, buono per tutti gli usi. Si rischia insomma di cadere nel formalismo kelseniano e di giustificare--attraverso la Grundnorm--perfino le leggi razziali. In Italia, al principio degli anni novanta, ci fu senza dubbio un uso molto spregiudicato della custodia cautelare in carcere, che venne usata per scopi ulteriori non previsti dalla legge: per esempio, per indurre la persona arrestata in via cautelare a confessare e a coinvolgere altri eventuali correi. Ecco perche, l'allora Presidente dell'ENI--Gabriele Cagliari--accusato per finanziamenti illegali ai partiti, si tolse la vita in carcere. Messo di fronte al dilemma se coinvolgere i suoi sottoposti--che lui sapeva essersi solo limitati ad obbedire alle sue direttive--o restare in carcere magari per anni, risolse il problema suicidandosi. E non fu il solo. La custodia cautelare non era stata pensata per questi scopi. Ma anche per questi scopi fu usata.

In merito alla necessita di rispetto di una qualche parvenza giuridica ("difensore d'ufficio", p. 50), sembri sostenere che una "farsa" (che poi non si rivelera tale) sia preferibile alla negazione delle forme giuridiche. E giusta questa percezione?

Non credo che una "farsa" sia preferibile alla negazione delle forme giuridiche. Anzi, al contrario, penso che le forme processuali possano essere per loro natura pericolosamente esposte al tentativo di svuotamento di ogni significato giuridico, costituendo per il potere una sorta di alibi sociale e politico. Mentre la negazione di ogni forma e immediatamente percepibile, l'assunzione di forme sapientemente addomesticate sfugge all'attenzione, crea l'illusione della regolarita giuridica, mentre si tratta di pura ipocrisia sociale, tanto pericolosa, quanto piu mascherata. Ernst Fraenkel, un politologo tedesco del novecento, in un suo studio dal titolo Il doppio Stato, lo illustra assai bene. Il sottotitolo del libro, Contributo alla teoria della dittatura, e ancora piu significativo. Interlandi, da buon fascista, pensava che sarebbe stato trattato con lo stesso metro dal fascismo adoperato--quello delle forme prive di sostanza giuridica--ma Paroli lo sorprende: il suo sara un vero processo di diritto e per questo l'avvocato spera possa essere assolto. Come poi accadra.

Il valore ontologico della "giustizia" sta forse in quel "discernere i buoni dai cattivi" (p. 51)? Nello stesso tempo, solo un dio puo esercitare giustizia perfetta. L'animo umano e troppo complesso da discernere. E chi giudica non puo conoscere le storie degli altri nella loro pienezza. Alludi a questa dicotomia insuperabile tra la giustizia umana e quella assoluta (per non dire divina) quando scrivi "quei tanti [...] non visibili [...] nel segreto dell'anima di ciascuno" (p. 52)?

Compito della giustizia e ripartire i torti dalle ragioni, distinguere il giusto dall'ingiusto. Ma la giustizia umana--in quanto umana--non puo che essere limitata, parziale, imperfetta. Essa non potra mai scorgere le profondita dell'anima umana. Solo la giustizia divina ne e capace. Il problema serio nasce quando il giudice umano perde il senso del limite, pensando di poter dispensare una giustizia perfetta, assoluta. Qui nasce ed alligna la dittatura del potere giudiziario sugli altri poteri e sugli uomini. A questo proposito, Vittorio Mathieu aveva notato, vari anni or sono, che il problema della divisione dei poteri--nello Stato di diritto--sta nel fatto che ogni potere esercita "tutto il potere"; aggiungo che mentre il potere giudiziario puo sconfinare nel territorio di quello esecutivo e di quello legislativo, questi sono del tutto disarmati rispetto a quello giudiziario, non possono sindacarne in alcun modo le scelte.

Di questo squilibrio fra i poteri dello Stato soffre oggi l'Italia: basti pensare che un Tribunale intende processare addirittura per sequestro di persona un Ministro della Repubblica, per aver questi impedito ad alcune centinaia di migranti di sbarcare nel porto di Catania.

Un atto genuinamente politico viene cosi sottoposto ad una deliberazione giudiziale. Per estremizzare, e come se i Tribunali napoleonici avessero preteso di valutare in sede processuale--e percio in chiave giuridica--la dichiarazione di guerra fatta da Bonaparte all'Austria. Una cosa del tutto priva di senso: dello Stato, delle istituzioni, del diritto.

Sempre connesso al tema della giustizia: pensi che esista davvero una "incrollabile certezza di non errare" (pp. 70-71)? La giustizia quale ente assoluto, non e forse come la verita dei filosofi: un bene perseguibile sempre, raggiungibile mai?

Per quanto la giustizia umana sia sempre parziale ed imperfetta, in alcuni casi ogni uomo puo attingere la percezione "incrollabile" di non errare. Cio accade di rado, ma accade. Per esempio, di fronte alla pena di morte. Chi la rifiuti senza condizioni puo percepire di essere nel giusto senza dubbio alcuno. E cio non perche la pena di morte sia crudele o eccessiva; ma perche essa stessa si lascia cogliere come pena "assoluta" e l'uomo--in quanto essere limitato e fallibile--non puo mai esser da nessuno e da nulla legittimato a disporre di una dimensione "assoluta": la morte e la vita dispongono dell'uomo, ma l'uomo non dispone della morte e della vita.

Per Paroli, la certezza incrollabile e quella di dover difendere Interlandi, qualunque fosse il colore della camicia da lui indossata, nera o rossa. Era un uomo, e questo bastava.

La sfida dell'avvocato non e forse difendere un "indifendibile" (p. 57), come per il medico, curare un incurabile? Ma nel secondo la motivazione e etica (e per questo il medico che rifiuta di curare Cesare tradisce il suo ruolo, e si pone sullo stesso piano dei criminali fascisti). Per l'avvocato, quando l'accusato non e innocente, e l'avvocato ne e consapevole, la sfida del difendere va ascritta alla categoria della deontologia professionale o a quella dell'ego del sofista? In altre parole, l'avvocato che difende un criminale lo fa per etica professionale o per vanita di dimostrare, almeno a se stesso, quanto sia bravo a forgiare la realta, a convincere gli altri con il suo ragionamento, anche tendenzioso.

Da un certo punto di vista, Interlandi e indifendibile. Razzista, duro, ostinato, fascista... un grumo di nequizie. Ma Paroli sa che, proprio in quanto indifendibile, Interlandi va difeso. E non perche non abbia commesso alcun reato in senso stretto, ma perche, pur portando sulle spalle enormi responsabilita morali e sociali, non puo farsi per lui eccezione alla logica del diritto e della giustizia, in virtu della quale chiunque ha diritto di essere difeso, anche il piu bieco assassino. Difendendo chi appare indifendibile, ogni avvocato sa di svolgere un compito necessario e indifferibile. Potremmo dire--parafrasando cio che Vladimir Jankelevitch dice a proposito del perdono, e cioe che solo l'imperdonabile merita di esser perdonato--che solo l'indifendibile merita veramente di esser difeso.

Ritornerei al rifiuto del medico di curare un ammalato. Non e un atto criminale, penalmente perseguibile? Nello stesso tempo, perche questo istigatore di massacri va salvato? Non ha ucciso materialmente, ma ha suffragato il genocidio.

Certo che il rifiuto di Belardini di curare il figlio di Interlandi rappresenta un reato, rifiuto di atti di ufficio, l'ufficio appunto di curare chi soffre, al quale un medico e sempre tenuto. Ma rappresenta anche la vendetta violenta, frutto dell'odio. Odio che genera appunto altro odio. Paroli spezza la catena--di per se interminabile, ci ricorda Rene Girard--dell'odio e della vendetta. Ristabilisce l'ordine della giustizia. Il giudizio su Interlandi sara politico, morale, storico, ma non giuridico.

Il tema della compassione compare in piu punti del testo, o come assenza (medico, personale carcerario, partigiani, repubblichini) o come forza che conferisce valore al vivere ("prova suprema del mio vivere, del mio stesso onore di uomo", p. 79; "gioire con chi gioisce e piangere con chi piange", p. 70). Sei d'accordo che esso costituisce pure l'oggetto della riflessione giuridica, perche uno degli elementi nel giudizio di equita? E come vedi da giurista la relazione tra giustizia/verita e compassione? Se la giustizia e sorella della verita, possiamo mai ottenerla? Giustizia e salvare un apologeta di crimine contro l'umanita solo perche e un uomo onesto e coerente con le sue idee?

Chi dice giustizia dice anche--lo sappia o no--misericordia, della quale la compassione e una declinazione. Tutta la tradizione culturale occidentale, sia filosofica che teologica, lo sa bene. La scolastica medievale lo teorizzo con la potenza speculativa di S. Tommaso, per il quale "giustizia senza misericordia e crudelta, ma misericordia senza giustizia e madre della dissoluzione".

Da questo punto di vista, la misericordia altro non e che la perfezione della giustizia, che da essa non viene affatto menomata, ma invece visibilmente dispiegata. Si pensi alla nota parabola evangelica del "Figliol prodigo"--oggi ribattezzata del "Padre misericordioso"--ove il perdono concesso dal padre ad un figlio che non aveva avuto neppure il coraggio di chiederlo, nulla toglie ai beni o all'amore che il padre riserva all'altro figlio, pienamente riconosciuto nelle proprie "giuste" ragioni.

Sicche, bisogna considerarlo un grossolano errore aver tolto, nel 2009, dalla denominazione ufficiale del Ministero italiano ogni riferimento alla "Grazia", lasciando soltanto la "Giustizia", iniziativa dovuta all'allora Ministro Diliberto.

Quasi che rimuovendo la "Grazia", si possa garantire piu "Giustizia". Mentre e esattamente il contrario: soltanto nella "Grazia" (se si preferisce, nella aequitas) si raggiunge la perfezione della "Giustizia". Pero, per capirlo, bisogna possedere una adeguata sensibilita giuridica e culturale, oggi forse poco diffusa, e, per questo, necessaria.

Ma qui, non e neppure questione di misericordia. Interlandi, pur pesantemente gravato da colpe morali e politiche, non ha personalmente commesso alcun crimine e percio la giustizia umana non puo che assolverlo: egli va percio opportunamente difeso.

Altra cosa, in parte diversa, e la pieta, la vera cifra che pervade tutto il racconto. Paroli e intriso da un sentimento di umana pieta per Interlandi, per i morti in guerra, i perseguitati, gli affamati del dopoguerra, gli stessi violenti dell'Italia settentrionale della fine del 1945 e infine per se stesso: un antifascista che difende un fascista.

Si tratta di un sentimento universale, non esente da una vena di inevitabile malinconia, che sempre lo accompagna e che lo assiste nel suo compito di difendere Interlandi.

Quali sono i tuoi modelli letterari e lo stile di scrittura che persegui?

Con questo racconto, che ho scritto per un preciso e inderogabile impegno assunto con Leonardo Sciascia, ho esordito nella scrittura, per dir cosi, creativa e non puramente saggistica o filosofica, alla quale ero invece avvezzo.

Ho molto riflettuto e ne ero quasi intimorito, ma di una cosa sono stato subito certo: non dovevo cercare modelli di riferimento, ma, al contrario, ritrovare un mio stile personale. Non trovandolo, la scrittura mi sarebbe stata preclusa.

D'altra parte, lo stile personale--quello che S. Massimo il Confessore chiama tropos, quale declinazione irripetibile del Logos--risente inevitabilmente delle letture, degli autori prediletti, delle stratificazioni culturali e letterarie che nel tempo formano come un terreno di coltura per chiunque osi scrivere in chiave narrativa, propiziandone poi una sorta di sintesi finale.

Nella mia esperienza, oltre i grandissimi, i russi, il Cinquecento inglese, i romantici tedeschi, l'Ottocento francese, il Novecento americano e italiano, anche i grandi siciliani del secolo scorso: Giuseppe Tornasi di Lampedusa, Gesualdo Bufalino, Salvatore Quasimodo e, ovviamente, Leonardo Sciascia.

Non credo tuttavia che la mia scrittura sia assimilabile a quella di Sciascia. Questi aveva uno stile asciutto ed esigente, con un andamento piano ed illuministicamente razionale--benche venato da una tessitura a volte intensamente lirica.

Il mio stile credo sia diverso e per nulla assimilabile. Ma non spetta a me giudicarne il valore ed il senso. Spetta ai lettori.

Il rapporto tra diritto e letteratura viene allacciato o separato dall'amore per la verita?

Diritto e letteratura sono per loro natura orientati alla ricerca della verita. Suppongono necessariamente la verita, perche si lasciano cogliere come sentieri di ricerca autonomi, ma strettamente collegati. E di cosa andrebbero in cerca, se non della verita--della condizione umana, dei rapporti sociali e, insomma, della vita?

Non solo. La letteratura da questo punto di vista rappresenta una dimensione irrinunciabile per il giurista, perche gli consente--essa soltanto--di penetrare i recessi piu nascosti e piu veri della condizione umana e sociale, permettendogli di orientarsi verso la giustizia, che e la piena verita del diritto.

Ho cercato di illustrare questo ruolo della letteratura nel mio saggio titolato appunto Diritto e letteratura. La giustizia narrata.

Hai scritto che credi nella funzione palingenetica della letteratura. Puoi elaborare questo punto?

Ho scritto che la letteratura svolge una funzione palingenetica nei confronti del diritto nel senso che essa e in grado, di contro a tutti i riduzionismi contemporanei che vorrebbero condurre all'estinzione del diritto (formalismo, funzionalismo, postmoderno ecc.), di salvaguardarne il ruolo, inducendolo quasi a rinascere dalle proprie ceneri. Di fronte alla serieta della letteratura, i giuristi debbono rimanere altrettanto seri e smettere--mi si passi la locuzione--di menare il can per l'aia, come pure sarebbe molto piu comodo fare. Debbono "sporcarsi le mani".

Secondo te, Dante e l'etica Aristotelica che egli persegue nell'Inferno, fanno bene a punire piu severamente quelli che oggi chiameremmo "i reati dei colletti bianchi" rispetto ai reati di violenza? In alcuni ordinamenti democratici non e cosi. Una effrazione viene giudicata piu severamente di chi induce ignari clienti a usare carte di credito, stipulare polizze assicurative, e accumulare debiti per andare a scuola.

Non so bene come vedere la cosa. Queste sono scelte in buona misura delegate alla politica criminale del luogo e del tempo in cui vengono assunte. Calibrare l'entita delle pene esige attenzione da questi punti di vista. Non credo sia reperibile una visione generale applicabile sempre e dovunque. Una cosa pero e certa, perche provata dall'esperienza: aumentare la misura delle pene non serve affatto a far diminuire il numero dei reati commessi. Come la minaccia della pena di morte non e utile per scongiurare i crimini piu efferati. Anzi, dove vige la pena di morte, si registra il piu alto numero di delitti di sangue. E cio e paradossale, ma solo in apparenza.

Come pensi che "la Giustizia" possa essere narrata?

La "Giustizia" viene costantemente narrata dalla pagina letteraria, in mille articolazioni diverse e in mille lingue differenti. Le narrazioni di Von Kleist, di Tolstoj, di Gogol, di Sciascia, di Stevenson non fanno che narrare la giustizia o direttamente o, indirettamente, attraverso la sua negazione: tutte ne reclamano l'impellente bisogno. La letteratura sa bene infatti che la coesistenza umana, libera e non violenta, non puo fare a meno della giustizia. Questa ne e una condizione di possibilita imprescindibile. Il giurista a volte lo dimentica e la letteratura glielo ricorda.

In un tuo saggio, ti dedichi a una appassionata difesa dell'uso del congiuntivo. Che rapporti vedi tra una regola sintattica quale il congiuntivo e il diritto?

In quel saggio ho difeso la funzione semantica del congiuntivo, contro coloro che vorrebbero invece ridurne lo scopo ad una semplice finalita stilistica o esornativa.

Il congiuntivo introduce infatti il senso della possibilita, dell'incertezza in un universo linguistico che, se fosse dominato dal modo indicativo, non saprebbe neppure come esprimere tali sensibilita dei parlanti.

Ecco perche la regola grammaticale custodisce, per poi trasmetterlo, il senso del discorso--il Logos--pur nel necessario mutamento delle forme, dei termini, delle locuzioni.

Al pari della regola grammaticale, quella giuridica custodisce e trasmette il senso del diritto--la "Giustizia"--pur nel necessario mutamento delle leggi, delle norme, delle interpretazioni.

Stai lavorando a qualche nuovo progetto letterario?

Si. Sto scrivendo un racconto che ha come protagonista Domenico Caracciolo, Vicere di Sicilia dal 1782 al 1786. Dopo esser stato per dieci anni ambasciatore di Re Ferdinando alla Corte di Luigi XVI, intendeva introdurre riforme di carattere sociale e fiscale nell'isola, ma trovo la resistenza fortissima dei baroni siciliani, compatti nel difendere i loro antichi privilegi. Riusci a conseguire qualche piccolo risultato, ma poi, sconfitto, preferi desistere. E tuttavia, Francesco D'Aquino, Principe di Caramanico, che lo sostitui come Vicere, trovo una strada piu semplice da percorrere, proprio grazie alla fatica--che sembrava inutile--di Caracciolo. Un pezzo emblematico di storia della Sicilia reinterpretato in chiave narrativa.

Vincenzo Vitale

Autore corrispondente:

Vincenzo Vitale, Via Macalle, 18, Catania, 95124, Italia.

Email: studiovincenzovitale@gmail.com

DOI: 10.1177/0014585819846866
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Title Annotation:Intervista
Author:Vitale, Vincenzo
Publication:Forum Italicum
Date:Aug 1, 2019
Words:3526
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