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Dalla solitudine della villa alla conversazione della citta. itinerari dell'ozio in una triade di lezioni accademiche secentesche di Cesare Crispolti.

1. Breve storia dell'ozio dall'Antichita al Seicento

Gli odierni e gli antichi dizionari della lingua italiana registrano alla voce "ozio" una serie di svariate sfumature semantiche. Un esempio paradigmatico e offerto dal Grande dizionario della lingua italiana che ne riporta ben undici (XII, 306-07). La sovrapposizione nel tempo di diverse accezioni testimonia la difficolta di formulare una definizione univoca del detto termine, la cui etimologia e ancora incerta. (1) In generale prevale oggi il significato negativo (ozio quale manifestazione d'indolenza o svogliatezza) che contrasta il piu positivo ed antico concetto di ozio quale momento riservato alla riflessione, alla meditazione, o all'apprendimento delle lettere. Tra i due valori semanticamente contrari, l'ozio assume di nuovo una sfumatura moderatamente positiva quando e inteso come periodo di quiete o d'interruzione dalle consuete fatiche. La convivenza di significati diametralmente opposti nella medesima parola ha consentito una certa liberta nell'uso della stessa e ne ha determinato la fortuna lungo i secoli.

L'evidente ambiguita non e certo nuova e risale, di fatto, al termine latino otium, che Traina ha giustamente definito vox media ("Introduzione" 20). Di la dalle note concezioni personali messe a punto, per esempio, da Catullo, Cicerone, Orazio e Seneca, l'otium latino e inteso in primo luogo come il tempo libero (talvolta forzosamente libero) (2) dalle occupazioni pubbliche. Puo essere pertanto un momento di pace e di quiete, dedicato magari alle occupazioni intellettuali, agli studi. Lo stesso otium, pero, puo essere talvolta sprecato nell'inattivita, nell'inoperosita e dunque confondersi con esse. (3)

Ad inizio Seicento il Vocabolario degli Accademici della Crusca registra prontamente il valore negativo che il termine ha ormai assunto. L'ozio e definito il "cessar dall'operazioni" che "per lo piu racchiude in se non so che di pigrizia e di riposo vizioso." (4) Non a caso le ulteriori occorrenze di "ozio", disseminate qua e la negli esempi che seguono i lemmi del Vocabolario, sono accostate al peccato capitale della "lussuria" o, in alternativa, alle voci che indicano decadimento fisico o morale ("immortire", "inmarcire", "lascivia", "poltroneggiare", "soddomito", "tedio"). Il Vocabolario considera dunque l'ozio alla stregua di un vizio, che l'uomo talvolta colpevolmente ricerca. Tale equiparazione non risale certo unicamente al vocabolario degli accademici toscani, ma appartiene gia alla sapienza popolare. L'ozio e infatti definito "il padre del vizio" nel primo della serie dei brillanti proverbi che Orlando Pescetti menziona nella sua raccolta alla voce ozio (175r).

Si registrano copiosi, tra XVI e XVII secolo, gli avvertimenti a rifuggire dall'ozio. (5) Il napoletano Tommaso Costo intitola emblematicamente "Il fuggilozio" la sua raccolta che comprende le novelle, i motti e le facezie raccontati da un gruppo di amici per alleviare l'"oziosa malinconia" (25) del priore Ravaschiero. Nelle pagine iniziali l'autore avverte il lettore di evitare l'ozio con mezzi consoni ed aggiunge che proprio a questo fine gli puo venire in aiuto la lettura della sua raccolta:

Quanto e manifesto a ciascuno il dannosissim'ozio doversi fuggire con mezi pero che onesti e non punto biasimevoli sieno, tanto mi rendo io sicuro che la fatica alla quale mi son messo debba essere a chiunque vorra vederla non poco grata e che in esso quello effetto a fare abbia, che da piacevole et esemplar lezzione si puo sperare.

(1)

Il rimedio escogitato per mitigare sia la sofferenza di Ravaschiero, affetto dalla gotta, sia l'ozio dell'immaginario lettore, e dunque l'intrattenimento letterario: una pratica che unisce compiutamente le dimensioni dell'utile e del dulci. E mossa da punte di risentimento altrettanto profondo una poco nota orazione In biasimo dell'otio che Alberto Lollio scrive agli Accademici Occulti negli anni '60 del Cinquecento. L'ozio e il grande avversario, e l'"horrendo, crudele e pestilentioso mostro [...], nimico della virtu" (2r), che gli accademici bresciani devono impegnarsi a combattere. Sulla scorta degli esempi classici, Lollio li esorta a non disperdere il proprio tempo nell'inerzia e a dedicarsi invece alla virtu e alla sapienza. Il letterato ferrarese raccomanda agli Occulti di godere solamente di quella dolce "fatica" (parola che ricorre spessissimo nel testo) che viene dall'aver portato a maturazione le sementi date da Dio. Soltanto l'applicazione, lo studio, la pratica e il continuo esercizio--sostiene Lollio--allontanano l'ozio e consentono il conseguimento di "opere virtuose" (2v).

Ancora: nell'orazione di Cesare Rao Contro gli otiosi, l'autore senza mezzi termini definisce l'ozio una "pestilentissima fera", un "abominevolissimo mostro" (89r); Silvio Antoniano, noto per essere stato uno degli eruditi cui Tasso sottopose la Gerusalemme liberata, considera l'ozio "uno de i maggiori inimici de i giovani", maestro del peccato, agente scatenante di "appetiti" sensuali (163r). In un suo Discorso del 1591 il letterato udinese Niccolo Strasolini opera una precisa distinzione tra la virtu e l'ozio, considerati tra di essi non solo incompatibili ma antitetici. Di qui, Strasolini compone una vera e propria invettiva contro gli oziosi, rei di perdere "tempo in vanissimi discorsi" e di intrattenersi in "cose minime [...] come se fossero di gravissima importanza" (B3r). Dimostrando particolare attenzione a cogliere le eventuali ricadute pratiche dell'ozio, il letterato friulano non manca pero di precisare che gli "honesti e leciti trattenimenti" sono invece concessi all'uomo impegnato nei negozi "per raddolcire talvolta le travagliate passioni dell'animo humano" (B4v). I momenti d'ozio non sono del tutto liberi, ma devono anch'essi sottostare al rispetto di due precetti etici del classicismo cinquecentesco: la moderazione (per cui questa attivita ricreativa non deve esser cosi lunga da venire a "noia") e la convenienza (per cui il "trattenimento" e ammesso perche "honesto" C2v).

2. Cesare Crispolti, gli Insensati e le lezioni sull'ozio

A differenza della maggioranza dei testi finora citati, le tre lezioni inedite del perugino Cesare Crispolti, che sono oggetto del presente intervento, si propongono di dichiarare sia il valore positivo sia il valore negativo dell'ozio, dilatando fino all'estremo l'ambivalenza del termine in esame. Prima di discutere il contenuto delle stesse, mi limito a offrire una breve biografia del loro autore, ancora non molto noto agli studiosi. (6)

Membro di una famiglia di antica nobilta, Cesare Crispolti nasce nella citta umbra nel 1563. Entrato in seminario a 14 anni, Crispolti ha occasione di frequentare le lezioni del celebre latinista Marco Antonio Bonciari, con cui sara in stretto contatto anche dopo gli anni della prima formazione. (7) Conclusa l'esperienza seminaristica, Crispolti e ordinato sacerdote nel 1588, dopo esser gia divenuto, nel 1586, canonico della cattedrale di san Lorenzo. Accanto alla carriera religiosa, Crispolti si dedica allo studio del diritto addottorandosi in utroque iure nel 1591 ed entrando a fare parte, l'anno successivo, del collegio dei giuristi della citta di Perugia. Sempre refrattario alle lusinghiere richieste dei "primi porporati della corte", che, "invaghiti delle sue virtu", con insistenza lo chiamano a Roma, Crispolti trascorre la sua esistenza interamente a Perugia, dove diviene il principale organizzatore della vita culturale perugina (Agostini, citato in Patrizi 31). In casa sua non solo accoglie una collezione tutt'altro che trascurabile di opere d'arte, (8) ma ospita anche le riunioni delle due piu influenti accademie perugine del secondo Cinquecento, quella degli Unisoni e degli Insensati. La partecipazione ai due sodalizi ha senz'altro avuto riscontri positivi sulla sua eclettica attivita di studioso che presenta una serie di opere piuttosto distanti tra loro per i temi affrontati. Pur avendo dato alle stampe soltanto un trattato educativo, l'Idea dello scolare del 1604, Crispolti e autore di importanti opere storiche, quali gli Annali delle guerre civili e Perugia Augusta, uscita postuma nel 1648, e di una sorta di guida della citta di Perugia, la Raccolta delle cose segnalate (1597), edita nel 2001 da Laura Teza. Sono andate invece perdute le sue raccolte di rime e di lettere.

L'Accademia degli Insensati, di cui diviene il leader dagli anni '90 del Cinquecento, gode di una certa notorieta a cavallo tra il XVI e il XVII secolo. (9) Vi partecipano, per esempio, Paolo Mancini, fondatore a inizio Seicento dell'Accademia degli Umoristi, Maffeo Barberini, futuro Urbano VIII, i cardinali Bonifacio Bevilacqua, Carlo Conti, Silvio Savelli, i poeti Giovan Battista Marino, Gaspare Murtola, Aurelio Orsi, oltre al citato Bonciari e ai perugini Filippo Alberti, Leandro Bovarini, Giovan Battista Lauri, Fulvio Mariottelli, e cosi via. Il significato dell'impresa dell'accademia e di grande interesse per il tema che si viene trattando. L'emblema collettivo presenta uno stormo di gru che reggono una pietra e volano sopra il mare. Fuor di metafora, gli Insensati intendono dimostrare che loro, come le gru zavorrate dal peso dei sensi (i sassi), riescono comunque a indirizzare i propri pensieri verso le cose celesti, dimenticando le basse pulsioni terrene. Gli accademici si definiscono percio Insensati perche liberi dai sensi e dati alla contemplazione. (10) Nonostante il tema dell'ozio appaia perfettamente contestualizzato nell'ambito di un progetto accademico votato alla contemplazione, non risulta, secondo le testimonianze note, che esso sia stato affrontato nei primi tre decenni di attivita del consesso. (11) Dopo che la guida dell'accademia viene presa da Crispolti, le esercitazioni collettive degli Insensati dimostrano un maggior interesse verso la filosofia, che puo esplicitarsi nella scelta di soggetti filosofici (con una certa insistenza per i temi delle scienze naturali) o nel trattamento "filosofico" di componimenti letterari. (12) Le lezioni composte dopo gli anni '90 spaziano dall'estetica (In lode della bellezza, In lode della bruttezza, De i nei) alla disciplina comportamentale (Intorno al ben fare; In lode del tacere), dal divertissement retorico (In lode della lode; In lode del biasimo) alla lettura di componimenti di autori cinquecenteschi (Coppetta, Della Casa, Tasso). Buona parte di questa produzione viene raccolta in tre codici manoscritti della Biblioteca Augusta di Perugia (mss. 1058-1060) copiati quasi integralmente dallo stesso Crispolti. Come emerge con evidenza sin dai titoli citati, spesso gli accademici si divertono a porre in contrapposizione due argomenti contrari, individuando ragioni a favore del primo e negandole poi a vantaggio del secondo. Questo amore per la contrapposizione si rivela anche nel caso delle tre lezioni prese in considerazione, che recano per titolo, rispettivamente, In lode della villa e in biasmo della citta, In lode della citta e in biasimo della villa e Discorso nel quale si risponde alle calunnie che si danno alla citta}3 Grazie alle indicazioni fornite nelle intestazioni dallo stesso Crispolti, e possibile datare i tre discorsi agli ultimi mesi del 1600: il primo e recitato in accademia il 20 settembre, il secondo il 6 dicembre; mancano notizie precise intorno al terzo che, comunque, e concepito assieme al secondo e pertanto verisimilmente letto nei giorni o nelle settimane successive a quello.

Le tre lezioni di Crispolti inseriscono il tema dell'ozio (contrapposto a occupatio) all'interno del piu grande meccanismo di opposizione tra l'universo della campagna e della citta. La dicotomia tra i due ambienti e un tema molto fortunato che attraversa la letteratura italiana nei secoli, assumendo assai spesso i contorni di un conflitto ideologico che muta secondo la preferenza dell'autore per il primo o il secondo ambiente. La campagna da una parte e la sede tradizionale del riposo, della quiete dalle preoccupazioni della citta; dall'altra e anche il luogo dove vive il contadino, il villano: l'uomo rozzo e incivile. Ugualmente, la citta non rappresenta solo il centro nevralgico dei negotia degli uomini indaffarati, ma anche il luogo dell'urbanita, della cortesia, delle belle e buone maniere. (14) Nel secondo Cinquecento la letteratura che ha per oggetto la villa conosce una straordinaria fioritura e mira in molti casi a estendere anche alla campagna alcune delle nobili qualita della citta. Tra le composizioni piu significative non si possono non annoverare la Lettera in laude della villa di Alberto Lollio (1544); la Villa di Bartolomeo Taegio (1559); le Dieci giornate dell'agricoltura e de'piaceri della villa di Agostino Gallo (1564; diventeranno Venti nel 1569); le Ville di Anton Francesco Doni (1566) e il Podere di Luigi Tansillo, inedito sino al Settecento. Non sorprende certo che l'ozio trovi spazio in particolare nella prima lezione di Crispolti, dedicata all'ambientazione campestre. Crispolti, infatti, connota la villa quale luogo privilegiato per una vita tranquilla, solitaria, scandita da ritmi lenti e generosi. La citta invece rappresenta, almeno inizialmente, il luogo della frenesia, dell'inganno, della truffa; ma subira una notevole evoluzione fino a divenire simbolo di valori del tutto positivi. L'ozio--si vedra--percorre invece l'itinerario opposto.

3. Il sereno ozio della villa nella lezione di Crispolti

L'esordio della lezione In lode della villa contiene la topica giustificazione per la poca sapienza e abilita dell'autore, che si scusa per la nudita dello scritto (primo indizio, in realta, di una evidente ambizione letteraria). Tale forma di excusatio e argutamente connessa al soggetto dell'orazione: la sua lingua sara nuda perche "la villa ama e gradisce una certa rozezza e semplicita ed aborrisce ogni ornamento civile e pomposo" (Lode della villa 51v). (15) Svolta la premessa, Crispolti annuncia di voler comparare le abituali attivita dell'abitatore della villa e del cittadino. Questo dettagliato confronto, che segue le giornate dei due personaggi dalle prime luci dell'alba sino al momento di coricarsi a letto, e architettato al fine di rendere evidente la distanza (morale) che intercorre tra di loro. Chi sta in citta--scrive Crispolti--si desta al mattino con la mente gia colma di quei pensieri e preoccupazioni che non l'hanno fatto dormire durante la notte. Al contrario, chi abita in villa e si contenta di un'"humile casetta" (di contro al "magnifico palazzo" del cittadino), si alza di buona ora dal letto, rinfrancato dal breve e "ininterrotto" riposo. L'abitazione del cittadino e subito inondata da molti "falsi" amici, che il padrone di casa si sente obbligato a intrattenere. L'abitatore della villa vive, invece, in solitudine, lieto di poter soddisfare piu il suo "core" che l'altrui. Mentre il cittadino e costantemente angustiato dalle rendite dei suoi "negotii", l'abitatore della villa, non desideroso di guadagni ma solo di serena quiete e del silenzio dei campi, "puo attendere senza ch'alcuno l'annoia e quanto lo aggrada a i suoi fruttuosi studii, essendo di essi l'otio della villa amicissimo" (Lode della villa 53r). Di seguito Crispolti cita pochi versi di una canzone di un altro Accademico Insensato, Filippo Massini, in cui e lodato l'ozio "soave" (cioe letterario) dell'uomo "beato" che vive in villa ed e biasimato invece l'ozio "neghittoso" di chi ama bighellonare: "Otio soave, ove gia mai non lice / vivere in otio neghittoso e vile, / otio che fa per gl'innocenti Dio". (16) Il confronto dialettico tra le giornate del cittadino e dell'abitatore della villa prosegue con la descrizione del momento del pasto. Durante il pranzo il primo si riempie lo stomaco senza misura di cibi raffinati e succulenti, accompagnati con i migliori e piu pregiati vini:

Venuta poi l'hora del pranzo, colui che habbita la citta, si pone alla mensa carica di diversi ed esquisiti cibi, non per acquetare il bisogno della natura, che di poche cose si contenta, ma per satiare l'ingordigia sua, non accorgendosi l'infelice, che la moltitudine e varieta de' cibi, suole molte e varie infermita, quasi frutto della malvagita loro, recare a coloro che gli godono. [...] Ne solo questi si contenta di cibi delicati, ma pone gran studio in fare che la mensa sia fornita di vini pretiosi e forastieri.

(Lode della villa 54r-v)

L'abitatore della villa preferisce invece un pasto frugale, che Crispolti descrive con toni entusiastici, quasi patetici:

O quanto e migliore la vita di colui che dimorando nella villa per suo vitto s'appaga di cibi semplici e non comprati, ch'il suo horticello e la sua greggia dispensa alla sua parca mensa! O come sono saporosi quei cibi, che le nuove herbette di lor propria volonta, fuori della terra uscite, gli somministrano! O quanto gusto egli sente in spegner la sete molte volte con l'acqua, presa con concava mano da qualche vivo fonte o da rivo corrente!

(Lode della villa 55r)

L'idea di porre a confronto i diversi momenti della giornata dell'abitatore della villa e della citta non e certo un'invenzione di Crispolti. Un identico paragone caratterizza per intero il secondo capitolo del primo libro del De vita solitaria di Petrarca, che e assai probabilmente il principale e non dichiarato modello che agisce dietro le pagine della lezione dell'accademico perugino. (17) Il raffronto tra i due testi, che ora si rende obbligatorio, non porta pero a rilevare ulteriori significative somiglianze (pur in considerazione, naturalmente, della diversa lingua dei due scritti). Al contrario, esso mostra piuttosto--quasi impietosamente--la notevole distanza nelle capacita dei due autori di rendere coinvolgente il racconto delle due giornate: Crispolti si affida a immagini statiche, stereotipate, e non puo competere, se non in rarissimi casi, con la maestria narrativa di Petrarca, che crea affreschi di grande effetto e vivacita. Basti un esempio. Nel mettere in scena il pranzo dell' occupatus--secondo la definizione usata nel De vita solitaria--Petrarca disegna una scena alquanto animata, dando spazio a dettagli del tutto assenti nel testo di Crispolti. All'interno della sua casa sudicia, dove domina la confusione, l'indaffarato cittadino si muove con una certa goffaggine. Sulla scorta di alcuni versi oraziani, Petrarca lo descrive proprio mentre questi quasi sprofonda su un instabile baldacchino (Noce 425-28). L'apice del racconto e senz'altro costituito dalla metafora militare che presenta il servizio al tavolo e la preparazione del pranzo come una feroce battaglia che si scatena non appena vien dato il segnale: "Instructa acie datur tandem lituo signum pugne. Coquine duces aule ducibus concurrunt, ingens fragor exoritur, convehuntur terra marique conquisite epule et vina priscis calcata consulibus" (Petrarca 282). (18) Si e visto prima che invece Crispolti preferisce, piu sbrigativamente, limitarsi a descrivere soltanto l'ingordigia furibonda che caratterizza i pranzi del goloso cittadino.

4. La concezione "positiva" dell'ozio di Crispolti e i suoi modelli

Conclusa la narrazione della giornata dell'uomo di campagna e di citta, Crispolti intende dimostrare la superiorita della villa sulla realta urbana. Sostiene per prima cosa che la villa e piu nobile perche piu antica: infatti Dio al "principio del mondo" l'aveva assegnata, nella forma di Paradiso terrestre, come "habitatione" propria dell'uomo (Lode della villa 58r). Seguendo la tradizione biblica (Gen. 4:17), Crispolti individua poi in Caino il primo fondatore della citta, suggerendo cosi una qualche connessione tra il suo atto feroce, l'uccisione di Abele, e la violenza di cui e sede la citta. (19) Da ultimo Crispolti vagheggia il "felice Regno di Saturno" quando ancora si viveva in "campagna con somma concordia e tranquillita, senza distintione di mio e tuo" (Lode della villa 59r).Di qui si passa alla seconda e piu breve meta della lezione, dove si mira a dimostrare che la villa soddisfa i "tre fini" delle "operationi" umane, vale a dire l'"utile", l'"honesto" e il "diletto" (Lode della villa 60v). La villa e utile perche l'animo, non distratto dai negozi della citta, "si gode un beatissimo e felicissimo otio ed a quello somigliante di cui disse Scipione maggiore, ch'egli mai era meno otioso che quando era otioso" (Lode della villa 61v). (20) L'animo, infatti, e piu pronto ad accogliere in se le "lodevoli scienze" quando e "libero", cioe non impedito da alcuna restrizione. Trova spazio qui una seconda celebrazione dell'ozio letterario che si apre con una doppia similitudine ingegnosa e arguta:

Come le generose fere si domano e perdono assai del loro natio vigore con lo [corretto da collo] stare serrate nelle gabbie di ferro, cosi l'alte menti divengono pigre e neghittose con lo [corretto da collo] stare rinchiuse nelle citta. Un cavallo e provocato al corso da una campagna aperta, e l'animo nostro da i luoghi aperti e liberi [corretto da libberi] al corso de i lodevoli studii. Nella villa qua l'huomo vede un antro riposto, o selve, che con i loro fidi orrori l'incitano a compor versi, ne' quali la posterita nel tempio dell'eternita inalzi e consacri il nome suo. La un horto ameno che l'alletta a stendersi sopra le sue herbe fresche con la [corretto da colla] dolce compagnia de' suoi cari libri, ed ivi a ragionar con essi e con se stesso. Qua il mormorio di un'acqua corrente l'innalza a nobili ed elevati pensieri.

(Lode della villa 62r-v)

Quali sono, dunque, gli elementi che contraddistinguono l'ozio prospettato da Crispolti? L'ultima citazione si sofferma sulla veste idilliaca dell'ambiente agreste, che invita al contatto coi libri e ispira nuove composizioni. Lo scenario rurale e infatti indispensabile a quest'ozio "naturale" e letterario, il quale abbisogna anche--come si sara notato--di solitudine e di un volontario isolamento dal mondo.

In virtu degli elementi appena ricordati, sembra allora di poter riconoscere una contiguita con il precedente modello di vita solitaria proposto da Petrarca nell'omonimo scritto. Il poeta toscano teorizza a sua volta la propria esperienza di ritiro dal mondo a partire dagli scritti senecani (Dotti 82-86). Il motivo dell'otinm ricorre con una certa insistenza nei volumi del filosofo latino: oltre alla composizione del De otio, Seneca dedica al tema passi del De brevitate vitae, del De tranquillitate animi e delle Epistulae morales ad Lucilium. Di la dai vari "aggiustamenti" cui la nozione di otium ando incontro negli scritti di Seneca (Dosi 80-86), l'ideale di tempo libero da lui immaginato e un ozio tutto dedicato alla sapienza; un ozio che e e si fa azione, divenendo esso stesso una forma alta di negotium. La dignitosa quiete proposta da Seneca e interamente votata all'arricchimento spirituale, che consente all'uomo saggio di raggiungere e mantenere la serenita. Crispolti, per parte sua, mostra di aderire a questo ritratto idealizzato dell'otium, di cui, pero, non coglie o non accetta un aspetto fondamentale. Sia Petrarca che Seneca, infatti, concepiscono la vita solitaria come strumento "per giovare il piu possibile a tutti gli uomini" (Dotti 84), perche gli scritti che compongono durante i momenti di ozio contengono insegnamenti morali universalmente utili. (21) Il perugino, invece, sembra immaginare l'ozio come momento di personale appagamento senza alcuna ricaduta su un contesto sociale piu ampio.

5. Il riscatto della citta e la caduta dell'ozio nella terza lezione di Crispolti. La vittoria dell'onore

La seconda lezione inaugura il percorso inverso nella dinamica tra la villa e la citta e dunque tra ozio e occupatio. Dando prova di "molta accortezza" per aver mutato opinione, Crispolti esordisce sostenendo di preferire ora la citta rispetto alla villa. La seconda lezione offre una serie di riflessioni sulla citta, tutte orientate a stabilire la maggiore nobilta della stessa rispetto alla campagna. Rifacendosi alla Politica di Aristotele, Crispolti definisce la citta una "communione di huomini, inventata dalla natura per il vivere [...] una vita ottima" (In lode della citta 70v). Sbagliarono allora Virgilio, Ovidio e Dante che l'avevano relegata nell'inferno, perche essa tende al bene ed e espressione di virtu. Spiega poi che la citta, quale sistema complesso di relazioni e gerarchie, si trova in ogni dove e puo prendere varie forme, tra cui quella umana. Lo stesso globo terrestre e una citta, come lo e in generale ogni tipologia di governo. La complessita della lezione viene dall'argomentazione poco fluida di Crispolti, che procede non di rado per accenni sconnessi e non sempre coerenti. Il luogo di maggior interesse all'interno del discorso dell'accademico perugino e contenuto nell'incisiva apostrofe della Citta a Cicerone. Questa, personificata, si rivolge in prima persona all'oratore latino e lo accusa con vibranti parole di aver finto di preferire la villa a lei.

Un numero ben maggiore di spunti intorno alla questione in esame viene dall'ultimo discorso, che replica punto per punto alle affermazioni (ora definite esplicitamente "calunnie") della lezione In lode della villa. Per condurre a termine il suo ragionamento, l'accademico perugino non fa altro che sostenere, poggiando di norma le sue sentenze sopra quella o questa autorita, l'esatto opposto di quando asserito in prima istanza. Dovendo far puntuale riferimento alle argomentazioni addotte in precedenza in favore della villa, quest'ultimo discorso ha una struttura ben piu rigida degli altri due. Sono precisamente quindici i punti che Crispolti prende in considerazione e confuta, talvolta giustapponendo piu di una motivazione a supporto delle opinioni di cui si fa ora portavoce. Invece di offrire una sinossi della lezione, che imporrebbe di affastellare in uno spazio ridottissimo le numerose contestazioni mosse da Crispolti a se stesso, e parso piu opportuno concentrare l'analisi intorno ai tre punti che riguardano l'ozio piu da vicino. Nella prima lezione--si ricordi--Crispolti aveva paragonato la giornata in villa alla vita felice che si conduceva durante il Regno di Saturno. Ora il perugino, con malcelato sarcasmo, non nega la comparazione, ma mette in discussione lo stesso mito. Il locus amoenus dell'eta d'oro di Saturno, cantata dai poeti latini, si riduce ora a una mitizzazione contraria, dove prevalgono gli istinti e la mancanza di decoro:

O che bella eta, o che desiderabile felicita doveva esser quella che dissero l'eta aurea [che...aurea in sopralinea]: l'assuefare il corpo ad un otio infingardo, l'andare mezo ignudi, il coprirsi solo di frondi o di vili pelli d'animali, il possedere il tutto in confuso, senza distinguere il tuo dal mio, come doveva appunto essere [in quell' depennato] nell'antico caos, il cibarsi di ghiande e d'altri frutti silvestri a guisa di fere, il non conoscere le giuste nozze ed i certi figlioli, il non sapere che cosa importasse la virtu e la gloria, che le va dietro, l'habitare, in vece di case e di palazzi, grotte e spelonche!

(Calunnie 80v)

L'ozio diviene "infingardo", neghittoso; perde la sua connotazione positiva. Analogamente l'ambiente circostante--la stessa campagna che prima era lo scenario complice dell'uomo solitario--assume tinte fosche quasi minacciose. Nella descrizione di Crispolti, essa si trasforma nel luogo dove "sembrano attenuarsi, se non annullarsi, le norme che regolano la convivenza civile nella citta" (Sberlati 70). La campagna viene dunque risemantizzata in senso peggiorativo; gia luogo di quiete e di appagante contemplazione interiore, ora diviene un ambiente potenzialmente irto di insidie, moralmente degradato. Nel passo successivo Crispolti vuole confutare l'affermazione che l'animo possa beneficiare dall'ozio vissuto in villa. E un vero e proprio biasimo dell'ozio, accusato in maniera del tutto esplicita di essere la causa dei mali dell'uomo, del decadimento fisico e della perdizione morale:

Quell'ozio poi [.] che l'animo nostro come cosa tanto desiderabile nella villa si gode, o di quanti mali puo esserli cagione! "Otio qui nescit uti plus negotii habet quam cum est negotium in negotio" disse Ennio con verita. Per l'otio l'huomo viene quasi a putrefarsi ed amarcirsi non solamente nel corpo, ma etiandio nell'animo. Come si putrefanno l'acque, che stanno ascoste, percioche non corrono, e l'ombra le e sempre sopra, cosi la vita degli otiosi, percioche non si communica altrui, si corrompe e disfa nella pigritia.

(Calunnie 82r)

La citazione dell'Iphigenia del poeta latino fa parte di un frammento piu ampio della tragedia, che pone drammaticamente l'accento sullo smarrimento emotivo dato dai momenti di ozio forzoso. Crispolti non sfrutta, pero, questo raffinato motivo del testo enniano e ripropone invece--con il preziosismo di una citazione plutarchesca non dichiarata (22)--la consueta equiparazione tra lo stesso ozio e il marcimento interiore dell'animo umano, che va incontro ad una sorta di inarrestabile "implosione" morale.

Resta da considerare l'ottava obiezione, dove l'autore intende smentire che la villa sia il luogo migliore per coltivare le scienze. Egli sostiene ora che l'animo umano sia meglio disposto ad apprendere il sapere in citta, dove e meno distratto. Per dimostrarlo, l'accademico perugino si avvale di un argomento filosofico:

Perche non ho dubbio alcuno che all'hora l'animo nostro e piu atto all'acquisto delle dette [in sopralinea] scienze quando e tra se stesso raccolto e ristretto, avenga che per sentenza de' filosofi la virtu unita sia piu forte che la dispersa. In quella maniera ch'il calor naturale, quando e ristretto e unito, opera meglio le sue funzioni che quando e sparso, l'animo nostro che con ragione fu rassomigliato ad un fuoco quando e in se stesso ristretto, e piu atto [a far depennato] alle scienze. [...] Cosi l'animo nostro ha maggior vigore e forza d'attendere a gli studii stando unito e raccolto dentro le citta che essendo distratto dalla vista de' campi spatiosi e de' [in sopralinea] paesi aperti.

(Calunnie 82r-v)

Crispolti fa qui appello presumibilmente a un'obiezione gia di Quintiliano, che trova discussa anche nel testo del De vita solitaria di Petrarca (338-40). Nella sua Institutio oratoria, infatti, Quintiliano giudicava i boschi e le selve non adatti all'acquisizione della disciplina, perche, a suo giudizio, sono luoghi piacevoli e quindi distraenti per l'animo. Meglio allora le citta, nelle quali l'anima e costretta a rimanere raccolta in se stessa e a non disperdere inutilmente la propria forza di concentrazione.

A mo' di corollario nella parte dedicata a sviluppare la medesima ottava obiezione, Crispolti aggiunge alcune brevi righe che si rivelano di grande interesse per il tema in esame. Crispolti trova un'altra serie di ragioni che giustificano la maggior utilita della citta nell'acquisizione della disciplina:

Taccio poi la commodita de' libri, le conferenze degli huomini litterati, le varie accademie e l'emulatione degli eguali che sono d'utile incredibile a gli studii, e solo nella citta e non nella villa si ritrovano. Dicalo la dotta Athene, dicalo l'antica Rodo [...]; dicalo questa nostra istessa citta Augusta, alla quale cosi fiorita e scelta gioventu, partendosi da lontane parti, e poco curandosi degli agii delle case proprie, [solo depennato] invaghita della virtu, concorre in cosi gran numero come veggiamo.

(Calunnie 82v-83r)

Di la da esigenze meramente pratiche (l'approvvigionamento dei libri), questa seconda citazione ha il merito di cogliere una trasformazione da tempo in atto nei modi della circolazione del sapere. Alla solitaria meditazione petrarchesca si sostituisce una pratica di condivisione, produzione e fruizione dei testi letterari, che si realizza negli spazi collettivi delle coeve corti e accademie.

Un altro breve estratto della seconda lezione, quasi un passo parallelo, getta ulteriore luce sul brano appena citato. Ricordando tutti i beni di cui si puo godere vivendo in citta, il perugino elenca tra gli altri la "bellezza", gli "amici", le "buone arti", la "loda", l'"honore", e precisa che "ciascheduno di questi beni [...] nella civile conversatione si produce" (Lode della citta 72r). Non potrebbe essere piu esplicito il riferimento all'omonimo e fondamentale volume di Stefano Guazzo del 1574 e quindi al sistema etico classicistico che quel medesimo libro illustra. Proprio Guazzo, per voce del cavalier Annibale Magnocavalli, aveva definito la "solitudine" un "veleno" e aveva imposto al recalcitrante fratello Guglielmo la conversazione come suo "antidoto" (I, 16). La proposta di Guazzo, sulla scorta di un'ormai rigogliosa tradizione di testi moralistici cinquecenteschi che ha come suo modello e archetipo il Cortegiano di Castiglione, ha come primario interesse quello di formare e normalizzare (cioe assoggettare a regole precise) il comportamento del gentiluomo in societa. I riferimenti nella lezione di Crispolti alle "conferenze degli huomini litterati", all'"emulatione degli eguali" assumono il loro effettivo significato soltanto se vengono interpretati alla luce di questa prospettiva relazionale. La via che conduce alla virtu, cioe lo studio delle lettere, va intrapresa collettivamente: viene ad essere cioe uno sforzo comune (e concorde) che i letterati sono chiamati ad affrontare insieme. L'uomo di cultura di secondo Cinquecento e primo Seicento intende trovare un immediato riscontro alla propria attivita di letterato, andando alla ricerca di quel sicuro plauso che e certo di ricevere in un contesto amico quale l'accademia, grazie alla complicita degli altri membri e sodali. Si spiega anche cosi la forte tendenza all'omologazione e alla convenzionalita della letteratura del tempo. Appare evidente, rispetto all'ideologia petrarchesca, la sottomissione dell'ozio letterario a esigenze pragmatiche subito spendibili. Prima della gloria viene ora l'onore.

6. Una considerazione a margine: ozio e accademia tra fine Cinquecento e inizio Seicento

Come si e visto, il trittico di lezioni di Crispolti si chiude con il tramonto dell'ozio ed il trionfo dell'accademia. Non per caso Gino Benzoni aveva rilevato la ricorrenza del motivo dell'ozio quale obiettivo polemico degli accademici nella produzione dei sodalizi letterari della seconda meta del XVI e del XVII secolo (187-91). (23) La tesi universalmente condivisa in questi scritti vuole che il rimedio all'inerzia e alla pigrizia sia proprio l'accademia, vale a dire il luogo dove si procede allo studio collettivo delle lettere. Nel suo Breve trattato sopra le academie il veronese Alessandro Canobbio si scaglia con violenza contro l'ozio, "sentina e ridotto dell'istesso male" [B3r], e ne individua l'antidoto nelle neonate accademie cittadine, dispensatrici di virtu. Analogamente Torquato Tasso, in una giovanile e "non memorabile" (Gigante 21) orazione, Nell'aprirsi dell'Academia Ferrarese, celebra le accademie quale strumento indispensabile a evitare l'ozio. Sono due infatti gli "esercizi" tra quelli atti a sconfiggere l'inerzia, che dimostrano il "supremo grado di nobilta e di gloria": le arti politico-militari e gli "studi delle lettere" (II, 20). Per favorire i secondi, si creano appunto le accademie, dove sono coltivate "virtu e dottrina" (II, 21).

Tuttavia non puo sfuggire l'apparente paradosso insito in questa opposizione tra ozio e accademia. Infatti "il tempo dell'accademia"--sostiene con ragione Amedeo Quondam--"si iscrive in una dimensione essenzialmente festiva, pertiene alla tipologia culturale della festa" (L'accademia 829). In altre parole i sodalizi letterali non possono esistere se non nell'ozio, cioe nel tempo sottratto ai negozi. L'accademia si realizza nell'ozio e nello stesso tempo ne e la principale avversatrice.

Come si puo risolvere il paradosso? Bisogna intanto ricordare la sfortuna del termine "ozio" nel tardo Rinascimento (di cui si e detto a inizio articolo) che impedisce, o comunque scoraggia, l'uso di quel termine per definire il tempo dell'accademia. Di qui si deve considerare che la forma accademia, osserva puntualmente Quondam, "deriva comunque e sempre da un'opzione consapevole e responsabile di dispendio socialmente e culturalmente connotato del tempo libero, come vero e proprio investimento produttivo dell'ozio" (La conversazione 237). Se essa e il luogo deputato a un uso produttivo del tempo libero, smette allora di essere sterile ozio e diviene, finalmente, civile conversazione.

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Lorenzo Sacchini

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(1) Riassume la questione Dosi 10-14.

(2) Come lamenta Cicerone, confrontando il suo otium con quello di Scipione l'Africano: De off. III 1-4.

(3) Si rimanda di nuovo ai contributi di Dosi e Marchetti.

(4) Cosi inteso, il termine verrebbe a essere sinonimo di "oziosita", che, a sua volta, vale "accidia" (Vocabolario 124). Qui e nelle seguenti citazioni, la trascrizione dai testi antichi e stata improntata a criteri moderatamente conservativi. I pochi interventi sono cosi riassumibili: distinzione di u da v; resa del nesso ij con ii; sostituzione della nota tironiana & e della et con e o ed davanti a vocale; scioglimento delle abbreviazioni; riduzione delle maiuscole; adattamento all'uso moderno degli accenti, apostrofi e della punteggiatura. Sono stati invece conservati l'h etimologica e il nesso -ti davanti a vocale. Sono stati mantenuti gli altri usi grafici presenti nei testi, quali separazioni ed elisioni oggi in disuso, anche ove non omogenei. Nella trascrizione dei manoscritti compaiono talvolta minime osservazioni filologiche tra parentesi quadre. Queste riguardano la parola o le parole che la precedono: nel caso, per esempio, della notazione [che...aurea in sopralinea], si intende che tutta l'espressione in essa contenuta, cioe "che dissero l'eta aurea", e collocata nel testo in sopralinea.

(5) La concezione dell'ozio nel Rinascimento e oggetto delle riflessioni di Beer; Nuovo; e Vickers. Risulta di grande interesse l'intervento di Fragnito sul caso di Ludovico Beccadelli.

(6) Sulla vita di Crispolti si vedano almeno Belloni; Patrizi 25-39; Teza, "Cesare Crispolti" 11-25; Vermiglioli, I 360-361; e Volpi.

(7) Sul seminario perugino, si rimanda a Gabrijelcic.

(8) Sulla collezione di Crispolti ha scritto, da ultimo, Teza, Caravaggio 7-13, cui si rimanda per la bibliografia.

(9) Sull'Accademia si vedano i contributi di Fanelli 7-8; Irace, "Accademie e cultura ecclesiastica"; Irace, "Le accademie e la vita culturale"; Irace, "Le accademie letterarie"; Maylender III 306-11; Sacchini, "Inediti dell'Accademia"; Sacchini, Verso le virtu; Teza, Caravaggio 41-47; Valeriani 64-72.

(10) Sull'impresa degli Insensati, si veda Sacchini, Verso le virtu 129-132. Utili notizie intorno alla simbologia della stessa in Bisello 13; 39-44.

(11) Dal 1561 fino ai primi anni '90, infatti, gli interessi degli Insensati si rivolgono ad altre questioni. Gli accademici si dedicano principalmente alla lettura di sonetti petrarcheschi (soffermandosi sugli aspetti linguistico-retorici) o a descrivere le loro stesse imprese. In alternativa, svolgono topiche celebrazioni della virtu quale sommo esito delle fatiche letterarie del consesso (Sacchini, "Inediti dell'Accademia"; Sacchini, Verso le virtu 12566).

(12) Come ha dimostrato Andreoni (29-44; 58-63), le lezioni accademiche del fiorentino Benedetto Varchi avevano dato un contributo decisivo nella messa a punto di quest'ultima impostazione metodologica.

(13) La diversa grafia 'biasmo' e 'biasimo' dei titoli delle lezioni non e un errore di trascrizione: le due varianti convivevano senza difficolta nei testi degli accademici.

(14) Molto efficace in questo senso e la sintesi di Sberlati.

(15) Sulla letteratura in villa nel Rinascimento, si vedano Ackerman 146-69; La letteratura di villa e di villeggiatura e L'antico regime in villa. Per la concezione della villa si rimanda alle monografie di Ackerman e Burns.

(16) La canzone di Massini, Beato quei, che da le cure edaci, si legge anche nelle sue Rime del 1609 (87-91). Come sostiene Francesco Visdomini nello scritto prefatorio delle medesime Rime, la canzone era stata in precedenza stampata per errore quale opera di Francesco Panigarola (6v-8r).

(17) Sul De vita solitaria si vedano almeno Conaway Bondanella; Maggi; Nuovo 13-50; e Tufano. Per la concezione dell'ozio in Petrarca, si rimanda a Tateo e von Moss.

(18) "Schierato l'esercito, la tromba da finalmente il segnale della battaglia. I generali della cucina s'incontrano con i generali della sala da pranzo, un grande fragore si leva, si portano le vivande procurate per terra e per mare e i vini premuti al tempo dei consoli antichi" (Petrarca, 283; traduzione di Antonietta Bufano). Quale fonte di Petrarca, oltre ad Orazio, per l'episodio della cena dell'occupatus, Noce annota Seneca, De brev. XII 5 (421-23).

(19) Le pietre su cui si edificavano le citta--chiosa infatti Crispolti--sembrava dovessero esser "bagnate dal sangue fraterno infame": cosi fu per Enoch, cosi per Roma (Lode della villa 58v). Non basta: la comunita cui diede origine Caino divenne una societa malvagia e corrotta, di cui l'ambizioso fondatore volle assumere il ruolo di "guida" dannata.

(20) La dichiarazione sull'ozio di Scipione l'Africano e con tutta probabilita una citazione del De officiis ciceroniano (III, 1), il cui autore afferma a sua volta di aver letto l'aneddoto negli scritti di Catone il Censore.

(21) Vi e un'ulteriore ragione di distanza tra le opere di Crispolti e Petrarca. E evidente, infatti, l'intenzione di quest'ultimo di proporre nel De vita solitaria un modello di vita monastica, aperta anche al laico, che puo, con l'ozio dedicato alle lettere, la solitudine e la distanza dal mondo rendersi veramente e cristianamente libero (Tateo 102-09). Nelle lezioni del letterato perugino non si ritrova traccia di un simile discorso.

(22) Essendo un calco pressoche identico, l'inserto e senz'altro proveniente dal volgarizzamento di Marc'Antonio Gandino dei Moralia di Plutarco (I, 299).

(23) Nelle medesime pagine Benzoni spinge pero oltre la propria analisi, mettendo in luce la forte contraddizione di cui si rendono protagonisti, a suo giudizio, gli accademici del XVI e XVII secolo. Essi, infatti, dichiarano di combattere l'ozio, ma con la loro attivita accademica, divengono essi stessi oziosi, incapaci cioe di reagire pragmaticamente alla situazione di profonda crisi politica e morale in cui versava la penisola dopo le guerre d'Italia.
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Title Annotation:text in Italian
Author:Sacchini, Lorenzo
Publication:Annali d'Italianistica
Date:Jan 1, 2014
Words:8025
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