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Dal mondo contadino alla societa di oggi.

Abstract

Il saggio traccia un itinerario storico delle trasformazioni del mondo contadino sino agli esiti odierni. Nel discorso assume rilievo l'analisi socio-antropologica con speciale riferimento all'indagine su Matera del Gruppo di studio coordinato da Friedmann e all'attivita nel Mezzogiorno degli antropologi stranieri, da Banfield a Redfield. La prospettiva e quella formatasi all'interno dell'Osservatorio di Economia e politica agraria di Portici, diretto da Manlio Rossi-Doria. L'apporto di Carlo Levi e Rocco Scotellaro e utilizzato non solo per illuminare la polemica sulla civilta contadina, ma anche per capire la vicenda storico-politica nell'Italia del secondo dopoguerra avendo un particolare riguardo verso la Basilicata.

Parole chiave

Antropologi stranieri, civilta contadina, Matera anni Cinquanta, Osservatorio Portici
Ma nei sentieri non si toma indietro.
Altri ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perche lungo il perire dei tempi l'alba
e nuova, e nuova.
(Rocco Scotellaro, Sempre nuova e l'alba)


Innanzitutto, desidero confessare un mio sostanziale disagio a svolgere com piu tamente il tema affidatomi. La ragione e nel fatto che da piu di sessant'anni ho consuetudine con i lucani, con la terra di Basilicata della quale mi sento parte e di condividerne le sorti.

Quindi, e imbarazzante dover considerare cosa e accaduto, in questo Secondo dopoguerra, nella nostra societa. Sarebbe oltremodo diffici le, per me sociologo, restare fedele a quel sacrosanto imperativo--che Max Weber rivolgeva a tutti i ricercatori--di attenersi al piu assoluto rispetto del principia dell'avalutativita. Principia in base al quale primo e imprescindibile dovere di ogni ricercatore e quello di spogliarsi delle proprie valutazioni personali si da porsi neutralmente di fronte alla realta che intende studiare. Imperativo facile a esporsi, ma difficile da esaudire.

La citazione dei versi di Rocco Scotellaro in epigrafe non e solo giustificata dal fatto che questo volume a lui e a Carlo Levi e molto opportunamente dedicato. Essi vogliono ricordarci che nessuno e nulla possono fermare lo scorrere dei tempi, arrestare Io svolgersi della Storia; ma, anzi, si deve sempre tener conto che, nella parte sana di ogni societa, vi sono e vi saranno sempre quelle forze che sapranno, al momento dovuto, fuggire "dalle paglie della cova / perche lungo il perire dei tempi / l'alba e nuova, e nuova".

E fin troppo ovvio: quando in una societa prevale una condizione di staticita, essa e inesorabilmente condannata a un'irreversibile decadenza. Per fortuna, non e questo il caso della Basilicata: anzi, se una caratteristica Ie si puo riconoscere, e proprio quella di un'accentuata dinamicita. Il problema, semmai, e quello di valutare i costi e i benefici di questa dinamicita e, quindi, i risultati concretamente rilevabili (gli effetti ultimi) anche, e soprattutto, per quanto puo concernere gli sviluppi futuri. O, come si suol dire, le tendenze in atto.

Come e opportuno si faccia, in questi casi, e necessaria indicare un pun to di inizio da cui prendere Ie mosse per la valutazione storica di un periodo piu o meno ampio, piu o meno com piu to. Ancora una volta, con opportunita, i promotori dell'iniziativa hanno voluto fissare quest'inizio con la dizione 'mondo contadino'.

Quel mondo che, in un certo senso, fu celebrato, nella versione modema, da Carlo Levi, con il suo Cristo si e fermato a Eboli e che fu, poi, riconsiderato--poeticamente e con gli strumenti propri dell'analisi sociologica--dalla ricerca di Rocco Scotellaro, pubblicata solo dopo la sua morte (Scotellaro, 1954a).

Sono fin troppo consapevole che questo concetto--spesso unito anche al concetto piu specifico di 'civilta contadina'--ha sollevato non poche perplessita, perche erroneamente gravato dal sospetto di nostalgica conservazione dello status quo o, addirittura, perche imputabile--specialmente da parte degli stessi Iucani--di una connotazione spregiativa della realta cui si riferisce.

Ed e sorprendente che queste siano state manifestate anche da quanti, in un certo senso e con diverse modalita, erano da considerarsi molto vicini e sintonici con il gruppo di Rossi-Doria. In particolare, penso alle reazioni avute al riguardo da Gerardo Chiaromonte e Giuseppe Galasso.

Infatti, in un loro dibattito pubblicato, cosi ebbe a esprimersi Chiaramonte:
Ci chiamarono, come ho gia ricordato, gracchisti. E fummo accusati di
essere nostalgici della civilta contadina dimenticando che, su detta
storia della civilta contadina, avevamo avuto, negli anni precedenti,
una polemica vivacissima con Rocco Scotellaro, e anche con Manlio
Rossi-Doria. Mario Alicata aveva scritto, su Cronache Meridionali. un
articolo bellissimo ma vivacissimo in polemica con Carlo Levi. Noi
ritenevamo--e riteniamo--sbagliata ogni visione statica di questa
civilta contadina: perche sapevamo che la vita dei contadini
meridionali non era fatta di cose belle e felici, ma di fatica inumana,
di oppressione durissima. E anche di sporcizia e ignoranza. Noi questa
'civilta' volevamo superarla, rendendo veramente civili e moderne le
campagne meridionali. Non guardavamo con nostalgia al passato
precapitalistico: guardavamo all'avvenire (Chiaramonte e Galasso, 1980:
87).


A sua volta, Galasso--che, proprio per i rapporti che intercorrevano tra il nostro gruppo e Nord e Sud, avrebbe dovuto comprendere meglio il significato che noi davamo al concetto di civilta contadina--cosi gli rispose:
Per quanto riguarda la civilta contadina, dovrei, pero, ricordarti che
la battaglia storicistica di un Alicata, ad esempio, contro il mito
della civilta contadina fu del tutto condivisa dalla cultura crociana,
al punto che, su questo tema, noi del Gruppo di Nord e Sud avversammo
in maniera aperta i nostri amici di Portici, da Rossi-Doria a
Marselli, e polemizzammo con essi. E anche noi combattemmo una
battaglia piu vasta. La nostalgia per le civilta precapitalistiche si
legava infatti a tutta una complessa tematica culturale, in una chiave
spesso cattolica deteriore, di polemica contro la civilta modema e
contro i valori della civilta modema (Chiaramonte e Galasso, 1980: 87).


Ritenemmo, sinceramente, essere quanto meno sorprendente che proprio a Rossi-Doria venisse attribuita una nostalgia perle civilta precapitalistiche e, quindi, un sostanziale rifiuto di un assetto economico moderno, basato anche e soprattutto sull'industria. A quel Rossi-Doria, cioe, che aveva fatto della riforma agraria e della liberazione dell'agricoltura dai vincoli del passato feudale iileitmotiv di tutta la sua vita di ricercatore e di politico; che nella redazione del Piano Lucano SVIMEZ aveva puntato su obiettivi di sviluppo; e che, non meno, in un incontro torinese alla Fondazione Einaudi nel 1971 aveva chiesto agli industriali settentrionali di impegnarsi maggiormente per il Sud e, in particolare, per la Basilicata. (1)

All'amico Chiaramonte, subito dopo la pubblicazione di quel dialogo con Galasso, ricordammo in particolare, a suo tempo, che Io stesso Giorgio Amendola senti la necessita di partecipare, a Matera, ad un Convegno per commemorare Rocco Scotellaro. Ed in quella sede dette atto che i rilievi mossi da Mario Alicata (Alicata, 1968) e da Carlo Salinari (Salinari, 1954) ai Contadini del Sud era no da considerarsi, soprattutto, come una reazione al Premio Viareggio conferitogli nel 1954 per il volume delle sue poesie E fatto giorno (Scotellaro, 1954b) e, piu in generale, come un riconoscimento postumo a tutta la sua opera.

Piu concretamente, si puo dire che, in quei tempi, le critiche mosse a Rocco Scotellaro, soprattutto da parte di autorevoli rappresentanti del PCI, non erano tanto rivolte a lui ed alla sua interpretazione della 'civilta contadina' quanto, piu ttosto, ai due prefatori (Carlo Levi, per le poesie e L 'Uva puttanella, e Manlio Rossi-Doria, per la ricerca sul contadinil, entrambi provenienti dall'ex--PdA e piu vicini a posizioni riformiste che non a quelle rivoluzionarie del Partito Comunista Italiano (PCI) di allora.

D'altra parte, proprio nella prefazione curata da Rossi-Doria, riportando un appunto di lavoro predisposto dallo stesso Rocco, viene precisato sufficientemente il suo pensiero su questa controverso concetto della civilta contadina:
I contadini dell'Italia meridionale (il Mezzogiorno e le isole)--e
detto all 'inizio del breve scritto dal titolo Per un libro su i
contadini e la loro cultura--formano ancora oggi il gruppo sociale piu
omogeneo e antico per le condizioni di esistenza, per i rapporti
economici e sociali, per la generate concezione del mondo e della vita.
L'analisi dei fattori componenti la 'civilta contadina' e stata fatta
dai cultori interessati secondo le varie direzioni--storiografica,
economica, sociologica, etnologica, letteraria, politica...--ma la
cultura italiana sconosce la storia autonoma dei contadini, il loro piu
intimo comportamento culturale e religioso, colto nel suo formarsi e
modificarsi presso il singolo protagonista (Rossi-Doria, 1954).


Ed echi di questa loro storia autonoma si ritrovano nelle poesie con le quali Rocco ha intensamente raccontata soprattutto la ribellione contadina, in particolare in quella che da il titolo alla sua raccolta mondadoriana:
E fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi con i panni e le
scarpe e le facce che avevamo (Scotellaro, 1954: 15).


Molto puntualmente, a cinque anni dalla morte di Rocco, Vittore Fiore volle prendere posizione in merito alle critiche che erano state mosse alla sua ricerca:
Scotellaro non rimase affatto impigliato nella concezione chiusa del
mondo contadino che e riscontrabile nel Cristo di Levi, il quale, del
resto, aveva sott'occhi la reale situazione di immobilita durante il
fascismo e [...] capiva un problema che non e stato sufficientemente
approfondito: il borbonismo delle masse contadine meridionali, almeno
nelle zone grigie (Fiore, 1970: 74).


So benissimo che anche recentemente sono state riprese le critiche che, gia in passato, erano state mosse al Cristo di Carlo Levi. Con estremo rispetto delle convinzioni altrui, vorrei peno richiamare l'attenzione, anche e soprattutto di questi critici, su alcuni aspetti senza i quali non si hanno gli elementi indispensabili per esprimere oggettivamente un giudizio al riguardo.

Non credo si possa dimenticare che, alla quinta riga dell'esordio del suo libro, lo stesso autore, accingendosi a rivivere la sua esperienza di confinato ad Aliano, durante il regime fascista, ebbe a dire testualmente:
Ma, chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi e grato riandare con
la memoria a quell'altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato
alla Storia e allo Stato, etemamente paziente; a quella mia terra senza
conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella
lontananza, la sua immobile civilta, su un suolo arido, nella presenza
della morte (Levi, 1945: 9).


Ancor prima di Carlo Levi, lo stesso lucano Giustino Fortunato nel 1880 cosi ebbe a esprimersi in un discorso, tenuto a Bologna, ai responsabili del movimento coopera-tivo emiliano-romagnolo:
E ci chiedete quel che siamo! Siamo quel che la razza, il clima, il
luogo, la storia [...] hanno voluto che fossimo: nella sventura i piu
colpiti, i piu deboli nella riscossa [...]. Basta percorrere un tratto
delle nostre province per avere un primo esatto concetto del vero:
dall'aria di rigoglio e di quiete nell'agricoltura, che tanto ha
colpito me ne' vostri paesi, succede improvviso nell'animo del
viandante come un senso indicibile di turbamento e di meraviglia per un
non so che di universale desolazione, che gli fa credere a un
cataclisma, a una recente irruzione di barbari [...]. Voi pensate
allora come a una lotta crudele, fierissima, fra l'uomo e la natura:
una lotta di cui l'uno e l'altra portano indelebili le tracce dolorose
(Fortunato, 1926: 56, 58).


Come si vede, un'amara confessione a indicare quanto duro e ingrato fosse l'ambiente fisico nel quale i suoi conterranei dovevano vivere e operare, specie se raffrontato a quello delle ubertose terre romagnole. Evidentemente, in una societa in cui l'attivita agricola era di gran lunga la prevalente se non l'esclusiva --sia come opportunita di occupazione e sia come fonte di reddito--l'ambiente fisico, in tutte le sue componenti, non poteva che essere fortemente condizionante. Basterebbe pensare alla diffusa presenza delle argille plioceniche, dure al lavoro ma ancora piu pericolose e ostili quando danno luogo ai pericolosi calanchi di Aliano, di Armento, di Grassano e di tutte le altre plaghe della Basilicata.

Ogni visitatore non puo non rimanere impressionato dalla terribile e urlata asperita del famoso Fosso del Bersagliere--celebrato, appunto, da don Carlo nei suoi quadri oltre che nel suo libro--anche nella sua attuale sistemazione, che lo ha reso meno minaccioso, ma non certo meno ostico.

Un ambiente fisico-naturale che si impone non solo nei suoi riflessi sull'esercizio dell'agricoltura, sulla stabilita dei centri abitati e delle infrastrutture essenziali; ma anche e soprattutto per l'influenza che quel paesaggio duro ed ostile esercitava sullo stesso carattere delle popolazioni costrette a convivervi. Convivenza resa ancora piu insopportabile quando la mobilita al di fuori dei ristretti confini di q uella realta era riservata solo alle minoranze privilegiate o, all'altro estremo, a quanti erano indotti al definitivo distacco attraverso la dolo rosa valvola dell'emigrazione.

Ad esso non poteva non corrispondere un ambiente umano--si potrebbe dire socio-culturale--altrettanto duro e impietoso cosi nei rapporti sociali come nelle piu elementari manifestazioni della propria cultura. Bastera ricordare, a tal proposito, l'innovativa ricerca dovuta a Ernesto De Martino (De Martino, 1958) alla quale fu indiscutibilmente riconosciuta, a suo tempo, la duplice importanza di uno studio del tutto originale e speciale--di carattere etnologico, folkloristico e religioso--e, al tempo stesso, di un fondamentale contributo piu generale alla comprensione di una grande vicenda della civilta e del pensiero umano.

Ne si puo minmmamente dimenticare l'argomentazione addotta dall'autore a giustificazione della scelta del lamento funebre rituale del mondo antico come punto centrale della sua ricerca:
questo istituto si presenta nel quadro delle antiche civilta
mediterranee come il piu adatto a consentire l'esplorazione di tutto
l'arco che va dallo 'strazio' alla oggettivazione del dolore, dalla
crisi davanti al cadavere sino al riscatto culturale. Con una singolare
ampiezza dinamica che ritrova continua eco nella nostra anima di uomini
moderni, illamento antico ci permette di sorprendere il modo col quale,
in un ambiente storico dal quale direttamente proveniamo e che ci siamo
appena lasciati alle spalle, la disperazione e la follia che minacciano
l'uomo col pi to da lutto furono istituzionalmente moderate nel rito,
ridischiuse alle figurazioni del mito, e drammaticamente redente nel
vario operare umano, cioe nell'ethos delle memorie e degli affetti, nei
significati sociali, politici e giuridici, nell 'autonomia della poesia
e dei gravi pensieri sulla vita e sulla morte (De Martino, 1958: 10-11).


In sostanza, siamo di fronte a due opere fondamentali, indubbiamente diverse tra loro per molti aspetti e apparse con un intervallo di undici anni, che hanno efficacemente ed effettivamente influenzato--nel bene e nel male--tutte le ricerche com piu te successivamente da altri studiosi in questa realta.

Ma, a monte di queste, credo che un altro avvenimento debba essere adeguatamente ricordato per l'influenza che esercitera, in seguito, nella determinazione di certe scelte politiche niente affatto trascurabili. Intendo riferirmi all'iniziativa assunta dal Centro permanente per i problemi del Mezzogiorno--promossa dai meridionalisti del Partito d'Azione insieme con i rappresentanti degli altri Partiti democratici appena ricostituiti--di tenere a Bari il 16 dicembre del 1944, ancor prima, quindi, che la liberazione del nostro Paese fosse completata--un Convegno avente lo scopo di riproporre alla nuova Italia democratica quella che molto impropriamente il regime fascista aveva decretato fosse definitivamente superata e risolta: la questione meridionale.

Due furono le relazioni presentate in quella sede: la prima, di carattere piu eminentemente politico, fu affidata a Guido Dorso (La classe dirigente meridionale); mentre della seconda, relativa agli aspetti economici, fu incaricato il prof. Manlio Rossi-Doria (Struttura e problemi dell 'agricoltura meridionale). (2)

Grazie alla particolare predisposizione e preparazione di questi a considerare i vari aspetti di una stessa realta, il nocciolo di quella relazione consistette appunto nel collegare strettamente tra loro i dati storici che avevano contribuito, nel tempo, a determinare quella specifica realta con quelli relativi alla natura geopedologica dei terreni dell'Italia meridionale, alla consistenza e all'origine delle diverse classi sociali e, non ultimo, alle conseguenze che dai loro rapporti derivavano soprattutto per quanto riguardava il regime fondiario e i rapporti tra proprieta, impresa e mano d'opera.

A quelli della mia generazione sono ancora presenti le scene dolorose che si verificavano, al mattino presto, nelle piazze dei nostri paesi quando i contadini (soprattutto i braccianti senza terra, ma spesso anche i coltivatori diretti non autosufficienti) offrivano la loro forza--lavoro ai 'massari' che li assoldavano per una giomata di faticoso lavoro, spesso nelle zone malariche della pianura. Scene niente affatto dissimili da quelle che lo stesso Rossi-Doria descrisse, sulla base di un'esperienza vissuta direttamente, all'epoca dei suoi studi alla Facolta di Agraria di Portici, durante il suo praticantato nell'interessante azienda Azimonti, in quella Viggiani al Cupolicchio e in quella Turati a Calle di Tricarico. Infatti, proprio con riferimento a quest'ultima azienda, ecco come lo stesso Rossi-Doria ha ricordato, nella sua ultima opera incom piu ta, le condizioni di quel mondo:
Poiche dovevo raggiungere a cavallo il suo centro la mattina presto,
ebbi modo di assistere alla partenza mattutina dei contadini, coi loro
asini, cavalli e muli, senza o coni carretti, perle terre da loro
coltivate nell'uno o nell'altro luogo del vasto territorio comunale:
uno spettacolo che si ripeteva la sera al ritorno, dopo una intera
giomata solitaria nel lavoro dei campi da loro coltivati "a
terraggeria", ossia in affitto con canone pagato in natura
(Rossi-Doria, 1991: 158).


Non meravigliera se, alla ripresa della democrazia, la Sottocommissione per l'agricoltura della Commissione economica--istituita presso il Ministero per la Costituente e della quale lo stesso Rossi-Doria fu il coordinatore--dedico la Parte prima della sua relazione, presentata all'Assemblea Costituente esplicitamente all'esame dei problemi relativi alla proprieta fondiaria, dando ampio spazio all'auspicio di realizzare un intervento di riforma fondiaria nel nostro Paese e, in particolare, nel Mezzogiomo.

E infatti, l'art. 44 della nostra Carta Costituzionale riprese e rafforzo quanto gia contenuto nel [section] 3 del precedente art. 42 (La proprieta privata puo essere, nei casi previsti dalla Iegge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale), disponendo che:
Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di
stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli
alla proprieta terriera privata, fissa limiti all a sua espansione
secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica
delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle
unita produttive; aiuta la piccola e la media proprieta.


Il rientro dei reduci dai vari campi di concentramento e le distruzioni provocate dal conflitto non potevano non determinare un diffuso stato di tensione in tutte le campagne itallane: nemmeno la Basilicata ne fu esente.

Mentre il primo Parlamento repubblicano si accinse a una concreta applicazione del dettato costituzionale, nelle campagne cominciarono le agitazioni, che ebbero la loro piu macroscopica manifestazione nel movimento delle occupazioni delle terre incolte o non sufficientemente coltivate.

Fu la stagione--al tempo stesso entusiasmante e tragica--in cui, organizzatisi formalmente in cooperative, i contadini tentarono di diventare protagonisti della loro storia e non piu spettatori passivi di quelle condizioni di vita.

Una stagione entusiasmante e anche con aspetti del tutto particolari. Bastera ricordare che, generalmente, ogni occupazione di terra veniva gestita da tre cooperative: quella ispirata dal movimento cattolico e dalla Democrazia Cristiana (Libertas), quella che faceva capo all'Opera Nazionale Combattenti e Reduci ed al Movimento Sociale Italiano (Patria) e, infine, quella sostenuta dal PCI e dal Partito Socialista Italiano (Garibaldi). Non erano rari i casi nei quali qualche contadino aderisse contemporaneamente a tutte e tre le cooperative, superando, in tal modo, ogni significato di appartenenza politica, quasi a voler sottolineare il carattere folkloristico che, spesso, veniva attribuito a queUe occupazioni, nel tentativo di trasformarle in vere e proprie saghe paesane.

Ma vi furono anche, purtroppo, degli aspetti tragici, determinati da alcuni interventi della Polizia, spesso incautamente fatta intervenire con una certa violenza. Per ricordare solo qualche esempio, cito il caso delle occupazioni a Bemalda, a Irsina, nella zona della Perticara (a Guardia e a Corleto) e, soprattutto, a Montescaglioso. In quest'ultimo centro, purtroppo, anche con dolorose conseguenze, al di hi di ogni previsione.

Si dovette, dopo la prima Iegge del maggio 1950 fatta ad hoc per la Calabria, attendere la cosiddetta Legge stralcio del 21 ottobre 1950, n. 841, perche anche la Basilicata fosse interessata, insieme con la vicina Puglia ed altri comprensori, dai tanto attesi interventi di riforma fondiaria.

Questo il clima che si presentava nella regione a cavallo tra gli anni '4O e '5O. Un clima che riftetteva esattamente quanto vi era accaduto, passando dall'apparente immobilismo che era stato proposto da Carlo Levi e da Ernesto De Martino all'in-vito alla ribellione e al riscatto interpretato da Rocco Scotellaro nelle sue poesie, all'attivismo riformista auspicato da Manlio Rossi-Doria e alla presa di coscienza da parte delle forze pelitiche piu responsabili. Un clima indubbiamente interessante, che non poteva non stimolare I'attenta curiosita degli studiosi, specialmente stranieri.

Fu proprio il Cristo di Levi--che ebbe un successo indiscutibile non solo in Italia, ma anche all' estero e, in particolare, negli Stati Uniti--ad attrarre molti cui tori delle scienze sociali e umane in Basilicata per svolgervi le proprie ricerche.

Il particolare interesse dei colleghi americani trovava una sua piu evidente giustificazione nelle seguenti tre condizioni. Innanzitutto, essendo interessati a studiare le radici socio--culturali degli europei emigrati, nel tempo, negli Stati Uniti, era indispensabile, per loro, indagare su queste radici proprio nelle zone di origine dei ftussi migratori. Al tempo stesso, le modalita di attuazione del Programma Fullbright per favorire gli scambi culturali--nell'ambito del piu generale Piano Marshall--assicuravano loro maggiori agevolazioni qualora avessero scelto il nostro Paese.

Perche poi--terza condizione--decidessero di preferire il Mezzogiorno d'Italia alle altre regioni e facilmente comprensibile: la preponderante presenza di italiani oriundi dall'Italia meridionale nella nostra emigrazione in quella Confederazione spingeva gli studiosi a rivolgersi, appunto, preferibilmente verso le loro comunita originarie. Ma cio trovava un'ulteriore motivazione favorevole nel fatto che a Portici, presso la Facolta di Agraria dell'Universita di Napoli Federico II, vi era il Prof. Manlio Rossi-Doria!

Formalmente titolare della Cattedra di Economia e politica agraria, credo che tutta la sua produzione scientifica, le sue ricerche e, non meno, il suo attivo impegno politico siano state piu che concrete testimonianze del suo eclettismo culturale. Questo lo porto a essere strenuo propugnatore dell'esigenza di un approccio realmente interdisciplinare, soprattutto quando la ricerca scientifica presuppone che alla fase di studio segua, quando possibile, anche quella dell'intervento tendente a superare Ie difficolta rilevate.

Da cio, la piu assoluta disponibilita, da parte dell'economista agrario, ad avvalersi di tutti gli apporti scientifici che meglio avessero potuto aiutarlo a comprendere piu com piu tamente la realta agricola, che era il principale oggetto dei suoi interessi scientifici e operativi: dalla geografia economica alla geologia e geopedologia, dall'agronomia alle altre discipline tecniche proprie della Facolta di Agraria per approdare, infine, addirittura alle scienze umane vere e proprie (antropologia culturale, psicologia e sociologia), visto che il soggetto principale dei suoi interessi era, appunto, la societa meridionale.

D'altro canto, nell'ambito del Mezzogiorno, e fin troppo facile individuare un indubbio legame di Rossi-Doria con la Basilicata che, dopo la gia ricordata esperienza per l'elaborazione della propria tesi di laurea, fu ancora piu accresciuto quando il regime fascista, dopo il carcere, dal 1940 al 1943 lo confino prima a San Fele, poi a Melfi e, infine, ad Avigliano.

Tutta questa mia, forse troppo lunga, premessa vuole dimostrare perche gli studiosi americani--e non solo loro, ma anche quelli inglesi e francesi attratti in Italia dal Cristo si e fermato ad Eboli--una volta arrivati a Portici, furono prevalentemente indirizzati da Rossi-Doria proprio in Basilicata. In cio anche aiutato dalle sollecitazioni sempre mossegli dal suo amico Rocco Mazzarone. Quello che lui stesso volle facesse parte, insieme con Rocco Scotellaro, del gruppo di ricercatori chiamati a collaborare nel 1952 alla stesura del gia ricordato Piano Lucano SVIMEZ, (Associazione per lo Sviluppo dell'Industria nel Mezzogiorno) il primo esempio in assoluto di pianificazione territoriale a carattere interdisciplinare e non solo meramente urbanistico. Di quell'esperienza, anzi, giovera ricordare la relazione di Rocco Scotellaro sulla scuola (Scotellaro, 1955) e quella di Rocco Mazzarone sulla sanita (Mazzarone, 1956), che sono di per se stesse piu che sufficienti a caratterizzare in termini del tutto innovativi quello strumento di Piano.

D'altra parte, chiunque voglia esaminare l'apporto dato dai ricercatori italiani e, soprattutto stranieri, alla conoscenza di questa regione deve dare atto che, a partire dagli anni '50, nessuno degli studi com piu ti in Basilicata pote mai fare astrazione dai consigli e dagli stimoli provenienti da q uel disinteressato amante della sua terra che e stato appunto Rocco Mazzarone.

Nel frattempo, a Portici, anche grazie alla presenza di Rocco Scotellaro, si era venuto a costituire un gruppo di Sociologia rurale che, in quegli anni, affiancandosi al prof. Franco Leonardi dell'Universita di Catania, contribui non poco alla ripresa della Sociologia in Italia, dopo che era stata espulsa dal nostro ordinamento accademico dal fascismo ed era stata ostacolata dal dominante pensiero crociano. A differenza dei colleghi del Nord, questo gruppo, anziche interessarsi all'approfondimento degli aspetti teorici della disciplina, preferi indirizzare i propri sforzi verso un'analisi la piu concreta e puntuale possibile delle varie componenti della societa meridionale, prendendo proprio le mosse dalla gia ricordata relazione di Rossi-Daria al Convegno di Bari del 1944.

Ecco chiarito perche, in un certo senso, sin dagli inizi degli anni '50, la Basilicata divenne il simbolo della condizione contadina che, sulla base degli apporti venuti soprattutto dall'analisi antropologico--culturale dei colleghi americani, porto all'individuazione di una 'civilta contadina', secondo le implicazioni derivanti dalla Weltanschauung ('visione del mondo' o, se si vuole, 'filosofia della vita') riscontrabile in q uella societa.

Ben presto, per comodita, fu tacitamente riconosciuto che a Matera--il capoluogo lucano piu caratterizzato in questa direzione, per la sua piu diretta e specifica connotazione in senso agricolo e, non meno, per la presenza in esso dei non ancora famosi Sassi--spettasse il riconoscimento di capitate del mondo contadino e non certo limitatamente alla sola realta italiana.

Anche per cio, simbolicamente, in quella citta, fu svolto il primo Congresso Nazionale dell'UNLA (Unione Nazionale della Lotta contro l'Analfabetismo) il cui Centro piu attivo ed antico, in Basilicata, era quello di Savoia di Lucania, in provincia di Potenza, affiancato, poi, da quello di Aliano, in provincia di Matera. Simbolicamente, perche in quella occasione convennero a Matera da tutte le regioni meridionali, ivi comprese la Sicilia e la Sardegna, quanti operavano in questo settore ritenuto strategicamente importante per assicurare un diverso futuro alle popolazioni meridionali. Se si vuole, una sorta di ulteriore implicito riconoscimento della rappresentativita di questa realta, con riferimento all'intero Mezzogiorno, nello spirito di un ancor piu pressante richiamo all'urgenza di riproporre concretamente e operativamente i termini della non ancora risolta e annosa questione meridionale.

Non vi e, quindi, da meravigliarsi se proprio i Sassi di Matera furono scelti da Frederick George Friedmann per compiere la sua ricerca che tanta eco ha avuto, anche a livello internazionale, non solo per il suo oggetto, ma anche, ed in particolare, peri suoi aspetti metodologici, contribuendo, in tal modo, ad avvalorare in tutto il mondo quell'attributo, appunto, di capitate del mondo contadino e della sua civilta.

In quegli anni, Friedmann--professore di Filosofia all'Universita di Fayetteville nell'Arkansas (USA)--, grazie al gia ricordato Programma Fullbright, venne in Italia per verificare alcune ipotesi da lui formulate ai tempi dei suoi studi a Roma (dal 1933 al 1939, quando fu costretto ad abbandonare il suo Paese per le persecuzioni razziali) e, poi, approfondite anche nei successivi contatti con i contadini di origine francese, operanti nella vicina Louisiana, relative alla loro reazione alla miseria.

Dopo nunerosi sopralluoghi nel Mezzogiorno, colpito dal tremendo fascino dei Sassi di Matera e dopo un incontro--veramente irrinunciabile, proprio per la eco del suo Cristo--con Carlo Levi, poi con Rocco Scotellaro e Rocco Mazzarone, approdo a Portici da Rossi-Doria.

Qui, tra gli altri, vi fu pure l'incontro con George Peck, che studiava il grado di propensione dei contadini meridionali alla partecipazione politica nella sua piu ampia accezione: cioe, all'attivita dei Partiti e dei Sindacati cosi come a quella delle altre istituzioni politiche e amministrative. Ricerca che, grazie alla collaborazione offertagli da Rocco Scotellaro, non poteva non far centro su Tricarico, Grassano, Irsina e Montescaglioso. Per inciso, giovera ricordare che, in pieno oscurantismo McCarthista, appena rientrato negli Stati Uniti, questo studioso fu costretto a lasciare l'Universita e rientro nell'impresa familiare: i famosi magazzini d'abbigliamento della Peck & Peck alla Fifth Avenue!

Friedmann, sostenuto dalla Rockfeller Foundation, fu sicuramente indotto a fermarsi a Matera anche, e soprattutto, da quest'altra circostanza niente affatto trascurabile:
Gia dal 1949, la grave situazione edilizia e sociale della citta di
Matera aveva portato all'elaborazione di un primo schema di intervento
attraverso una relazione, preparata dal professore Nallo
Mazzocchi-Alemanni per la Missione americana ECA in Italia, nella quale
era indicata una soluzione del problema dei Sassi mediante la
costruzione di borghi residenziali. Sempre in quell'epoca, nel
programma di stanziamento di fondi ERP all'UNRRA-CASAS Prima Giunta, su
proposta della stessa Missione ECA era stato previsto un intervento per
il risanamento dei Sassi mediante la creazione di un primo villaggio
rurale nell'agro. Fu cosi che la proposta di studio--ormai messa a
punto e posta sotto il patrocinio dell'Istituto Nazionale di
Urbanistica--venne accolta dall'UNRRA-CASAS Prima Giunta che, appunto
in considerazione del programma di costruzioni edilizie e di incremento
economico-sociale ad essa affidato nell'agro materano, decise di
assumere l'onere finanziario (Musatti, I956: 7-8).


Lo stesso Musatti per meglio chiarire i motivi di questa scelta aggiunse:
La scelta di Matera fu fatta, quasi naturalmente, per un convergere di
molti motivi. Matera e la capitale, il simbolo della civilta contadina.
La stessa storia della sua notorieta, come "metropoli dei cavernicoli
", coincide singolarmente con l'atfermarsi della conoscenza del mondo
contadino. Gli itinerari degli scrittori di Sette e dell'Ottocento,
attenti alle cose di Puglia e di Calabria--e solleciti, anche, alle
anomalie sociali di quelle regioni (si pensi al Galanti)--trascorsero
tutti Iontano dalla Basilicata, ma soprattutto dai Sassi materani.
[...] La prima descrizione pienamente evocatrice di Matera si ritrova,
e non a caso, nel Cristo si e fermato ad Eboli di Carlo Levi. Il
fenomeno di una popolazione tutta accentrata in "citta" e pure tutta
gravante, per le risorse di vita, sull'agro circostante--per cui fra il
denso nucleo urbano e la campagna deserta esiste un paradossale vincolo
d'interdipendenza--ha a Matera una delle sue espressioni piu
caratteristiche (Musatti, 1956).


A differenza delle campagne viste altrove--al Nord, come in Germania e negli Stati Uniti--nelle quali era evidente che l'uomo aveva sempre dominato su di esse e tratto vantaggio da esse, qui Friedmann fu indotto a considerare che:
il paese che si estendeva ai nostri piedi, che ci induceva timidi e
smarriti a non lasciare la strada, a rimanere nei confini della citta,
non si poteva ridurre entro umane dimensioni. Il suo corpo disteso
aveva una sua propria storia, all'uomo ignota. E tuttavia uomini e
donne si muovevano nelle sue pieghe, montati sul loro carri sobbalzanti
dalle alte ruote, chiamando i muli con richiami senza tempo [...]. Mi
chiedevo chi mai potesse essere questo popolo che osava scendere nel
regno di divinita ignote, questi uomini il cui silenzio era piu
eloquente delle nostre dispute, la cui presenza, quali messaggeri di
"quel" mondo, impediva i nostri passi e ci faceva distogliere lo
sguardo dall'aperto grembo di quella terra tormentata. [...] Oggi mi e
chiaro che fui allora attratto dall'epica grandiosita del fato dei
contadini, che romanticamente anelavo di confondermi con le radici
antichissime della loro chiusa esistenza, che volevo apprendere la loro
saggezza, in cambio aiutandoli a raggiungere un poco degli agi e delle
speranze di un mondo piu moderno (Marselli, 1990: 173-233).


La composizione di quel Gruppo di studio, (3) con studiosi afferenti alle piu diverse discipline, consentl, per la prima volta in Italia, di attuare anche nel nostro Paese quella proficua collaborazione interdisciplinare che, gia nella prima meta del sec. XX, aveva caratterizzato la ricerca scientifica e la didattica nel mondo anglosassone. Un'interdisciplinarita conseguita nei fatti e non solo nelle affermazioni di principiocome accadeva e, purtroppo, continua ad accadere ancora oggi--che fece epoca, tanto da essere utilizzata anche in altre occasioni, in quegli anni. Come nella ricerca su Grassano, coordinata dall'On. Gaetano Ambrico nell'ambito della prima lnchiesta parlamentare sulla miseria e sul mezzi per combatterla (1952-1953)--e in quella sul Canavese (1953-1954), voluta da Adriano Olivetti, promotore del Movimento di Comunita, allora appena costituitosi e particolarmente attivo in quell'area gravitante attorno al suo stabilimento di Ivrea.

Per avere un'idea delle difficolta che quel Gruppo di studio dovette affrontare--oltre, naturalmente, a quelle proprie dei contatti con Ie Autorita locali, religiose e civili, e con la stessa comunita oggetto di studio--sara solo sufficiente riportare un brano della risposta data dallo stesso Friedmann a Pancrazio Toscano che lo intervisto. Alla domanda: "Qual era il vostro metodo di ricerca dal momento che i partecipanti erano di provenienza scientifica cosi eterogenea?" Friedmann cosi rispose:
Il nostro metodo di lavoro era un po' lo stesso che piu tardi uso il
Presidente americano Kennedy nel suo Gabinetto: per un verso, ognuno
dei partecipanti aveva il suo campo di specializzazione, per un altro,
ciascuno poteva interessarsi ed occuparsi di qualsiasi problema che il
Gruppo trattasse. Era chiaro che cercavamo di usare i metodi
scientifici delle rispettive discipline, ma, allo stesso tempo,
impiegavamo accorgimenti non convenzionali, che ci venivano in mente
secondo le necessita del momento (Friedmann, 1996: 68).


Sintonicamente con questa posizione, per quanto riguarda la ncerca vera e propria, egli non voleva, certo,
impostare una ricerca secondo una metodologia dogmatica e sotto la
guida ferrea per quanto sapiente di un capogruppo, ma dar vita, per
prima cosa, ad un'intesa sullo spirito dell'iniziativa, constatare
preventivamente nei vari collaboratori una eguale visione del problema
umano per poi dare avvio al lavoro scientifico propriamente detto.
Percio, lo studio si e andato ampliando e riplasmando, sotto l'apporto
dei differenti contributi espressi in uno Spirito di sempre meglio
approfondita aderenza a una realta [...] che risulta da una costante
interazione culturale, cioe da quel complesso gioco di infiuenze
reciproche--di reciproche azioni e reazioni--che si sviluppano fra i
vari filoni di una medesima civilta e che, cosi, la configurano
(Marselli, 1990: 221).


Lo stesso Friedmann, parlando successivamente di questa fase di avvio, ebbe a dire che:
il metodo sarebbe nato soprattutto dallo svolgimento del lavoro comune,
e sarebbe stato non gia il risultato di un'elaborazione dall'alto, o di
un compromesso fra i collaboratori, ma l'espressione di una visione
comune, definita al lume della propria e dell'altrui esperienza
d'indagine (Friedmann, 1956).


In pratica, egli era partito da questi tre quesiti ai quali avrebbe dovuto essere in grado di dare una qualche risposta, con la collaborazione dei compagni di avventura italiani:
Quale la situazione sociale, etica ed economica di una comunita rurale
meridionale? Quali le condizioni ambientali obiettive nelle quali
quella popolazione doveva vivere? Quali le reazioni dei contadini allo
stato di miseria in cui erano costretti a vivere? (Marselli, 1990).


Successivamente, in occasione di un suo breve rientro negli Stati Uniti, scrisse il saggio La miseria nel quale espresse piu organicamente le sue considerazioni:
Sebbene la Weltanschauung dei contadini della Calabria e della Lucania
[...] sia probabilmente, sotto molti aspetti, simile a quella dei
contadini delle altre parti del mondo, sembra, tuttavia, di poter
scorgere una differenza, almeno di grado, per quanto riguarda i
principali fattori ambientali. Non soltanto ci rendiamo conto che e,
forse, passata piu Storia sull'Italia Meridionale che sopra ogni altra
regione del mondo che li si possa paragonare; rimaniamo anche colpiti
da quella che si potrebbe chiamare un'intricata relazione dialettica
tra le due dimensioni ambientali di questi paesi: lo spazio (elemento
geografico) ed il tempo (elemento storico). [...] L'abissale poverta
del contadino meridionale non e lantana dall'avere un suo
particolarissimo modo di essere, che da luce ad ogni manifestazione
della sua vita. O, piu ttosto, cio che colpisce il visitatore, in un
confuso insorgere di emozioni (che vanno dalla vergogna all'orgoglio),
e l'evidente contrasto tra le condizioni obbiettive della vita e la
nobilta del suo linguaggio. Cio gli fa capire, ed in un modo molto
eloquente, che la miseria e qualcosa di piu che un insieme di
condizioni materiali; impara ad intendere come un'esaspera-zione di
poverta, come una filosofia, un sistema di vita. Una filosofia, in
effetti, che non e limitata al piu basso gradino di questa
societa--cioe al contadino senza terra, al bracciante--, ma comprende,
almeno per quel che riguarda le loro abitudini principali, il piccolo
possidente di terre, l'artigiano, il professionista e, fino ad un certo
punto, lo stesso barone (Marselli, 1962).


In una letterada lui indirizzata a Ludovico Quaroni, in data 18 novembre 1951, cosi volle fosse precisato il ruolo che pensava dovesse essere affidato al nostro Gruppo di studio:
La comunita che stiamo studiando e comunita umana, e piu che ambiente
(fisico ed umano), e attivita di soffrire e di creare. Essa interpreta
quel che subisce e cerca di trasformare interpretando. E cultura (cioe
il modo di sen tire e di risolvere i problemi) in crisi. E una societa
con un tipo di coscienza, che cambia (che entra nella coscienza
storica, si suol, dire). Cambiamenti avvengono in quel che si crede di
poter cambiare. In certe aree di vita si crea un vuoto--vecchie forme
di vita cadono e le nuove non sono ancora pronte--, e nascono, quindi,
le pseudo-soluzioni, gli astrattismi (Marselli, 1990).


Logica, a questo punto, la domanda che con ciascuno di noi si pose onestamente e lealmente lo stesso Friedmann: "Che cosa dobbiamo e cosa possiamo fare?"La sua risposta la si ebbe nella gia ricordata lettera a Ludovico Quaroni:
E evidente: dove tutta una cultura, un modo di vita cambia (o, perfino,
crolla) gli aiuti tecnici non bastano; sono, al massimo, aiuti verso
nuove forme di cultura. Che diritto abbiamo noi di intervenire? Quale e
o dovrebbe essere la nostra filosofia di intervenire? Certamente,
dobbiamo distinguere tra problemi e problemi. Ci sono problemi ultimi,
quelle tensioni direi poetico-metafisiche, una certa sensibilita umana,
che si esprimono in vari aspetti della vita. Studiandoli, aiutiamo noi
stessi, allargando la nostra esperienza umana: non possiamo pensare ad
intervenire nella soluzione di problemi di questo genere (sarebbe come
voler abolire l'umanita stessa). Ma, poi, vi sono altri problemi
(sarebbe utile tracciare gli esatti limiti tra i due gruppi di
problemi), tensioni direi esterne, che vogliono essere risolte in un
modo o nell'altro. Qual e la nostra motivazione di cercare di aiutare
gli altri a risolverli? Perche vogliamo prendere il contadino e
trasferirlo a La Martella? Perche nella configurazione storica questo
rappresenta uno sviluppo razionale pacifico (opposto a sviluppi
irrazionali e violenti)? E importante chiarire la filosofia
dell'intervento, del nostro intervento, anche per la sperata efficienza
dei nostri tentativi di cambiare la situazione. E importante fare un
elenco di problemi (il che significa capire la comunita nella sua vera
vitalita), dei rapporti tra questi problemi (di quelli intangibili e di
quelli espliciti); sara necessario distinguere quelli che devono essere
risolti per mezzo di intervento esterno e quelli che, invece, devono
trovare illoro corso naturale[... ]. Credevo, e credo ancora oggi, che
per capire la realta umana non ci vuole una descrizione minuta (direi:
dal di fuori), ma penetrazione intima, dettata non da sentimentalismi,
ma da un senso profondo di responsabilita sociale. In altre parole, uno
studio freddamente positivista: sono convinto che c'e obiettivita oltre
il campo ristretto della scienza odiema, obiettivitas morale, se si
vuole (Marselli, 1990).


Ho ritenuto opportuno soffermarmi particolarmente sulle considerazioni di Friedmann perche, durante quell'avventurosa esperienza del nostro Gruppo di studio, fu possibile storicizzare e dare un piu puntuale contenuto a quelle espressioni precedentemente utilizzate di mondo contadino o, ancor piu , di civilta contadina.

In estrema sintesi, si puo dire che, proprio grazie agli elementi evidenziati dallo studio dei Sassi, potemmo prendere consapevolezza dell'esistenza, in quel mondo e nonostante i suoi aspetti negativi prima lamentati, di un nucleo persistente ed essenziale di valori che, se ben valorizzati e difesi, avrebbero potuto costituire un preziosissimo strumento per una fisiologica e reale modernizzazione di quel mondo.

Tra quei valori, un ruolo preminente lo attribuimmo al senso di comunita, a quello di solidarieta nei momenti di emergenza e, non ultimo, all'ormai piu che sperimentata capacita di affrontare, subire e ove possibile anche di superare le infinite difficolta continuamente proposte a quelle popolazioni.

Nel primo caso--il senso di comunita--, una riprova ci era stata fornita dalla constatazione della validita del 'vicinato' in quelle condizioni oggettive offerte dai Sassi. Gli abitanti di grotte che si affacciavano sullo stesso slargo, finivano con l'assumere comportamenti e atteggiamenti tali da influenzare profondamente i loro rapporti reciproci in modo tale da evidenziarne i momenti di incontro e di collaborazione cosi come da attenuarne q uelli delle inevitabili tensioni della quotidianita, pur essi da ritenersi perfettamente legittimi e fisiologici.

In accordo con questa constatazione, uno dei nostri obiettivi principali fu proprio quello di perseguire, sempre ove possibile, il consolidamento di questo comportamento 'comunitario' o, addirittura, di favorirne la creazione ex--novo ove fosse risultato ancora del tutto inesistente.

Cio nella piu assoluta consapevolezza che solo un'efficiente diffusione di questa forma organizzativa--rifacentesi al modello della 'Gemeinschaft' tonnesiana--basata sul rapporti interpersonali diretti--e, secondo gli americani, face-to-face (faccia a faccia)--avrebbe potuto attenuare se non annullare del tutto l'attuale isolamento nel quale e costretta a operare la dimensione 'societaria' (ascrivibile al corrispondente modello della 'Gesellschaft', descritto dallo stesso au tore (Tonnies, 1963).

In tal modo, si sarebbe potu to dare una risposta efficace al modello delfamilismo amorale ipotizzato da un altro studioso americana, Edward C. Banfield, nella sua ricerca svolta a Chiaramonte (Banfield, 1976).

Dopo nove mesi di lavoro di campo in quel paese, tra il 1954 ed il 1955, egli ritenne che la causa prima del sottosviluppo e dell'arretratezza andasse ricercata soprattutto nelle condizioni culturali, psicologiche e morali delle organizzazioni sociali, politiche ed amministrative, ipotizzate come prevalenti nel Bacino del Mediterraneo e di cui quella comunita lucana era stata assunta come campione rappresentativo (Marselli, in990).

Egli dedusse che tutto era attribuibile alla persistenza di un atteggiamento (ilfamilismo amorale) caratterizzato da:
l'incapacita degli abitanti di agire insieme per il bene comune o,
addirittura, per qualsivoglia fine che trascende l'interesse materiale
immediate del nucleo familiare. Tale incapacita di organizzarsi
attivamente al di la della ristretta cerchia familiare deriva
dall'ethos del "familismo amorale", prodotto da tre fattori operanti
congiuntamente: l'alta mortalita, un determinate assetto fondiario e
l'inesistenza dell'istituto della famiglia estesa, cioe di tipo
patriarcale [...] il familismo amorale, pertanto, e un modello di
comportamento o una sindrome: una societa che presenti "alcuni" degli
elementi, che costituiscono una sind rome, differisce in modo decisivo
da una che li presenti "tutti" insieme. lnoltre, e questione di gradi:
per quanto privi di scrupoli o egoisti possano essere la maggioranza
dei suoi membri, una societa non si identifica con l'individualismo (o
il familismo amorale) fintanto che in qualche settore di essa
sussistano elementi significativi di senso civico o anche di interesse
privata 'illuminato' (Banfield, 1976: 37 e 39).


Come si vede, conclusioni totalmente diverse da quelle alle quali erano pervenuti Friedmann e il suo Gruppo di studio e che suscitarono un vasto dibattito, a livello internazionale. Tanto che lo stesso curatore della riedizione italiana del 1976, nella sua presentazione, ebbe a dire:
In questi venti anni forse nessuna ricerca sociologica in assoluto (e
certamente nessuna ricerca sulla realta italiana) e stata fatta oggetto
di discussioni cosi ampie e persistenti, su riviste altrettanto
autorevoli e da parte di studiosi cosi attenti, pur nella diversita dei
rispettivi punti di vista. Appena uscita la prima edizione americana,
l'American Journal of Sociology e l'American Sociological Review le
dedicarono due recensioni positive; qualche mese dopo, World Politics
pubblicava dodici pagine di commento stese da Waelder; poi su altre
riviste apparvero via via i lunghi saggi critici di Cancian (1960), di
Marselli (1962), di Wickers (1964), di Pizzorno (1966), di Silverman
(1968); di Davis (1970) e di altri (De Masi, 1976).


L'obiezione fondamentaine da me mossa alla ricerca di Banfield--alla quale pur avevo collaborato, all'inizio--fu quella della non applicabilita alla nostra realta dei 17 postulati predittivi da lui stesso formulati come ipotesi--base. Se non aintro perche essi ignoravano totalmente le vicende storiche che, stratificandovisi, avevano profondamente condizionato, prima, i rapporti tra questa comunita e lo Stato, percepito quasi esclusivamente come mero percettore di tasse e gabelle o come arruolatore di giovani per le Forze Armate e, poi, quelli tra gli stessi individui all'interno della comunita, costretti a fare continuamente i conti con una cromca carenza strutturale e funzionale delle istituzioni ai vari livelli e nei piu diversi settori.

Per quanto riguarda il secondo dei valori individuati dal Gruppo di studio Friedmann--quello di solidarieta nei momenti di emergenza--oltre a soccorrerci ancora l'esempio fornito dal 'vicinato', sempre riscontrabile, sia pure sotto diverse forme, in tutti i paesi della Basilicata, ci colpi anche quanto potemmo osservare a livello delle cinque valli in cui si articolava il suo territorio. Caratteristica all ora assai piu evidente in quanto la rete delle infrastrutture stradali non era certo cosi ramificata come quella attuale.

Un modello ancora piu esemplare--che riproponeva, in termini assai piu accentuati e funzionali, anche quello della 'comunita' cosi come precedentemente descritto--fu considerato quello dei cosiddetti 'popoli' della Basilicata: intendo riferirmi al 'popolo Aviglianese', a quello 'del Melfese' o 'del Pollino', 'del Lagonegrese' e cosi via.

Naturalmente, l'emergenza piu generalmente vissuta fu, manco a dirlo, proprio quella dell'occupazione delle terre o delle manifestazioni in difesa di questo o quel diritto da loro percepito come trascurato se non, addirittura, negato da parte delle isti tuzioni.

Infine, il terzo valore--quello della sperimentata reazione alle difficolta del vivere quotidiano--fu particolarmente verificato nella loro reazione alla miseria. Le risultanze delle nostre indagini--il senso ultimo delle quali puo essere ritrovato nelle citazioni prima riportate--consentirono a Friedmann di dar vita a un Symposium (4) internazionale sul tema "Il modo di vivere dei contadini e la loro concezione della vita", al quale, man mano, collaborarono studiosi di vari Paesi. Esso fu proficuamente utilizzato anche dal Prof. Robert Redfield--dell'Universita di Chicago ed ex--Presidente dell'Associazione Americana di Antropologia Culturale--nella redazione del suo testo, ormai un classico, sulle societa e le culture contadine nel mondo contemporaneo (Redfield, 1958).

Lo studio dei Sassi si concluse con un successo e una sconfitta. Il primo puo essere verificato in questo commento di Riccardo Musatti:
Sulla base del materiale elaborato dalla Commissione di Studio,
infatti, e stata, in primo luogo, definita la migliore ubicazione del
costruendo villaggio in localita La Martella; rilevamenti e sondaggi
diretti hanno quindi dato essenziali indicazioni di carattere
economico, demografico e psicologico sulla struttura e i bisogni delle
famiglie da trasferire; infine, tutti i risultati dello studio restano
positiva premessa per dare al nuovo insediamento una stabile e
razionale struttura economico-sociale e per inquadrarne funzionalmente
la futura vita in quella tradizionale della comunita storica. Analogo,
ma ancor piu vasto contributo il materiale dello studio ha recato
all'elaborazione del programma di risanamento dei Sassi, previsto dalla
Legge 17 maggio 1952, n. 619 (detta "Legge Colombo"), che si e ad esso
riferito per quanto concerne il dimensionamento finanziario generale,
la determinazione della popolazione interessata (dal pun to di vista
demografico, economico e professionale) e l'analisi delle condizioni
igienico-sanitarie attuali della zona d'intervento. E infine lo stesso
materiale ha avuto utilizzazione nella redazione del Piano Regolatore
comunale, intervenuta in questi anni (Musatti, 1956: 8).


La sconfitta, invece, fu determinata dal successivo verificarsi di alcune circostanze, all'atto del tutto imprevedibili. Innanzitutto, dal fatto che, in realta, il programma di intervento previsto dalla Legge Colombo fu attuato solo in parte: al posto di altri borghi da costruirsi nell'agro, solo qualche quartiere urbano, difficilmente fruibile dalla popolazione che, in quei tempi, era ancora prevalentemente addetta all'agricoltura.

Anche a La Martella, pero, non pochi furono gli ostacoli frapposti alla completa realizzazione delle indicazioni fornite dal Gruppo di studio. I maggiori di questi ci furono mossi proprio dall'Ente per la riforma fondiaria in Puglia e Basilicata. Formalmente, trincerandosi dietro diverse e difformi interpretazioni delle norme legislative, di volta in volta chiamate in causa. Sostanzialmente, perche, purtroppo, il borgo ideato da Ludovico Quaroni come insediamento di questo particolare tipo di popolazione--prima abituata a vivere nelle condizioni, sia positive e sia negative, offerte dai Sassi--contrastava nettamente con la concezione che il Prof. Nallo Mazzocchi--Alemanni (gia ricordato, in precedenza) aveva dato a tutti i borghi da lui progettati nei comprensori di riforma fondiaria.

La condizione di gran lunga piu predominante e tale da influenzare molto profondamente gli sviluppi futuri--non solo del nostro limitato esperimento a La Martella ma anche, piu generalmente, di tutta la societa lucana--fu rappresentata dalle modalita assunte dal processo di mutamento.

Innanzitutto, esaurita la fase dell'assegnazione delle terre per effetto della riforma fondiaria, ripresero i flussi emigratori. Mi permetto di ricordare che, secondo i dati rilevati da una nostra ricerca su questo fenomeno (Pieraccini et al., 1980) nel ventennio 1991--71, furono perse circa 230.000 unita, corrispondenti a piu di un quarto della popolazione (meno 28,82 %), con punte del meno 35,41 % nella montagna appenninica e addirittura del meno 36,91 % nelle zone ad agricoltura estensiva.

Non vi e chi non veda come fenomeni di tale intensita abbiano potuto esercitare un impatto niente affatto indifferente su tutti gli altri aspetti della societa. Un'emigrazione che continua tuttora, anche se con diverse motivazioni, e che chiama piu direttamente in causa il ruolo delle istituzioni, specie nei confronti del destino della Basilicata.

Un altro evento ha avuto effetti altrettanto importanti. Intendo riferirmi alla dotazione di infrastrutture, che sono state determinanti nel rompere l'isolamento che, fino a un passato non troppo remoto, aveva caratterizzato questa regione.

Innanzitutto, il sistema stradale che, non solo ha reso piu agevoli i collegamenti interni tra le cinque valli, ma ha aperto maggiormente la Basilicata verso la Puglia e la Campania. In un certo senso, cio ha contribuito anche a favorire maggiormente una differenziazione tra il materano, piu proteso verso la Puglia, ed il potentino, riavvicinatosi, ancor piu che in passato, alla Campania.

Mentre, nel primo caso, il rapporto privilegia quasi esclusivamente Bari e, suo tramite, i Paesi orientali; nell'altro, si devono fare i conti con tre differenti realta di attrazione: il Cilento, per il versante tirrenico della Basilicata; Salerno, come centro emergente per tutta una serie di attivita e, in particolare, per il suo porto in rapida crescita, un po' meno per la sua Universita, almeno da quando anche la regione Iucana si e dotata di un suo Ateneo; verso Napoli, invece, prevalgono piu motivazioni sentimentali e tradizionali che non quelle funzionali, prima assai piu influenti.

Come ho appena accennato, credo che, finora, sia stato sottovalutato o non si sia sufficientemente valutato l'apporto innovativo fornito daii'Universita, non solo sul piano che le e proprio--la ricerca e la formazione--ma, in particolare, anche come struttura essenziale a cui affidare, unitamente ad altre istituzioni formative, il compito niente affatto indifferente di assecondare quella trasformazione culturale indispensabile per il conseguimento di una modernizzazione reale. E questo un ruolo assai piu importante e che dovra essere particolarmente curato, in futuro, se si vorra disporre di tutti quegli elementi atti ad agevolare il processo di trasformazione della societa nel senso di una reale e fisiologica modernita.

Oggi che al tradizionale settore primario--adeguatosi, sia pure entro i limiti consentiti dall'ambiente fisico--naturale e da quello socio--culturale ed economico, alle nuove sfide poste dalle attuali condizioni di mercato--si so no venute affiancando anche interessanti iniziative nel settore industriale, e inevitabile il ricorso ad altre categorie concettuali per poterne meglio valutare le tendenze in atto.

L'industria di grandi dimensioni (come nel caso dell'insediamento melfese) non potra fare astrazione dai problemi propri di settore e, quindi, dovra essere considerata come un elemento esterno al quale affidare il non facile compito di stimolare iniziative endogene, collaterali, in grado di dar luogo a vere e proprie filiere.

Ben diverso e il caso delle imprese di dimensioni piu modeste, ancora di spiccata provenienza dal settore artigianale, che sempre piu dovranno fondare Ie Ioro prospettive sulle singole capacita imprenditoriali e, in particolare, su una persistente attitudine all'innovazione sia organizzativa, sia di prodotto e sia di mercato.

Forse, proprio in questo caso, potra essere opportuno richiamarsi a quella parte dei valori positivi della civilta contadina la cui conservazione/rivalutazione, come si e detto, era nei nostri voti perche di quel mondo si potessero attenuare--se non cancellare del tutto--i lati negativi e sofferti che lo rendevano insopportabile e ingiusto a molti.

In ultima analisi, e allo stato attuale dei rapporti interni e internazionali, lo si voglia o meno, l'imperativo ineludibile e quello di intraprendere e portare corretta-mente a termine un processo di modernizzazione.

Ma, come ampiamente dimostrato da molte ricerche attuate anche in realta diverse, quando si da corso a processi del genere, possono registrarsi tre diverse reazioni negative a fronte di un'unica soluzione positiva da perseguirsi tenacemente e a ogni costo, pena la perdita di un'opportunita spesso irripetibile.

La prima, quella piu da respingere e temere, ma, purtroppo, anche molto frequente, e quella della negazione. Si rifiuta ogni mutamento per paura del futuro, ma anche perche non si vogliono perdere i privilegi goduti, specie se, come accade spesso, sono stati ingiustamente acquisiti. E, questa, la reazione di quanti sono destinati a essere sicuramente perdenti e, come tali, automaticamente postisi Ioro stessi al di fuori della Storia e, quindi, della stessa realta di appartenenza.

La seconda si ha quando i modelli di riferimento esterni, necessari per innescare il mutamento, vengono assunti del tutto acriticamente. Subendoli per moda o per assoluta insipienza, come spesso e accaduto nei confronti del dilagante consumismo che tanto negativamente ci ha trasformati o, perfino, devastati sul piano psicologico e culturale ancor piu che su quello materiale. In questo caso, siamo al cospetto di una modernizzazione 'abortita': vi erano tutte le premesse perche si potesse avviare un processo fisiologico, ma non si e stati in grado di farne tesoro. Troppo spesso, non si e avuto il coraggio di persistere.

La terza reazione si manifesta quando, pur esercitando la dovuta analisi critica sui nuovi comportamenti da assumere e fare propri, non ci si accorge di non avere a disposizione gli strumenti e i mezzi indispensabili per conseguire gli obiettivi prescelti: e, questa, la modernizzazione 'tradita'. Un'occasione perduta che, come l'esperienza insegna, potra anche non piu ripresentarsi o ci sara offerta in termini assai piu severi nel rapporto tra costi e benefici.

Purtroppo anche in Basilicata--come, del resto, in tutto il nostro Paese e anche in altre realta esterne a noi--vi sono momenti in cui tutte e tre queste reazioni convivono pericolosamente, interessando, di volta in volta, questa o quella componente della societa. Con le disastrose conseguenze che e fin troppo facile immaginare: nei casi peggiori non si viene a determinare solo una pericolosa situazione di stasi, ma, assai piu spesso, si deve registrare un disastroso accumularsi di conseguenze negative con il conseguente declino.

E cosi che ai vecchi e annosi problemi di crisi altri se ne aggiungono, rendendo assai problematica ogni soluzione: non raramente, perfino allontanando sempre piu progressivamente una corretta impostazione di un possibile intervento risolutorio. Laddove, invece, cio a cui si deve tendere con tutte le proprie forze--morali, culturali, materiali e strumentali sia a livello individuale e sia a quello collettivo e delle istituzioni--e quella che gia prima ho definito modernizzazione reale.

Non e affatto accettabile l'affermazione, sempre piu frequente anche in ambienti insospettabili, secondo cui saremmo di fronte al crollo delle ideologie: una societa non puo farne a meno. Certo, non delle esasperazioni ideologiche che troppo spesso hanno funestato gli avvenimenti del XX secolo; ma quelle che si sostanziano nel preciso disegno della societa futura che ciascuno intende perseguire legittimamente e responsabilmente, con i soli mezzi leciti a disposizione.

Perche il disegno che prevale dal confronto tra le varie ed anche opposte ideoIogie possa realizzarsi e prioritariamente necessario che si approntino tutti gli strumenti (normativi, tecnici, concettuali, formativi, istituzionali e organizzativi) e i mezzi (economici, finanziari e di personale da impiegare ai vari livelli). Ma anche che si attribuisca tutto il valore possibile ai tempi necessari per conseguire i risultati auspicati. Quelli, cioe, indispensabili per la ricognizione della specifica realta, per lo studio teorico dei problemi da affrontare, per l'individuazione della piu opportuna strategia da adottare, per la progettazione dell'intervento e la sua realizzazione, anche ricorrendo ai doverosi controlli periodici ai quali affidare il piu rigoroso rispetto delle scadenze temporali intermedie e finali.

Solo questa, e non altra, puo essere considerata una modernizzazione veramente 'reale' e, come tale, avente in se stessa tutte le potenzialita perche si dia corso a un processo continuo, permanente, irreversibile.

Altra soluzione, estranea a questo modello, non puo nemmeno dare luogo ad alcuna considerazione sempre che la si voglia davvero porre in essere perche venga responsabilmente realizza ta.

I lusinghieri risultati recentemente registrati dalle istituzioni di Basilicata e, massimamente, quelli conseguiti dall'Ente Regione costituiscono un prezioso capitale, che esige solo di essere utilizzato al massimo proprio perche la tanto auspicata modernizzazione reale da progetto possa prontamente tradursi in concrete realizzazioni. Allora, forse, ci si potra riappropriare a pieno titolo di quanto costituiva un patrimonio positivo del vecchio mondo contadino.

E fin troppo ovvio che esso non potra piu essere fatto rivivere; ma potra irradiare i suoi benefici effetti su una futura Basilicata sempre piu a dimensione umana, in cui gli aspetti materiali possano trovare il necessaria completamento in quelli culturali si da determinare le condizioni perche si abbiano anche piu accettabili condizioni socio-economiche.

Un auspicio che e largamente legittimato dalle tradizioni, dalla Storia e dalle vicende che hanno interessato questa regione: antica, ma mai cosi giovane e ricca di speranze come si presenta oggi.

E si dovra concordare con Franco Vitelli quando di Rocco Scotellaro ha giustamente messo in risalto:

Ancora una volta attraverso la sua persona passa un nodo essenziale della storia culturale del nostro dopoguerra, le spalle erano esili si, ma resistenti (Vitelli, 1989: 42-43.

Note

(1.) E cio in epoca assai antecedente all'impegno della FIAT nel Melfese.

(2.) Entrambe furono pubblicate negli Atti di quel Convegno (Dati e prospettive della questione meridionale, Bari, Edizioni Canfora, 1945). Quella di Rossi-Doria fu successivamente ripubblicata nel suo volume Riforma agraria e azione meridionalista e ultimamente, con lo stesso titolo, a cura dell 'Associazione per studi e ricerche Manlio Rossi-Doria, presso L'Ancora del Mediterraneo.

(3.) Eleonora Bracco, Lidia De Rita, Federico Gorio, Giberto Antonio Marselli, Giovambattista Martoglio (Segretario, in rappresentanza dell 'INU e fiduciario dell'Ing. Adriano Olivetti), Rocco Mazzarone, Francesco Nitti, Giuseppe Orlando, Ludovico Quaroni e Tullio Ten tori.

(4.) La Presentazione fu pubblicata nella rivista Comunita nell'aprile del 1956, insieme con il I e il II documento; altri cinque documenti furono pubblicati negli anni successivi.

Bibliografia

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Gilberto Antonio Marselli Universita di Napoli Federico II, Italia

Autore corrispondente:

Gilberte Antonio Marselli, Univer sici di Napoli Federico Il, Italia.

Email: gilberto.marselli@alice.it
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Title Annotation:Figure e prospettive ripetibili; socio-anthropological analysis of peasant class in Italy; text in Italian
Author:Marselli, Gilberto Antonio
Publication:Forum Italicum
Article Type:Critical essay
Geographic Code:4EUIT
Date:Aug 1, 2016
Words:10105
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