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Dagli arcobaleni alle pale eoliche: cinque registi, di ieri e di oggi, raccontano la loro Basilicata.

1. Introduzione

Oltre Eboli, durante un rito di passaggio psicofisico, il pittore torinese Carlo Levi dismette i panni del borghese e indossa quelli dell'intellettuale, facendosi costruttore della visibilita di un mondo fino ad allora invisibile, nella sua realta profonda (Martini 370-71). Infatti, se fino al 1945, anno di pubblicazione di Cristo si e fermato a Eboli, l'immagine della Basilicata era stata sin troppo spesso assimilata a quella di una qualsiasi altra regione del Sud Italia, e grazie al romanzo di un italiano del Nord che la Terra lucana acquista una sua fisionomia e comincia a far conoscere, fuori dai propri confini, la forma, il colore e i contorni della propria identita.

Una quindicina di anni dopo, la scoperta della Basilicata viene sollecitata, nel regista Luchino Visconti (1), che aveva letto e amato tanto Levi quanto Scotellaro (2), dal crescente interesse di gran parte dell'intellighenzia italiana degli anni Cinquanta nei confronti di quella realta umana e paesaggistica, arcaica e affascinante. Un territorio atipico e sconosciuto, come quello lucano, viene, cosi, improvvisamente rivelato all'attenzione generale, in seguito alle campagne dell'antropologo partenopeo Ernesto De Martino (3), alle fotografie di Arturo Zavattini e di Franco Pinna, che ebbero il merito di fissare le immagini delle spedizioni demartiniane lucane e di veicolarne i contenuti, e a quelle che, qualche anno prima, avevano scattato due fotografi d'arte, quali David Seymour e Henri Cartier-Bresson (4); e grazie alle indagini di studiosi, italiani e stranieri, quali Giovan Battista Bronzini, Paolo Toschi, George Peck, Frederick Friedmann e Edward Banfield.

Una regione, che fino ad allora non aveva saputo o potuto costruire e diffondere la propria immagine, diventa, grazie alla "lungimiranza culturale" di un gruppo di intellettuali ed artisti, che ha saputo vedere al di la della coltre dura del suo suolo arido, uno dei set socio-antropologici e naturali piu ricercati, fotografati e filmati del Mezzogiorno, dai primi anni Cinquanta alla meta degli anni Settanta. (5)

La Basilicata perde come d'incanto "la verginita," e, pur mantenendo saldi i propri valori, comincia ad offrire il suo volto, i suoi volti, a chiunque voglia, con delicatezza e rispetto, studiarla e immortalarla. Un volto che, nonostante l'esigenza profonda di questa regione di venire fuori dall'"anonimato" e di elaborare un'immagine fedele della propria, riconoscibile, identita, spesso il cinema ha reso metafora e paradigma di altre realta lontane e di altri Sud. Eppure, se molti cineasti se ne sono "appropriati" per far rivivere, sul grande schermo, l'anima e il respiro di altri luoghi, ad essa riconducibili e sovrapponibili (6); diversi, altri, autori del cinema italiano, sulla scia leviana, hanno voluto raccontare, nel dispiegarsi audiovisivo di opere di evidente autorialita (7), storie prettamente lucane (8).

Il saggio prende in esame cinque di queste pellicole--Cristo si e fermato ad Eboli (1979) di Francesco Rosi; Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti; 1 Basilischi (1963) di Lina Wertmuller; Il Rabdomante (2006) di Fabrizio Cattani; Basilicata coast to coast (2010) di Rocco Papaleo (9)--e le analizza da un punto di vista testuale, soffermandosi su alcune, particolari, tematiche che sono state affrontate, con forme e sfumature differenti, da tutti e cinque gli autori: l'acqua, la terra, il tempo, la magia, la religione, l'emigrazione. L'intento e quello di rinvenire, in ciascun film, quei tratti della cultura lucana, cosi particolare e inedita, che hanno suscitato il vivo interesse e l'intelligente curiosita dei registi sopraelencati, e, delinearne, allo stesso tempo, le tracce e le tappe di una cinematografica linea evolutiva, che va dal 1935, anno d'ambientazione del film di Rosi, al 2010, anno di realizzazione del film di Papaleo.

Nonostante le distanze specificamente ideologiche, culturali e di background socio-esistenziale di ciascun autore, e le notevoli differenze estetiche e stilistiche (10) che contraddistinguono i cinque film, e possibile riscontrare, nelle opere analizzate, delle "costanti figurali," dei topoi drammaturgico-tematici, "che appartengono a un patrimonio culturale (umano, sociale e storico) riconoscibile e che possono considerarsi elementi di sostegno, una specie di solida piattaforma" (Cocco 77) a cui Rosi, Visconti, Wertmiiller, Cattani e Papaleo hanno ancorato la loro particolare immagine della Basilicata. Infatti, quella che vedremo raccontata nei loro film non e l'Immagine della Basilicata, ma alcune delle possibili immagini della Terra lucana, a cui l'arte cinematografica ha saputo e voluto dar corpo.

L'immagine cinematografica e il frutto dell'incontro tra un dispositivo meccanico e la responsabilita poetica, estetica, oltre che etica, dell'uomo; il cinema non riproduce le immagini, ma le produce (Balazs 38): e un'arte meccano-performativa. L'arte meccanica del cinema, il sentire oggettivo della macchina, e la percezione sentimentale del regista, il sentire soggettivo dell'uomo (ovvero, l'insieme delle aspettative, delle conoscenze, della cultura, delle passioni e delle ossessioni dell'uomo con la macchina da presa) concorrono alla produzione di una nuova immagine, che ambisce a dotarsi di senso e a diventare rappresentazione, rivelazione della persona e del mondo (Cocco 29-30). L'immagine cinematografica e il frutto dell'incontro dello sguardo con una realta che allo sguardo pre-esiste e della creazione di quello sguardo particolare, operando sull'esperienza, sul gia detto, sul gia visto e sul gia mostrato, un fondamentale, quanto personalissimo, lavoro di selezione, di rimessa in ordine, di costruzione di senso.

Ciascun regista ha voluto raccontare per immagini, non la Verita sulla Basilicata, ma la verita dell'incontro, sincero e profondo, del proprio sguardo con la realta che a quello sguardo pre-esiste da sempre (11): quella Terra lucana, rimasta per secoli nascosta come un tesoro, uno scrigno sepolto e dimenticato, e che alcuni grandi autori della cinematografia italiana ci hanno invitato e aiutato a conoscere, a comprendere e ad amare, con maggiore consapevolezza.

2. Lo Spazio: la Terra, l'Acqua

2.1 La Terra

"Chiuso in una stanza," riandando con la memoria alla sua terra d'adozione (spirituale), Don Carlo la ricorda quale "... terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civilta, su un suolo arido, nella presenza della morte" e dove "le stagioni scorrono" sulle sue fatiche "... oggi, come trecento anni prima di Cristo." (12) Una terra argillosa e instabile, senza alberi ne rocce a trattenerla, che, quando piove piu del necessario, frana, si scioglie e scorre via come un fiume in piena, portandosi via case, piazze, chiese, tutto, costringendo il paese a riempirsi di carretti che trasportano ossa (13) e, a volte, addirittura a spopolarsi. (14)

La terra che Levi vede coltivare tutto il giorno dai "suoi" contadini, "gente di fatica," (15) in modo ostinato, contro la sua caparbia aridita, non e mai "abbastanza," ne "abbastanza buona." E allora bisogna andarselo a cercare altrove, "quello spazio vitale," come ricorda don Luigi, il podesta di Gagliano, all'intellettuale torinese, e come ribadisce lo stesso duce, "declamando" alla radio, con chiare e altisonanti parole, che la guerra in Abissinia (16) viene combattuta innanzitutto per garantire agli italiani "quel po' di posto al sole" (17) da loro pazientemente atteso per quarantanni, che e incredibilmente piu fertile del suolo italiano e, ancor piu, di quello lucano.

Se oltremare, gli italiani, e i lucani di Cristo si e fermato ad Eboli, si sono illusi di ricevere in grandi e smisurate quantita quella terra straniera, in cui "la roba cresce da sola," (18) in barba a quella vecchia superstizione secondo la quale "rubare la terra degli altri porta sfortuna" (19); in Basilicata, altrettanti lucani, "... poveri come Nadia non puo neanche immaginare ...", amici del Rocco viscontiano, si sono illusi di vedersi affidare, anche se in miseri "pezzetti," quella terra che non solo li ha costretti a camminare ore e ore, ogni giorno, per raggiungerla, e a spezzarsi le braccia per cavarci fuori qualcosa, ma che ha finito col procurare a ciascuno di loro la reclusione nella carceri di Matera e di Potenza. (20)

E la terra che, come si legge nel romanzo leviano, i Gaglianesi (21) hanno abbandonato emigrando in America, e di cui, poi, stanchi del grigiore dei grattacieli, dei palazzi e delle strade delle grandi citta, sono andati a cercarne una labile immagine nella campagna statunitense, percorrendo, ogni santa domenica, chilometri e chilometri in treno. Ed e quel fazzoletto di terra che Giuseppe Parondi (22), in Rocco e i suoi fratelli, ha ricevuto in eredita: quel bene prezioso dal quale non si e mai voluto separare per andare a cercare fortuna altrove, e che non ha mai voluto abbandonare, neanche quando un anno di raccolto andato a male, lo costrinse ad offrire le proprie braccia sulla piazza del paese; una "terra ingrata," una proprieta disgraziata, da cui la coraggiosa e saggia Rosaria Parondi ha voluto allontanare i propri figli, perche trovassero requie e ricchezza in citta, invece di dannarsi la vita seguendo la sorte del padre, morto mille volte prima che gli si chiudessero gli occhi per sempre.

Ed e quella stessa terra nella quale crede Maddalena, la protagonista femminile de I basilischi, in pieni anni Sessanta, e sulla quale la donna decide di investire, utilizzando la moderna formula della cooperativa agricola ("... perche non ci mettiamo insieme una decina di proprietari, invece di coltivare tutto a grano, che non ci rende niente, potremmo tenere qualche animale, fare il salamino ... la mozzarella ..."): un po' per cercare di dar senso alla sua "vita da zitella," in un piccolo paese del Sud, e un po' per sperare in un futuro diverso, migliore, per se e per i suoi coetanei. Quella terra che alla fine nonostante il carattere forte e volitivo della giovane donna, non e in grado di cambiare la sua esistenza, le loro esistenze, perche, alla totale mancanza di spirito d'iniziativa e di sacrificio dei suoi giovani collaboratori, si aggiunge, a minare totalmente la situazione, l'opposizione dei vecchi padroni: quelli che preferiscono tenere sotto il mattone "le cento lire che gli frutta il campicello," oppure far riempire il podere di gramigna, ma non venderlo, tanto, con i tempi che corrono "ci si guadagna due soldi..quelli che preferiscono guadagnare di meno, "ma non dover dividere nulla con nessuno." (23)

E questa la terra sulla quale la contessa d'Andrea, da giovane, sapeva dominare braccianti e mezzadri, dalle quattro del mattino al calar del sole, sorvegliando il loro lavoro con lo scoppio (24); nella quale il povero padre di Annunziata lavora senza fiatare, nonostante la figlia sia stata violentata dal padrone, Don Nicola, e questo soltanto perche denunciare lo stupro comporterebbe, immediatamente, la perdita del lavoro e l'impossibilita di sfamare i dodici figli. (25)

Una terra che "rende sempre meno," (26) ma di cui i padroni, ne I basilischi, si sentono ingiustamente usurpati, perche, "con la scusa della Riforma Agraria," (27) lo Stato ladrone, l'ha voluta affidare ai "bifolchi," che non solo "hanno finito di mandarla in malora" (28) ma adesso, non contenti, manifestano in piazza (29) sotto lo sguardo seccato o indifferente della piccola borghesia locale. Se, come racconta Ciro a Luca (30) in Rocco e i suoi fratelli, il lavoro nei campi, nella loro Terra d'origine, costringe le persone a vivere come bestie, conoscendo solamente la fatica e l'obbedienza; se, ancora, nella Matera contemporanea di Felice, protagonista de Il Rabdomante, la terra al confine tra Basilicata e Puglia e la crosta assetata sulla quale si combatte, quotidianamente, la guerra dell'acqua; e soltanto durante il viaggio picaresco, scanzonato e dolente, di Nicola Palmieri (31) e del suo gruppo musicale, in Basilicata coast to coast, che le lotte contadine, viscerali e sanguinose (prima per coltivare "la desolata terra di Lucania" (Rosi 31) e, successivamente, per salvaguardare i propri irrimediabilmente miseri possedimenti e i propri ripetutamente violati diritti), si stemperano, fino ad acquietarsi totalmente, nel viso roseo e rotondo del piccolo proprietario terriero che ospita la band pellegrina: "uno che viene dalla terra," probabilmente un impiegato del Comune o delle Poste, ormai in pensione, che vive il proprio podere come il piccolo rifugio in cui stare un po' da solo, prima di tornare, la sera, a casa, a "guardare la moglie" negli occhi.

2.2 L'Acqua

"... Perche tutta questa gente senz'acqua non ha motivo di stare qua ..."--cosi dice il mafioso Nini al politico di turno a cui ha appena consegnato una mazzetta, per vincere l'appalto sul controllo e sulla gestione dell'acqua pubblica, ne Il Rabdomante: in una societa che ha sempre basato il proprio sostentamento e la propria ricchezza sull'agricoltura, l'acqua acquista il valore e l'importanza dell' "aria per respirare," come ricorda Zio Lillino a Felice, preoccupato per i contadini che combattono contro la siccita.

E l'acqua benedetta che serve a "saziare" i campi, rinfrescare la casa, impastare la farina per il pane, dissetarsi e sostentarsi, nonche abbeverare gli animali. L'esile filo d'acqua che riempie lentamente le botticelle di legno e le brocche di terra, trasformando la fontana di Gagliano in un luogo di confronto e di condivisione per le donne che, a qualsiasi ora del giorno, la affollano.

E la pioggia che i "mai disperati" contadini della Basilicata invocano camminando in processione, brandendo zappe e vanghe verso un cielo assente, sul quale si staglia, luttuosa, una nera croce di legno. Ed e l'acqua benedetta con la quale don Traiella32, in groppa ad un asino, si sforza di aspergere e benedire la crosta assetata, tanto cara al suo profanus vulgus. (33)

E la manna che non scende dal cielo, ma e nascosta nelle viscere della terra, e che diventa l'oggetto di una lotta impari, sempre attuale, tra gli interessi di chi vuole avere, a tutti i costi, il controllo dell'acqua pubblica (34), per arricchirsi alle spalle dei contadini, e di chi vive combattendo strenuamente perche l'acqua sia un bene comune e gratuito. Ne Il Rabdomante, a rischiare la vita perche l'acqua sia davvero "per tutti" e "di tutti" e Felice: il "mezzo mago" (35) capace di trovarla e proteggerla attraverso riti ancestrali (36), poiche in grado di riconoscere e ascoltare l'anima dell'acqua; lo schizofrenico, orfano e disadattato, che ha sublimato la mancanza di relazioni familiari e sociali nel rapporto, unico e speciale, con l'acqua e con la terra; lo "spirito santo," (37) che a volte va incontro all'acqua, altre volte si lascia trovare, e, nel suo "dare" la vita attraverso l'acqua, acquisisce poteri salvifici e taumaturgici. Trovando l'acqua li dove nessuno crede possa esistere, il rabdomante ridona speranza ai contadini che, in quei luoghi, scavano e costruiscono pozzi "miracolosi." Offrendo asilo e affetto ad Haria (38), e alla piccola creatura che abita il liquido amniotico e viscerale del suo utero, l'uomo buono e "buffo" (39) permette alla giovane donna di dare alla luce una nuova vita. Una nuova vita dal nome biblico, Maria (come la samaritana incontrata da Gesu Cristo presso la fonte d'acqua), alla quale Felice mostrera, anni dopo, la "grande sorgente benedetta," (40) scoperta grazie al suo dono, "grande quanto il mare" e "capace di rifornire Basilicata e Puglia tutt'insieme." (41) Sorgente che, nel terzo millennio, rotti gli argini, "inonda" le vallate lucane, coast to coast, accompagnando con il suo magico sapore e la sua freschezza Nicola e i suoi amici, lungo le tappe di un viaggio di purificazione e di formazione; acqua che scorre senza sosta, modificando il corso dei solchi nel terreno e degli eventi, la forma delle cose e dell'anima (il mar Tirreno, le sorgenti di Lauria; la fontana di Tramutola; il torrente Sauro; la diga del Pertusillo, il mar Ionio: corsi d'acqua, laghi e fiumi, attraversati dai protagonisti del film di Rocco Papaleo).

3. Il Tempo

"Cristo non e mai arrivato" in Basilicata "ne vi e arrivato il tempo, ne l'anima individuale, ne la speranza" (Rosi 31): lontano dai ritmi metropolitani di Torino, Carlo Levi, immerso in una dimensione temporale che ha perso "i suoi connotati di linearita a vantaggio di una specie di sospensione nel sempre identico," (Cocco 17) non ha piu motivo di guardare l'orologio (come confida alla sorella, durante la sua visita).

Nonostante nell'ordinato microcosmo lucano, in cui tutto e "assolutamente essenziale--lo spazio, gli arredi, le relazioni culturali, affettive e sociali che vi si svolgono," (Megale 17) e il ritmo del lavoro nei campi che regola la semplice vita del contadino, cosi come quella del proprietario, l'intera esperienza storico-esistenziale in Basilicata, nelle sue differenti declinazioni e sfumature, sembra sospesa in una cornice spazio-temporale immobile, permanente, mitica. All'assenza di Tempo e di Storia si accompagna, quasi in un rapporto di causa/effetto biunivoco, l'assenza escatologica di Cristo.

Dove Dio non ha fatto il suo ingresso, dove non ha reso visibile la sua immagine, immergendo nel fluire del tempo la sua opera, non e arrivato neanche tanto il tempo umano quanto quello tecnologico della civilta moderna. Eboli sta ad indicare, su un piano reale, il punto terminale della civilta industriale, e, sul piano mitico, la porta dell'inferno, una tappa simbolica, un punto critico di passaggio che introduce in un mondo in cui il tempo non conosce progressione lineare e neppure, in una prospettiva riconducibile a elementi di religiosita arcaica, un rituale, mitico ritorno. Solo uno scorrere lento e sempre uguale a se stesso definisce questo tempo dell'assenza (Cocco 82-83).

Ed e proprio l'assenza di Dio e l'estraneita alla Storia che danno sostanza e colore ad una quotidianita fatta di giorni tutti uguali, in cui il presente ricorda il passato e assomiglia al futuro. Questa tesi e confermata dalla stessa Maddalena ne I basilischi quando, descrivendo il momento della siesta pomeridiana locale, essa commenta--"E la controra (42) di un giorno d'Estate. Ma prendiamo un giorno qualsiasi, forse dell'anno scorso, dell'anno prossimo, tanto e lo stesso!" Perche "non succede mai nulla" ai Basilischi, malati d'inedia, dormienti e sprofondati in una realta staticamente ciclica, che assecondano con la totale mancanza di pensiero-azione e alla quale si sono ormai irrimediabilmente assuefatti; i "lucertoloni del Sud" non fanno mai nulla perche nelle loro esistenze qualcosa cambi o progredisca veramente.

Per dare una svolta vera e decisiva alla propria vita, alle tappe del proprio personalissimo percorso umano, psicologico ed emotivo, bisogna partire, emigrare al Nord (come hanno fatto i fratelli Parondi in Rocco e i suoi fratelli) o in America (come hanno fatto i Gaglianesi in Cristo si e fermato a Eboli o Uelino, l'amico di Felice, ne Il Rabdomante), farsi travolgere da quella realta metropolitana e lasciarsi trasformare, plasmare, dai suoi ritmi serrati e produttivi; oppure bisogna rimanere nella propria Terra, sforzandosi di dare, giorno dopo giorno, un senso ed un valore 'altro' al Tempo, al proprio tempo.

Con un'inversione di tendenza, e di marcia, quasi paradossale, in un mondo globalizzato che impone ritmi vitali che non ammettono pause, i tempi lunghi e "morti" della Basilicata acquistano una valenza nuova, rinnovata e di rinnovamento.

Fermamente convinti del fatto che "la vita" sia "un viaggio troppo corto, se non lo si allunga," (43) Nicola Palmieri, e la sua allegra carovana, decidono di andare a piedi da Maratea a Scanzano Ionico, trasformando l'ora e mezza che ci vorrebbe per attraversare in auto la Basilicata, coast to coast, in dieci giorni di cammino lungo strade poco battute, lontano dalle mappe disegnate sulla cartina geografica.

Per l'allegra combriccola il tempo diventa un "regalo da meritarsi" e il viaggio "un'esperienza di vita," che offre loro l'occasione, rara e preziosa, di trasformare la "lentezza" nel "tempo" dell'osservazione, della conoscenza, della comprensione di se stessi e della realta che li circonda: perche quando si cammina, ci si riappropria di pensieri e ritmi naturali, umani, che invitano alla ricerca e all'analisi.

Contrariamente a quanto crede e afferma continuamente Tropea Limongi, la giornalista interpretata da Giovanna Mezzogiorno che segue e filma l'impresa di Nicola Palmieri e dei suoi, il road movie musicale de Le pale eoliche (44) non procede lungo i binari de "e sempre la stessa scena," (45) ma lungo la linea della varieta e della bellezza, cosi poco conosciuta, di paesaggi che invitano i "pellegrini" canterini ad immergersi nella propria memoria storico-esistenziale, sprofondando nella quale, ritroveranno e rinvigoreranno la propria identita.

Come dira lo stesso Rocco Santamaria (46), alla fine del film, se dopo aver percorso strade, tanto concrete quanto intime, inusuali e poco battute, i quattro amici non saranno riusciti a capire "chi sono," almeno avranno capito "chi non sono," chi non vogliono piu essere.

Il pretesto del viaggio, per andare a partecipare al festival di Scanzano Ionico, diventa, nelle mente e nelle mani di un lucano innamorato della propria Terra, l'occasione di un incontro terapeutico con la profonda anima della Basilicata; un incontro che cambia, trasforma e fa rinascere a vita nuova.

4. La Religione, la Magia

"Cristo non e mai arrivato qui, ne vi e arrivato il legame tra le cause e gli effetti, la ragione, la Storia" (Rosi 31). Infatti, il Cristo di Levi come quello di Rosi, assente ma non morto (47), diventa metafora dell'assenza della Storia e del rapporto Causa/Effetto. L'orizzonte metastorico della loro Basilicata vive e si sostanzia, cosi, entro i margini di una prospettiva magico-religiosa che "dovrebbe riscattare dall'esperienza 'storica' dell'assenza di Dio" (Cocco 140-41). La labile linea di confine che separa il mondo storico, a cui perbene l'esperienza del visibile, da quello metastorico, che fa riferimento a una dimensione "altra," assume i caratteri di un vero e proprio luogo privilegiato a cui si possono ricondurre tanto le esperienze della religiosita quanto quelle della magia (108).

La religiosita, nella sua dimensione magica e mitica, e un rito intimo, familiare, che si vive e si "consuma" soprattutto lontano dai luoghi canonici. Se in Cristo si e fermato a Eboli, in chiesa, a Gagliano, ci vanno soltanto i bambini (il resto dei Gaglianesi, "massa di eretici, scomunicati, senza grazia di Dio, neppure battezzati," (48) vi entra soltanto a Pasqua e a Natale), la funzione sacra finisce col diventare una "scusa per farsi vedere ... per maritare le figlie femmine," una cosa "per quattro vecchi cafoni," per i Basilischi della Wertmuller, e un religioso impedimento alla continuazione di un concerto "quasi blasfemo," improvvisato sotto il Cristo di Maratea, per i protagonisti del film di Papaleo.

Eppure, di religiosita magica, mitica, intima e familiare e intrisa l'intera quotidianita di ogni "buon lucano"; ve ne sono tracce ovunque, evidenti e nascoste, ortodosse ed eretiche: in casa, per i vicoli del paese, nei campi, sui corpi, sui volti, negli atteggiamenti di ciascuno. Quadri sacri che raffigurano Cristi, Madonne, Sacre famiglie e Pieta; immaginette di santi che, all'occorrenza, vengono poste sul corpo dei malati; statue della Madonna di Monte Vergine e della Madonna di Viggiano; crocifissi di legno; statue di San Rocco o di Gesu "imbottigliati" in campane di vetro; lumini e fiori che incorniciano ritratti di defunti o fanno compagnia alle statuette sacre; i fiocchi neri appesi alle porte, gli abiti a lutto e i medaglioni che custodiscono gelosamente la fotografia del caro dipartito; corone di rosario; statue di Santa Lucia e di Santa Brigida poste all'interno di absidi domestiche; centinaia di banconote appiccicate all'abito della Madonna della Bruna (49): dalla camera in cui alloggia il confinato politico nel romanzo leviano, al piano interrato dove vive la famiglia Parondi, appena emigrata a Milano nel film di Visconti, dalle stanze da letto in cui i Basilischi si riposano alla controra, all'angolo della casa in cui Felice incontra il fantasma della madre ne Il Rabdomante, l'iconografia cristiano-cattolica incornicia le vite dei Lucani, diventando la scenografia spirituale, consolatoria e magniloquente, delle loro, spesso, dure e misere esistenze.

Eppure, dato che nell'esistenzialismo lucano paganesimo e cristianesimo viaggiano lungo binari paralleli, sfumando spesso l'uno nell'altro fino a sovrapporsi, a quest'espressioni di religiosita, piu o meno ortodossa, si accompagnano una serie di mitiche declinazioni magiche di una stessa tensione ed esigenza spirituale.

Da una parte c'e la magia "buona," che prende forma: nei filtri d'amore dai quali il dottor Milillo mette in guardia Carlo Levi, appena arrivato in Basilicata, soprattutto se preparati dalle contadine, "buona gente, ma primitiva"; nelle monete messe in testa al morente, sperando che guarisca miracolosamente; nei dispetti dei monachicchi, creature innocenti, anime dei bambini morti senza Battesimo, che "ti toccano sotto i piedi, fanno cadere i bicchieri di vino, fanno volar via i panni, ti danno i pizzichi, ti tirano i capelli." (50) Dall'altra parte c'e la magia "cattiva," che prende colore: nel filtro malefico con cui una strega contadina ha ucciso il marito della vedova che ospita Levi, facendolo gonfiare e diventare tutto nero; nella malia (51) che il barbiere de I basilischi, emigrato a Roma, e tornato in paese a farsi togliere, dopo avere accusato un forte malessere, a cui nessun dottore della capitale ha saputo dare una spiegazione; nel malocchio, fatto per invidia, nel film viscontiano, che ha rovinato Rocco, il figlio piu buono di Rosaria; nel ritratto che Levi vuol fare a Giulia e che la Santarcangelese (52) crede possa rubarle l'anima; nell'eclissi di sole che oscura per qualche minuto la Gagliano di Cristo si e fermato ad Eboli e viene interpretata dai contadini come un presagio funesto, dal quale bisogna proteggersi invocando Gesu, la Madonna e lo Spirito Santo.

Del resto la Basilicata e quella "terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non e morale, ma e un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose" (Rosi 31).

Ed e proprio questo "male," questo "dolore terrestre" che garantisce di fatto la persistenza di quei temi, di quelle ideologie, di quegli atteggiamenti esistenziali, tangenti ad un universo collocato a meta tra magia e religione. Essi rappresentano il tentativo di combattere le incertezze del quotidiano: i momenti di passaggio, destabilizzanti, caratteristici della civilta contadina e non solo, e cioe la gravidanza, il parto, la nascita, la malattia, la morte, nonche la precarieta dei beni elementari della vita; l'incertezza del futuro; la pressione esercitata sugli individui da parte di forze naturali e sociali, e dall'asprezza della fatica (De Martino 66-67).

In questo regime esistenziale particolare, come ha affermato Ernesto De Martino nel suo Sud e magia, "l'immensa potenza del negativo" (Ibid) puo aggiungere ai rischi materiali del vivere quotidiano l'ancor piu grave rischio del "naufragio della stessa presenza individuale" (71) e cioe "si smette di esserci nel mondo," di agire "nella societa e nella storia, come potenza di decisione e di scelta e si finisce, drammaticamente, per essere agiti" (74). Proprio nella zona d'intersezione tra visibile e invisibile, religiosita e magia, storico e metastorico, vivono e agisco, circondati da un'atmosfera numinosa e sperimentando la dimensione psico-esistenziale della labilita della presenza (Cocco 140-41), la Santarcangelese, il becchino di Cristo si e fermato ad Eboli e il rabdomante dell'omonimo film: personaggi capaci di mettere in comunicazione il mondo degli uomini con il mondo dei morti, il passato con il presente, il regno della luce con quello delle tenebre, proprio come le loro corrispondenti presenze religiose degli angeli e degli arcangeli.

Giulia, la donna di servizio nella casa gaglianese di Levi, interagisce con i tre angeli che, ogni sera, vengono a custodire la casa del confinato politico (uno si mette davanti la porta, l'altro vicino alla tavolo, l'altro ancora ai piedi del letto) e con i monachicchi, che vengono a svelarle dove sono nascosti i tesori dei briganti. Il becchino di Gagliano racconta all'intellettuale torinese di quando, una sera, ha incontrato il diavolo, sotto le sembianze di una capra, nei pressi della chiesa della Madonna degli Angeli, e, aH'improvviso, si e sentito mancare le forze, mentre quell'essere oscuro se ne stava la, installato tra i morti, digrignando i denti, urlando il suo nome e impedendogli il passaggio. (53) Felice, che incarna appieno l'esperienza della "perdita del se," e lo schizofrenico che vede, parla e interagisce quotidianamente con il fantasma della madre prima, e con quello di Haria poi, e il rabdomante che, "perdendosi," permette all'acqua di "ritrovare" in lui i connotati di una nuova venuta al mondo e alla luce. (54)

Ma il tempo scorre, la modernita e il progresso invadono e trasformano anche la Basilicata: il substrato cristiano-pagano che ha sempre impregnato di se la quotidianita, storica e metastorica, dei Lucani, pur mantenendo salde le proprie radici, altera e "sdrammatizza" la propria sostanza, declinandosi in forme "altre" di religiosita e magia.

La veridicita ontologica della Basilicata viene "provata" dall' "inespunganbilita" del piu importante tra i misteri cattolici, l'incontestabile esistenza di Dio: cosi come i fedeli decidono di credere nell'esistenza di Dio, a prescindere da prove e segni concreti, tangibili, della sua presenza, cosi chiunque voglia credere all'esistenza della Basilicata, lo deve fare a prescindere dal fatto che l'abbia "vista o toccata." Le corone di rosario che riempiono l'iconografia lucana, da Rosi a Cattani, si "assottigliano," diventando quasi pop nella collana da cui mai si separa Rocco Santamaria in Basilicata coast to coast: la celebrita locale, emigrata a Roma, che, nonostante porti il nome del santo piu conosciuto e amato della Basilicata, "a cui vengono tributati sempre sontuosi e magnifici festeggiamenti," (Megale 25) viene ricordato e amato dalla gente del posto soltanto per essere stato "l'amico dei famosi" in una trasmissione tv e non per le capacita salvifiche e taumaturgiche proprie dell'uomo che un tempo guariva dalla peste, ancora presenti e forti, invece, nel Rocco viscontiano, di purezza dostoevskiana, che, come il pellegrino di Montepellier, lascia la propria Terra in cerca di un futuro migliore.

E se "l'amico dei famosi" comincia a fare i conti con la sua identita in crisi grazie alle parole del bambino che gli presenta la Madonna nera del Sacro Monte, patrona della Basilicata, anello di congiunzione tra l'Oriente e l'Occidente (e il suo manager di Roma ritrova la propria "autostima" nel clima mistico di San Giovanni Rotondo (55)), e ormai nella musica (56), e non nella religione, ne nella magia, che Rocco, Nicola, Salvatore e Franco (57) trovano lo strumento nuovo, eversivo, al "passo con i tempi," con il quale accordare la propria vita ed elaborare in maniera catartica, esorcizzandolo, il "dolore terrestre" (Rosi 50) e "l'immensa potenza del negativo" (De Martino 66-67).

Se gia nella Gagliano di Levi la musica rappresenta "la salvezza" per l'esattore delle tasse che, suonando il clarinetto nella banda di Stigliano, riesce a sopravvivere a tutta la rabbia che gli viene scatenata addosso dalle gente del posto, a causa dell'ingrato mestiere che fa, e nella Basilicata anni Novanta e Duemila che la musica acquista un incredibile potere curativo.

Nella Matera fine anni Novanta, la musica che accompagna il ritrovamento della sorgente "grande come il mare" da parte di Felice "riecheggia l'eco della tradizione sciamanica che confluisce nel Mare Magnum dell'Esoterismo Pitagorico, dal quale l'Arte delle Muse nasce e si evolve" (58) e permette al rabdomante, "attraverso l'utilizzo sapiente di sonorita evocative, ancestrali e mantriche, proprie della trance," (59) di liberarsi dal suo involucro corporale, immergendosi nelle zone piu recondite del proprio Io, in cerca della Luce, quella luce che e Purificazione e di cui l'acqua e estrinsecazione terrena.

Nella Basilicata coast to coast del 2010, la musica che Le pale eoliche scrivono e cantano, in onore alla stravaganza, all'atipicita e al fascino (60) della gente e della Terra lucana, acquista una nuova "sonorita," pur mantenendo lo stesso valore terapeutico, di rinnovamento e di rinascita.

A meta tra il rap, il teatro canzone (61), la performance da cantastorie, i testi provati, rimaneggiati ed inventati da Nicola Palmieri e dai suoi compagni (anche quello scritto da una "rinnovata" Tropea (62)), durante i dieci giorni di cammino attraverso le lande lucane, parlano dell'amore per la propria Terra e per la propria donna, dell'importanza della memoria e delle radici, della necessita di trovare una passione e "andargli appresso tutta la vita," (63) del bisogno di "partecipare" di "stare bene."

La "leggerezza," l' "ironia," la "fiducia in se stessi," la "speranza, nonostante tutto" e "la voglia di fare": questi gli ingredienti che i lucani di oggi mettono sul pentagramma della propria esistenza, per riuscire ad ottenere quel filtro magico-religioso che, una volta ingoiato, li aiutera a combattere la precarieta e il dolore del vivere quotidiano attraverso la musica.

5. L'emigrazione

Come racconta lo stesso Levi alla sorella, durante la sua visita a Gagliano, lo status di "migrante" dei Lucani e considerato dagli stessi una condizione esistenziale sine qua non, una caratteristica congenita, un'irrimediabile declinazione del proprio destino. Infatti, quando incontri uno del posto, qualunque sia la sua eta e la sua estrazione sociale, la prima cosa che ti senti dire e--"Qui non si puo vivere, bisogna andar via." (64) Il Lucano ha l'emigrazione incisa nel dna. (65)

Dalla fine dell'Ottocento, fino agli anni precedenti il primo grande conflitto, nell'immaginario collettivo di chi sogna di partire, cosi come nella realta di chi emigra veramente, un posto privilegiato, quasi esclusivo, e occupato dall'America; tanto che, in Cristo si e fermato ad Eboli, gli emigranti Gaglianesi tornati in patria parlano di New York come di una vera e propria seconda casa. Non solo perche le famiglie del Sud sono letteralmente divise a meta, tra il Mezzogiorno e il continente oltreoceano, ma anche perche, se i Lucani potessero scegliersi la propria capitale, sicuramente sostituirebbero una Roma lontana, che non gli mai dato niente, con l'amata Big Apple. (66) Per chi e rimasto a casa, invece, del generoso continente non rimane che qualche lettera, con pochi dollari, spedita dai parenti piu fortunati. E, con l'America cosi lontana, i sogni si addormentano, la possibilita di una vita migliore svanisce e "tutto sparisce." (67) Ma, come dicono gli stessi Gaglianesi, la colpa e soltanto loro, dei Lucani, che si sono fatti "fregare dalla nostalgia" (68): cosi, per chi non e mai partito, "le passioni, oscure, crescono, intrappolate tra quattro case" (69); per chi, invece, e riuscito ad emigrare, una volta tornati nel proprio paese "per riposarsi e per far visita alla famiglia," (70) non si e piu capaci di risalire sul piroscafo, e allora si decide di comprare un piccolo pezzo di terra, o un'automobile (71), si sposa la ragazza amata sin dall'infanzia e non ci si volta piu indietro.

Come ricorda il romanzo leviano, di quell'amara, difficile, eppur favolosa, esperienza dell'emigrazione rimangono tracce sparse, quanto consistenti, ovunque, sul corpo e nell'anima di chi, quell'avventura, l'ha vissuta e se la porta ancora incisa sul cuore: le locuzioni mezze americane e mezze italiane, utilizzate un po' per gioco e un po' per sottolineare il proprio background di emigrato; il disco della transvolata di De Pinedo su New York (72), durante la quale gli Italiani presenti all'evento cominciarono a gridare cosi forte da coprire la marcia regale; il ritratto di Rooselvet "santificato" accanto alla Madonna di Viggiano e a San Rocco; i racconti, a meta tra il reale e il fantastico, che, conditi con un buon bicchiere di vino paesano e qualche noce, restituisce un po' di luce e di calore alle cupe serate gaglianesi.

E, se in piena guerra d'Etiopia, come se non bastasse ai Lucani "L'Africa" che c'e in Basilicata (73), si arriva a considerare persino l'Abissinia come "ultima carta" da giocarsi contro la miseria "nera," dal primo dopoguerra in poi l'emigrazione sposta il suo "asse d'interesse" principale verso mete europee (Svizzera, Germania, Belgio), coinvolgendo nel proprio intenso flusso tante famiglie del Sud, compresa quella del "fu" Giuseppe Parondi.

Nel film viscontiano, il primogenito di Giuseppe, Vincenzo (74), si iscrive nell'elenco dell'Ufficio Emigrazione, come molti suoi conterranei, viene convocato a Milano e, nell'attesa che lo destinino in qualche altra parte del mondo, finisce, come tanti altri "terroni," per trovare nel capoluogo lombardo il suo Venezuela, il suo Belgio, la sua Australia, dove chiamera a se, prima o poi, la famiglia, numerosa e "ingombrante."

Per i sei componenti della famiglia di Vincenzo, lo status di "emigrato," in una delle citta dell'industrializzazione emergente, acquista significati e sfumature che variano proprio in relazione al modo assolutamente personale in cui questa condizione, materiale ed esistenziale, viene "sentita", percepita e vissuta da ciascuno di loro. La rinuncia ideologica all'integrazione nella metropoli da parte di Rocco; il "puro;" l'integrazione perfettamente compiuta da parte di Vincenzo; quella drammaticamente rifiutata da parte di Simone; quella ardentemente voluta da parte di Ciro e quella ancora da compiersi da parte di Luca: rappresentano "altrettanti paradigmi dei possibili atteggiamenti dei migranti di tutti i tempi" (Megale 32).

Nonostante Rocco e i suoi fratelli si siano trasferiti soltanto al Nord dell'Italia, e non in un "estero remoto," l'atteggiamento dei connazionali nei loro confronti e duplice, nella sua negativita, impregnato di quel razzismo senza razza (75) che ti induce a ritenere che la tua cultura sia irrimediabilmente superiore alle altre e percio con esse inconciliabile. Da una parte, c'e chi qualifica la "Lucania" come "Africa," chiedendosi, quasi basito, dove mai possa collocarsi questa lontana, "siderale" e arcaica regione, di cui non si conosce neanche l'esistenza; dall'altra parte, c'e chi qualifica i "Lucani" "pirla," "terroni," "gente poco seria" e proprio non riesce, o non vuole realmente comprendere che cosa ci siano venuti a fare a Milano. Una serie "gratuita" di ostilita che contribuiscono, in maniera decisiva, al totale corto circuito di una condizione, complessa e complicata, di "trasformazione che provoca crisi, perdite, cadute," (G. Canova 177) come quella del migrante, il quale arriva a sperimentare quanto il suo status di precarieta, sociale ed economica, possa diventare la causa di una dilaniante crisi d'identita e della conseguente, quasi inevitabile, caduta in una disposizione di degrado fisico, psicologico e, cosa ancor piu grave, morale.

Nonostante, per ciascuna madre, neanche "il mondo intero" sembra essere capace di contenere la gioia e le soddisfazioni dei propri figli, Rosaria (76) ha dovuto combattere ben venticinque anni prima di veder realizzato il sogno di trasferirsi, con tutta la famiglia, a Milano, la "citta benedetta" dove anche una semplice nevicata diventa fonte di lavoro e di guadagno, dove potra vedere arricchirsi Rocco e i suoi fratelli e le sembrera di "toccare il cielo con un dito" quando tutti la chiameranno "signora." Eppure, con un'inversione di marcia dolorosa, e proprio lei, ad un certo punto, la prima a maledirsi e a maledire quella stessa citta che, alla fine, si e rivelata "piu disgraziata" dell'ingrata terra lucana, dalla quale aveva ardentemente voluto salvare i propri figli; quei figli "belli, grandi e forti," (77) un tempo uniti "come le dita di una mano," semi sani di uno stesso sacco, caduti, ora, in rovina, perche, lontano dalla propria terra (78), l' "unico seme marcio," (79) quella radice un tempo buona, e ormai avvelenate dalle "male piante," (80) ha portato la vergogna e il dolore "piu scuro della mezzanotte" (81) in casa loro.

E a nulla varra, per porre rimedio al dramma della famiglia lucana di Rocco e i suoi fratelli; che Vincenzo si sia finalmente sposato con Ginetta e abbia due bellissimi figli; che Ciro abbia conseguito la licenza media, sia diventato un operaio specializzato della Fiat (82) e stia per sposare Franca e che Rocco sia diventato un campione della boxe. (83)

Rimane in bocca il sapore amaro della sconfitta e un senso dilaniante di nostalgia per quella Terra lontana e mitizzata, che proprio nel suo essere "assente" si fa "presenza ingombrante," richiamo alle proprie "indistruttibili radici" e alla propria "imprescindibile identita." Quel "paese degli ulivi, del male di luna, degli arcobaleni," (84) dove Rocco spera che un giorno almeno Luca riesca a tornare, a vivere e a costruirsi un'esistenza migliore di quella che il Destino ha riservato loro.

La caduta delle illusioni esplode nella citta metropolitana con una durezza pari all'insensibilita e all'estraneita del paesaggio che le fa da testimone. Lo scacco del "bello" e definitivo. Un frammento del sogno resta possibile e verosimile, prendendo forma nella vita del muratore Vincenzo e dell'operaio Ciro: un sogno che ha conservato il suo fondamento etico, ma ha perduto il calore e l'intensita della passione iniziale (Megale 32).

Cosi come, anni dopo, ben presto, si raffredda, fino a solidificarsi e poi a sgretolarsi, la passione di Antonio per la dolce vita di via Veneto, nel film della Wertmuller.

Se, un bel giorno, persino lui, "lucertolone addormentato su pietre vecchie vent'anni", e partito alla volta della "favolosa" Roma, grazie "al destino travestito da zizia" (85) che l'ha portato con se facendogli lasciare alle spalle "tutti i fatti, le persone, le parole del paese che fino" ad allora erano stati "le sue giornate," gli bastera tornare a casa una sola volta, (86) per dimenticarsi totalmente di quanto i romani siano simpatici, sappiano divertirsi e "campa bene" (87): della doccia tutti i giorni, del cinema, della trattoria, delle ragazze con gli orecchini d'oro e la catena di brillanti, dei night club, dei calzini corti ("che quelli lunghi sono per i cafoni"), dello stipendio di cinquecento mila lire di un semplice parrucchiere. Senza neanche accorgersene, tornera a riaddormentarsi sulle pietre vecchie vent'anni, al sole, fino a quando la parentesi meravigliosa nella Caput Mundi sara soltanto un "argomento per chiacchierare." (88)

Anni dopo, in controtendenza a quanto, con tono allarmistico, ma assolutamente veritiero, segnalano i preoccupanti dati statistici (89), Felice de Il Rabdomante, Nicola, Salvatore e Franco (90) decidono di rimanere in Basilicata e Rocco Santamaria (91), il beniamino della tv, di ristabilirsi nella Terra che gli ha dato i natali e il nome: "restare" e "tornare" diventano un nuovo modo di sentire, percepire e vivere le proprie origini e di conquistare una piu "avventurosa," matura e consapevole coscienza di se stessi e della la propria realta.

Se il Rocco viscontiano non e riuscito rivedere la sua "amata Lucania," il Rocco di Papaleo, ereditandone non solo il nome ma anche la volonta, rende onore all'omonimo compaesano decidendo di "tornare indietro" (92) e di rimettere radici, prendendo in gestione, con il cugino Salvatore, il bar-tabacchi di zietta bella, da trasformare, in seguito, nel metacinematografico disco-bar Rocco e i suoi cugini.

E in Basilicata che Felice ha la fortuna di incontrare Haria, e di conoscere e vivere, con e grazie a lei, l'amore e la felicita (possibilita considerata quasi congenitamente preclusa ad uno come lui); ed e sempre lungo le crepe dell'arida terra lucana, che il rabdomante rinviene il senso straordinario e ultimo della propria esistenza, diventando "lo spirito santo" che dona l'acqua e ridona la vita.

Infine, e proprio contemplando e facendo esperienza delle peculiarita di una regione tanto terrestre quanto onirica, sazia di un mistero antico che invade del suo magnetismo il presente, che Rocco Papaleo, il Rocco del 2010, e i suoi "fratelli," danno una sterzata decisiva alla propria vita: Nicola, il frontman della band, porta finalmente a termine qualcosa (93), per la prima volta nella vita, e comincia ad andare "appresso" alla sua passione, senza farsi frenare o bloccare da moglie, suoceri e parenti; Salvatore, alla chitarra, studente di medicina che ha dimenticato di laurearsi e di innamorarsi, e ormai pronto a fare, di nuovo, entrambe le cose; Franco, al contrabbasso, pescatore di pesca libera a cui l'amore ha tolto parole e intenzioni, ritrova nell'amore le parole e la voglia di ricominciare; Rocco, alle percussioni, il villano tenero e fragile, ossessionato dalla celebrita, lava i "panni della sconfitta" nel ventre materno della propria Terra.

6. Per concludere ...

Lungo la cinematografica linea evolutiva della lucanita, che dalla Basilicata rosiana degli anni Trenta conduce a quella del terzo millennio di Rocco Papaleo, l'immagine della Terra lucana, che l'incipit del romanzo leviano (94) ci aveva inizialmente offerto, evolve, si trasforma e matura nella "scanzonata" rielaborazione della stessa che Basilicata coast coast mette in forma e Nicola Palmieri mette in note, cantando "Basilicata on my mind" nella piazza vuota di Scanzano Ionico.

Nicola Palmieri, e insieme a lui, simbolicamente, ciascun orgoglioso lucano, brinda con il miglior vino della Basilicata, l'Aglianico, a Carlo Levi, un grande uomo, lucano d'adozione, "che prima, quella Terra, l'ha subita e, poi, l'ha scelta" (95) come dimora della sua eternita. Un uomo che, non solo ha donato, con il suo romanzo, visibilita ad una regione pressoche sconosciuta, ma ha anche spinto i suoi abitanti, di ieri e di oggi (e di domani?), ad "indagare sulla propria identita." (96) Un'identita che, per Nicola e i suoi amici, e fatta di quel "rimanere" nella propria Terra, osservando e vivendo ogni cosa con occhi, mani, mente e animo nuovi, rinnovati.

Se gia negli anni Cinquanta Rocco e i suoi fratelli erano convinti che in Basilicata "... si sarebbe dovuto trovare il modo, i mezzi per vivere meglio, la dove siamo nati, dove siamo cresciuti," e, una decina di anni dopo, il basilisco Giovannino cercava di convincere l'amico Enrico a restare, dicendogli che "e sbagliato scappare ... bisogna rimanere qua, perche e qua che devono cambiare le cose"; diversi anni dopo, nel film di Papaleo, quel nucleo archetipico, sostanza primordiale della lucanita, fatto di forza, coraggio e desiderio strenuo di andare oltre la "crisi della presenza," (97) che gia vibrava, nascosto, sotto i volti duri, silenziosi e pazienti dei Gaglianesi (98), sembra tornare a pulsare, fino a scoppiare in un exploit di volonta costruttiva e ottimista.

Perche se "Cristo si e fermato ad Eboli, la colpa non e dei Lucani. Loro non solo gli volevano bene, ma gli avevamo anche preparato una grande festa. Lui non e venuto e neanche li ha avvisati. Ci sono rimasti davvero male ma, anche senza protezione, si sono dati da fare e, con molta insistenza, ne sono venuti fuori" (99): ce l'hanno fatta, ancora una volta, anche questa volta, a modo loro.

In una Terra "senza Cristo," Nicola e compagni, ironici e autoironici, seri e spensierati, protesi verso il futuro, ma con lo sguardo sempre rivolto alla madre, che e il background, il passato, la memoria che nutre, appassiona e fa crescere (100), vogliono fare qualcosa di formidabile (101) e lo vogliono fare in Basilicata, una regione che, "se anche non ci credete, esiste." (102)

Esiste, anche se probabilmente qualcuno ancora non ci crede. Ma, se in passato alcuni autori, non lucani, hanno voluto e saputo raccontarne desideri e speranze, oggi, a parte la parentesi social-on the road di Papaleo, sembra che nessuno sia in grado, con i piedi ben radicati nel suolo della memoria e lo sguardo, consapevole, rivolto al presente, di trasporre cinematograficamente ed autenticamente una regione piena di contraddizioni, per certi versi ancora profondamente magica e antica, che, nonostante i decisivi miglioramenti, non riesce ancora a svincolarsi in maniera realmente evolutiva, da un passato dal carattere forte, che porta con se dolori profondi e problematiche irrisolte.

Ancora nessuno e riuscito a portare sullo schermo la Basilicata contemporanea: una regione in cui le sorgenti d'acqua sono state acquisite dalle multinazionali, la terra viene giornalmente trivellata dalle aziende petrolifere e la religiosita magica si e sempre piu spesso trasformata in mero folklore; nessuno, fino ad ora, e stato capace di raccontarci un mondo ancora oggi, in parte, "senza Cristo," che molti giovani, e meno giovani, continuano a lasciare in vista di nuove emigrazioni, ma in cui altri, pochi, determinati, ostinati, ritornano o rimangono, sperando e provando, sulla scia dei musicisti de Le pale eoliche, e nonostante una classe politica spesso cieca, sorda e tanti elettori comodamente addormentati, a fare qualcosa di formidabile.

Se, da una parte, le opere di Levi, di Scotellaro, di De Martino, hanno il merito di rivelarci la presenza, dietro una scorza dura e miserabile, di un mondo complesso, dai contenuti culturali secolari ancora vividi, e di un ordine delle cose che merita assolutamente di essere conosciuto; se questi intellettuali sono stati ben consapevoli di poter dare, attraverso i propri studi e lavori, un efficace contributo al processo di autocoscienza del mondo contadino contemporaneo, base indispensabile nella costruzione di una societa che, per quanto sappia e debba dialogare dialetticamente con il passato e i suoi imprescindibili valori, sia protesa verso un futuro davvero evoluto; dall'altra parte, nessun cineasta, invece, e ancora riuscito a svelarci e a raccontarci la Lucania, di ieri o di oggi, in tutta la sua complessita.

Attendiamo fiduciosi che qualcosa di formidabile accada, nel cinema e nel mondo lucano.

BIBLIOGRAFIA

B. Balazs, Il film. Evoluzione ed essenza di un'arte nuova. Torino, Einaudi, 1987.

G. Canova, Rocco e i suoi fratelli: Visconti o le aporie anestetiche della modernita. In V. Pravadelli (a cura di), Il cinema di Luchino Visconti. Venezia, Marsilio, 2000.

A. Cocco, Sguardi d'autore--Visioni e immagini cinematografiche della Basilicata. Possidente di Avigliano (Pz), Pianetalibro, 2000.

E. De Martino, Sud e Magia. Roma, Feltrinelli, 2002.

C. Levi, Cristo si e fermato a Eboli. Torino, Einaudi, 1981.

G. Martini, La Basilicata, in "Rivista del cinematografo", LIII (1980), n.7.

T. Megale, Alla ricerca di Rocco e i suoi fratelli: la Basilicata di Luchino Visconti. In T. Megale (a cura di), Visconti e la Basilicata. Venezia, Marsilio, 2003.

Narel, Il Rabdomante: un piccolo grande film, http://www.mymovies.it/pubblico/articolo/?id=209754.

F. Rosi, Cristo si e fermato ad Eboli. Dal libro di Carlo Levi al film. Torino, Einaudi, 1996.

G. Sciannameo, Nelle Indie di quaggiu--Ernesto De Martino e il cinema etnografico. Cassano delle Murge (Ba), Palomar di Alternative, 2006.

T.B. Tognazzi, Il Rabdomante: Una sceneggiatura impeccabile e personaggi intensi per un film che travolge in un vortice di commozione e passione. http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=49670.

ANGELA BRINDISI

l'Universita degli Studi della Basilicata

NOTE

(1) I sopralluoghi di Visconti in Basilicata, che interessarono principalmente Pisticci, Miglionico e Matera, e durarono dal 1959 al 1960, anno di realizzazione di Rocco e i suoi fratelli.

(2) In "Contadini del sud" (1954), Rocco Scotellaro racconta cinque vite di contadini della Basilicata. Visconti prese spunto da questa raccolta per dividere il suo film, Rocco e i suoi fratelli, in cinque capitoli che raccontava ognuno la storia di uno dei protagonisti.

(3) Le ricerche etno-antropologiche lucane di De Martino durarono dal 1949 fino al 1959. Ad esse si ispirarono i primi documentari etnografici di Luigi Di Gianni, e poi alcuni documentari di Lino Del Fra e Libero Bizzarri, tra gli altri.

(4) Fondatori dell'importante agenzia Magnum Photos. La campagna di Cartier-Bresson in Basilicata duro dal 1951 fino a tutti gli anni Settanta.

(5) Rispetto alle altre regioni del Sud d'Italia, comunque, la Basilicata continua ad essere ancora la meno conosciuta, filmata e fotografata.

(6) La lupa (1952) di Alberto Lattuada, Viva l'Italia (1961) di Roberto Rossellini, Gli anni ruggenti (1962) di Luigi Zampa, Il Vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini, C'era una volta (1967) di Francesco Rosi, Made in Italy (1965) di Nanni Loy, Allonsanfan (1974) e Il sole anche di notte (1990) dei fratelli Taviani, Del perduto amore (1998) di Michele Placido, The Passion (2002) di Mei Gibson, Io non ho paura (2003) di Gabriele Salvatores.

(7) Il conte di Matera (1957) di Luigi Capuano, Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti, I Basilischi (1963) di Lina Wertmuller, Il demonio (1963) di Brunello Rondi, Non si sevizia un paperino (1972) di Fulvio Fulci, Anno Uno (1974) di Roberto Rossellini, Volontari per destinazione ignota (1978) di Alberto Negrin, Cristo si e fermato a Eboli (1979) di Francesco Rosi, Terra bruciata (1999) di Fabio Segatori, Il Rabdomante (2006) di Fabrizio Cattani, Il lato grottesco della vita (2006) di Federica Di Giacomo, Mineurs (2007) di Fulvio Weltz, Basilicata coast to coast (2010) di Rocco Papaleo.

(8) L'unico caso controverso e quello de I Basilischi. Nonostante il film sia stato girato in gran parte a Palazzo San Gervasio, la Wertmuller non da una connotazione esclusivamente lucana alla sua storia e ai suoi personaggi.

(9) Cristo si e fermato a Eboli: racconta l'esperienza del confino politico di Carlo Levi ad Aliano; Rocco e i suoi fratelli: racconta la drammatica esperienza di una famiglia di emigrati lucani a Milano: Rosaria Parondi e i suoi cinque figli (Vincenzo, Rocco, Simone, Ciro e Luca); 1 Basilischi: racconta la noiosa vita di Antonio, Francesco ed altri membri della piccola e addormentata borghesia di un paesino del Sud; Il Rabdomante: racconta la storia di Felice, uno rabdomante materano schizofrenico, che aiuta una ragazza dell'est, Haria, a scappare dal proprio aguzzino, un mafioso pugliese, e dare alla luce la figlia che ha i grembo; Basilicata coast to coast: racconta il viaggio di formazione di un gruppo di amici (Nicola, Rocco, Salvatore, Franco) che va da Maratea a Scanzano Jonico a piedi, per partecipare ad un festival musicale.

(10) Le caratteristiche estetico-stilistiche dei film presi in considerazione non sono l'oggetto d'analisi di questo saggio, che si sofferma, invece, sulle tematiche delle pellicole e il file rouge contenutistico che le lega.

(11) Tranne la Wertmuller, che approda all'idea di fare un film ambientato in un paese tra La Basilicata e la Puglia, soltanto dopo un viaggio nel Sud, che suscito il suo interesse verso l'addormentata borghesia locale (e che comunque utilizzo attori meridionali), tutti gli altri registi hanno avuto un incontro importante, decisivo, con la Basilicata, prima di decidere di realizzare le loro pellicole: Visconti ha svolto per ben due anni dei sopralluoghi minuziosi nella parte sud-orientale della regione e in piu ha voluto il lucano Pasquale Festa Campanile come sceneggiatore; Rosi ha dato forma filmica ad un romanzo pregno di lucanita, come quello di Levi, ed ha attuato anch'egli degli attenti sopralluoghi; Cattani ha scritto la sceneggiatura insieme all'attore materano Pascal Zullino (di cui e anche il soggetto), che interpreta il ruolo del protagonista; Rocco Papaleo e un attore e regista lucano doc.

(12) Rosi 31. All'inizio dell'omonimo film, la voce interiore di Volonte/Levi cita letteralmente il prologo del romanzo leviano.

(13) Il parroco don Traiella e il custode del cimitero descrivono in questo modo la terra lucana a Carlo Levi--Cristo si e fermato ad Eboli.

(14) Nicola Palmieri, protagonista di Basilicata coast to coast, racconta alla macchina da presa lo spopolamento di Craco. A causa di una frana di vaste proporzioni, nel 1923 il paese fu evacuato e l'abitato trasferito a valle, in localita Craco Peschiera. Allora il centro contava oltre 2000 abitanti. La frana sembra essere stata provocata da lavori di infrastrutturazione, fogne e reti idriche, a servizio del paese.

(15) In questo modo definisce i Lucani Visconti, durante i sopralluoghi in Basilicata per Rocco e i suoi fratelli.

(16) Con il termine guerra d'Etiopia (talvolta nota anche come guerra d'Abissinia o campagna d'Etiopia) ci si riferisce ai combattimenti tra le forze italiane ed etiopi durati sette mesi tra il 1935-36--Cristo si e fermato ad Eboli.

(17) Dal discorso del duce, alla radio, in cui vengono illustrate le reali motivazioni della guerra in Abissinia--Cristo si e fermato ad Eboli.

(18) Il siciliano che ha sposato una Gaglianese, cosi descrive il suolo africano a Levi e agli altri compaesani, dal barbiere--Cristo si e fermato ad Eboli.

(19) Mentre ascoltano il discorso di Mussolini alla radio, uno dei contadini di Gagliano, dal barbiere, comunica questo timore a Carlo Levi e ad altri compaesani--Cristo si e fermato ad Eboli.

(20) In Basilicata, terminata la seconda guerra mondiale, ci fu delle fasi del movimento lucano della 'lotta per la terra': braccianti, mezzadri e contadini occupavano i terreni dei latifondisti e si mettevano a coltivarli. Le forze dell'ordine cercavano di soffocare tali sommosse con la forza e molti ribelli venivano incarcerati. L'episodio piu clamoroso fu la rivolta di Montescaglioso del 1949, che fu repressa col fuoco e porto alla morte di un contadino. Anche il governo centrista divenne, allora, favorevole ad una Riforma Agraria, fortemente richiesta dalla sinistra.

(21) Abitanti di Gagliano (Aliano)--Cristo si e fermato ad Eboli.

(22) Padre di Vincenzo, Rocco, Simone, Ciro e Luca--Rocco e i suoi fratelli.

(23) Queste le risposte rispettivamente del notaio, della contessa d'Andrea, di un proprietario di Palazzo San Gervasio, quando Maddalena gli propone di prendere parte alla cooperativa agricola--I basilischi.

(24) Espressione dialettale per "fucile."

(25) I basilischi.

(26) La contessa d'Andrea a Maddalena che e venuta a proporle la cooperativa agricola--I basilischi.

(27) Ibid.

(28) Opinione della contessa d'Andrea, la donna piu ricca e potente del paese, una delle poche nobili rimaste, sulla Riforma Agraria e i contadini--I basilischi. La Riforma Agraria: il parlamento italiano varo nel 1950 la legge stralcio n. 841 del 21 ottobre, Norme per l'espropriazione, la bonifica, la trasformazione e l'assegnazione delle terre ai contadini. Il provvedimento, finanziato in parte dai fondi del Piano Marshall, fu secondo alcuni studiosi la piu importante riforma dell'intero secondo dopoguerra. La riforma proponeva, tramite l'esproprio coatto, la distribuzione delle terre ai braccianti agricoli, rendendoli cosi piccoli imprenditori, non piu sottomessi al grande latifondista. Se, per certi versi, la riforma ebbe questo benefico risultato, per altri polverizzo in maniera notevole la dimensione delle aziende agricole togliendo di fatto ogni possibilita di trasformarle in veicoli imprenditoriali avanzati. Questo elemento negativo venne pero attenuato, in alcuni casi, da forme di cooperazione. Sorsero infatti le cooperative agricole che, programmando le produzioni e centralizzando la vendita dei prodotti, diedero all'agricoltura quel carattere imprenditoriale che era venuto meno con la divisione delle terre. Si ebbe una migliore resa delle colture che da estensive diventarono intensive e quindi un migliore sfruttamento delle superfici utilizzate. Il lavoro agricolo che era stato fino ad allora poco remunerativo anche se molto pesante, comincio a dare alcuni frutti. Nonostante questo, le cooperative rappresentavano una formula produttiva rara in Basilicata e la Riforma Agraria, mai applicata in maniera completa, non porto i risultati previsti.

(29) Altra fase dell'occupazione delle terre in Basilicata: dal 1953 al 1959.

(30) Due dei cinque fratelli Pafundi, protagonisti di Rocco e i suoi fratelli.

(31) Protagonista di Basilicata coast to coast.

(32) Parroco di Gagliano, quando Carlo Levi vi era confinato--Cristo si e fermato ad Eboli.

(33) Don Traiella a Carlo Levi, definendo i Gaglianesi--Cristo si e fermato ad Eboli.

(34) Nini, e la sua banda di derivazione mafiosa, che cerca di ottenere il monopolio dell'acqua pubblica, diventa drammaturgicamente la metafora della presenza sempre piu pressante, sul suolo lucano, di multinazionali interessante ad acquistare le sue, innumerevoli e copiose, sorgenti d'acqua: il marchio Coca Cola ha acquisito le gloriose "Fonti del Vulture" e la San Benedetto sta trattando per le sorgenti del Polllino--Il Rabdomante.

(35) Tonino, il braccio destro di Nini, definisce Felice, il rabdomante, utilizzando questa espressione--Il Rabdomante.

(36) T.B. Tognazzi, Il Rabdomante: Una sceneggiatura impeccabile e personaggi intensi per un film che travolge in un vortice di commozione e passione, http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=49670.

(37) Tonino, il braccio destro di Nini, definisce Felice, il rabdomante, utilizzando questa espressione--Il Rabdomante.

(38) Protagonista femminile de Il Rabdomante.

(39) In questo modo Haria considera Felice--Il Rabdomante.

(40) Cosi zio Lillino definisce la sorgente che Felice sta per scoprire--Il Rabdomante.

(41) In questo modo Nini definisce la sorgente che egli spera di scoprire e sfruttare--Il Rabdomante.

(42) Termine dialettale per indicare le prime ore del pomeriggio.

(43) Dal discorso che Nicola Palmieri legge durante la conferenza stampa indetta per annunciare il loro viaggio--Basilicata coast to coast.

(44) Nome del gruppo musicale di Nicola Palmieri e dei suoi amici--Basilicata coast to coast.

(45) Questa e la frase che spesso la reporter, Tropea Limongi, ripete mentre filma il viaggio di Nicola e dei suoi amici--Basilicata coast to coast.

(46) Uno dei protagonisti di Basilicata coast to coast.

(47) Come il Cristo de 11 Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, anch'esso girato in Basilicata.

(48) Don Traiella cosi definisce i suoi fedeli a Carlo Levi.

(49) Madonna venerata a Matera.

(50) Giulia, detta la Santarcangelese e considerata da tutti una strega, 'erudisce' Levi sulle conoscenze e pratiche magiche--Cristo si e fermato ad Eboli.

(51) Nome dialettale per "malocchio".

(52) Abitante del paese lucano di Santarcangelo. Giulia la Santarcangelese era considerata una strega--Cristo si e fermato ad Eboli.

(53) Dal racconto del becchino di Gagliano a Carlo Levi, sull'incontro con il diavolo, davanti alla chiesa della Madonna, dopo una frana che colpi il paese e provoco molte morti.

(54) Esplicativa, in questo senso, e la scena in cui Felice individua il punto in cui c'e l'acqua fuoriesce dal terreno, alzandosi quasi in volo e ballando intorno a lui, quasi a fargli festa--Il Rabdomante.

(55) La madre di Felice, affida il figlio a "Piuccio bello," padre Pio, perche gli faccia incontrare una brava ragazza--Il Rabdomante.

(56) Del resto, la musica, il canto, hanno sempre avuto un ruolo fondamentale in qualsiasi rito religioso e magico, lucano e non, dagli antichi Greci ai nostri giorni, soprattutto nei Sud del Mondo.

(57) Protagonisti di Basilicata coast to coast.

(58) Narel, Il Rabdomante: un piccolo grande film, http://www.mymovies.it/pubblico/articolo/?id=209754.

(59) Ibidem.

(60) Rocco Papaleo, durante l'anteprima a Potenza del film.

(61) Nel teatro canzone il testo, la musica, i monologhi, la luce, contribuiscono ad allargare la tensione emotiva strutturandosi, grazie alla loro combinazione, in una rappresentazione che lega la canzone d'autore all'approccio dialogico con lo spettatore, affrontando tematiche di forte impatto sociale e culturale.

(62) La rinascita e il cambiamento psicologico di Tropea Limongi trova nell'invenzione della canzone il suo acme espressivo--Basilicata coast to coast.

(63) Nicola Palmieri, durante i titoli di testa--Basilicata coast to coast.

(64) Francesco dice ad Antonio--"E intanto, prima o poi, se ne vanno tutti"--I basilischi.

(65) Due le tappe fondamentali dell'emigrazione lucana. La prima dal 1870 al 1929, forse la piu forte per numero di interessati. I Paesi piu presi d'assalto sono stati quelli sudamericani, gli Stati Uniti, l'Australia. La seconda ondata arriva dopo gli anni '50. La Basilicata, come il resto d'Italia, e uscita distrutta economicamente dalla guerra. In massa i lucani partono per Germania, Svizzera, Francia, Norvegia, Gran Bretagna, Lussemburgo. Dagli anni Novanta in poi, si sta avendo un ulteriore, importante, flusso migratorio, che coinvolge soprattutto i giovani.

(66) Dalla chiacchierata tra Levi e i Gaglianesi tornati in paese dall'America, nella cantina del barbiere--Cristo si e fermato ad Eboli.

(67) Ibid.

(68) Ibid.

(69) Levi descrive in questo modo, alla sorella, i Gaglianesi che non sono riusciti, o voluti, emigrare--Cristo si e fermato ad Eboli.

(70) Dalla chiacchierata tra Levi e i Gaglianesi tornati in paese dall'America, nella cantina del barbiere--Cristo si e fermato ad Eboli.

(71) L'uomo che va a prendere Carlo Levi alla corriera per portalo in paese, gli confessa che l'acquisto dell'auto, con i soldi guadagnati in America, gli frutta poco: se ne serve soltanto per accompagnare il podesta a Matera due volte al mese.

(72) Nel 1925 Francesco De Pinedo e il motorista Ernesto Campanelli effettuarono una impresa eccezionale per quei tempi, volarono per 370 ore su tre continenti, percorrendo con un idrovolante SIAI S.16ter, ribattezzato "Gennariello", 55.000 km, da Sesto Calende a Melbourne, a Tokyo, fino a Roma. Transvolarono anche New York.

(73) Il falegname Lasala in questo modo commenta la partenza, come volontario, di un giovinetto del paese per l'Africa--Cristo si e fermato ad Eboli.

(74) Fratello maggiore della famiglia protagonista di Rocco e i suoi fratelli.

(75) Razzismo "differenzialista," come definito e isolato dal filosofo Etienne Balibar.

(76) Rosaria Pafundi, la madre dei protagonisti di Rocco e i suoi fratelli.

(77) Durante lo sfogo con Ciro, Rosaria descrive in questo modo i suoi figli, appena arrivati a Milano--Rocco e i suoi fratelli.

(78) Rocco dichiara a Ciro di essere sicuro che se fossero rimasti in Lucania sarebbero rimasti uniti e Simone non avrebbe fatto "quella brutta fine."

(79) In questo modo Ciro descrive Simone a Rocco--Rocco e i suoi fratelli.

(80) In questo modo Ciro descrive Simone a Luca--Rocco e i suoi fratelli.

(81) Espressione, tipicamente meridionale, per indicare un grande dolore.

(82) Come il fratello di Maddalena, che pero e operaio alla Fiat di Torino. Il padre, un proprietario terriero, non accetta che il figlio, un laureato, faccia il meccanico--Il Rabdomante.

(83) Sport molto popolare nel secondo Dopoguerra, la boxe incarna perfettamente la lotta per il riscatto da condizioni di poverta e miseria e diventa metafora della condizione del migrante, in lotta con la propria identita per l'affermazione in un mondo sconosciuto ed estraneo. Visconti inoltre, nella costruzione del personaggio di Rocco, prende spunto, tra l'altro, da Rocco Mazzola, il pugile lucano degli anni '50-'60, campione d'Italia dei mediomassimi e campione d'Italia dei pesi massimi.

(84) Dal brindisi che fa Rocco davanti a tutta la sua famiglia, tranne Simone, dopo aver vinto un'importante gara di pugilato--Rocco e i suoi fratelli.

(85) Diminuitivo affettivo, dialettale, per "zia."

(86) Come succedeva, secondo i racconti dei Gaglianesi, a chi tornava per un po' al paese dall'America--Cristo si e fermato ad Eboli.

(87) Forma dialettale per "vivere bene, godersi la vita."

(88) Cosi recita il commento di Maddalena, alle scene finali del film--I basilischi.

(89) Secondo i dati Istat ufficiali, 2000 giovani, con eta compresa tra i 20 e i 35 anni, hanno lasciato la Basilicata, per andare a vivere e lavorare altrove, nel corso del 2010.

(90) Protagonisti di Basilicata coast to coast.

(91) Altro protagonista di Basilicata coast to coast.

(92) Come dice al ragazzo della pompa di benzina, a cui ha chiesto un bicchiere d'acqua, prima di tornare dai suoi amici--Basilicata coast to coast.

(93) Lucia, la moglie di Nicola, si mostra contenta del fatto che Nicola non e tornato con lei a Maratea, e andato fino a Scanzano con la sua band e portato finalmente a termine qualcosa, come non gli vedeva fare da molto tempo-Basilicata coast to coast.

(94) L'inizio del romanzo viene citato totalmente nel prologo del film rosiano dalle parole di Gian Maria Volonte/Levi, che torna con la memoria alla Basilicata, dalla sua camera di Torino--Cristo si e fermato a Eboli.

(95) Nicola Palmieri a Tropea Limongi, mentre vanno in pellegrinaggio ad Aliano.

(96) Queste le parole usate da Nicola Palmieri, durante il brindisi, sulla terrazza della vecchia casa di Carlo Levi ad Aliano--Basilicata coast to coast.

(97) Secondo l'etnologo Ernesto De Martino, la miseria economica del Meridione e il luogo in cui ampie fasce di popolazione giocano la loro quotidiana lotta per la sopravvivenza, che si traduce anche nell'elaborazione di forme di linguaggio magico. Tale miseria e caratterizzata dall'incapacita dell'individuo di superare le situazioni critiche che gli si presentano: la condizione di "essere agito da" in un luogo dell'esperienza fisiologica dell'azione personale all'interno della societa, della propria capacita di decisione e azione. Una condizione che "mette in luce il rischio che la stessa esperienza individuale si smarrisca come centro di decisione e di scelta, e naufraghi in una negazione che colpisce la stessa possibilita di un qualsiasi comportamento culturale." Il simbolismo mitico-rituale permette cosi di costruire una dimensione protetta, astorica, in cui risolvere i momenti nei quali ad essere messo in pericolo e "l'esserci dell'uomo" nella storia (Sciannameo 43).

(98) Dal romanzo "Cristo si e fermato ad Eboli": "[...] mondo serrato nel dolore, sempre paziente ... terra senza conforto e senza dolcezza ..."

(99) Dalla canzone Basilicata on my mind di Rocco Papaleo, che fa parte della colonna sonora di Basilicata coast to coast.

(100) Ibid.

(101) Lo dice Nicola Palmieri all'inzio di Basilicata coast to coast, durante i titoli di testa.

(102) Dalla canzone Basilicata on my mind di Rocco Papaleo.
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Title Annotation:text in Italian
Author:Brindisi, Angela
Publication:Italica
Date:Jun 22, 2014
Words:10997
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