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Cinema e poesia: appunti su una scena da La stanza del figlio.

Chissa se, potendo vedere un film come La stanza del figlio (2001) di Nanni Moretti, Pier Paolo Pasolini parlerebbe di "cinema di poesia"? (1) Al di la del senso preciso e dell'applicabilita della formulazione pasoliniana al film in questione, sono convinto che la brevissima scena su cui si concentrano queste riflessioni incoraggi a interrogarsi sui rapporti tra le due arti se effettivamente, come spero di poter dimostrare, l'ispirazione principale della narrazione filmica di Moretti puo ritrovarsi in una costellazione di testi poetici di Valerio Magrelli, che del regista e amico di lunga data. Del resto, alcune intersezioni tra la poesia dell'uno e il cinema dell'altro sono state gia segnalate da almeno due tra i critici piu acuti oggi attivi in Italia, Domenico Scarpa e Andrea Cortellessa, a partire dalla partecipazione di Magrelli come attore all'ultimo episodio di Caro diario (1993), in cui il poeta impersona il primo dei dermatologi che visitano il malato Moretti. Scarpa, nel suo articolo uscito su La rivista dei libri del 14 dicembre 1999 in concomitanza con la pubblicazione delle Didascalie per la lettura di un giornale, scrive di Magrelli: "Da quando ho visto quel film [Caro diario], la sua immagine in camice bianco non mi ha pii abbandonato: sentivo confusamente che gli si addiceva, che in qualche modo custodiva la sua identita profonda e conteneva qualcosa di essenziale per capire la sua poesia". (2)

Scarpa suggerisce in sostanza che esistono connessioni non casuali tra il personaggio che Moretti fa interpretare a Magrelli e la poesia di quest'ultimo, e questo a prescindere dal particolare biografico per cui risulta che Magrelli e figlio di una dottoressa. Moretti, quindi, riuscirebbe a racchiudere nell'immagine di Magrelli medico uno dei suoi tratti distintivi, l'essere all'altezza del 1993, secondo Scarpa, una specie di "dermatologo del linguaggio, un poeta medico che curava la superficie delle parole e della realta".3Siamo ovviamente nel regno dei richiami analogici e delle associazioni di idee (o magari delle ispirazioni?) che ci permettono di gettare luce su una serie di testi mettendoli in connessione con un altro, in questo caso la scena di un film, svelando una trama di possibili corrispondenze, per usare un termine baudelairiano, tra di essi. L'articolo di Scarpa e intelligente e persuasivo e possiamo anche credere con lui che Moretti, conoscendo bene la poesia dell'amico, abbia effettivamente colto nel segno, e dovendo scegliere un attore per quel ruolo abbia, non a caso, scelto Magrelli.

Anche Andrea Cortellessa, in almeno due luoghi, un servizio su Magrelli apparso sul numero 131 di Poesia e un articolo incluso in un'opera antologica dal titolo I poeti della malinconia, riflette sui collegamenti tra l'opera di Moretti e quella Magrelli. Meditando sulle Didascalie per la lettura di un giornale, Cortellessa apre il primo dei due articoli facendo riferimento a una scena da Aprile (1998) e nota come
   Magrelli e Moretti si assomigliano piu di quanto non paia a prima
   vista: tanto il moralismo di Moretti [...] e in realta incorniciato
   dalle sue preoccupazioni [...] di rappresentabilita del reale
   [...], cosi la maschera di algido fenomenologo, di implacabile
   classificatore dell'esistente secondo rigidi assi cartesiani,
   indossata da Magrelli al folgorante esordio di Ora serrata retinae,
   dissimula sempre piu vanamente [...] una volonta di commento
   all'orizzonte degli eventi percorsi dal suo sguardo apparentemente
   impassibile. (4)


Qui, a differenza di Scarpa, le affinita elettive tra il poeta e il regista andrebbero ricondotte a una comune propensione, a una sorta di moralismo, partecipato e autoironico nel caso di Moretti, apparentemente piu distaccato in quello di Magrelli.

Nel secondo e piu recente intervento,5 Cortellessa cita dall'articolo di Scarpa (le citazioni, tra l'altro, sono le stesse che ho fatto mie) condividendo sostanzialmente il commento dell'amico, ma identifica anche altre e piu interessanti intersezioni tra il lavoro del poeta e quello del regista. (6) La prima occorrenza segnalata da Cortellessa e un testo di Esercizi di tiptologia (1992) esplicitamente dedicato a Nanni Moretti e intitolato Rivelarmi al gelo, una prosa poetica "frammento di memoria pallanuotistica", (7) per dirla con Cortellessa, che richiama alla mente Palombella rossa (1989). Cortellessa ricorda come lo stesso poeta gli abbia fatto notare che il titolo Rivelarmi al gelo non e altro che l'anagramma di Valerio Magrelli. Aggiungo, di passaggio, che e sintomatico e curioso dedicare a un amico un testo il cui titolo e l'anagramma del proprio nome. L'altra, fondamentale, occorrenza tra un testo magrelliano e un film di Moretti va individuata in una prosa dal titolo II Ranch Rosei che, scrive Cortellessa,
   costituisce in pratica il "libretto" del magnifico primo episodio
   di Caro diario: cioe quello che ha imposto a livello internazionale
   l'icona di Moretti che se la fila di spalle, in vespa. Quel
   silenzioso viaggetto all'Idroscalo di Ostia, pellegrinaggio al
   piccolo monumento che ricorda l'assassinio di Pasolini accompagnato
   solo dalle accensioni mistiche del Keith Jarrett di The Koln
   Concert. (8)


Esistono quindi dei precedenti ben precisi all'idea su cui si fondano queste mie riflessioni. Ma veniamo alla scena specifica da La stanza del figlio: e una scena che si svolge a circa due terzi del film (precisamente al minuto 57:00, su un'ora e 37 minuti) quando la narrazione s'incentra sui differenti modi in cui Giovanni Sermonti, lo psicanalista impersonato da Nanni Moretti, la moglie Paola e la figlia Irene reagiscono alla morte di Andrea, figlio di Giovanni e Paola e fratello di Irene. La scena segna un po' il culmine della tensione che e venuta a crearsi tra la moglie e il marito, entrambi chiusi nel proprio dolore atroce, nel caso di Giovanni aggravato da un profondo senso di colpa, e incapaci, per il momento, di aprirsi all'esterno ed accettare insieme l'irreparabilita della perdita. Il dialogo e incentrato sulla citazione della parabola evangelica trasmessa da entrambi Matteo (24,43) e Luca (12, 39) che il sacerdote ha utilizzato nella messa in suffragio per il figlio. Per Giovanni le parole del Vangelo non portano alcun conforto al proprio dolore e sembrano addirittura completamente prive di senso ("ma che cazzo di frase e questa ... ma che frase ... ma che frase ... ma che significa ..."). Sono invece gli oggetti d'uso quotidiano che circondano, con il loro silenzio, i protagonisti a rappresentare in maniera piu efficace la vita in presenza di un dolore che e troppo grande per essere messo in parole. La tazza sbeccata, il vaso incrinato, il portacenere sbeccato e la teiera rotta, poi rincollata e quindi nuovamente e volutamente spezzata sembrano costituire un ottimo esempio di quello che T.S. Eliot chiamava "correlativo oggettivo". Per lo psicanalista Giovanni essi sono la piu esatta reificazione della vita della sua famiglia in presenza di un dolore indicibile quale e quello per la perdita del figlio. Gli oggetti su cui si sofferma il monologo del protagonista, ma che lo spettatore non vede da vicino, possono anche apparire intatti, come intatto appare ai suoi pazienti l'impassibile dottor Sermonti, ma sono anch'essi minati dalla propria fine. La superficie del quotidiano, rappresentata qui dalle cose che circondano la vita di ciascuno, puo non sembrare alterata dalla tragedia, ma anch'essa e ormai danneggiata in modo irreparabile allo stesso modo in cui lo sono le vite dei famigliari del ragazzo morto.

Mi azzardo a dire che questa scena e in qualche modo la traduzione visuale, la trasposizione cinematografica di una costellazione di testi poetici di Valerio Magrelli in cui proprio la tazza e il vaso sono gli emblemi, i correlativi oggettivi, i simboli, di un'esistenza minata da un dolore che non si dice, che non si puo dire, perche e appunto la stessa natura di questo dolore a non renderlo rappresentabile adeguatamente dal linguaggio. Anzi, il solo modo di approssimarsi adeguatamente ad una sua rappresentazione e costituita da una sottrazione di linguaggio, piu che da un silenzio vero e proprio, che sarebbe poco utile alla rappresentazione artistica e per un poeta equivarrebbe al silenzio, alla pagina bianca. 11 primo dei testi a cui faccio riferimento e tratto dalla raccolta Nature e venature (1987), si intitola Ricevo da te questa tazza e porta in epigrafe due distinte citazioni da altrettante poesie in cui si fa riferimento a una tazza danneggiata.
   "E la crepa nella tazza apre
   un sentiero alla terra dei morti"
   (W.H. Auden)

   ... come quando una crepa
   attraversa una tazza
   (R.M. Rilke)

   Ricevo da te questa tazza
   rossa per bere ai miei giorni
   uno ad uno
   nelle mattine pallide, le perle
   della lunga collana della sete.
   E se cadra rompendosi, distrutto,
   io, dalla compassione,
   pensero a ripararla,
   per proseguire i baci interrotti.
   E ogni volta che il manico
   o l'orlo si incrineranno
   tornero a incollarli
   finche il mio amore non avra compiuto
   l'opera dura e lenta del mosaico.

   Scende lungo il declivio
   candido della tazza
   lungo l'interno concavo
   e luccicante, simile alla folgore,
   la crepa,
   nera, fissa,
   segno di un temporale
   che continua a tuonare
   sopra il paesaggio sonoro,
   di smalto.


La tazza della scena da La stanza del figlio, si potra filologicamente obiettare, non e crepata, ma sbeccata, e non e rossa, ma blu. Eppure, la tazza di Moretti e quella di Magrelli si fanno analogamente misteriose portatrici di un dolore che le parole non dicono, ma che appare per sua natura irreparabile. Anche il secondo dei testi e tratto dalla stessa raccolta Nature e venature e s'intitola A mattina inoltrato:
   A mattina inoltrato,
   nel pieno procedere del giorno,
   ancora qualcuno si attarda nel letto,
   segnato dall'ipnosi,
   intento al restauro del sonno.
   Come se si potesse riparare
   la notte,
   il vaso infranto,
   la lesione del cielo.


Qui e evidente che non potra esserci restauro al dolore di cui non si parla, esattamente come a chi guarda la scena del film, a questo punto del film, sembrera ovvio che tra Giovanni e Paola qualcosa si e rotto che non si potra davvero piu rincollare.

Oltre ai due testi appena citati, voglio segnalarne almeno altri due, tratti dalla raccolta successiva di Magrelli, Esercizi di tiptologia (1992), che a mio parere uniti ai precedenti vanno a costituire una costellazione poetica a cui Moretti puo essersi ispirato, piu o meno consapevolmente, per la composizione della scena di cui sto parlando. Si tratta della ampiamente commentata (9) sequenza di II vaso infranto, una versione da Le vase brise di Rene Sully Prudhomme, quasi dimenticato premio Nobel per la letteratura (1901), e una "graduale polverizzazione" (10) della stessa che Magrelli vi affianca all'interno della sezione intitolata L'imballatore, piccolo cahier di traduzioni e a sua volta trattato in poesia sulla stessa arte del tradurre.
   Da Le vase brise
   di Sully Prudhomme

   Questo vaso in cui muore la verbena
   Da un colpo di ventaglio fu incrinato;
   Basto che il colpo lo sfiorasse appena,
   Nessun rumore l'ha mai rivelato.

   Ma una simile, lieve fenditura
   Morse il cristallo giorno dopo giorno,
   E con marcia invisibile, sicura,
   Riusci a girargli lentamente intorno.

   Goccia a goccia la sua acqua e fuggita;
   Il succo d'ogni fiore e consumato;
   Nessuno pensa che sia gia finita,
   Ma e infranto, non dev'essere toccato.

   Anche la mano amata, troppo spesso,
   Sfiorando il cuore lo riesce a ferire;
   Finche il cuore si fende da se stesso,
   E il fiore del suo amore fa morire.

   Rimasto intatto allo sguardo del mondo,
   Sente in silenzio piangere e aumentare
   Il suo taglio finissimo e profondo,
   Ma e infranto, non lo devi piu toccare.

   Il vaso infranto

   Questo vaso, e la verbena muore,
   Un colpo di ventaglio che lo incrina;
   Il colpo, solo e sfiorato,
   Senza rumore.

   La crepa, il morso
   Del cristallo,
   Invisibile, intorno,
   Lentamente.

   Goccia a goccia;
   Succo perso;
   e nessuno,
   Ma e infranto, non dev'essere toccato.

   La mano amata,
   Sfiorare il cuore, ferire;
   La fenditura del cuore,
   Morire.

   In atto al mon
   Crescere in silenzio, il p an
   Le fer a fine e profon
   Ma e inf, n n dev


Se il primo testo e una versione italiana dell'originale di Prudhomme, evidentemente il secondo non e una differente traduzione, ma e piuttosto a sua volta un commento poetico sull'atto del tradurre. Eppure, nonostante l'evidente, forse eccessiva, cerebralita dell'operazione, Il vaso infranto mette in evidenza alcuni dei nuclei semantici dell'originale, qui solo accessibile attraverso la versione data dallo stesso Magrelli, quasi a portare alla superficie quel dolore originario che puo esserci stato alla base del testo di Prudhomme, un crepacuore, diciamo, extratestuale di cui la poesia e a sua volta una traduzione. Se, come io credo, i testi magrelliani che ho presentato possono, per analogia, aver costituito il sottotesto della scena analizzata, allora, se non altro per il momento, si puo concludere che la riflessione sul processo traduttivo che Magrelli intraprende nei testi di Esercizi di tiptologia, unitamente alle varie altre intersezioni tra il lavoro del poeta e quello del cineasta sono a loro volta dei frammenti, dei cocci, di quel discorso estremamente complesso sulla natura della traduzione e dei vari processi traduttivi, non soltanto tra lingue diverse, ma anche tra linguaggi artistici differenti come lo sono appunto il cinema e la poesia.

OPERE CITATE

Cortellessa, Andrea. "Magrelli. Il partito preso degli eventi". Poesia 131 (1999): 31-36. Print.

--. "Valerio Magrelli. La terra, la morte (e la salute)". Poeti della Malinconia. A cura di Biancamaria Frabotta. Roma: Donzelli, 2001, 219-233. Print.

Fontanella, Luigi. "La poesia 'ermafrodita' di Valerio Magrelli: qualche appunto di lettura". Rivista di studi italiani XII/1 (giugno 1994): 155-159. Print.

Magrelli, Valerio. Poesie (1980-1992) e altre poesie. Torino: Einaudi, 1998. Print. Pasolini, Pier Paolo. "Il cinema di poesia". Empirismo eretico. Milano: Garzanti, 1972. Print.

Scarpa, Domenico. "Magrelli in camice bianco". La rivista dei libri (1999): 14-15. Print.

Valesio, Paolo. "La poesia di Valerio Magrelli fra neomanierismo ed emozione". Yale Italian Poetry V-VI (2001-2002): 373-403. Print.

Villalta, Gian Mario. "Il vaso infranto. Poetica e 'poetica della traduzione' nel piu recente Magrelli". Testo a fronte (11 ottobre 1994): 77-82. Print.

ANTONELLO BORRA

University of Vermont

NOTE

(1) Pier Pasolo Pasolini, "Il cinema di poesia". Empirismo eretico. Milano: Garzanti, 1972.

(2) Domenico Scarpa, "Magrelli in camice bianco". La rivista dei libri (1999): 14-15.

(3) 155.

(4) Andrea Cortellessa, "Magrelli. Il partito preso degli eventi". Poesia 131 (1999): 31-36.

(5) Andrea Cortellessa, "Valerio Magrelli. La terra, la morte (e la salute)". Poeti della Malinconia. A cura di Biancamaria Frabotta. Roma: Donzelli, 2001, 219-233.

(6) Cortellessa segnala anche in nota come "il poeta medico del linguaggio e un'icona che Magrelli esempla con ogni probabilita dall'amato Paul Valery, che progettava un Traitede la main dedicato proprio a questa analogia funzionale". 220.

(7) 220.

(8) 223.

(9) Si vedano almeno: Luigi Fontanella, "La poesia ermafrodita di Valerio Magrelli". Rivista di studi italiani XII/1 (giugno 1994): 155-159; Paolo Valesio, "La poesia di Valerio Magrelli fra neomanierismo ed emozione". Yale Italian Poetry V-VI (2001-2002): 373-403; Gian Mario Villalta, "Il vaso infranto. Poetica e 'poetica della traduzione' nel piu recente Magrelli". Testo a fronte 11 (ottobre 1994): 77-82.

(10) Luigi Fontanella, 157.
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Author:Borra, Antonello
Publication:Italica
Date:Sep 22, 2014
Words:2446
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