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Arnaldo Di Benedetto. Il dandy e il sublime: nuovi studi su Vittorio Alfieri.

Arnaldo Di Benedetto. Il dandy e il sublime: nuovi studi su Vittorio Alfieri. "Saggi di Lettere italiane" 58. Firenze: Olschki, 2003.

La critica letteraria non e una scienza pura come la geologia, ma risente fortemente degli orientamenti politici prevalenti. Questo risulta anche piu vero nel caso di un autore come Alfieri, che ha voluto essere non solo poem, ma anche scrittore fortemente impegnato sul piano politico. Di qui gli equivoci, di cui hanno sofferto gli studi alfieriani non solo per colpa del fascismo (andazzo duro a morire, come dimostrano i tentativi di rivalutazione di aspetti e figure del periodo fascista), ma anche per colpa del comunismo (innocentemente staliniano o meno), per cui abbiamo avuto un Alfieri precursore di Mussolini o un Alfieri "reazionario," insensibile al problema sociale. Il crollo dei vecchi miti del Novecento, il travagliato processo di rinnovamento della Chiesa Cattolica, che ha consentito lo studio di fonti inaccessibili da secoli, il graduale rafforzarsi di una mentalita sopranazionale europea e la nuova economia globale, fondata su una tecnologia ignota ai nostri padri, stanno sgombrando il terreno dai pregiudizi tradizionali, che hanno impedito di vedere Alfieri in una prospettiva piu consona ai suoi reali interessi intellettuali e al ruolo che ebbe nello svolgimento della letteratura di lingua italiana. Lo attesta lo stesso titolo di questo nuovo, importante libro di Arnaldo Di Benedetto (il piu europeo ed autorevole alfierista del nostro tempo), che, in un clima storico diverso, sarebbe stato considerato irriverente.

Alfieri fu un dandy, che offal a Byron un "modello di arte drammatica (l'antiShakespeare), ma anche di vita ribelle e ispirata ... a dandismo e stravaganza" (5), e, nello stesso tempo, un esponente di primo piano di quel sublime, che serve ad "indicare alcune delle condizioni di gusto e ... di poetica, fra le quali presero forma, qualche secolo fa, vere opere d'arte" (7). Come Di Benedetto ribadisce nel primo saggio, "Un classico che ci legge" (11-19), gia pubblicato nella Rivista di studi italo-finlandesi (nuova serie 11 [1999]: 5-10), il "sublime del mondo tragico di Alfieri aveva la sua antitesi complementare nel disgusto per un'umanita in cui il poeta non vedeva che meschinita e volgarita" (18). Lo scrittore, che ha suscitato sentimenti di insofferenza da parte di autori moderni come Gadda e Pavese, ingannati dal polverone sciovinistico che aveva afflitto gli studi alfieriani, fu un "costituzionalista," che "guardava ... come altri del suo tempo, alle antiche repubbliche di Sparta e di Roma e alia moderna Inghilterra," e "non aderi mai al partito dei nostalgici dell'Ancien Regime" (17). Fu (aggiungerei io, sulla scorta di recenti ricerche archivistiche) il primo autore italiano, che, con una di quelle operazioni alchimistiche, di cui sono capaci solo i grandi geni poetici, seppe trasmutare in oro poetico i ceppi che il Tridentinismo cattolico-religioso aveva imposto agli scrittori di lingua italiana, i quali non potevano contare sull'appoggio di principi abbastanza forti per essere in grado di resistere alle pressioni della Santa Romana ed Universale Inquisizione, che si rifaceva in Italia delle delusioni subite negli altri paesi cattolici. Si tratta di un merito tutt'altro che trascurabile, se si tiene presente la storia tragica della nostra cultura, falcidiata dalla intolleranza della Chiesa (organismo totalitario per eccellenza), che, contrariamente all'opinione corrente, dette frutti avvelenati non solo nel Cinque-Seicento, ma anche nel Settecento, nell'Ottocento e nel Novecento, quando quella intolleranza trovo un alleato nel Fascismo. Basta scorrere l'Index des livres interdits il, relativo al periodo 1600-1966, curato da J. M. De Bujanda (2002), per farsene una idea.

Alfieri viene dagli enciclopedisti francesi e pertanto riversa nel Filippo la sua avversione per Filippo II di Spagna, campione della Controriforma, che oggi si preferisce chiamare ipocritamente "Riforma cattolica," e dell'assolutismo, che i protestanti britannici, ammirati da Alfieri, identificavano con il "papismo." Ma il poeta intravvedeva, aldila della responsabilita diretta dell'odiato tiranno, il dramma delle grandi forze stofiche in contrasto, che limitano la sfera d'azione dello stesso Filippo, prigioniero nella sua reggia. Sotto questo aspetto il Filippo preannuncia il Saul. E quanto sottolinea giustamente Di Benedetto, in polemica con Manzoni, nel secondo saggio "Quasi una fiaba dell'orco. Storia e leggenda nel Filippo" (21-37), gia pubblicato nella miscellanea La maschera e il volto. Il teatro in Italia, a cura di F. Bruni (Venezia: Marsilio, 2000) 568-78. E appunto sul Saul l'A. fa osservazioni intelligenti anche nel terzo saggio, inedito, "L''orrendo ed innocente amore' di Mirra" (39-53), basato su una lezione tenuta presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze nel 2002: "L'interesse di Alfieri per il mondo biblico va visto... sullo sfondo della scoperta europea della poesia 'primitiva' o pseudo-primitiva, quando la Bibbia... fu ammirata... come opera di poesia, da collocare accanto ad altri presunti 'primitivi' quali Omero, Esiodo, e Ossian" (39-40). Questo Alfieri primitivo e piu che mai europeo, in quanto si colloca in quella storia del gusto primitivistico, cui E. H. Gombrich dedico il suo capolavoro postumo, The Preference for the Primitive: Episodes in the History of Western Taste and Art (2002), recensito da J. Hall nel TLS del 18 ottobre 2002: 3-5. Ne si deve dimenticare che il primitivismo fu nel Settecento una rivolta non solo contro l'arte, ma anche contro la societa contemporanea. Di Benedetto insiste giustamente sulla "mancanza di intenti edificanti," in cui consiste l'originalita del Saul alfieriano, che e ben diverso dal "polemico, antireligioso e antiebraico Saul di Voltaire" (41), e ricorda che il protagonista di quella tragedia "e un 'superuomo' che scopre, dolorosamente, il limite al suo delirio di onnipotenza" (45).

La Mirra di Alfieri, che ha sempre insistito sulla figura del tiranno, dandoci "il dramma di quei mostri la cui Wille zur Macht non sa porsi cortfini," e una tragedia senza tiranno, ma, come gli altri drammi alfieriani, mostra "il limite della razionalita e della volonta umane" (52). Tratta un caso d'incesto, per il quale Alfieri non conosceva precedenti, sebbene l'incesto in generale fosse un motivo assai comune nella letteratura europea, come hanno dimostrato gli studi sull'argomento: dal saggio pionieristico di O. Rank, Das Inzest-Motiv in Dichtung und Sage (1926) alla collettanea Incest and the Literary Imagination, a cura di E. Barnes (2002). Di Benedetto non manca di prendere in considerazione le interpretazioni psicanalitiche della Mirra (P. Azzolini e M. Manghi), ma avverte che "Mirra non e Alfieri, e Ciniro non e Monica Maillard de Tournon" (ivi). Quindi Freud non pub servire a spiegare l'opera alfieriana, sebbene si possa parlare di una comunanza di interessi per certe situazioni psicologiche, che si riscontrano anche in altri scrittori europei.

In una semplice recensione, non e possibile dare un'idea della ricchezza di questo volume, che offre spunti originali per nuove interpretazioni dei testi alfieriani. Mi limito, quindi, a dare rapidamente il contenuto del resto del libro in esame, in cui il lettore trovera altri saggi, qui ristampati con opportuni ritocchi: "'Arrivammo a Firenze ...': La Toscana di Vittorio Alfieri fra esperienza e mito" (55-77), apparso in Alfieri e la Toscana, a cura di G. Tellini e R. Turchi (Firenze: Olschki, 2002) 1: 3-20, di cui ha parlato F. Savoia in questa rivista (Vol. 80 [2003] 4: 550-59); "Alfieri e il francese: caricature e parodie fra vecchie e nuove motivazioni" (79-89), uscito in Lettere italiane 52 (2000): 569-78; e "Dimore della poesia: Alfieri" (91-116), ripreso da Critica letteraria 29 (2001): 33-53. Seguono due contributi nuovi: "Nelle 'regioni boreali': varia fortuna di Alfieri in Germania" (117-35) e "Genio o talento forzato? Vittorio Alfieri da autore a personaggio" (137-59). Completano il volumetto tre preziose note: "Appunti per una storia dell'antilluminismo in Italia" (161-70), letto a un convegno tenuto presso l'Accademia delle Scienze di Torino nel 1998; "Gli 'statini italiani,' secondo alcuni letterati: un problema settecentesco" (170-73), destinato a una miscellanea in onore di Georges Virlogeux; "'E uno, due, tre ...': Brevissima divagazione da Alfieri a Carducci" (173-75), gia pubblicata nel Giornale storico della letteratura italiana 179 (2002): 272-73. L'indice dei nomi agevola il lettore che non intende scandagliare i lati del libro piu congeniali ai suoi interessi.

GUSTAVO COSTA, EMERITUS

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Author:Costa, Gustavo
Publication:Italica
Article Type:Book Review
Date:Mar 22, 2005
Words:1317
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