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Arnaldo Di Benedetto. Dal tramonto dei lumi al Romanticismo.

Valutazioni. "Il vaglio" 46. Modena: Mucchi Editore, 2000.

Di Benedetto, italianista di alto livello, legato al prestigioso Giornale storico della letteratura italiana, non ha certo bisogno di essere presentato ai lettori di Italica. In questo elegante volume miscellaneo, l'autore ha opportunamente raccolto e rielaborato una serie di saggi pubblicati o preparati per riviste e convegni fra il 1997 e il 2000, compreso uno sulla letteratura filellenica, uscito in questa sede (vedi Italica [1999]: 335-54). Tutti abbracciano il periodo compreso fra il declino dell'Illuminismo e l'avvento del Romanticismo (periodo assai importante sul piano della storia della cultura italiana, cui e dedicata la collana "Il vaglio," diretta da Mario Saccenti, che ospita il libro). Gli argomenti sono vari, e vanno da Bertola e Meli al mito romantico di Tasso e a Tommaseo. Comunque ben quattro saggi su nove sono dedicati alla grande figura di Alfieri, del quale Di Benedetto e un autorevole studioso, e approfondiscono spunti critici gia presenti nell'importante volume Vittorio Alfieri, le passioni e il limite (Napoli: Liguori, 1987).

Sebbene sia annoverato fra i maggiori della letteratura italiana, Alfieri ha un bisogno assoluto di critici intelligenti, che lo riscattino dai pregiudizi imperanti fra i pochi lettori, che ancora frequentano i nostri classici. Di Benedetto dimostra il suo acume critico in "Per Vittorio Alfieri" (63-73), testo di una commemorazione del duecentocinquantesimo anniversario della nascita del poeta, tenuto nel 1999, e pubblicato l'anno seguente nella rivista Belfagor. Il critico batte in breccia le deformazioni caricaturali dovute alla eccessiva insistenza sul volontarismo alfieriano, caro ai pedanti del buon tempo antico e a un dilettante di letteratura e di politica, come Mussolini. Di Benedetto ci da un bel ritratto di Alfieri, che all'eroe della volonth contrappone quello della perplessita, e metre in primo piano la duplice natura del suo genio, poetico e politico, che gli consenti di diventare, con una sorprendente rapidita, l'autore italiano piu avanzato del suo tempo nella critica del dispotismo illuminato e il drammaturgo ammirato da coetanei e giovani, come Goethe, Andre Chenier, Byron e Stendhal.

All'esame delle opere politiche alfieriane e dedicato il denso saggio "La repubblica di Vittorio Alfieri" (75-118), uscito in Studi italiani nel 1998. Di Benedetto ripercorre le pit significative interpretazioni che ne sono state proposte dalla fine dell'Ottocento in poi: quella in chiave di monarchia costituzionale (Masi; Mestica); quella che nega ad Alfieri un preciso orientamento politico (Croce; Fubini; Russo); quella anarchica (Calosso; Salvatorelli); quella impemiata sul reazionarismo dello scrittore (Sapegno; Passerin d'Entreves). Scartata la possibilita di un Alfieri reazionario (anche nella versione piu storicamente plausibile di Jonard, che vede nel poeta un sostenitore della ideologia filonobiliare di Montesquieu), il critico ricorda giustamente che le monarchie costituzionali erano chiamate "repubbliche" nel linguaggio politico del Settecento, e giunge alla conclusione che la tesi di Masi e ancora accettabile con le dovute cautele: Alfieri fu un sostenitore della monarchia costituzionale di tipo inglese. Sotto questo aspetto, Di Benedetto riconosce l'affinita della sua posizione con quella di John Lindon, autore del volume L'Inghilterra di Vittorio Alfieri e altri studi alfieriani (Modena: Mucchi, 1995).

Masi sosteneva che Alfieri si era convertito alla monarchia costituzionale solo nella rase piu tarda della sua vita, mentre Di Benedetto e convinto che lo scrittore fosse stato sempre un sostenitore del sistema politico inglese, che per lui era solo in apparenza monarchico, ma repubblicano nella sua essenza. Non so quanto questa interpretazione sia conciliabile con l'ammirazione del poeta per Washington e per la Rivoluzione americana. Assai controverso e l'atteggiamento di Alfieri nei confronti della Rivoluzione francese. Di Benedetto dichiara che il poeta non fu solidale ne con i rivoluzionari ne con gli antirivoluzionari: "questa e la vera essenza della posizione scelta dall'ultimo Alfieri; posizione non facile, e soggetta certo a momentanei sbilanciamenti" (113-14). Va tenuto presente l'ammonimento a non considerare gli scritti politici alfieriani indipendentemente dalla sua produzione poetica, che e altamente soggettiva: "Il discorso politico di Vittorio Alfieri muove da un impulso di difesa di un io che il poeta--in quanto poeta--sente minacciato non solo dalle istituzioni politiche, ma dalle stesse natura e condizione umane" (117).

A proposito del trattato Del principe e delle lettere, Di Benedetto addita la presenza di "suggestioni, originalmente elaborate, dell'antico trattato Del sublime" (93). Forse l'influenza dello Pseudo-Longino in Alfieri meritava di essere approfondita, partendo da un saggio che Di Benedetto non cita: "Alfieri e il mito dell'Italia" di Antonio D'Andrea, apparso in Forum Italicum nel 1976 e ristampato nel volume Il nome della storia, Studi e ricerche di storia e letteratura (Napoli: Liguori, 1982.281-307). Ne si deve dimenticare che l'influenza dello Pseudo-Longino va inquadrata nel topos classico del rapporto liberta-eloquenza, che ebbe una notevole fortuna in Francia dal Rinascimento al Settecento (cfr. J. Starobinski, "Eloquence and Liberty," Journal of the History of Ideas 38 [1977]: 195-210). Comunque l'originalita di Alfieri non consiste nella dimensione sublime della sua arte, ma nella fusione del comico e del sublime, attuata nella Vita con sorprendenti risultati di vera e propria ironia romantica.

Di Benedetto ricorda giustamente che le fonti del pensiero alfieriano vanno cercate in grandi autori francesi come Montesquieu e Rousseau. Personalmente ritengo che non si debba sottovalutare l'influenza dell'Illuminismo inglese e di uno scrittore come Burke. Anche l'ammirazione di Alfieri per Machiavelli, contro cui si accani l'Inquisizione, si deve valutare non solo in rapporto ad autori francesi come Diderot e Rousseau, ma anche in rapporto ad autori inglesi: per esempio, Bolingbroke (cfr. H. Butterfield, "Machiavelli and Bolingbroke," The Statecraft of Machiavelli, New York: Collier, 1962.101-22). In ogni modo e assai felice il saggio intitolato "Il nostro gran Machiavelli: Alfieri e Machiavelli" (119-40), qui stampato per la prima volta. Di Benedetto identifica la "dimensione machiavellica" del pensiero alfieriano nella "accettazione (pur dolente) della forza quale fonte ineliminabile di potere" (136), e indica tracce del Principe in vari aspetti del teatro alfieriano.

Nel 1999, la coincidenza del duecentocinquantesimo anniversario della nascita di tre poeti (Alfieri, Parini e Goethe) ha dato occasione ad alcune commemorazioni, opportunamente amalgamate in un altro saggio pubblicato per la prima volta nel presente volume: "Le occasioni di un anniversario: Vittorio Alfieri tra Parini e Goethe (e oltre)" (141-71). Di Benedetto vi prende in esame le opinioni che Parini e Goethe ebbero di Alfieri, mettendo in luce, con tratti precisi e delicati, le differenze di rango sociale, di temperamento e di genio artistico, che si riflettono nella loro produzione letteraria. Senza farsi ingannare da pregiudizi sciovinistici, il critico nota a ragione l'inferiorith di Alfieri rispetto a Goethe: "Accanto a Goethe, lo scrittore italiano appare--sia come artista, sia come uomo di cultura--piu monotono e unilaterale: grande poeta anch'egli, quando lo e; ma personalita meno ricca e complessa di quella del suo coetaneo di Francoforte" (166). In ogni modo, questo volume testimonia la fedelta di Di Benedetto ad Alfieri, autore capitale del Settecento, come ha ricordato Vittore Branca a proposito della pubblicazione degli atti dell'importante Convegno internazionale su "Alfieri in Toscana" (cfr. V. Branca, "Innovatore del Settecento," Il Sole-24 Ore 26 maggio 2002: 32).
GUSTAVO COSTA
University of California/Berkeley
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Author:Costa, Gustavo
Publication:Italica
Article Type:Book Review
Date:Mar 22, 2003
Words:1161
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