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Annie vivanti e la grande guerra: stupro, aborto e redenzione in Vae Victis!

Lo stupro e stato praticato nel corso della storia come "arma di guerra", fin dai tempi piu antichi. L'espressione "arma di guerra", ricorda Anne Dupierreux, sarebbe pero recente, perche utilizzata solo a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, all'epoca cioe delle guerre in Rwanda e in Bosnia. Per la prima volta, osserva la studiosa, in quella terribile occasione lo stupro sistematico e stato considerato come parte della strategia militare, il che ha consentito di abbattere il muro di silenzio che fino ad allora aveva avvolto le vittime, e di punire i responsabili per aver commesso un crimine contro l'umanita.

In verita, gia all'epoca della Prima Guerra mondiale lo stupro "di massa" compiuto dall'esercito tedesco all'epoca dell'invasione del Belgio aveva suscitato vivissime reazioni, anche grazie alla mobilitazione dei comitati suffragisti britannici e americani, e l'opinione pubblica internazionale si ritrovo allora a fare i conti con gli orrori di cui erano state vittime le donne in quanto "non combattenti". Il recupero dell'evento da parte della propaganda di guerra, tuttavia, fu tale per cui piu che alle donne ci si interesso soprattutto ai carnefici, dipinti come dei mostri che nulla, ne la pieta, ne il timor di Dio, avrebbe potuto arrestare.

Malgrado la tragedia delle donne belghe e francesi abbia avuto in Italia un'eco molto ridotta (Schiavon 170), la scrittrice Annie Vivanti, senz'altro a causa del suo cosmopolitismo, dedico alla vicenda nel 1915 una piece teatrale intitolata L'invasore, trasformata nel 1917 nel romanzo Vae Vietisi, che riscosse un ottimo successo di pubblico e conobbe una decina di riedizioni, fino al 1940. E legittimo interrogarsi sulle ragioni della fortuna di un romanzo che racconta di due donne belghe che, dopo esser state stuprate da soldati tedeschi, decidono l'una di abortire e l'altra di portare a termine la gravidanza. Ci proponiamo pertanto di analizzare L'invasore e soprattutto Vae Vietisi, considerato da Giovanni Venturi come il romanzo sulla "coscienza dei diritti di una scelta e di una scelta femminile" (308), anche se in verita questo ci sembra essere un testo che tratta di questioni legate alla drammatica ineluttabilita della maternita: malgrado la tematica sembri apparentemente moderna, pur prendendo spunto dagli stupri effettivamente subiti dalle donne belghe, e pur presentando qualche variante qualitativamente significativa rispetto alla narrativa popolare coeva, L'invasore e Vae Vietisi propongono--e questa la nostra ipotesi--dei messaggi fondamentalmente conservatori e apertamente eugenici.

[ILLUSTRATION OMITTED]

1. La Grande Guerra e il corpo delle donne: storia, stupri e stereotipi

La copertina a colori della pubblicazione La Belgique a feu et a sang, un opuscolo pubblicato nel 1917 da Maxime Vuillaume presso l'editore parigino Rouff, sintetizza perfettamente il messaggio propagandistico diffuso durante la Prima Guerra mondiale contro il nemico tedesco e condensa alcuni stereotipi circolanti all'epoca riguardo ai Tedeschi: in primo piano vediamo un soldato tedesco sorridente che tiene nella mano destra una spada ancora gocciolante di sangue; ai suoi piedi giacciono un bimbo ferito mortalmente al cuore e una donna colpita alla testa, che tiene tra le braccia il corpo inanimato del figlioletto. Al centro del disegno si intravvedono dei personaggi in fuga, tra cui e riconoscibile una donna che corre tenendo in braccio un bimbo, preceduta da una ragazzina e inseguita da un soldato armato. Sullo sfondo appare una cattedrale e alcune case da cui si innalzano delle fiamme dal color rosso sangue: il fuoco e il sangue evocati appunto dal titolo dell'opuscolo. Raffigurati come dei campioni di violenza e di crudelta, i soldati tedeschi sono il simbolo della malvagita assoluta perche non solo uccidono i bambini e le loro madri, ma distruggono addirittura le chiese, le case e le opere d'arte.

Pochi mesi dopo l' invasione del Belgio, si cominciano a stilare dei rapporti sugli orrori commessi dai soldati tedeschi, spesso sotto l'effetto dell'alcool (Brownmiller 55); alle donne stuprate viene riservata una posizione non sempre di primo piano e comunque il loro statuto di vittime non e completamente comprovato. Nel Bryce Report, pubblicato fin dal 12 maggio 1915, addirittura si insinua che alcune donne non tentarono di sottrarsi agli stupri, e anzi stuzzicarono i soldati con dei comportamenti "provocanti"; piu che sulle violenze subite, si insiste sul degrado umano delle truppe tedesche responsabili dei crimini piu biechi.

Intorno al 1917, per designare le violenze sessuali subite dalle donne in Belgio all'inizio della guerra, si comincia a parlare di "stupro del Belgio" (Bianchi 94): la sorte riservata alle donne diventa una sineddoche che rimanda alla violenza cui fu sottoposto il Paese e che nega di fatto alle donne del Belgio la possibilita di essere riconosciute legittimamente come vittime. Come sottolineato tra gli altri da Frangoise Thebaud, senz'altro a partire dai fondamentali saggi di George L. Mosse, occorre tenere a mente il fatto che il discorso sulla guerra e profondamente sessuato: ecco allora che lo stupro delle donne belghe diventa lo "stupro del Belgio" perche se l'uomo e soldato, la donna e la terra che il soldato difende, e percio il suo ruolo e quello di assicurare l'inviolabilita del corpo femminile. Cosi, nel discorso propagandista, l'immagine dell'avversario prende sembianze bestiali: ci riferiamo in particolare ai manifesti diffusi nel corso della campagna di propaganda "Remember the Women of Belgium", poi trasformata in "Remember Belgium", e al poster raffigurante un enorme gorilla che stringe a se il corpo di una donna senza vita mentre nella mano destra tiene una clava su cui e scritta la parola tedesca "Kultur". (1)

Lo "stupro del Belgio" contribui a lanciare il dibattito sulla legittimita dell'aborto "terapeutico", diverso da quello definito come "criminale" perche praticato per limitare le gravidanze. Persino in Italia, dove si ignoro di fatto il dramma delle donne belghe, si comincio tuttavia a disquisire di interruzione della gravidanza ammissibile in caso di stupro.

Dobbiamo ricordare, a tale proposito, il nome di Luigi Maria Bossi, che fu il primo docente italiano di ginecologia: amico di Cesare Lombroso, acceso nazionalista, il Bossi era un sostenitore della pratica dell'aborto in caso di violenza sessuale non certo per tutelare i diritti delle donne o per limitare le nascite, ma per difendere i diritti della nazione (Cassata 71-75). In un articolo intitolato "In difesa delle donne belghe e francesi" pubblicato nel 1915 sulla rivista La ginecologia moderna da lui diretta, Bossi si dichiarava favorevole all'aborto giacche, in caso di stupro, le donne avrebbero dato alla luce a figli miseri fisicamente e colle stimmate ineluttabili della degenerazione e cioe o dei deficienti nello sviluppo destinati a vivere a carico della pubblica beneficienza o dei futuri pazzi e delinquenti.

(Ventrone 173)

Bossi riprendera l'argomentazione eugenetica in un saggio del 1917 intitolato In difesa della donna e della razza. Polemiche--Discorsi--Referendum contro l'egoistico rovinoso Neo-Malthusianismo, contro l'infamia dell'Antiuomo tedesco, e la sviluppera scagliandosi contro "l'ignominioso barbarismo teutonico" (Bossi 61). Il saggio, pubblicato presso la casa editrice milanese Riccardo Quintieri (che gia aveva editato i romanzi italiani di Annie Vivanti, tra cui L'invasore e Vae Victis!), raccoglie diversi suoi testi tra cui una sua lettera riprodotta nel 1916 dal Popolo d'Italia a proposito di un'inchiesta diffusa "fra donne, medici, sociologi, giuristi e letterati" sulla questione della legittimita dell'aborto in caso di stupro. L'autore trascrive anche alcune risposte, tra cui quella di un certo F. M. Zandrino, (2) che sostiene che lo Stato "deve avocare a se il dovere di soppressione di chi per l'avvenire sarebbe una fonte inesausta e [...] irresponsabile del male e della vergogna sociale" (Bossi 100). Segue un commento di Anna Franchi, socialista, giornalista e femminista, la quale afferma che ogni donna rispondera in modo diverso al quesito, a seconda della propria sensibilita, ma che tutte le donne chiederanno di fucilare "quei bruti". Quando poi verra "la pace vittoriosa", gli uomini buoni "troveranno conforto per le sventurate vittime e [...] troveranno modo di proteggere la razza latina dall'inquinamento che potrebbero portare questi bastardi della delinquenza [...]" (Bossi 102). Dal canto suo, Anni Vivanti risponde in qualita di autrice de

L'invasore'.

Londra, 29 settembre

Illustre Professore,

E poiche anche a me giunge la sua domanda se la donna violentata dal nemico abbia il diritto all'aborto, io Le rispondo che come si ha il diritto di spegnere un incendio in casa propria, come si ha il diritto di estirpare un cancro dal proprio corpo, una donna ha il diritto di liberarsi dal malefico germe di vita impostole dalla violenza nemica.

(Bossi 109)

2. Annie Vivanti in difesa delle donne belghe

E arrivata da ieri l'altro Annie Vivanti, la grande Annie, [...]. E la creatura piu divertente, del resto, che io abbia mai incontrato. Piu divertente ancor dei suoi libri, ed e dir gran cosa. Monelleria, incongruenza, un misto di furbizia e di candore, l'humour anglosassone venato di emotivita ebraica, un istinto di vita potentissimo, addirittura paradossale. Con me essa e a volta umile e protettiva, piena di compunto rispetto e insieme di tenera pieta per tutto quanto v' ha in me d'irriducibile, d'assoluto, diciam pure di tragico, come artista e come donna.

Cosi diverse, forse per questo non siamo rivali e ci vogliamo bene.

(Aleramo 89-90)

Cosi Sibilla Aleramo descriveva nel 1927 Annie Vivanti: scrittrice, poetessa e musicista trilingue e cosmopolita, essa fu attiva tra l'Italia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti fin dall'inizio del XX secolo.

Nata in Inghilterra nel 1866, morta a Torino nel 1942, la Vivanti e ricordata oggi quasi solo per l'"amicizia sentimentale" che la lego a Carducci tra il 1890--data della prima lettera che il poeta le invio e che fu pubblicata nell'introduzione della sua prima raccolta di poesie intitolata Lirica--e il 1907, ovvero fino alla di lui morte. Sarebbe opportuno invece ricordare Annie Vivanti soprattutto per la sua vivace carriera di poetessa e scrittrice bilingue, cantante e musicista: (3) tra i suoi scritti in prosa, in italiano e in inglese, dobbiamo qui citare almeno il suo romanzo piu famoso, I divoratori (1911), racconto a sfondo autobiografico di una donna che rinuncia alla propria carriera letteraria per seguire e assecondare la figlia, assoluto genio artistico.

Nel 1915, sicuramente colpita dalle sorti delle donne belghe e su richiesta del dottor Bossi, che voleva che si difendesse l'idea dell'aborto "voluto e desiderato dalla violentata" (Bossi 120), Annie Vivanti pubblica la piece teatrale L'invasore, rappresentata per la prima volta al Teatro Olimpia di Milano. Il romanzo Vae Victis! del 1917 si rifa al dramma teatrale, pur modificandone alcuni elementi nella parte finale.

In entrambi i testi, suddivisi in tre parti, si narra la tragica vicenda di tre personaggi femminili, Luisa, sua figlia Mirella e Cherie, la cognata di Luisa, vittime innocenti della brutalita degli invasori tedeschi in preda all'ebrezza, come gia si evinceva dal Bryce Report che la Vivanti aveva sicuramente consultato essendo anglofona: "Immondi soldati ubriachi--si legge nel romanzo--avevano soddisfatto su di lei [Cherie] le loro lubriche brame--ed eccola li, spezzata, contaminata, perduta!" (Vae Victis! 194).

I Tedeschi, nel romanzo piu che nella piece teatrale, sono ritratti come diabolici, perfidi e traditori, lubrici e "libertini", ovvero viziosi; l'esercito tedesco viene stigmatizzato in quanto "orda cenerognola" o "Jene Grigie" (Vae Victis! 33) che niente e nessuno puo arrestare, pronto a brutalizzare la popolazione civile per rispettare gli "ordini superiori" e per imprimere il "sigillo della Germania" sul paese, ovvero nei ventri delle donne belghe:

"I vostri ordini ..." balbetto l'inebriato Feldmann, pronunciando a stento le parole e poggiando la sua mano sulla spalla stessa di Fischer per tenersi ritto, "i vostri ordini ... contraddizione diretta con altri ordini ... ordini superiori che abbiamo ricevuti. Vero? ... eh, Von Wedel?" E tentenno la testa, strizzando l'occhio a Fischer. "Sigillo della Germania ... da imprimersi sul paese nemico ... Sigillo della Germania ... [...]"

(Vae Victis! 59)

Evidente qui la rielaborazione dell'immagine degli stupri di massa compiuti in vista di una "germanizzazione" dell'Europa: Luisa e Cherie sono infatti considerate come le vittime di un grande complotto (prima ancora che di uno stupro) compiuto sotto gli occhi dell'undicenne Mirella che, traumatizzata, perde l'uso della parola.

Accolte in quanto profughe in Inghilterra, Luisa e Cherie si accorgono--la prima con orrore e la seconda con stupore--, di essere incinte: mentre Luisa reclama l'aborto non solo per liberarsi da una macchia ma anche nella speranza di poter celare l'accaduto al marito, Cherie nel romanzo accetta la maternita, anche se tale decisione la isola socialmente e provoca l' allontanamento definitivo di Florian, suo promesso sposo (nella piece, come vedremo piu avanti, Cherie cerchera invece di suicidarsi).

In un finale pesantemente lirico, oltre che prevedibilmente consolatorio, Mirella ritrova l'uso della parola di fronte a Cherie e al bambino, ch'ella crede essere l'apparizione della Madonna e del Bambino Gesu:

Mirella era guarita! Guarita in grazia di Cherie e del bimbo suo, figlio dell' onta, della violenza e del dolore.

... Scossa da un brivido immenso Luisa cadde a ginocchi presso la sua bambina, e ripete con lei le consacrate parole ...

Tremante ed estasiata Cherie stringeva piu forte al seno la sua creatura piegando il capo sotto l' ala di quella divina benedizione.

(Vae Victis! 208)

Nonostante una qualita stilistica mediocre tipica della narrativa popolare--imperversano il punto esclamativo e le sospensioni, le costruzioni paratattiche e l'iperbole, il fervore e il trasecolamento, i sospiri e gli svenimenti--, il testo della Vivanti contiene alcune peculiarita che lo rendono, malgrado tutto, originale e audace.

La costruzione del romanzo, ad esempio, e particolare, cosi come lo e la rivelazione della tragedia: assistiamo, nella prima parte, all'arrivo dei soldati tedeschi nella casa dove vivono le tre donne sole e indifese, ma nulla viene detto del dramma incombente; nella seconda parte, ritroviamo Cherie, Luisa e Mirella profughe in Inghilterra: la bambina ha perso l' uso della parola mentre Cherie non riesce a ricordare quello che le accadde la terribile sera dell'arrivo dei Tedeschi. Benche le due parti del testo--e finanche la terza, che racconta del ritorno a casa--corrispondano a due assi temporali in apparenza separati come e consuetudine nella letteratura popolare, (4) il racconto della tragedia, momento topico del romanzo, arriva nella seconda parte sotto forma di analessi, andando cosi a collegare le due parti. Non che questa scelta narrativa conferisca al romanzo una qualche trasgressivita: di fatto, pero, la Vivanti introduce una variante che lo singolarizza.

L'analessi comporta poi un'altra variazione sul genere rosa, di solito reticente alle introspezioni psichiche o psicanalitiche, e che consiste nel fatto che nessuna delle tre protagoniste riesce a "dire" la tragedia. Si potrebbe pensare, e in parte e cosi, a un effetto suspense: eppure in quel "non detto" ci sembra di poter ravvisare un timido accenno di esplorazione della psiche delle tre vittime che per un tempo, da semplici caratteri quali sono, sembrano diventare personaggi a tutti gli effetti. Cosi, Mirella, testimone della tragedia, e muta e si muove come un automa (tanto che la madre pensa che sia impazzita); dal suo canto Cherie annota sul suo diario con precisione i fatti che ricorda, ma poi non riesce a sfondare il muro delle tenebre:

Odo Mirella che strilla e strilla ... mi dibatto disperatamente contro le tenebre che m'avvolgono.... Poi, piu nulla....

Piu nulla.

La nube che grava sul mio cervello, fluttua, si dirada ... si risolleva.

E trascorso un istante? ... Un'ora? Un'eternita? ... L'ignoro! Sento che qualcuno mi solleva ... mi trasporta.... Mi sento la testa violentemente rovesciata all'indietro, sento i capelli tesi sulla mia fronte come se qualcuno me li strappasse ...

Ed ora il mondo e pieno di orrori indefiniti, di tortura, di strazio lacerante ...

E ripiombo nel nulla. [...].

Ancora una volta, l'incoscienza, come una caverna nera, m'inghiotte.

Mi ridesta la voce di Luisa. Pare che mi chiami, mi chiami da lontano ...

Poi quella voce si fa piu forte ... piu vicina--ecco! grida il mio nome. Ed apro gli occhi. Si, Luisa e china sopra di me. Mi solleva, mi ravvolge in uno scialle, mi trae con se ... Dove andiamo? Non so. Luisa mi porta fuori di casa, e via per un viottolo sassoso che conduce ai boschi. Non e giorno e non e notte. Forse e l'alba.

Una sete terribile mi consuma, un malore indescrivibile mi dilania, e sempre Luisa mi trascina avanti, e avanti ancora. Non posso andar oltre.

(104-05)

L'intendimento di Cherie si arresta davanti agli "orrori indefiniti", alla "tortura", allo "strazio lacerante", evocative immagini ellittiche e allusive che consentono il coinvolgimento empatico di chi legge. "Non posso andar oltre" e la metafora--certamente semplificata--dell'incapacita a trovare le parole per descrivere una tragedia.

Nemmeno Luisa riuscira a "dire": nel corso di un'esplorazione nel passato del ricordo compiuta non gia dal personaggio, ma da un narratore esterno, al lettore non e dato sapere che cosa le sia realmente accaduto. Il narratore descrive solo il suo arrivo sulla scena del crimine e il ritrovamento dei corpi della figlia e della cognata:

Allora Luisa si sforzo di ricordare, di ricordare quegli eventi di cui pure avrebbe pagato colla vita l'oblio. Cogli occhi chiusi, le membra scosse da brividi, ella impose a se stessa di rivivere le ore piu fosche della sua vita....

L'alba del cinque agosto.

... La casa vuota, silenziosa. Gli invasori sono partiti.

Luisa, uno spettro livido nel grigio pallore dell'aurora, esce barcollando dalla sua camera ... [...] Poi scende vacillando le scale.

Ed ecco, accasciata ai piedi della ringhiera di ferro--Mirella! Mirella ancora colle braccia legate, colla piccola bocca aperta, ansando breve, a tratti, come un uccellino che sta per morire ...

Luisa la solleva, slega e scioglie la sciarpa che la stringe, le spruzza dell'acqua sul viso ... e Mirella apre gli occhi.

Ma quelli non sono gli occhi di Mirella! Vi e delirio e frenesia in quelle pallide iridi che si volgono lente intorno alla stanza, che vagano indecise e che d'un tratto si fermano su un punto, folli, intente.

Che cosa mai guardano con quell'espressione di indicibile terrore?

La madre segue quello sguardo e vede una porta--la porta drappeggiata da una tenda rossa che da in una camera da letto. E questa una camera poco usata dove talvolta un ospite o un paziente di Claudio ha dormito. Ed e su questa porta che lo sguardo allucinato di Mirella si fissa. E aperta la porta; la tenda rossa pende strappata....

Luisa guarda--poi guarda ancora; e non si muove. La luce elettrica la dentro e ancora accesa, una seggiola e rovesciata sul limitare, e la, la sul letto giace qualcuno.... E Cherie! Cherie nel suo vestito di velo bianco--Luisa vede che e tutto lacero e macchiato di sangue--Cherie, colle braccia alzate e le mani legate alla sbarra del capo-letto. Il largo nastro rosa le e stato strappato dai capelli per legarle cosi le mani sopra al capo. Ha la faccia graffiata e sanguinante. E immobile. Sembra morta.

... Ah! come trovo Luisa la forza di sollevarla, di richiamarla alla vita, piangendo su lei e su Mirella, correndo disperata, folle, dall'una all'altra delle due creature?

Le aveva vestite, inviluppate di scialli. Era riuscita, ora trascinandole, ora portandole, a scendere con loro le scale, a trarle fuori--fuori da quella casa profanata!

Che cosa fare? Doveva chiamare aiuto? Doveva andare gridando la loro vergogna e la loro disperazione per le vie del villaggio?

No, no, no! Che nessuno le veda, che nessuno sappia mai cio che e accaduto a loro.

(Vae Vietisi 116-17)

Certo, la descrizione del ritrovamento del corpo di Cherie e pesantemente stereotipata, non fosse altro che nell'uso dei colori: il bianco del vestito della fanciulla vergine e il fiocco rosa che la lega alla sbarra del letto contrasta con il rosso della tenda e quello del sangue. Pero, contrariamente a quanto viene talvolta insinuato nei romanzi popolari coevi, (5) le vittime dello stupro qui non sono affatto consenzienti e non vi e altresi nessun compiacimento nell'evocare le atrocita subite dalle giovani donne.

Il "non detto", che e anche il "non saputo" ("No, no, no! Che nessuno le veda, che nessuno sappia mai cio che e accaduto a loro"), non esime le vittime dall'essere condannate da chi parla al loro posto: Cherie, vittima a tutto tondo, perde la verginita, rimane incinta ed e costretta a rinunciare al matrimonio e alla sua posizione nella societa; nella piece teatrale Luisa addirittura rimprovera Cherie: "Tu vuoi essere madre senza essere sposa!" (Invasore 142)--inequivocabile e significativo rimando alla vicenda raccontata da Kleist in Die Marquise von O.. E cosi, la scena dell'agnizione, che dovrebbe permettere a Cherie e a Florian di metter fine ai loro reciproci drammi (anche Florian, in quanto soldato, e stato vittima dei Tedeschi), si conclude invece con l'allontanamento del giovane, inorridito non gia da quanto ha subito Cherie, ma dal suo stato di impurita:

Eccola li, la creatura rovinata e infranta! Eccola li, prona davanti a lui; simbolo della sua patria--della sua patria rovinata e devastata.

Perdute, perdute entrambe! ... Spezzate, contaminate, impure.

Ah, invano egli verserebbe per loro tutto il suo sangue e tutte le sue lagrime. Nulla, nulla piu varrebbe a salvarle, nulla piu varrebbe a rialzarle nella loro primiera gloria e purita! Perduta l'anima della donna, straziata l'anima della patria! ...

(Vae Victis! 192-193)

Mentre Cherie gli parla del neonato, Florian le rinfaccia i propri tormenti di soldato e quelli dei suoi compatrioti, le rimprovera di non essere morta o di non aver scelto il suicidio. Per Florian il dramma vissuto da Cherie, essendosi fatto carne, e un oltraggio per la nazione, e qui ritroviamo alcuni segni della sessualizzazione del discorso sulla guerra evocati in introduzione:

"Ed e questo"--grido sdegnato--"questo che tu trovi a dirmi, quando ritorno a te scampato dagli artigli della morte? Questo, questo tutto il tuo pensiero mentre la nostra patria sanguina, straziata dagli immondi bruti che vi hanno violate entrambe? Ah, maledizione su loro--maledizione eterna su loro e sulla creatura--"

"No!" con uno strillo ell'era balzata in piedi e gli copriva la bocca colle mani. "Noi no! Non maledirlo! ... Non maledirlo anche tu quel bambino--che nessuno mai ha benedetto!"

"In nome del Belgio," tuono forsennato Florian, "in nome delle donne del Belgio violentate e straziate, in nome dei loro figli torturati, dei loro uomini trucidati--io maledico la creatura a cui tu hai dato la vita. In nome dei nostri cuori lacerati, in nome delle nostre citta incendiate, dei nostri focolari distrutti, dei nostri altari abbattuti e profanati--lo maledico, lo maledico! Nei nomi sacrosanti di Louvain, di Lierre, di Mortsel, di Waehlen, di Herselt--"

I nomi sacri al martirio e alle fiamme gli sgorgavano dalle labbra accrescendo la furia del suo cuore. La donna gemeva, coprendosi gli orecchi per non udire, per non udire quei nomi tragici e famigliari--il rosario di fuoco e di strazio del Belgio.

Stringendosi il capo fra le mani, ella piangeva: "Che Iddio non ti ascolti! Che Iddio non ti ascolti!"

Ma egli alzava la voce fremente nell'atroce litania: "E Malines, e Fleron, e Notre Dame, e Rosbeck, e Muysen--"

D'improvviso ristette. Un suono--un suono gli aveva colpito l'orecchio. Che cos'era?

Era un breve grido--il breve, fievole grido d'un neonato. (Vae Vietisi 195)

Di fronte a quel vagito che diventa "pianto dell'umanita" (Vae Vietisi 196), Florian si rende improvvisamente conto della "desolazione" circostante, ma non per questo accetta di perdonare a Cherie il frutto dell'atroce oltraggio da lei subito, giacche la contaminazione ha avuto luogo: per colpa di Cherie e del suo essere donna, l'essenza della nazione concepita come comunita parentale (Banti 60-61) e stata colpita nella sua pura essenza. Dato che il suo onore e stato infangato, (6) non le resta che il suicidio o l'emarginazione dalla comunita. E infatti, partito Florian, nella piece Cherie immagina di uccidere il bambino "predestinato al dolore e alla delinquenza" (Invasore 179) e di suicidarsi. Qui si ravvisano chiaramente le teorie del dottor Bossi, che scriveva del resto a proposito della piece:

Essa [...] svolse i due casi del diritto e dell'aborto di due infelici belghe, facendo trionfare solo il primo. E pose cosi in campo anche il caso in cui nella donna vince il sentimento materno sulla ripugnanza, sull'avversione di dare la vita al frutto di un feroce brutale delitto commesso dal nemico invasore.

(Bossi 121)

Il suicidio non ci sara perche Mirella, vedendola e scambiandola per un'apparizione divina, ritrova la parola e di fatto le impedisce di uscire, insieme a Luisa accorsa nel frattempo. Nel romanzo, invece, malgrado il disprezzo di Florian che l'abbandona al suo destino, Cherie torna a sedersi a fianco della culla, pronta a proteggere il neonato e a nasconderlo agli occhi del mondo: "Ed umilmente riprese il suo posto--il posto della donna--accanto alla culla" (Vae Victis! 197), il che le permette di trasformarsi da martire impura a "luminosa forma nell'atteggiamento umile e sacro della immortale Maternita" (Vae Victis! 208) che restituisce miracolosamente a Mirella la parola.

A proposito del finale, Luigi Maria Bossi afferma di aver consultato il pubblico presente a ogni rappresentazione de L'invasore:

Il pubblico ovunque unanime e profondamente commosso plaudi alla tesi sostenuta dal medico che, in contrasto colle affermazioni bibliche del ministro protestante, sosteneva la tesi del diritto all'aborto, nel mentre si mostro titubante non solo ma sconcertato e quasi irritato di fronte alla volonta espressa di una violentata di voler crescere fino a termine il frutto del delitto del nemico. Non solo, ma il pubblico si mostro soddisfatto nell'ultimo atto quando apparve descritta l'infelicita di questa giovane donna che volle tenere con se e crescersi tale frutto, e si vede quindi evitata, sprezzata e vilipesa da tutti, tanto da decidersi al suicidio.

E la Vivanti compi nobilmente un atto di vera abnegazione sacrificando all'ultimo non poco dell'effetto scenico finale del suo dramma, quando appunto, in omaggio, anzi, in olocausto al sentimento di maternita, invece di chiuderlo con il suicidio di colei che seguendo piu l'istinto materno che quello patrio, tenne seco il figlio del nemico invasore, lo chiude coll'episodio della riacquistata favella della bambina rimasta muta dal giorno del delitto e che in un impeto di felicita fa esclamare alla madre di essa: "Sia benedetta la maternita".

Episodio altamente emozionante e degno della squisita genialita della scrittrice, ma che, strano a dirsi ma molto significativo, indispone molta parte del pubblico che vorrebbe vedere una finale piu tragica per la donna che si ostino a generare il figlio del nemico.

(Bossi 121-22)

Nella conclusione della nota, Bossi insiste, non senza manifestare la propria perplessita, sulla reazione del pubblico che vorrebbe veder morta Cherie. Andando oltre l'apprezzamento nei confronti del genio letterario della Vivanti, egli torna sulla differenza tra la donna che, violentata, vuole abortire e quella che invece desidera portare a termine la gravidanza: quest'ultima, perche animata da un fortissimo sentimento materno, e in grado di eliminare il dramma psichico "dall'onta subita o per lo meno lo attutisce" (Bossi 122); invece la donna che desidera abortire, a prescindere dalla sua situazione e della sua educazione, "versa in condizioni psichiche eccezionali veramente patologiche" (Bossi 122) che potrebbero mettere in pericolo la sua salute, ragione per cui Bossi preconizza la possibilita di praticare l'aborto.

Ecco allora che, se Cherie e considerata colpevole per tutta la seconda parte, e fino quasi alla fine della terza, per non esser morta e per aver scelto di far nascere il "figlio di un tedesco", Luisa, sapendosi colpevole, preferisce condannare se stessa al suicidio o all'aborto, non sentendosi in grado di amare "il figlio di un nemico" che non puo mostrare al marito soldato. Sembra che a lei importi solo l'idea di eliminare la conseguenza dello stupro affinche il marito non sappia:

"Pensate ... pensate.... che ho un marito ...! che m'ama ... che combatte per noi nelle trincee! Che un giorno"--la voce le si spezzo in un singulto--"se il cielo e pietoso--tornera!" Vi fu un attimo in cui nessuno parlo. "E non basta dovergli dire che la sua bambina e impazzita e muta? Volete ch'io gli vada incontro recando in braccio il figlio di un nemico?"

Un profondo silenzio tenne la stanza.

Allora Luisa, stralunata, nel rapido mormorio della demenza, continuo: "Ma io lo sento ... 10 sento che divento pazza sotto quest'incubo! Pazza, pazza di terrore e d'odio. [...] Dottore! dottore!"--con un grido gli cadde ai piedi--"e un cancro--un cancro vivente ch' e in me! T oglietemelo ! Liberatemene ! ... o mi daro la morte."

(Vae Vietisi 126-28)

Malgrado l' opposizione del pastore, il dottore decide di intervenire per liberare Luisa, riferendosi chiaramente alle teorie del Bossi:

"A priori", soggiunse il dottore studiando il viso disfatto e il corpo macilento di Luisa, "a priori credo poter asserire che le condizioni mentali e fisiche di questa donna giustificano 11 mio intervento."

(Vae Vietisi 127)

Cosi, mentre Luisa giace a terra svenuta, il dottore insiste presso il sacerdote sul fatto che l'aborto non e un delitto innanzitutto perche il feto non puo essere riconosciuto come un essere umano a tutti gli effetti. E poi solo un medico puo decidere se praticare o meno un aborto, perche solo lui sa se la donna e in pericolo di vita:

"Tu--tu uccideresti un essere umano?"

"Non e quasi ancora un essere umano", fece il dottore crollando impaziente le spalle. "Per me, questa donna e afflitta da un morbo, da una infermita. Porta in se un male che va estirpato, un male che corrompe ed avvelena le piu profonde sorgenti della vita. Se questa donna in queste stesse condizioni fosse tisica, tu lo sai che si ammetterebbe senz'altro l'intervento. Orbene, essa e malata; essa e psicopatica. Il continuare in queste condizioni mette a repentaglio la sua vita e la sua ragione. Il dottore ha il diritto, anzi, ha il sacrosanto dovere di salvarla--se puo."

"A spese della vita umana ch'essa porta in se?" chiese il Vicario, colla voce soffocata.

"Si, si. A spese di questo germe di vita malefico e intossicato."

(Vae Vietisi 130)

Aggiunge peraltro ancora il medico che la societa non puo farsi carico di creature nate malate perche concepite con la violenza. Meglio allora evitarne la nascita:

"Se gli eventi seguissero il loro corso, tu lo sai al pari di me cio che ne risulterebbe. Ammetterai che la creatura concepita nella violenza e nell'alcoolismo sara probabilmente un anormale, un degenerato, un epilettico." Il dottore addito il divano dove giaceva Luisa livida e svenuta. "E la madre? Guardala! La madre andra al cimitero o al manicomio."

(Vae Vietisi 130)

Il dialogo avviene all'insaputa di Luisa, del cui svenimento nessuno sembra curarsi: del resto l'interruzione della gravidanza non e affar suo, bensi del ginecologo esperto in eugenetica:

Per creare degli uomini forti, sani ed equilibrati, utili a se stessi e alle collettivita nazionali di cui fanno parte e quindi all'Umanita, sono necessari nei loro generatori non solo degli esseri altrettanto sani ed equilibrati, ma e ancor necessario che l'atto di creazione si compia nelle condizioni di equilibrio psichico, morale e fisico [...]. Dalla violenza sessuale della soldataglia tedesca non sono nati, non possono nascere che esseri atavicamente delinquenti, ed e per questo che il premeditato crimine germanico e tanto piu odioso ed irreparabile.

(Bossi XIV-XV)

C'e da chiedersi se Annie Vivanti si accorse delle conseguenze delle idee ch'ella si apprestava a diffondere con i suoi due scritti, ma non e certo, cosi come non e certo che i suoi contemporanei se ne avvidero. E forse nemmeno il finale mistico-consolatorio dell'attesa del perdono da parte delle vittime--il perdono per essere state stuprate?--dovette stupire le lettrici dell'epoca:
Esse vivono ancora nel lontano villaggetto del Belgio aspettando,
   invocando l' alba della
liberazione.
E con essa il ritorno della speranza, della gioia, del perdono ...
Intorno a loro tuona ancora la guerra; turbina la procella.
Ma forse il termine del loro affanno non e lontano.

(Vae Vietisi 208)


Non ci pare che il romanzo tratti della "coscienza dei diritti" evocata da Giovanni Venturi, perche la sorte che tocca alle due donne violate e subita, non scelta (o e scelta da altri). Ci sembra piuttosto che, almeno nella piece teatrale, la Vivanti abbia voluto sottoporre al pubblico un caso umano, come richiestole dal dottor Bossi. Nessuna delle due donne, ne Cherie, ne Luisa, ha preso da sola e consapevolmente la decisione "fatale": entrambe si sentono morire, eppure sono costrette a vivere o a sopravvivere; il loro destino non e tra le loro mani e non spetta a loro scegliere. Non e certo Luisa che sceglie di abortire, ma e il medico che decide per lei l'aborto considerandolo opportuno per la societa; nella piece Cherie vorrebbe suicidarsi ma viene salvata dall'arrivo di Mirella, mentre nel romanzo la maternita e descritta come un richiamo a cui non le e possibile sottrarsi: non gia quindi una scelta consapevole, ma una "condanna a vita". La voce del "figlio non nato" le promette infatti la vita eterna, implicita ricompensa al martirio conseguente alla scelta della maternita:

La voce di Luisa divenne quasi un grido.

"Cherie, ma non ricordi che il padre di questa creatura e l'abbietto soldato ubbriaco che ti prese e ti lego? ... Non pensi che tu--belga--sarai la madre di un figlio tedesco?"....

Ma Cherie non ascoltava nulla, non pensava nulla, non ricordava nulla.

Non udiva che una voce--la voce del figlio non nato--che attendeva da lei il dono della vita.

E quella voce le diceva che nelle superne lande mattutine dove attendono le creature umane che vivranno, non vi sono ne belgi ne tedeschi, ne vinti ne vincitori.

(Vae Vietisi 153)

Date le numerose riedizioni, deduciamo che il romanzo e la piece dovettero avere un grande successo, senz'altro a causa della problematica: malgrado l'ostracismo di cui sara oggetto Annie Vivanti durante il fascismo perche di origine ebrea, la piece scavalchera la seconda guerra mondiale e sara adattata al cinema nel 1954, con il titolo Guai ai vinti.i, per la regia di Raffaello Matarazzo, (7) che ambienta la vicenda a Caporetto: mentre anche nel film Luisa abortisce, assecondata da un medico, Clara (il nome italianizzato di Cherie) decide di portare a termine la gravidanza. Il promesso sposo di Clara non riesce tuttavia ad accettare la nascita del bambino, pur sapendo la fidanzata innocente; lei decide allora di lasciare il paese con il figlio, schernita dai suoi compaesani. Durante la fuga, Clara cade da una scala e si ferisce mortalmente: il fidanzato accorre al suo capezzale, la sposa poco prima che lei muoia e le promette di prendersi cura del bambino. Curioso il finale del film: la donna stuprata dal nemico austriaco (cosi simile ai soldati tedeschi con cui alcune donne italiane avevano avuto delle relazioni per forza, per necessita o per diletto, e che saranno per questo rapate a zero) deve abortire o morire, ma non le e dato di suicidarsi. Il figlio del peccato, pero, considerato ora innocente, fa da contraltare al bambino mai nato di Luisa.

Il romanzo, ristampato abbastanza regolarmente fino al 1940, verra ripubblicato un'ultima volta, sempre da Mondadori, nel 1956, verosimilmente a causa del film: Annie Vivanti era pero morta nel 1942 e pertanto il testo non contiene le varianti introdotte nella versione cinematografica. Impossibile sapere se il romanzo non sia piu stato ristampato da allora a causa del tema dell'aborto, o a causa delle teorie eugenetiche, o ancora a causa dell'attitudine troppo apertamente mistico-religioso di Cherie che forse non corrisponde piu al gusto delle lettrici all'epoca del secondo dopoguerra. Resta il fatto che la piece, il romanzo e finanche il film si interrogano su come gestire la maternita forzata e pur considerando sempre le donne colpevoli e non vittime. Il cammino verso l'emancipazione femminile e pero iniziato anche cosi, con un romanzo che si interroga sull'ineluttabilita della maternita, e soprattutto che immagina che le donne possano dimenticare, in nome della pace e con l'aiuto divino, le violenze sessuali di cui sono state vittime.

Universita Nice Sophia Antipolis

Opere citate e consultate

Aleramo Sibilla, Amo dunque sono (1927), Milano, Mondadori, 1982.

Arslan Veronese Antonia, Dame, droga e galline, Padova, CLEUP, 1997.

Banti Alberto Maria, Il risorgimento italiano, 2004, Roma, Laterza, 2008.

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Bossi Luigi Maria, In difesa della donna e della razza. Polemiche--Discorsi--Referendum contro l'egoistico rovinoso Neo-Malthusianismo, contro l'infamia dell'Antiuomo tedesco, Milano, Quintieri, 1917.

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Settimelli Emilio, I capricci della duchessa Pallore, Rocca S. Casciano, Tip. L. Cappelli, 1918.

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Venturi Giovanni, Serpenti e dismisura: la narrativa di Annie Vivanti da Circe a Naja Tripudians, "Les Femmes ecrivains en Italie (1870-1920): ordre et libertes", a c. di E. Genevois, in Chroniques italiennes (1994), 293-309.

Vivanti Annie, L'invasore, Milano, Quintieri, 1915.

Vivanti Annie, Vae Victis!, Milano, Quintieri, 1917.

(1) Si vedano i disegni dell'olandese Louis Raemaekers per la Wellington House, l'ufficio britannico di propaganda: http://net.lib.byu.edu/~rdh7/wwi/propaganda/ index.html (consultato il 20 novembre 2014); per il secondo riferimento si veda https://armyheritage.org/education-and-programs/educational-resources/educationmaterials-in dex/42-information/education-a-programs/170-remember-belgium (consultato il 20 novembre 2014).

(2) Di Francesco Maria Zandrino parlano Ungaretti e Prezzolini nel 1914, a proposito di un suo intervento indirizzato a La Voce e li pubblicato nel numero del 16 dicembre 1914 (Carteggio 16). Giornalista, forse maestro elementare, Zandrino aveva fatto parte della "Lega antitedesca", di cui era stato fondatore Luigi Maria Bossi nel 1916 (Ventrone IX; Montesi 73-74).

(3) Rimando alla tesi di laurea magistrale di una mia studentessa dell'Universite de Savoie, Giulia Romanelli, intitolata "Riscoprire Annie Vivanti attraverso i gender studies. Il caso di The Hunt for Happiness", presentata nel marzo del 2013. Inedita, purtroppo, la tesi, ricca di spunti e di materiali originali, merita di essere proseguita in ambito dottorale.

(4) Si pensi al Figlio dell'anarchico (1901) della Invernizio per il versante italiano, o a Monsieur Lecoq (1869) di Emile Gaboriau sul versante francese, o ancora a The Valley of Fear (1915) di Conan Doyle per il versante inglese.

(5) Il tema, tra l'altro, e abbastanza ricorrente nella produzione narrativa di Settimelli o di Marinetti.

(6) Banti analizza la sovrapposizione dell'elemento religioso con quello etico nella letteratura risorgimentale, per cui la difesa dell'onore della nazione, che passa attraverso la difesa delle donne della comunita, santifica le guerre che diventano vere e proprie crociate (60), ed e proprio questo il senso del monologo di Florian.

(7) Non e stato possibile visionare il film per l'occasione, perche introvabile. Rimandiamo comunque alla scheda, http://www.cinematografo.it/pls/cinematografo/ consultazione. redirect?sch=10081 (link consultato il 28 novembre 2014).
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Author:Meazzi, Barbara
Publication:Annali d'Italianistica
Date:Jan 1, 2015
Words:6616
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