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A proposito di una recente edizione dei Cortigiano *.

Forse nessun'altra opera quanto Il Libro del Corlegiano di Baldassar Castiglione e riuscita a creare l'immagine di una civilta perche quel Libro e diventato la lente attraverso cui generazioni di lettori hanno visto un Rinascimento ricco di corti principesche e ducali frequentate da cortigiani aristocratici, impegnati in profonde ma gioiose conversazioni nelle quali celebrano ed elaborano quelle forme ideali di vita che essi stessi incamano e che pure tendono a perfezionare e a trasformare in modello. La figura del cortigiano che Castiglione e riuscito ad imprimere nell'immaginario occidentale e una persona perfetta, di gusto squisito, di maniete eleganti, di integrita morale, di grande spirito e di cultura universale: egli rappresenta e forgia insieme una civilta anch'essa luminosa e perfetta. Quest'immagine del perfetto cortigiano fu duratura e dominante fino al punto da rovesciare o almeno da mettere in penombra il mito opposto del "cortigiano di vil razza dannata," mito anch'esso duraturo e di ascendenza remota. Esisteva, infatti, una lunga tradizione letteraria che promuoveva il contemptus della corte. Basta ricordare qualche titolo, a partire addirittura dal Contra clericos aulicos di Pier Damiani o dal Policraticus sive nugae curialium el vestigia philosophorum di John of Salisbury o dalle Nugae curialium di Walter Map, per risalire al De vita curiali ali Alain Chartier, al De curialium miseriis di Enea Silvio Piccolomini (Pio II), trattati abbastanza noti in cui la corte viene presentata come l'antitesi dell'eremo dove si vive quella "vita solitaria" ritenuta ideale per il saggio. In quei trattati si denuncia la perdita della curialitas--tradizionalmente intesa come una combinazione di sapientia et militia--perche nelle corti moderne viene degradata in cortigianeria, e il cortigiano che la pratica sembra vivere di intrighi, di ipocrisie, di tradimenti, di adulazione e di conversazioni frivole. Tale immagine negativa della corte e dei cortigiani si rivelo tenacissima, capace di resistere all'erosione del tempo e neppure la lute del Cortegiano riusci a cancellarla.

Sorprende, pero, che, nonostante la differenza d'origine e di durabilita, questi miti opposti (opposizione davvero straordinaria se si pensa che l'opera di Castiglione da sola affronto un intero genere letterario!), durino, appunto, come miti, indipendentemente dal fatto che nella realta e nel torso dei secoli corti e cortigiani avessero subito mutamenti profondi che appaiono evidenti qualora si paragoni una corte regia o episcopale del Medioevo ad una corte principesca del Rinascimento o anche ad una corte cardinalizia della Roma del secondo Cinquecento. La persistenza tematica di secoli avra ragioni che superano la tipica vischiosita dei generi letterari: forse il segreto di tanta longevita sara che, nonostante i reali mutamenti nell'istituzione della corte e del cortigiano, alla base di quella letteratura e di quei miti rimaneva immutato il modo di intendere il legame o rapporto fra il signore e il cortigiano--clerico o umanista che fosse--legame o rapporto che, pur con tutte le sue variabili, equivaleva a quello tra potere e sapere: il signore rappresenta e detiene il potere, mentre il cortigiano rappresenta ed e depositario del sapere e della saggezza indispensabili per "educare" e guidare il principe. La combinazione di potere e sapere costituiva un ideale che avrebbe dovuto fare della corte un luogo privilegiato per l'elaborazione di un modello di vita civile e cristiana; ma la realta poi dimostrava che tale modello veniva tradito per il fatto che il potere spesso corrompe il sapere e questo inquina quello, e di conseguenza la vita a corte, lungi dall'essere armoniosa, creava rivalita e perfidie, le quali a loro volta producevano e tenevano in vita un'immagine negativa della corte: pertanto non sorprende che da queste lotte nacque l'immagine di una corte fucina di intrighi e di vizio, e tale immagine divento luogo comune. Sennonche i luoghi comuni, specialmente se applicati al discorso storico, sacrificano la verita del messaggio ad una comunicazione semplificata; percio anche i luoghi comuni sulla corte comunicavano una mezza verita (che e come dire una mezza falsita) presentando, si, il rapporto potere/sapere come base dell'istituzione della corte, ma tagliando grosso sul fatto che potere e sapere fossero elementi soggetti a mutamenti, per cui anche il loro rapporto era soggetto ad una dinamica che modificava continuamente lo statuto del cortigiano e della sua funzione nei riguardi dei proprio signore.

Castiglione ebbe il grande merito di prender coscienza di una mutata realta, sbarazzandosi con un colpo di spugna di tutta quella letteratura fatta di luoghi comuni e lontana dalla verita effettuale delle cose. Diverso da quello tradizionale era infatti il cortigiano che si veniva formando nelle corti quattrocentesche, poiche non era piu il chierico o il poeta, ma era l'umanista che veniva chiamato a gestire una parte, e non trascurabile, del potere. Quel personaggio lascia la vita solitaria dello studio e mette la sua penna e la sua eloquenza al servizio del signore o della repubblica, elabora l'ideologia del potere e lo rappresenta presso altri poteri o altre corti in missioni e ambascerie spesso di grande difficolta. E il personaggio nuovo della emergente classe degli ambasciatori che svolse un ruolo fondamentale nel mantenere l'equilibrio politico e la pace nella penisola; egli appartiene ad una vera e propria classe di professionisti che ebbe addirittura il suo manuale nel trattatello De officio legati di Ermolao Barbaro il Vecchio e in vari altri trattati, incluso Il messaggero, dialogo di Torquato Tasso. Questo nuovo tipo di cortigiano, presente nelle numerose corti dell'Italia settentrionale, doveva alterare notevolmente il tradizionale rapporto potere/sapere dal momento che partecipava del potere, ovviamente sempre come subalterno ma con un ruolo attivo e con un margine di responsabilita che contribuiva a forgiare il potere oltre che a rappresentarlo. La nuova dignita di questo intellettuale al servizio della corte rendeva possibile l'idealizzazione di Castiglione, cortigiano egli stesso e ambasciatore.

Tuttavia l'opera di Castiglione non apporto alcuna reale modifica alla letteratura sul cortigiano la quale procedette sulla stessa strada seguita da secoli, alimentando la polemica contro la corte. Ma verso la seconda meta del Cinquecento quella tematica subi una notevole modifica nel senso che spunto le frecce lanciate contro la cortigianeria e smorzo alquanto il tono polemico: e probabile che dietro questo cambio di volume ci fosse la presenza del Cortigiano che, come si diceva, non riusci a obliterare il mito della corte come fucina di vizi, ma porto i sostenitori di quel mito a ripensarne gli elementi. e vero che per un certo periodo a ridosso del Cortigiano si continuarono a pubblicare trattati contro la corte quali il dialogo De la corte di Pietro Aretino (1538) e quella strana e anonima opera intitolata Il novo corteggiano--di datazione incerta e non del tutto centrata sulla corte--e soprattutto due opere di Antonio de Guevara, Aviso de privados y doctrina de cortesanos e Menosprecio de corte y albanza de aldea, entrambe tradotte in italiano da V. Biondi come Aviso de favoriti e dottrina de cortigiani con la commendatione della villa--libri il cui successo, dovuto alla forte personalita dell'autore, rinfocolo il vecchio tema dei mali della corte, di cui si sentono echi ancora negli anni '50 con il Dialogo della corte di Ludovico Domenichi (1552). Tuttavia le punte caricaturali toccate in queste opere indicano una certa stanchezza e dicono che il tema dei vizi dei cortigiani sia sentito un po' come logoro. In effetti a partire dagli anni attorno al 1540 comincio a prendere voce un tipo di trattatistica che teneva conto di una realta mutata (forse era un effetto della lezione che Castiglione imparti aprendosi alla realta effettuale delle cose) in cui il cortigiano mutava profilo e prestazioni, una trattatistica che cercava un equilibrio tra le condanne sommarie e l'esaltazione idealizzante del cortigiano, preoccupandosi non tanto delle virtu e dei benefici che gli competevano quanto invece della sua "professionalita."

Come nel Quattrocento era emersa la figura del cortigiano/ambasciatore, cosi nel pieno Cinquecento vediamo che il cortigiano tende a diventare un professionista dai profilo molto piu dimesso rispetto a quello dei Mario Equicola, dei Castiglione e dei Fulvio Rangone; e se la sua professione, sempre piena di pericoli e rischi, perde il fascino del lavoro brillante della corte, offre almeno una "sistemazione" altolocata alla quale il buon letterato puo aspirare. Un mutamento in tal senso si coglie gia nel trattatello di Celio Calcagnini, De patientia seu de curiali vita, scritto con tutta probabilita nel decennio dei 1530, sicuramente prima del 1541, anno della morte dell'umanista ferrarese, e pubblicato postumo dai nipote nella raccolta delle opere complete nel 1544. Vi troviamo la consueta immagine della corte in cui muore la liberta degli studi, in cui si congregano adulatori e supposti amici, pronti sempre a tradire per vantaggi personali; ma s'insinua anche un atteggiamento e una tesi nuova: chi deve viverci si puo difendere non ricorrendo all'astuzia o alla prudenza, bensi usando la pazienza, la virttu piu efficace in un mondo infido, la virtu a sfondo stoicheggiante che suade adattabilita alia sempre cangiante situazione della corte e agli umori dei signore, una specie di difesa interiore che non e vilta ne adulazione ma piuttosto una forma di rinuncia e di sofferenza--abstine ac patere secondo il motto stoico--che almeno previene dai cadere nei peccati tipici di chi cerca vantaggi esterni e materiali. Il cortigiano trova cosi una deontologia, un dovere verso se stesso, un senso della moralita che si associa tipicamente all'idea di "professione." Calcagnini non arriva a parlare ancora di un cortigiano professionista, ma pone le basi per farlo.

In effetti qualche anno piu tardi dalla data di composizione dei trattatello di Calcagnini apparvero i Discorsi ne'quali si ragiona di quanto far debbono i gentilhuomini ne'senigi de' lor signori per acquistar la grazia loro (1543) di Pellegro Grimaldi Robio. E un trattato che parte dall'esplicita consapevolezza che il miraggio dei perfetto cortigiano disegnato da Castiglione sia irraggiungibile, affatto impraticabile e quindi difficilmente traducibile in termini didattici. Il cortigiano che sia veramente "impiegato" da una corte puo trarre scarso vantaggio da simili idealizzazioni; alui semmai occorrono consigli pratici, una sorta di vademecum che lo prepari a quel difficile lavoro e che lo guidi nella prassi quotidiana. Da tale esigenza nasce la precettistica sulla vita e sulla funzione del cortigiano, e con essa nasce un nuovo tipo di trattato in cui non si vitupera piu la corte ne si costruiscono modelli inattingibili, legati a tempi ormai lontani e a realta storiche ormai tramontate.

Molti fattori causarono questo mutamento. Fra i piu importanti furono il sacco di Roma, il Concilio di Trento, il trasformarsi di principati in stati assoluti, la refeudalizzazione nonche vari altri fattori di tipo socio-culturale (ad esempio, la trasformazione dell'umanista in professore universitario, l'irrigidimento delle corporazioni, il grande commercio che doveva creare i suoi managers di nuova fisionomia culturale e sociale), fattori che determinarono un nuovo assetto politico e sociale in cui le grandi corti venivano perdendo un po' dello splendore antico e dell'importanza che avevano avuto nel gioco internazionale degli equilibri, e, quasi a compenso, si ebbe un incremento nel numero delle piccole corti dei nobili rifeudalizzati e spesso collocati in centri di provincia. Crebbero in numero e importanza le corti cardinalizie, fenomeno non limitato alla sola area della citta di Roma. Con il numero delle corti crebbe anche il numero dei cortigiani i quali non potevano essere tutti dello stesso livello, benche tutti contribuissero a rafforzare quel quadro di professionisti capaci di prestar lavoro presso signori anche "non naturali," disposti quindi a spostarsi e a trovar impiego dove fosse possibile. Per un corpo di professionisti dei genere era possibile creare una letteratura didattica che, se poco serviva a preparare effettivamente il cortigiano, contribuiva senz'altro a definirne e a consolidame lo spirito corporativo, la coscienza di appartenere ad una classe di professionisti.

Uno degli autori che inauguro la letteratura in tal senso e Giovanni Andrea Gilio il quale scrisse un dialogo in cui "si ragiona de le parti morali, e civili appertenenti a letterati cortigiani, et ad ogni gentil'huomo, e l'utile, che i prencipi cavano da i letterati" (edito recentemente dall'autore di queste pagine col titolo semplificato di Dialogo dei letterato cortigiano) proprio l'anno in cui si chiudeva il Concilio di Trento. Ad esso si affianca il Discorso intorno a quello che si conviene a giovane nobile et ben creato nel servire un gran principe di Giovanbattista Giraldi Cinzio pubblicato a Pavia nel 1569, ma composto nel 1565, data vicinissima a quella in cui Gilio compose il suo dialogo. Il discorso giraldiano insiste sull'idea dei "servire" presente fin nel titolo. Il termine ha di solito una connotazione negativa, pero in questo caso viene a perderla perche si accompagna sempre all'idea di onore, di modo che il "vil servire" diventa un "servire honoratamente," espressione che vale quelle onorabilissime di "servire la patria" o "servire la Chiesa." Non a tutti pero era ovvio che cosi fosse: non lo era ad esempio a Tasso il quale nel dialogo Il Malpiglio sostiene che la servitu cortigiana sia servitu pura e semplice, in nessun modo paragonabile a quella del cittadino di una repubblica che "serve," si, la patria, ma lo fa partecipando nel comando della stessa. Comunque l'idea del "servire honoratamente" era destinata ad imporsi e ad acquistare una valenza positiva perche il "signore" veniva trasformato nella persona che incarna il potere in cui riposa il bene di uno stato, pertanto servire lui significava servire la patria. In questo modo la dignita del cortigiano veniva assicurata: diventava prudenza quella che era prima considerata sottomissione ad un signore suppostamente inferiore in sapere; si riteneva fortezza l'ubbidire ai comandi quali che essi fossero; si riteneva fedelta quella che era pura dipendenza di lavoro; si trasformava in ossequio quella che era adulazione. Quel riscatto aveva i suoi costi perche la nuova dignita del cortigiano veniva in parte compromessa in quanto questi tendeva a diventare "segretario" con funzioni che in alcune corti, specialmente in quelle cardinalizie, prevedevano anche mansioni d'amministrazione domestica, da maggiordomo a credenziere. Ad una sola cosa il cortigiano non puo rinunciare: queste sono le lettere perche in esse riposa tutta la dignita che gli altri obblighi della cortigianeria possono sottrargli.

Dove ando "a perdersi" il cortigiano castiglionesco che aveva stregato la nobilta europea dandole un modello e che aveva proiettato un'immagine della civilta italiana ancor oggi viva? Come pote scomparire un mito cosi profondamente radicato in una cultura? Ho fatto un breve excursus per rispondere in parte a una domanda inquietante, e la risposta che ne risulta e un po' paradossale perche la grandezza e il segreto dell'influenza del Cortigiano vengono messi in luce dalla mancanza pressoche assoluta di una reale influenza sul genere tematico-letterario ai quale esso appartiene: infatti di tutte le opere citate, uscite prima e dopo il Cortegiano, nessuna presenta analogie rilevanti con l'opera di Castiglione. Maggior successo avremmo se cercassimo tale influenza non tanto nella trattatistica sul cortigiano--a rigore il Libro del Cortigiano non essendo un vero manuale rendeva difficili le imitazioni--quanto in opere come La civil conversazione di Stefano Guazzo e in numerosi dialoghi cinquecenteschi. E l'introduzione di Amedeo Quondam alla sua nuova edizione del Cortigiano ci fa capire come cio sia avvenuto. In ultima analisi vedremo dalle sue pagine che l'opera di Castiglione non appartiene ai genere della institutio canonica della letteratura QuattroCinquecentesca, al genere degli insegnamenti, ma e un'opera sui generis in cui l'autore e il modello presentato sono la stessa persona, un caso irripetibile in cui vita e opera si consustanziano. Se un insegnamento se ne puo dedurre, questo e che l'arte imita la vita proprio perche la vita del cortigiano e arte. II saggio introduttivo di Amedeo Quondam ci illumina sul processo di questa operazione nuovissima, destinata ad avere una vitalita straordinaria e duratura in una sfera che non era quella dei trattati didattici.

Il discorso di Quondam e molto complesso anche per le numerose pezze d'appoggio chiamate in causa: fra queste sono l'aspetto compositivo deli'opera durato cosi a lungo, la cura della stampa, la scelta dei personaggi che dialogano, la funzione del dialogo come genere letterario, la decisione di usare il volgare ... insomma tutta una serie di punti d'osservazione strategici che permettono di ricostruire la mappa di questo capolavoro, non solo per quel che riguarda la sua tematica e struttura ma anche per cio che riguarda il contesto culturale in cui nasce. Alcuni di essi sono punti obbligati nella tradizione critica del Cortigiano, ma proprio per questo si puo apprezzare l'originalita con cui vengono considerati da Quondam; altri sono punti che non risultano presenti nella critica castiglionesca, ad esempio il luogo che la religione potrebbe avere nella "internazionalita" del cortigiano in un momento in cui le guerre di religione dividono l'Europa. L'originalita d'osservazioni e di problemi che si irradia su tutti questi punti dipende dall'originalita della tesi principale che viene dimostrata con un discorso organico. Non e possibile soffermarsi su ogni punto e problema: il pregio dei discorsi com plessi sta nel non lasciarsi scomporre facilmente senza

danneggiare l'insieme, ma tanta complessita crea anche un limite per chi vorrebbe riassumerli in quanto a questi rimane soltanto, come soluzione piu attendibile, il ricorso a ripeterli verbatim, un po' come il borgesiano Pierre Menard autore del Don Chisciotte. Tuttavia il rigore critico e l'originalita delle ricerche che distinguono Amedeo Quondam offrono una garanzia sicura per consentire di raccogliere in una sola tutte le lodi che andrebbero per ogni parte dei saggio. In tal modo possiamo attenerci alia tesi centrale del saggio.

Per contestualizzare, almeno approssimativamente, questo originale punto di vista, ricordiamo che Quondam sottolinea la distanza deli'opera di Castiglione dalla trattatistica con la quale normalmente viene associata, non tanto quella che sembrerebbe piu pertinente, e cioe la trattatistica sul cortigiano che noi abbiamo rivisto, quanto le institutiones o i documenta sul comportamento molto frequenti nella letteratura umanistica alla quale contribuirono autori del rilievo di un Erasmo e di un Vives, e che rappresentano la forte componente didattica della tradizione umanistica. Contro questa tradizione Castiglione fa valere un'altra forma di paideia anch'essa di estrazione umanistico-rinascimentale ma fino ad allora dei tutto inedita. Questa differenza spiega perche tutta quella letteratura sia presto scomparsa dall'orizzonte europeo e perche invece il Cortigiano sopravviva. Questo discorso ci porta alia tesi centrale del saggio, ai perche il Cortigiano abbia esercitato un'influenza grandissima su tutta l'Europa, addirittura piu che in Italia, e ai perche tanta influenza perduri ancora al giorno d'oggi. Il motivo capitale del fenomeno sarebbe il fatto che il cortigiano castiglionesco possiede qualita che verranno assorbite nella figura dei gentleman e da questi consegnate alla modernita, qualita, dunque, che costituirebbero un'acquisizione permanente per la cultura occidentale. Una tesi cosi forte sposta il discorso dali'asse della semplice storia letteraria basata sulla nozione di generi letterari ad un discorso condotto sull'asse della longue duree, sulla storia della cultura che abbraccia etica ed estetica oltre che sociologia e letteratura: insomma, un discorso sulla mentalite che vede il passaggio dalla cultura aristocratica a quella borghese. Il cortigiano di Castiglione e una creazione complessa, non tutto frutto di storia e non tutto immaginato dall'autore, quanto invece una combinazione di entrambi i fattori: si puo dire che Castiglione l'abbia ricavato da una situazione storica che gli offriva elementi che possono considerarsi la "materia prima" e che poi il suo genio abbia plasmato in modo da restituire a quelle fonti cio che esse aspiravano a creare. In altre parole, il personaggio del cortigiano non ha riscontro preciso in una realta storica, eppure esso poteva nascere solo da quella realta storica, per cui esso puo veramente dirsi figlio dei suo tempo, anzi figlio necessario del suo tempo perche di esso contiene il DNA e ad esso da una fisionomia. Fuori metafora cio significa che il cortigiano ha tanto felicemente captato il suo dover essere che, venuto a maturita, rende trasparenti tutti gli elementi che entrano a costituirlo, risolvendosi in un'immagine speculare del mondo che lo conteneva in potenza. La componente catalizzatrice di quella creazione e l'autore che nel suo personaggio crea se stesso quale vorrebbe essere e quale in effetti e venuto formandosi grazie all'inveramento delle qualita che il mondo circostante privilegiava. La sostanza dei personaggio "cortigiano" e dunque profondamente autobiografica, e combina l'essenza della formazione classica con la prassi quotidiana nel mondo della corte, instaurando un rapporto fra i due fattori in cui uno si trasfonde nell'altro, come se l'arte diventasse vita e la vita desse spontaneita ali'arre. "Cortigiano" non e un professionista con un determinato status sociale o con una dimensione morale, ma e piuttosto sinonimo di uno stile di vita, e l'incarnazione di un'idea di bellezza morale e civile che si realizza sotto il segno del classicismo. E qui veniamo ad un punto cruciale: Quondam intende "classicismo" non in modo formale, ma come un impegno di vita che investe il mondo dell'estetica e dell'etica e porta avanti un'ideologia dei vivere sociale. Il classicismo, con le sue idee di armonia, di congruitas fra parole e cose, con la certezza che bello e vero si identificano, con il suo attenersi il piu vicino possibile alla natura intesa come modello di equilibrio e di sobria eleganza, s'incarna nel cortigiano, il quale per questo e un saggio senza pedanteria, costantemente elegante senza affettazione. Un comportamento dei genere sarebbe impensabile senza un'etica anch'essa classicista nel senso di perfetto dominio della propria natura per darle poi il massimo risalto nel comportamento sociale. Una simbiosi dei genere non puo non avere una valenza ideologica, e anche in questo campo s'impone l'insegnamento classicista: infatti nel campo ideologico "classicismo" significa superamento del particolarismo di una corte, di una qualsiasi corte italiana, per rendere adeguato quel comportamento in tutte le corti e non solo in quelle italiane. Il classicismo qui considerato non e piu quello da ricercare nelle biblioteche, nelle scritture o nei grandi commenti, ma e una concrezione in un essere umano della cultura che un secolo e piu di studi umanistici aveva elaborato: ora quel sapere e quella cultura prendono forma umana incarnandosi nel cortigiano, l'uomo di una nuova epoca e di una nuova visione di se stesso e dei mondo.

C'e, insomma, hei cortigiano di Castiglione un carattere di universalita che il suo autore riesce a creare e a mettere in luce con una serie di strategie narrative (distanza nel tempo, dialogo, sussunzione di molti generi letterari diversi, ecc.). Il cortigiano castiglionesco non e tale per natura. Egli non sara mai un' "anima bella" nel senso romantico, non sara mai spontaneo per natura; seminal egli attinge il massimo della spontaneita al livello della sua seconda natura, la natura che egli acquisisce con l'educazione e che uno studio intenso puo far apparire spontanea: e quello che si chiama "sprezzatura." E su questo punto insiste molto Quondam: il cortigiano e frutto della paideia classicista vigente in quello cbe lui chiama antico regime, e io intendo paideia hei senso proposto da Jager ossia quell'intrinseca (cioe necessaria) vocazione didattica che non si manifesta nell'insegnamento esercitato attraverso programmi e manuali ma nella proposta di modelli da ammirare, nella produzione di una cultura che rifletta gli ideali della societa e delle sue strutture, ed e in questo senso che mi pare l'intenda Quondam quando parla dell'etica della virtu, la sola che dominasse nell'antico regime. Questo e il cortigiano che superera le barriere delle corti e delle nazioni e perfino delle religioni, e che assurgera a modello della repubblica internazionale dei gentlemen; questo e il cortigiano che non diventera mai "il segretario" di un signore come di fatto lo divennero i cortigiani delle corti italiane; questo e il cortigiano che potra diventare "borghese" ma non perdera mai la "sprezzatura" perche in essa si sublima la grazia che non e solo degli aristocratici ma di tutti quelli che vogliono vivere nel bello e nell'onesto. E cosi un personaggio che emblematizza l'antico regime riesce a reincarnarsi in un personaggio dei nuovo regime, almeno nella misura in cui ama il bello e l'onorabilita, benche i concetti di bello e di onorabile cambino di contenuto.

Il classicismo come stile di vira e la sostanza dei cortigiano, ed e lo stesso classicismo che entra a far parte della "mentalita" occidentale nella stessa misura di tante altre componenti fondamentali come li cristianesimo, l'individualismo e il culto della liberta. Il passaggio dal cortigiano al gentleman dimostra in modo concreto che il classicismo non svanisce con la fine dei Rinascimento o dell'antico regime, ma rimane come elemento permanente della nostra civilta. Quondam ci consiglia di non lasciarci distrarre dalle trasformazioni che il classicismo puo prendere fino ad eclissarsi: sono i momenti che denominiamo Manierismo, Barocco e altri che son venuti susseguendosi, percbe, nonostante la polemica anticlassicista che sembra ispirarli, sono, in ultima analisi, microvarianti dei "classicismo," cioe di quella invariante diventata uno dei poli della nostra cultura occidentale, Il cortigiano nasce da quella invariante, la incarna e la promuove, e per questo il personaggio castiglionesco diventa un duraturo, anzi un permanente personaggio europeo, nella stessa misura in cui lo sono diventati i Don Chisciotte e gli Amleto, incarnazioni rispettive di correnti culturali di valore epocale.

Lo studio di Amedeo Quondam ha un'importanza che va oltre l'originalita dell'interpretazione del Cortigiano: mi pare che si imponga come modello nei nostri studi dove e piuttosto raro l'esame di fenomeni visti nella lunga durata. E si capisce che sia cosi: nei discorsi storici non e sufficiente dire che "l'uomo pensa" perche la specificita dei discorso storico e data dai "come l'uomo pensa," per cui interessano piu le varianti che le invarianti--nella fattispecie il come si coglie meglio studiando il Manierismo, il Barocco, l'Arcadia e cosi via dicendo perche insistendo sulle differenze si riesce a dare entita ad un fenomeno fino al punto da relegare nella penombra quella invariante che lo lega al prima e ai dopo in modo innegabile ma che non basta ad esaurire il discorso storico. Quondam ha dato un notevole contributo ai nostri studi esortandoci a ripensare molti problemi della nostra letteratura alia luce di categorie storiche che aiutano a capire la portata dei fenomeni e a valutarne il peso. Non si tratta di studiare la persistenza di un luogo comune, di un topos, o di studiare, come si fa normalmente, l'influenza di Petrarca, supponiamo, nell'Arcadia, bensi di capire se un luogo comune abbia il valore di un "portavalori" anziche di un semplice cliche. Un esempio dei come si debba intendere questo compito ce lo ha dato Quondam stesso studiando in un bellissituo libro (Cavallo e cavaliere--L'armatura come seconda pelle dei gentiluomo moderno [Roma: Donzelli, 2003]) l'armatura del re Erik XIV di Svezia prodotta ad Anversa e conservata oggi a Dresda, armatura sulla quale l'orefice fiammingo Elisaeus Libaerts incise cicli mitologici delle fatiche di Ercole e tanti altri motivi tradotti in simboli dalla cultura umanistica. Attraverso tale studio si vede come la corazza dei cavaliere diventi la "pelle" del gentiluomo, come, cioe, il "classicismo" permanga anche quando la fisionomia dei cavaliere viene sostituita da quella del gentiluomo, e la corazza da arma di difesa diventa ornamento di parata; proprio in questo libro l'autore scrive pagine dense e illuminanti (il cap. "Seconda natura e classicismo: le metamorfosi dei gentiluomo," 100-14) sul fenomeno che ci ha descritto nel saggio introduttivo del Cortigiano: ora, pero, lo studia da un'angolatura insospettata per uno che ha dedicato le sue energie migliori a studiare letteratura italiana. Anche qui si vede il persistere della invariante del classicismo e la dimensione europea alla quale assurse nel Cinquecento: e, per cosi dire, una dimostrazione della portata diacronica del sistema di valori classicisti, quei valori che il cortigiano castiglionesco conquista in senso diacronico.

Gli studi sulla "mentalite," specialmente quelli dei grandi maestri delle Annales, sono suggestivi e illuminanti quanto lo sono stati gli ampi panorami illustrati dalla Geistesgeschichte dei grandi maestri tedeschi. Lo ricordo perche lo studio d'Amedeo Quondam respira quell'aria, ma, per paura di influenze virali, prende posto in un luogo ben riparato, attenendosi ad un argomento preciso e ben controllato e relativamente limitato nel tempo, terapia che vale anche contro le tentazioni di elevare il "classicismo" di cui parla a categorie metastoriche quali "l'apollineo" vs "il dionisiaco." Uno dei problemi degli studi sulla mentalita e precisarne i confini, visto che e estremamente difficile dire quando e come una mentalita nasca e quando sia da considerare morta; e anche quando si riesca a definida cronologicamente, rimane il problema del come utilizzarla. Sara vero che esiste una mentalita indoeuropea "trifaria," ma poi tale acquisizione rimane inerte o non verificata se non la vediamo operare, ad esempio, nella "nascita del Purgatorio." Quondam non ha ambizioni di cosi ampio giro, ma e vero che studia un problema concreto di notevole complessita, ossia perche il cortigiano di Castiglione sia una figura ancora viva nella nostra cultura, un fenomeno che non possiamo dire si presenti in modo paragonabile per tanti autori dei Rinascimento: sono ancora "vivi" gli Ariosto o i Bembo o i Poliziano? Mi pare che ad eccezione del Principe di Machiavelli pochi autori del nostro periodo letterario piu fulgido siano ancora "vivi" nel senso in cui lo e il cortigiano, un personaggio che dovrebbe essere stramorto insieme alie corri e a uno stile di vita. Quondam mostra come e perche cio accada, e cosi facendo scrive un capitolo di storia letteraria impostato sulla visione della "lunga durata" e mette in luce uno stile di vita, una maniera di pensare cosi diffusa che si puo definire come mentalita. Di questa "mentalita in piccolo" sappiamo l'origine e non abbiamo ancora visto la morte.

Si puo essere tentati di far risalire l'origine dei cortigiano non ai manuali ricordati ma al fenomeno della "cortesia" che con il mondo della corte rinascimentale ha in comune la presenza della corte. Sarei tentato di ricordare che l'onestade medievale potrebbe essere a sua volta una "invariante" sulla quale s'innesta quella del cortigiano castiglionesco. Ad esempio l'etica della virtu mi fa pensare all'onestade cortese, ovvero alla ricerca del bello in se senza ombra di utile; e la sprezzatura mi ricorda la discretio che era sempre frutto di una natura perfezionata dalla cultura. Per capire meglio cosa significhi discretio pensiamo ad un capitano che, sul campo di battaglia, deve fare una mossa tattica: egli non ha modo ne tempo di consultare i manuali di guerra prima di fare quella mossa, ma una volta fatta si capisce che egli abbia studiato su quei manuali, e come quel sapere sia diventato per lui una sua seconda natura, ossia una cultura acquisita/spontanea. Nello stesso modo l'eleganza con cui il cortigiano opera presuppone lungo studio e disciplina. Ma esiste una differenza fondamentale tra il cortigiano di Castiglione e l' "nesto conversatore" medievale, una differenza che crea una vera soluzione di continuita fra i due fenomeni: i rappresentanti della civilta cortese, e possiamo assumere come esempio i membri dell'onesta brigata del Decameron--espressione altissima dell'onestade cortese di stampo comunale--non definiscono il loro carattere per rispetto al mondo antico come invece accade per il cortigiano. La persona cortese non conosce o non si nutre dei classici, e non e specificamente un dotto ne un esperto di arti; il cortigiano invece e un dotto e un esperto di arti benche si guardi bene dall'ostentare pedantescamente la sua dottrina o di esibirsi in arti e in prove fisiche per dimostrarne padronanza. I1 cortigiano ha metabolizzato in sangue il patrimonio dell'Umanesimo. Per lui l'imitazione dei classici e un modo di imitare la natura perche gli antichi raggiunsero la perfezione imitando, appunto, la natura. E la scoperta della natura mediata dai classici e un elemento trascurato dai nostri studi: dimentichiamo, ad esempio, che la critica letteraria quale noi la conosciamo, ossia come giudizio di valore estetico, hale sue origini proprio nella scoperta della natura come misura per stabilire il vero presente nell'arte: solo dopo questa scoperta si capi perche 1' arte imiti la natura. Il cortigiano impersona la dimensione vitale dello studio dei classici, quella dimensione che non si intorbido nel pedantismo ne si dileguo quando la filologia classica si separo dalla letteratura come accadde nel secondo Cinquecento, ne si asservi al lavoro del segretario. Soprawisse come simbolo e messaggio di una civiltalaica e universalistica che non sarebbe piu morta, perche quel simbolo poteva trasformarsi nel gentleman che dialoga nelle accademie, nell'honnete homme che conversa nei salons galanti, perfino nel libertino che fa parte della respublica literarum che unisce l'Europa quando le forze politiche e religiose sembrano dividerla in modo irreversibile. La nozione del magistero degli antichi, della loro perfezione come modello da imitare sono frutto della cultura dell'Umanesimo e del Rinascimento, il filtro attraverso il quale i nostri antenati sopravvissero nella cultura occidentale, anche quando la filologia e l'erudizione apparvero cose da specialisti. Ancora oggi pensiamo ad una persona colta come ad una persona che abbia familiaritacon i classici: senza questa la conversazione (non il dialogo o la comunicazione!) non brilla, la sprezzatura o eleganza rimane manifestazione superficiale e fragile, la versatilitadiventa frivolezza: ancora oggi, insomma, giudichiamo il nostro vivere in societaalia luce di quella sostanziale eleganza del cortigiano. Purtroppo la familiaritacon i nostri antenati sta diventando sempre piu rara, e forse siamo entrati nella fase del dileguo della mentalita"classicista," anche se la "grazia" italiana, specialmente nel design, ci lascia intravvedere che in qualche modo l'invariante "classicista" perduri.

NOTE

* Queste pagine riportano, con lievi modifiche, il testo letto presso l'Universita di Ferrara (Nov. 2004) per presentare l'opera di Baldassar Castiglione, Il Cortigiano, a cura di Amedeo Quondam (Milano: Mondadori, 2002), in due voll.: I, II Cortigiano, pp. cxxxi, 459, corredato da un "Repertorio biografico," riguardante i personaggi citati nel testo, e da un indice di nomi; II,// Cortigiano--Guida alla lettura, pp. 781. Data l'occasione e la natura della presentazione, e sembrato inopportuno corredare il testo di un apparato bibliografico, anche perche la letteratura critica sul Cortigiano e veramente sterminata.

PAOLO CHERCHI

Universita di Ferrara
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Author:Cherchi, Paolo
Publication:Italica
Date:Jun 22, 2007
Words:5559
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