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<>? L'esenzione del clero della citta di Napoli tra finanze cityadine e fiscalita papale (1535-1618).

<<Ad conservandam ecclesiasticam immunitatem>>? The exemption of the clergy of the city of Naples between urban finances and papal taxation (1535-1618)

Scopo di questo articolo e analizzare la costruzione del meccanismi di esenzione degli ecclesiastici dalle gabelle nella citta di Napoli fra Cinque e Seicento. Al fine di evitare frodi e afronte del rimborso annuale di una somma di denaro, il clero napoletano era infatti chiamato a pagare le gabelle su alcuni generi di consumo. La destinazione del gettito di tale <<franchigia>>, divenne ben presto oggetto di contrasti all'interno del clero. Il papato assunse ben presto un ruolo chiave, sia come legittimatore del prelievo sia come beneficiario del denaro delle franchigie del clero di Napoli, che furono destinati alla Fabbrica di San Pietro a Roma.

Parole chiave: Napoli in eta moderna, imposte sui generi di consumo, clero cittadino, luoghi pii, esenzione fiscale, Santa Sede, Fabbrica di San Pietro, secoli xvi-xvii.

El proposito de este articulo es analizar la construccion de mecanismos de exencion del clero de los impuestos sobre el consumo en la ciudad de Napoles entre los siglos XVI y XVII. Con el fin de evitar el fraude y contra el pago anual de una suma de dinero, el clero napolitano fue de hecho llamado a pagar los impuestos sobre generos de amplio consumo. El uso de los fondos de estas <<franquicias>> pronto se convirtio en objeto de disputa dentro del mismo clero. El Papado rapidamente asumio un papel clave, tanto como fuente de legitimidad de la exaccion, cuanto como beneficiario del dinero de las <<franquicias>> del clero de Napoles, que fue destinado a la Fabbrica di San Pietro en Roma.

Palabras clave: Napoles en la Edad Moderna, impuestos sobre generos de consumo, clero urbano, lugares pios, exencion fiscal, Santa Sede, Fabrica de San Pedro, siglos XVI-XVII.

The aim of this article is to analyze the construction of mechanisms of exemption of the clergy from excise taxes in the city of Naples between XVIth and XVIIth centuries. In order to avoid fraud and against annual repayment of a sum of money, the Neapolitan clergy was in fact called upon to pay the taxes on certain consumer goods. The use of the proceeds of this <<franchigie>> soon became the subject of dispute among the clergy. The Papacy quickly assumed a key role, both as legitimizing power for the levy and as the beneficiary of the money of the exemptions of the clergy of Naples, which was allocated for the Fabric of St. Peter's Church in Rome.

Key words: Early modern Naples, taxes on consumer goods, urban clergy, charitable institutions, fiscal exemption, Holy See, Fabric of St. Peter's Church, XVIth and XVIIth centuries.

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L'esenzione fiscale del clero nelle citta europee dell'eta moderna non e fra gli argomenti di ricerca pio frequentati dalia storiografia (1). Nel caso italiano, malgrado ii pionieristico saggio dedicato da Raffaele Giura Longo ad alcune realta urbane del Mezzogiorno d'Italia, non vi sono studi su questo tema (2). In tale senso ha forse pesato la persistente visione storiografica--la cui origine risale alle polemiche sette e ottocentesche--, di una netta separazione e di una quasi naturale contrapposizione fra due blocchi monolitici (Stato/Chiesa, laici/ ecclesiastici) che avrebbero caratterizzato la societa d'antico regime. Sebbene negli ultimi anni la ricostruzione del patrimoni e delle ficchezze del clero e dei luoghi pii nel mondo cattolico abbia prodotto importanti risultati (3), permane uno scarso interesse per lo studio della fiscalita in relazione alla storia del clero e delle istituzioni ecclesiastiche, laddove cioe la mediazione fra presunti opposti rappresentava una scelta normale, anche rispetto agli aspri conflitti giurisdizionali che, spesso in contemporanea, avevano gli stessi protagonisti (4).

Obiettivo di questo articolo e l'esame del processo di elaborazione e del funzionamento dei meccanismi dell'esenzione fiscale del clero dalle gabelle municipali a Napoli, una delle realta urbane pio importanti dell'Europa del XVI e XVII secolo (5). Si tratta naturalmente dell'esposizione del primi risultati di una pio ampia ricerca ancora in corso, che consentono di rilevare anzitutto la dimensione negoziale del rapporto fra autorita municipale e realta ecclesiastica nella gestione delle questioni legate alla fiscalita. In tale contesto, come si vedra, un ruolo essenziale aveva anche un'autorita esterna alla citta: il pontefice, nel suo duplice ruolo di capo della Chiesa cattolica e di alto signore feudale del Regno di Napoli. Proprio da questo stretto rapporto fra Roma e Napoli, legato anche alla contiguita territoriale fra il Regno e lo Stato pontificio, traeva origine il grande interesse della Santa Sede non solo per le questioni politiche e religiose dello stato vicino--con la lunga serie di conflitti giurisdizionali che da cio derivo--ma anche per le ricchezze delle sue istituzioni ecclesiastiche, che divennero in questi due secoli una riserva di caccia della fiscalita papale (6).

Aspetto significativo di questa ricerca e il tentativo di ricostruire il modo in cui furono elaborati fra Cinque e Seicento i meccanismi di esenzione fiscale del clero. Lungi dall'essere elementi politicamente e socialmente neutri o legati a questioni meramente tecniche, essi furono il risultato di scelte e compromessi che coinvolsero una pluralita di soggetti e di interessi. A loro volta tali meccanismi contribuirono condizionare, con la loro stessa esistenza, la complessa realta dell'esenzione degli ecclesiastici e le diverse partite politiche che intorno a essa si giocarono.

Del tutto frammentarie sono le notizie che abbiamo circa l'esenzione del clero napoletano nella prima meta del Cinquecento. Nel maggio 1536, un decreto del Consiglio Collaterale--massima istituzione di governo del Regno--sottolineava che la gabella imposta dalia citta di Napoli sulle merci che venivano introdotte e vendute nella dogana cittadina colpiva unicamente i sudditi laici ed era pienamente legittima in quanto istituita con il consenso regio. L'imposizione non ricadeva pertanto nei casi proibiti dalla bolla In Coena Domini (7), segno evidente che vi erano stati alcuni tentativi di invalidare la gabella in ragione del fatto--vero o falso che fosse--che era pagata anche dai sudditi di condizione clericale.

Nel settembre del 1541, la Regia Camera della Sommaria--principale istituzione finanziaria e fiscale--fissava con apposito decreto i criteri per l'immunita fiscale dei membri del clero del Regno (8). In primo luogo, il documento si preoccupava di definire le caratteristiche dei chierici esenti: tutti gli ecclesiastici che volevano godere dell'esenzione dalle imposizioni fiscali dovevano <<avere l'ordini sacri, vivere clericaliter, andare con abbito e tonsura e servire in divinis>>. Restavano quindi esclusi i cosiddetti <<chierici selvaggi>>, coloro i quali avevano ricevuto i quattro ordini minori o la prima tonsura, ma non vivevano da chierici ne indossavano gli abiti clericali (9). Si trattava di un punto particolarmente importante in una realta sociale in cui l'immunita fiscale garantita dalla condizione clericale rappresentava una meta ambita, con grande preoccupazione della corona e della massa del contribuenti esclusi da tale privilegio (10). Gli ecclesiastici che rientravano nei parametri stabiliti erano esenti dalle contribuzioni ordinarie e straordinarie, limitatamente ai beni mobili e immobili di proprieta personale, loro pervenuti per legittima successione.

In secondo luogo, per quanto riguardava dazi e gabelle, le universita, cioe le comunita, erano obbligate ad accordare l'immunita fiscale alle persone ecclesiastiche per i redditi delle loro proprieta personali e dei benefici. Pila in generale, la Sommaria stabiliva l'esenzione da dazi e gabelle su derrate alimentari e vestiario destinati all'uso personale degli ecclesiastici. Ai chierici che vivevano presso le loro famiglie d'origine era espressamente vietato di utilizzare l'esenzione cui essi avevano diritto a favore dei congiunti.

Il decreto della Sommaria fissava anche la quantita di beni esenti cui avevano diritto annualmente gli ecclesiastici privi di benefici: 1 rotolo (11) di carne fresca al giorno, 25 tomoli di grano, 30 rotoli di cacio, 3 stai d'olio e 2 botti di vino.

Tali disposizioni erano la risposta a un problema avvertito in tutti i centri urbani del Regno, man mano che si faceva sempre maggior ricorso al prelievo fiscale su generi alimentari e di largo consumo. Nella citta di Napoli nel 1533, per decisione degli <<eletti>> della citta--come si chiamavano i vertici municipali (12)--ma su richiesta del vicere Pedro de Toledo, fu istituita la gabella di un tornese (pari a mezzo grano) per ogni rotolo di pesce, carne salata e formaggio. La nuova imposta, i cui proventi erano destinati alla risistemazione delle strade e delle mura cittadine, provoco una vera e propria sollevazione popolare che, seppure stroncata dal vicere, comporto il rinvio dell'esazione (13). Infatti essa comincio solo nel 1535 (14). Non risulta pero che la gabella riguardasse anche gli ecclesiastici. Forse essa era temporanea, come lascia supporre la notazione di Bartolommeo Capasso--sulla base di perduti documenti dell'Archivio municipale di Napoli --secondo cui nel 1537 fu imposta una nuova gabella della durata di 10 anni che inglobava--e molto probabilmente prorogava--la precedente (15). Soprattutto questa gabella, gravante sulle carni, gli insaccati e i formaggi introdotti nella citta di Napoli, era pagata anche dal clero. A tale riguardo vi e un'importante notazione contenuta nelle istruzioni impartite nel 1609 al nunzio a Napoli:
   Sin dell'anno 1538 fu posta una gabella di un mezo baiocco per
   rotolo sopra il pane, vino, carne et altre vittovaglie co'l titolo
   di diverse necessita publiche, et in spetie di ristaurare le
   fortezze, la quale gabella fu riscossa sino al 1550 da laici et
   ecclesiastici indifferentemente. Nell'anno 50 fu statuito che la
   riscotessero i laici soli et che, pagandola non meno gli
   ecclesiastici che i laici, si rendesse poi ad essi ecclesiastici la
   loro portione (16).


La riscossione della gabella anche sui generi alimentari destinati alla popolazione ecclesiastica toccava un punto assai delicato, dal momento che l'imposizione fiscale sugli ecclesiastici, stando al diritto canonico (sin dal Concilio lateranense IV del 1215), non poteva avvenire senza espressa licenza del pontefice. La gabella della citta di Napoli dovette essere quindi autorizzata da papa Paolo III. In questo senso, vi e la testimonianza del medesimo vicere Pedro de Toledo che, nel luglio 1550, ringraziava Giulio III--succeduto l'anno prima a papa Farnese --per avere dato la sua licenza al clero con un breve <<de la forma y como el papa Paulo de buena memoria la concedio>> (17). Al fine di evitare possibili frodi, il breve autorizzava la citta affinche la gabella fosse riscossa anche dal clero secolare e regolare per le derrate che entravano giornalmente a Napoli, a patto che, alla fine dell'anno, il denaro fosse integralmente rimborsato (18).

In questa delicata materia ii papa, nella sua duplice reste di capo della Chiesa e di alto signore feudale del Regno, era dunque il punto di riferimento sia per le autorita di governo e per l'amministrazione municipale sia per ii clero (19). Le cose pero si receto ben presto complicate. Sembra infatti che il nuovo papa, Paolo IV (1555-1559), concesse per dieci anni una quota del <<denaro della franchigia>> --come era definito il denaro rimborsato al clero--alla cordraternita napoletana della <<redenzione dei cattivi>>, avente come fine il riscatto degli schiavi cristiani in mano dei musulmani (20). Il suo successore Pio IV, nell'ottobre 1561, dispose che da tale somma fossero prelevati 8.000 ducati, destinati a confluire nell'ingente riscatto in via di raccolta, per liberare il vescovo di Catania, Nicola Maria Caracciolo, catturato dai pirati di Tripoli mentre era in viaggio per prendere parte al Concilio di Trento. Il breve papale suscito le proteste sia dei deputati del clero sia dei governatori della confraternita che si dissero defraudati dal pontefice e osteggiarono apertamente la concessione dell'exequatur da parte del vicere Per Afan de Ribera, duca di Alcala de los Gazules. Di qui la risentita risposta del cardinal nipote Carlo Borromeo che scrisse al nunzio a Napoli per tutelare l'autorita papale contro tale presa di posizione <<molto fuor di ragione et scandalosa>> e lo esorto a lar presente al vicere che ii papa <<non solamente puo conceder questa, ma puo rivocar la gratia principale de la gabella, et di pio, che e scismatico chi nega questa podesta>> (21). Il vicere in un primo momento, vedendo <<la gran confusione et discordia>> che vi era fra la confraternita, gli agenti dell'arcivescovo di Napoli, Alfonso Carafa, e gli agenti del Caracciolo, si mostro restio a entrare nella contesa. Tuttavia, le pressioni del nunzio Niccolo Fieschi lo convinsero a prendere la cosa in esame e a procedere come auspicato dalla Curia romana (22).

Nel 1564, in occasione del raddoppio della gabella--che assunse cosi la definizione di gabella del <<grano a rotolo>>--deciso dal municipio, fu aumentata di conseguenza la franchigia degli ecclesiastici, che passo da 5.000 a 10.000 ducati circa all'anno (23). Prima di procedere con la nuova imposizione, la citta chiese a un gruppo di teologi di valutarne la liceita. Si trattava di figure di spicco della vita ecclesiastica napoletana: il cappellano maggiore del Regno Antonio Laureo (24), vescovo di Castellammare di Stabia; il gesuita Alfonso Salmeron (25); il domenicano Valerio Malvicini Fontana (26), pore del convento di Santa Caterina; l'agostiniano Girolamo (Cimini) da Napoli e il carmelitano Vincenzo Spinola (27). Il loro parere, seguendo i dettami della Seconda Scolastica, stabiliva che la nuova gabella era moralmente lecita per tutto il tempo in cui fosse durata la causa per cui era imposta. Infine esso concludeva che non vi era la necessita di una licenza papale, a patto che dall'imposta fossero esclusi gli ecclesiastici regolari e secolari (28).

Le autorita municipali preferirono non abbandonare il meccanismo gia in vigore: la gabella del grano a rotolo comprese anche i generi destinati al clero napoletano, che sarebbe stato rimborsato a parte. Il <<denaro della franchigia>> comincio pero a essere utilizzato prima dall'arcivescovo della citta e poi dal pontefice per aiutare enti ecclesiastici napoletani particolarmente poveri o bisognosi. Nel maggio 1565 il capitolo della cattedrale e il clero secolare donarono all'arcivescovo Mario Carafa la loro quota della franchigia di un triennio (pari a 5.000 ducati), per coprire le spese per il nascente seminario diocesano ed evitare altre tasse (29). Al termine del triennio, nel 1567, papa Pio V concesse l'intera franchigia del clero al capitolo della cattedrale per tre anni. Tuttavia la somma fu sottoposta a una serie di decurtazioni decise a Roma a favore di conventi femminili, dei chierici regolari detti teatini e infine dei gesuiti (30). Cio spiega perche, nel dicembre 1569, l'arcivescovo e i rappresentanti del clero secolare di Napoli stipularono un accordo con cui ii denaro della franchigia veniva destinato interamente al seminario. E interessante notare che Pio V, benche sollecitato dal Carafa e da autorevoli curiali napoletani, si guardasse bene dal concedere una formale ratifica dell'accordo, limatandosi a dare un assenso verbale. Viste infatti le richieste che erano giunte da due importanti luoghi pii quali la confraternita per la <<redenzione dei cattivi>> e dall'Ospedale dell'Annunziata, il pontefice preferi non assumere impegni per il futuro (31).

D'altra parte in questi stessi anni Pio V awiava una serie di iniziative volte a stabilire un pio saldo e duraturo controllo sulle istituzioni ecclesiastiche e sulla vita religiosa del Regno di Napoli. Fra queste vi erano le misure miranti a imporre il primato romano nella sfera delle finanze della Chiesa, a partire dalia bolla del gennaio 1567 con cui il pontefice attribuiva alla Camera apostolica, per mezzo del nunzio e collettore apostolico Paolo Odescalchi, gli spogli, ossia le rendite di tutti i benefici e i redditi ecclesiastici vacanti all'interno del Regno: questione su cui le resistenze all'interno dell'episcopato, del clero e, pio in generale, della societa regnicola furono a lungo causa di numerosi conflitti giurisdizionali (32).

La situazione si fece critica allorche papa Gregorio XIII, con un breve del gennaio 1574, dono ai gesuiti di Napoli un triennio del denaro della franchigia. Tale decisione cozzava pero con la volonta dell'arcivescovo di mantenere il finanziamento del seminario diocesano. Solo nell'ottobre di quell'anno, <<dopo molte contese>>, fu stipulato fra governo municipale, arcivescovo e gesuiti un accordo extragiudiziale che stabiliva la ripartizione della franchigia fra seminario e padri della Compagnia (33). La <<concordia>> recepiva la decisione presa da papa Gregorio XIII di destinare i proventi di un triennio di franchigie ai gesuiti. Tuttavia tale concessione comprendeva anche i religiosi regolari <<actu mendicantes>>. Sorse allora un nuovo problema: molti conventi di ordini mendicanti, sia maschili che femminili, rivendicavano di godere di tale privilegio, sebbene vivessero grazie a pingui entrate (dai 2 al 4.000 ducati), come ad esempio i domenicani di San Domenico e i francescani conventuali di San Lorenzo Maggiore. Inoltre diversi monasteri che non erano soliti richiedere elemosine, dopo la pubblicazione del breve papale, avevano cominciato a farlo, cosi da essere compresi fra i beneficiari. Un ruolo di primo piano nel compone la vertenza fu svolto dal nunzio Antonio Sauli, indicato come esecutore delle disposizioni pontificie e giudice sulle controversie in materia (34).

Che la situazione fosse assai fluida, e poi provato dal tentativo degli <<eletti>> di ridurre l'esenzione del clero napoletano. Nell'aprile 1574 il cardinale Tolomeo Gallio, segretario di Stato di Gregorio XIII, scrisse al Sauli che ii pontefice era allarmato poiche i ministri della citta rifiutavano di riconoscere le certificazioni della condizione clericale--indispensabili per ottenere ii rimborso--rilasciate dai vescovi: essi infatti intendevano assumersi il compito di tale verifica: innovazione, questa, <<di molto pregiuditio alla giurisditione ecclesiastica eta la dignita del cleros>>. Gregorio XIII si augurava che il vicere, il cardinale Antoine Perrenot de Granvelle, una volta informato dal nunzio, sarebbe intervenuto per bloccare tale novita e a ripristinare <<l'uso degli anni a dietro come buono et giusto,>> (35). Risulta assai indicativo del clima conflittuale di quegli anni, il fatto che il rappresentante papale ottenesse una risposta vaga e decidesse di ritornare alla carica per ottenere una decisione sulla questione, giudicando che il fine dei ministri regi fosse <<di dar tempo al tempo et coll'arte loro pensare di straccarci,>>36.

I problemi non concernevano pero solo le tensioni con le autorita laiche. Infatti la decisione di papa Gregorio XIII di utilizzare i proventi della franchigia per soccorrere a turno monasteri femminili e luoghi pii napoletani fini per aprire nuovi contrasti all'interno del tessuto ecclesiastico cittadino. Accadde cosi, nel luglio 1578, che il convento femminile domenicano di Santa Maria della Sapienza, titolare di un'elemosina pontificia sulle franchigie del clero, fece ricorso alla Santa Sede contro i conventi femminili di San Pietro Martire, anch'esso domenicano, e di Santa Maria Donna Regina, francescano, i quali negli anni passati avevano pagato quanto loro spettava per le gabelle, ma che ora, forti della propria appartenenza a ordini mendicanti, esigevano di esserne considerati del tutto esenti. Il convento della Sapienza, preoccupato di veder ridurre la somma destinatagli, rilevava che il breve papale aveva esentato non gli enti de ordine mendicantium, ma solo quelli actu mendicantes e denunciava come l'interpretazione del due conventi rivali aprisse la strada a comportamenti fraudolenti di <<qualche monasterio che volesse goder il previlegio de l'esentione con mendicar senza bisogno>> (37). Il pronunciamento papale a favore del convento della Sapienza non impedi nuove controversie. Infatti, l'anno successivo, l'elemosina fu destinata al convento di Santa Maria Donna Regina. Tuttavia risulto che in precedenza essa era stata promessa ad altri conventi e segnatamente aquello delle clarisse di Sant'Antonio da Padova, il quale aveva pensato bene di prendere denaro a prestito per la fabbrica del convento, con la promessa di restituirlo grazie al denaro dell'elemosina. Al fine di evitare scandali, il papa diede disposizione al nunzio Lorenzo Campeggi di investigare circa la questione ed eventualmente di lasciar godere l'elemosina al convento di Sant'Antonio sino all'estinzione del debito, facendo quindi slittare l'inizio dell'effettivo godimento della concessione per quello di Donna Regina (38).

Nel volgere di un mese e mezzo, il nunzio invio una relazione sulle pretese del due conventi femminili e sull'accordo che costoro avevano nel frattempo trovato:
   Per parte di quello di S. Antonio predetto si pretende che havendo
   venduto sin dal mese di luglio prossimo passato il ritratto della
   gabella del clero di Napoli con ii consenso di N.S. per ducati
   undeci mila et cinquecento et di essi havutone sino a la somma di
   sette mila spesi parte in fabrica de la chiesa et del monasterio et
   parte in cose necessarie al vitto et vestito delle monache, di
   dover esser posto in possesso in virto di detta lettera
   dell'essattione di detto ritratto, sin tanto che s'estingua ii
   debito de li sette mila ducati [...] soggiungendo che la mente di
   S.B.ne non stata d'escludere quelle che fossero fatte per il vitto
   et vestito di esse monache, come cosa pio necessaria. Dall'altra
   banda per il monasterio di Donna Regina si pretende che non
   s'habbia da lar buono se non quelle spese che havessero fatte per
   la fabrica solamente che dicono di non essere di 2 mila ducati,
   atteso che nella predetta lettera non si fa mentione d'altre spese
   che de la fabrica. Et sopra questo particolare e stata alcuna
   differenza fra li predetti due monasterii, li quali ultimamente,
   per non mettere in lite una gratia tanto favorita fatta a questi
   luochi pii et bisognosi, sono venuti tra di loro in questa
   compositione, che poiche S.S.ta si e contentata conceder questa
   gratia per anni tre al monasterio di S. Antonio predetto et per
   cinque aquello di Donna Regina, che l'uno et l'altro siano posti in
   possesso et cosi unitamente riscuotano detto ritratto per tutti
   gl'otto anni et ciascuno di essi habbia da partecipare pro rata,
   cioe quello di Donna Regina per cinque ottavi et I'altro di S.
   Antonio per tre (39).


L'accordo fra i due conventi fu accettato dal papa (40). Cio pero genero altri problemi. Infatti l'arciconfraternita napoletana dello Spirito Santo aveva supplicato Gregorio XIII di usufruire del denaro della franchigia per tre anni necessari, al fine di contribuire alla fabbrica della loro chiesa ealla loro attivita di assistenza alle figlie delle prostitute: in particolare per il conservatorio (sorto nel 1564) e la costituzione di doti. Subito il convento di Sant'Antonio aveva protestato che tale grazia spettava a lui. L'arciconfraternita aveva replicato di ayer contratto un censo per 1.015 ducati annui per l'acquisto di un terreno su cui edificare una casa destinata al conservatorio. Sperava quindi che il denaro della franchigia sarebbe toccato a lei nel prossimo giugno, al termine del triennio spettante al convento di Sant'Antonio. Nel frattempo, come si e visto, il papa aveva ratificato la concessione per cinque anni al convento Santa Maria Donna Regina. Di conseguenza i governaton dell'arciconfraternita supplicarono Gregorio XIII affinche, in ragione del danno che la nuova concessione avrebbe loro arrecato, egli facesse loro grazia del denaro della franchigia per sei anni, una volta scaduto il quinquennio del convento di Donnaregina. Con un breve del febbraio 1580 il pontefice accordo loro quanto richiedevano (41).

Queste vicende mostrano come gli interventi di Gregorio XIII risentissero della difficolta di governare una materia intricata in cui le richieste di aiuto economico di monasteri femminili e luoghi pii napoletani e la prassi della Curia papale nella concessione di grazie ed elemosine finivano, pio o meno involontariamente, per alimentare contenziosi tra i diversi interessi che operavano a Napoli e, tramite legami familiari, fazionari e <<nazionali>>, nella stessa Roma.

A tale situazione decise di porre rimedio il neo-eletto papa Sisto V che, nell'ottobre 1585, ordino la revoca di tutte le concessioni fatte sin aquel momento sulla franchigia, <<riservandola alla sua dispositione>>, e affido al nunzio a Napoli ii compito di incassare le somme in questione. L'allora rappresentante pontificio, Giulio Rossini, stimava il gettito della franchigia del clero per la gabella del grano a rotolo in 10.000 ducati annui; sino a quel momento da tale somma erano stati erogati 6.500 ducati a diversi conventi, all'Ordine di Malta, a vescovi e arcivescovi residenti pro tempore a Napoli; i restanti 3.500 ducati erano invece stati concessi, ancora fino al maggio 1586, al conventi di Donna Regina e di Sant'Antonio di Padova (42).

In breve tempo, pero, anche Sisto V non esito ad attingere al denaro della franchigia: infatti gia nel dicembre di quello stesso anno egli chiari che il seminario diocesano avrebbe dovuto continuare a godere del sussidio su di esso (43). Inoltre nel 1588 il papa destino una somma all'acquisto di una nuova residenza per uso e abitazione del nunzio a Napoli, sempre eccettuata la quota destinara al seminario (44). L'operazione pero non ando a buon fine e nacque addirittura una causa circa il valore e la proprieta dell'immobile che era stato acquistato sulla via Toledo. Secondo una relazione inviata a Roma nel gennaio 1591 dal nunzio Alessandro Glorieri, era stata intenzione di Sisto V che, una volta portato a termine l'acquisto <<d'un palazzo nobile conveniente alla qualifica d'uno ministro che in quella citta nobilissima et Regno representa la persona del sommo pontefice>>, il denaro della franchigia tornasse a essere versato al capitolo della cattedrale e al clero <<come pare raggionevole, uscendo per la maggiore parte da essi medesimi>> (45).

Nel frattempo, complice l'elezione di Gregorio XIV, sin dal dicembre 1590 il convento femminile di Santa Maria del Gesu aveva presentato a Roma una supplica per ottenere il denaro della franchigia per tre anni (46). D'altra parte di fronte alle ripetute richieste del capitolo della cattedrale e del clero napoletano perche il denaro della franchigia fosse finalmente restituito loro, il nunzio Glorieri sottolineo che era forse giunto il momento che il papa dimostrasse la <<sua insigne liberalita>>. In questo modo si sarebbe potuto soccorrere anche il convento di Santa Maria del Gesta, che avrebbe partecipato alla ripartizione del rimborso (47).

Le richieste del capitolo poterono giovarsi dell'appoggio del chierico teatino Girolamo Ferro, stretto consigliere del papa e in passato collaboratore di Mario Carafa. Nel giugno 1591, Gregorio XIV emanava un breve in cui ricordava come nella citta di Napoli--con il consenso dei suoi predecessori--si usasse che, <<ad evitandas fraudes>>, le gabelle sui generi alimentari fossero pagate anche dagli ecclesiastici secolari e regolari, fatto salvo il successivo rimborso. Di tale somma, precisara, era consuetudine che il papa disponesse per elemosine a qualche luogo pio, anche se Sisto V ne aveva utilizzata una parte per l'acquisto del palazzo in cui risiedesse il nunzio a Napoli. Gregorio XIV ora revocava tutte le concessioni fatte sul denaro rimborsato in conto alle gabelle e decretava che esso fosse in perpetuo ripartito fra gli ecclesiastici <<pro rata eos tangente>>. A tale scopo il breve papale intimava agli esattori delle gabelle di restituire ogni anno il dovuto al clero napoletano e al tesoriere generale della Camera apostolica di non intromettersi in alcun modo nella questione. All'arcivescovo e al nunzio pontificio era infine affidato il compito di curare l'esecuzione di queste disposizioni (48).

Nel frattempo l'arcivescovo Annibale Di Capua, da poco ritornato a Napoli dopo un quinquennio come nunzio in Polonia, incarico una commissione di studiare i rimedi per far fronte all'inadeguatezza delle parrocchie esistenti rispetto all'ampliamento urbanistico e demografico della citta. La commissione elaboro un parere--inserito nella ,visita ad limina presentara a Roma 1595--in cui proponeva di erigere 25 nuove parrocchie. Per dotare i parroci di queste ultime dei redditi necessari, il documento proponeva di chiedere al papa di utilizzare 3.000 ducati annui della franchigia della gabella del grano a rotolo. In questo modo sarebbe stato possibile dotare di 100 ducati annui ogni nuovo parroco, per complessivi 2.500 ducati. I rimanenti 500 ducati avrebbero potuto essere distribuiti ai parroci pio poveri. L'operazione era giustificata anche con l'argomento che
   non godendo tutto il clero le dette franchecze che lor competono,
   poiche si son date et danno ad altri lochi, almeno ne goderebeno
   cinquanta preti dell'istesso clero, et s'havrebbe certecza d'havere
   cinquanta parochi literati et di buona vita (49).


La morte del Di Capua nel settembre 1595, lascio l'intera questione al suo successore. Con l'ingresso a Napoli nell'aprile 1596 del nuovo arcivescovo, il cardinale Alfonso Gesualdo, furono ripresi i progetti di riorganizzazione della rete parrocchiale. Il cardinale ottenne al riguardo nell'agosto di quello stesso anno un breve da papa Clemente VIII che, fra l'altro, gli dava mandato di utilizzare per dieci anni la franchigia del grano a rotolo, fatti salvi i diritti del seminario (50). Nel febbraio 1597 il cardinale Gesualdo pubblico il decreto di erezione delle nuove parrocchie: la citra fu suddivisa fra 4 parrocchie maggiori, 10 minori, 23 nuove parrocchie e 3 parrocchie per Fiorentini, Genovesi e Greci (51).

Il denaro delle franchigie fu usato solo in parte per dotare i nuovi parroci: il Gesualdo infatti volle impiegare solo 2.000 scudi a tale fine, mentre il rimanente fu da lui ripartito fra il seminario diocesano, vari monasteri e luoghi pii <<poveri et bisognosi>>. Infine restara il problema che l'assegnazione era valida solo per 10 anni, allo scadere del quali i nuovi parroci sarebbero rimasti del tutto privi di entrate (52).

Tale operazione mise l'arcivescovo in urto con un segmento significativo del clero cittadino. Nel dicembre 1599 un gruppo di ecclesiastici--non cerro di scarsa importanza, dato che erano guidati dal procuratore, ossia dal rappresentante in iure dell'intero clero secolare napoletano, il canonico della cattedrale Decio Caracciolo--si riunirono nella chiesa della Trinita del Pellegrini. In tale circostanza fu redatto un memoriale che fu inviato al papa, nel quale gli ecclesiastici si appellarono contro l'opera dell'arcivescovo al breve di Gregorio XIV del giugno 1591 che aveva restimito al clero napoletano i proventi della franchigia e protestavano contro la destinazione di 5-6.000 ducati a favore di pochi parroci, con danno di quattromila ecclesiastici (53). Il Gesualdo--che si trovava in quei mesi a Roma--reagi con durezza contro questa manovra e produsse una nota sull'utilizzo effettivo del complessivi 10.914. 12 ducati che la citta restituiva al clero secolare e regolare quale franchigia della gabella del grano a rotolo (Tabella 1) (54).

Con la morte del cardinale Gesualdo, nel febbraio 1603, tutta la questione rimase di fatto in sospeso. Nel luglio 1604, mentre la sede arcivescovile di Napoli era ancora vacante, il dero secolare e regolare della citta invio a papa Clemente VIII un memoriale che fu mandato dal cardinale nipote Cinzio Passeri Aldobrandini al nunzio a Napoli perche lo esaminasse e trasmettesse le sue considerazioni (55).

Il documento ricordava come, nel corso dei decenni precedenti, i pontefici avessero donato il denaro della franchigia del grano a rotolo a vari soggetti: il capitolo della cattedrale, il convento della Sapienza, quello di Donna Regina, il convento di Sant'Antonio di Padova, i padri gesuiti, la confraternita della <<redenzione dei cattivi>> e da ultimo le nuove parrocchie erette dal Gesualdo (fino all'ottobre 1606) (56). In secondo luogo rivelava che il defunto arcivescovo aveva investito 6.000 ducati della franchigia nell'acquisto di rendite (al 7,5% d'interesse annuo) sulla gabella del vino. Ad amministrare il denaro della franchigia, che la citta versava nei banchi pubblici cittadini che, a loro volta, lo davano al parroci era stato dunque l'arcivescovo e, dopo la sua morte, i vicari capitolari Alessandro Graziani e Curzio Palumbo. Cib che pio premeva agli estensori del memoriale era che l'amministrazione del denaro non fosse data al capitolo della cattedrale, ma al nunzio e a un rappresentante del clero--i quali avrebbero dovuto ripartire alcune somme che giacevano nei banchi cittadini--e che infine, spirato il decennio della concessione al nuovi parroci, l'intero ammontare della franchigia tornasse definitivamente al clero napoletano (57).

Da parte sua il nunzio Iacopo Aldobrandini si premuro di rispondere a Roma che il denaro della franchigia non era depositato nei banchi pubblici (e quindi non vi era alcun pericolo di perderlo) e che l'investimento fatto dal Gesualdo era stato solo di 2.000 ducati. Semmai erano i deputati della citta, in debito di 4.000 ducati verso il clero. A ogni modo la situazione che descriveva il rappresentante pontificio era assai complicata:
   se bene il clero qualche volta n'ha havuto qualche parte [del
   denaro della franchigia], e stato fatto tanto confusamente per chi
   si et per chi no, donde n'e seguito de romori et ce n'e un
   processo; che non sapro se non lodare che questo negotio dopo li
   due anni che ci restano per le parrocchie si torni a termine di
   prima che li pontefici ne facessero gratia hora quel luogo pio et
   hora quell'altro con molta reputatione della sedia apostolica et
   lodi di questo popolo (58).


Quanto all'idea di attribuire la gestione del denaro al nunzio affinche reinvestisse il denaro a beneficio delle nuove parrocchie, l'Aldobrandini riteneva che non fosse <<tutta carita>>, in quanto esso auspicava che un deputato del clero secolare, da sempre ostile a concederlo ai nuovi parroci, s'ingerisse nell'amministrazione della franchigia. Egli quindi proponeva che il denaro avanzato fosse investito a beneficio dei parroci, a cura del vicario capitolare, sin che non fosse nominato ii nuovo arcivescovo (59).

Nel luglio 1605 il governo municipale, a causa dei troppi debiti, decise d'istituire due nuove gabelle: sul vino (un ducato per ogni botte) e sulla frutta (15 grani per tomolo) dal cui appalto sperava di ricavare 200.000 ducati all'anno (60). Poiche la citta volle nuovamente coinvolgere il clero nel pagamento di questa imposizione, fu chiesta licenza a papa Paolo V, che l'accordo, nel luglio 1606, per mezzo di un breve al cardinale Ottavio Acquaviva, da un anno arcivescovo di Napoli, con la consueta clausola del rimborso annuale (61). La riscossione della nuova gabella fu peraltro causa di un clamoroso tumulto contro gli esattori --che ebbe luogo il 17 luglio nella piazza del Mercato--al quale presero parte alcuni membri del clero secolare. Ne scaturi un inedito conflitto fra le autorita e l'arcivescovo Acquaviva, nel corso del quale il vicere, Juan Alfonso Pimentel, conte di Benavente, e il Consiglio Collaterale si rivolsero direttamente al papa e ottennero che la giurisdizione sul caso fosse tolta all'arcivescovo per essere affidata al nunzio Guglielmo Bastoni (62).

Nell'agosto successivo comincio l'esazione della gabella, appaltata per un quadriennio a 100.000 ducati annui (63). Il governo municipale verso all'arcivescovo un acconto sulla franchigia per la gabella sulla frutta di 6.000 ducati che, per decisione papale, furono destinati al sostentamento dei parroci. Tuttavia, alla fine dell'anno, gli ufficiali della citta si rifiutarono di versare la seconda rata, sostenendo di aver incassato solo la meta della somma prevista nell'appalto (64). Gli ecclesiastici ebbero buon gioco a ottenere, nel maggio 1607, una sentenza dal vicario e giudice arcivescovile Pietro Antonio Ghiberti in cui stabiliva che la citta doveva rimborsare al clero secolare e regolare 12.000 ducati annui a titolo franchigia sulla gabella (65).

Nell'intricata questione intervenne poi papa Paolo V che nel settembre 1607 decreto che tanto il denaro della franchigia del grano a rotolo quanto quello della franchigia della gabella sulla frutta--detratte la somme destinate al seminario e ai luoghi pii dovessero essere versati alla Reverenda Fabbrica di San Pietro a Roma. Il nunzio era incaricato di curare la riscossione e l'invio del denaro (66).

In questo modo il denaro delle franchigie del clero entrava nel circuito fiscale che alcuni decenni la Curia romana andava costruendo nel Regno di Napoli, attraverso strumenti differenti: pensioni e commende, spogli e composizioni, indulgenze, decime sulle entrate del clero ecc. (67). Proprio la compartecipazione alle franchigie del clero napoletano della Fabbrica di San Pietro--dipendente dall'omonima congregazione cardinalizia--ha prodotto una documentazione assai interessante (68).

Essa in primo luogo mostra come l'andamento dei rimborsi da parte della citta fosse assai poco regolare, sia nei tempi sia nelle somme versate. Cio derivava, da un lato, dalia riluttanza delle autorita cittadine a erogare il denaro e, dall'altro, dal fatto che il delegato della Fabbrica di San Pietro a Napoli si trovava a maneggiare flussi di denaro in un contesto in cui agivano all'interno del mondo ecclesiastico interessi quanto meno discordanti. In questo senso rendono bene l'idea i conti relativi al periodo 1606-1616, coincidenti con le nunziature Bastoni, Muti e Gentile, da cui emerge che su 119.000 ducati di denaro delle franchigie delle gabelle del grano a rotolo e sulla frutta, la Fabbrica di San Pietro aveva incassato poco pio di 82.490 ducati, mentre erano stati destinati a interventi di sostegno ai parroci e ad altri enti ecclesiastici e luoghi pii poco meno di 20.000 ducati. Assai consistente era poi la voce relativa alle regalie che spettavano ai nunzi, pari a 12.000 ducati (Tabella 2).

Occorre poi tener presente che i numeri in questione non rispecchiavano una situazione statica. Come sottolineavano le istruzioni al nunzio Valeriano Muti (gennaio 1609): <<A Napoli non e piaciuta l'applicatione fatta a San Pietro, come reputara perpetua, o al meno lunga, ne piace ad alcuni che quel danaro venga a Roma>>. Di conseguenza, in presenza di difficolta o dubbi in materia, il nunzio avrebbe dovuto informare Roma, da dove avrebbe ricevuto <<ordini chiari et risoluti>>, senza accettare alcuna novita (69). Un primo motivo di contrasto sorse circa l'ammontare della franchigia della gabella sulla frutta, che si dipano fra Napoli e Roma per diversi anni, finche, nel 1615, essa fu concordemente ridotta da 12.000 a 7.000 ducati, che, detratto quanto veniva destinato ai luoghi pii significo un incasso netto di 5.096 ducati per la Fabbrica di San Pietro (70).

Intanto il progressivo deterioramento della situazione finanziaria spinse gli <<eletti>> della citta ad accrescere la tassazione. Infatti, nel 1616, il debito accumulato dal municipio di Napoli ammontava a ben 10.113.601 ducati. Da notare che il bilancio di quell'anno indicava fra le uscite franchigie ecclesiastiche per 40.880 ducati (71), cifra assai superiore ai 22.000 ducati delle franchigie sin qui esaminate, anche se sommati ai 1.200 ducati della franchigia sulla gabella del tari per tomolo di farina che era stata concordata dall'arcivescovo Acquaviva in un anno imprecisato (ma comunque fra il 1605 e il 1612) (72).

A ogni modo, nel dicembre 1616, il nunzio Paolo Emilio Filonardi, vescovo di Amalfi, informava il cardinale nipote Scipione Borghese che la citta di Napoli intendeva far fronte ai suoi debiti con l'imposizione di un grano per rotolo di carne e di una tassa sulla farina per il pane fatto in casa. Date le implicazioni per il clero, il porporato gli rispose di tenere d'occhio ogni decisione al riguardo (73). Nel marzo 1617 il nunzio awerti il cardinale Borghese che, essendo prossima la scadenza dell'appalto della gabella del grano a rotolo (affittata sino ad allora per 114.000 ducati annui), gli <<eletti>> della citta, avevano chiesto al vicere, Pedro Tellez-Giron y Velasco, duca di Osuna, di raddoppiare la gabella (da uno a due grani a rotolo) e di importe un carlino per tomolo di farina (anche se in realta si trattava di far pagare a tutti una tassa che prima era a carico solo di chi produceva pane in casa). Il vicere diede il suo assenso all'operazione e fu ordinato che le nuove imposizioni fossero inserite nel prossimo bando pubblico per il loro appalto (da cui gli ottimisti attendevano 120.000 ducati annui e i prudenti non pi di 70.000). Per quanto concerneva il clero, il nunzio aveva saputo che <<publicandosi il banno si riservera il beneplacito della S.ta di N.S.re dechiarando franchi li franchi>> (74). In effetti il bando garantiva nuove franchigie agli ecclesiastici (75). Da Roma il cardinale Borghese si limito a invitare il Filonardi alla vigilanza sulla questione e a chiedergli lumi su cosa si intendesse per <<beneplacito della Sede apostolica,>> all'aumento dalla gabella del grano a rotolo, di cui egli non aveva alcuna idea (76)!

Informato della vicenda, il cardinale Giovanni Evangelista Pallotta, prefetto della Congregazione della Fabbrica di San Pietro, scrisse subito al Filonardi reclamando che anche il gettito della franchigia per il raddoppio della gabella del grano a rotolo fosse interamente versato alla Fabbrica. Nell'avvisare il cardinale Borghese della richiesta, il nunzio fece presente--sulla base delle informazioni dategli dalle autorita municipali--che alla Fabbrica spettava solamente il denaro della franchigia della gabella sulla frutta e non quello del grano a rotolo (77). Nella questione si inseri anche l'arcivescovo di Napoli, il cardinale Decio Carafa. Questi anzitutto riferi al nunzio che gli <<eletti>> della citta, al fine di non incorrere nelle censure ecclesiastiche a causa dell'aumento della gabella senza licenza papale, avevano depositato 1.000 ducati come cauzione della franchigia del clero, fin tanto che non si fosse stabilito il suo ammontare. In secondo luogo, l'arcivescovo rece presente che ii clero chiedeva che il gettito della franchigia per l'aumento della gabella fosse desinato alle parrocchie (78)

Da parte sua, il Filonardi assunse ulteriori informazioni presso le autorita municipali e scrisse a Roma che
   la citta ha sempre supplicato gli sommi pontefici pro tempore che
   le facessero gratia per la parte che essigono da quelle persone che
   sono franche per applicarle a benefitio della citta o de collegi o
   ad altre opere pubbliche, come anco il clero medesimo ne ha
   procurato in altri tempi gratia da medesimi sommi pontefici, quali
   pero sempre l'hanno fatta essigere da gli nuntij pro tempore. Anzi
   per quello che mi e stato riferito la santa memoria di Sisto quinto
   l'applico ad uso particolare de bisogni della Santa Sede, facendo
   mettere il denaro in castello [Sant'Angelo a Roma]. Et se questi
   ministri meco non fingono, o procurano de ingannarmi, non si
   mostrano alieni di restituirmi per la franchitia il duplicato di
   quel che fin'hora mi pagano, che sono ducati settemila, et tanti
   ogn'anno (79).


A ogni modo, in quegli stessi giorni, gli <<eletti>> della citta inviarono al papa un memoriale nel quale spiegavano le gravi difficolta delle finanze municipali che li avevano spinti a raddoppiare la gabella del grano a rotolo e a imporne una nuova di un carlino per tomolo di farina. Pur essendo loro intenzione provvedete alla franchigia per gli ecclesiastici (mediante il deposito fatto nelle mani dell'arcivescovo), essi supplicavano Paolo V di lasciare il denaro in questione a disposizione della citta perche fosse utilizzato nell'estinzione dei debiti e in altre pubbliche necessita, (80). A stretto giro, il cardinale Borghese informara il nunzio che il papa aveva stabilito che il clero napoletano ficevesse il denaro della franchigie della gabella sulla frutta, di quella sulla farina e di parte dell'aumento di quella del grano a rotolo. Infatti su quest'ultima la Fabbrica di San Pietro avrebbe incassato 5.000 ducati annui che andavano ad aggiungersi al denaro della franchigia del primo grano a rotolo. All'arcivescovo veniva infine demandato il compito di concordare con le autorita municipali l'ammontare complessivo delle franchigie e data facolta di utilizzare il denaro ottenuto per le parrocchic. Punto essenziale era che <<la citta dimandi prima licenza d'essigere dalli ecclesiastici queste ultime gabelle, come ci e tenuta, et ha fatto altre volte>>. Al nunzio era attribuito l'incarico di seguire da vicino la questione per tutelare sia l'immunita ecclesiastica, sia gli interessi della Fabbrica, anche se erano tutt'altro che coincidenti (81). A riprova della non piena concordanza fra di essi, vale la pena notare che il breve che Paolo V invio agli eletti della citta si limitava ad annunciare che il gettito delle franchigie sarebbe stato diviso fra il clero napoletano e la Fabbrica di San Pietro (82).

Tale strategia era legata alla volonta di non scoprire le carte con le autorita municipali prima che fosse stipulato l'accordo circa l'ammontare delle franchigie. La notizia arrivo comunque a Napoli e, nell'agosto 1617, il cardinale Borghese incarico il nunzio--dato che nel frattempo l'arcivescovo Carafa si era ammalato--di assumere la direzione delle trattative, cooperando con Fabrizio Caracciolo, procuratore del clero napoletano:
   quello che V.S. dice che la transattione con la citta per la parte
   de gl'esenti saria stata fatta con facilita quando gli eletti non
   havessero saputo l'applicatione delli 5.000 ducati fatta da S.S.ta
   alla fabrica di S. Pietro ragionevolmente doveria pio presto
   giovare che nuocere vedendosi che si applicano in opera cosi tanta
   et pia massima essendo cosi poca parte questa che si i destinata
   alla fabrica rispetto aquello che si lascia al clero (83).


L'altra questione su cui il cardinale nipote raccomandava la vigilanza del nunzio riguardava alcune notizie che questi aveva inviato a Roma, secondo cui la citta intendeva procedere alla riscossione delle nuove gabelle senza riconoscere esenzioni agli ecclesiastici e che, a tale riguardo, essa avesse avuto il parere favorevole di alcuni teologi. Al Filonardi era quindi chiesto di appurare, con discrezione, chi fossero i teologi in questione e di procurarsi copia delle loro scritture sulla vicenda, <<sfuggendo pero quanto si potra di mettere il negotio in dispute per essere cose [...] chiarissime et difinite anco da Concilij generali>> (84).

Il nunzio provvide a inviare al cardinale Borghese una scrittura anonima, che purtroppo non ci e giunta,
   dove si risponde a doi dubbij a favore della citta, primo de quali
   e se e lecito nell'impositioni et collette che si impongono nelle
   citta per gli debiti che hanno fatto per il bene publico, si
   possano comprehendere gli preti et ecclesiastici in modo che essi
   ancora paghino la parte loro conforme gli beni che hanno, gia che
   hanno participato del bene publico della citta, per il quale e
   contratto il debito; et il secondo se non si metti impositione
   alcuna sopra delle persone, et beni degli ecclesiastici ma per il
   bene publico o debiti contratti per tale bene si mette la assisa,
   overo impositione sopra li beni de laici, gli quali vendono; et per
   essere che per tale impositione et assisa cresce il pretio de
   queste cose le quali comprano tanto laici quanto chiefici sia cio
   contro l'immunita ecclesiastica, in modo che vi sia obligo rifare
   agli ecclesiastici il di pio che comprano le cose per tale
   impositione che gli laici venditori paghino.


Il Filonardi riferi che era
   opinione ferma che [la scrittura] eschi da P. Giesuiti, et che otro
   teologhi de loro siano stati a consultarla, et mi si va in spetie
   nominando il P. Mirabello ma il trovar la verita di questo lo
   reputo altretanto difficile quanto non stimo facile per essi padri
   questo mezo per redintegrarsi in si fatti consulti nella gratia del
   s. vicere (85).


A favore delle ragioni degli ecclesiastici era invece intervenuto per iscritto il teologo Andrea Lanfranchi, appartenente all'Ordine del teatini (86).

Nel frattempo il nunzio si disse speranzoso che un accordo con il governo municipale, vantaggioso per la Santa Sede fosse a portata di mano. Tuttavia, nei giorni successivi, egli dovette scontrarsi con l'indisponibilita degli <<eletti>> della citta a portare a 5.000 ducati la quota di franchigia del clero da versare alle casse della Fabbrica di San Pietro. Non solo: gli <<eletti>> riferirono al vicere che la Santa Sede ricavava ogni anno ben 50.000 ducati dalle gabelle napoletane e che percio
   per ragioni di buon governo facesse trovar modo che la medesima
   citta di Napoli non fosse di peggior conditione del resto di questo
   Regno, di Palermo et di Milano, che non contribuiscono cosa alcuna
   alla Sede apostolica per le gabelle che esigono.


Da parte sua, il nunzio fece presente al duca di Osuna che la somma che arrivava a Roma era assai inferiore: 12.500 ducati, dei quali 5.500 relativi alla franchigia sulla gabella della frutta e 7.000 per quella sulla gabella del grano a rotolo, parte dei quali veniva per giunta reimpiegata nella stessa Napoli a favore di diversi luoghi pii. Inoltre presento al vicere un breve papale che l'autorizzava a concludere un accordo con gli <<eletti>> (87). Quale fosse la posta in gioco in questo complessa partita emerge dalla raccomandazione del cardinale Borghese affinche il nunzio dicesse al vicere
   che gli eletti non possono essigere dagli ecclesiastici la gabella
   senza incorrere in censure ancorche voglino restituire se non
   domandano licenza da S.S.ta et che essi non hanno interesse nel
   denaro che si da alla fabrica ma gli ecclesiastici, pero non si
   devono lamentare sopra questa materia della gabella (88).


A complicare ulteriormente la situazione si aggiunsero differenze di vedute circa il modo di condurre i negoziati fra il Filonardi e il cardinale Carafa. A fronte di quella che gli appariva una tattica dilatoria degli <<eletti>>--che avrebbero cercato <<il modo di far franco il clero, senza haverle da resUtuire denari>>--, il nunzio riteneva che si dovesse procedere alle censure ecclesiastiche per costringerli a chiudere la questione. Tuttavia l'arcivescovo e il suo vicario erano gli unici titolati a utilizzarle. Il Carafa era invece poco propenso a un'azione di forza: allorche il Filonardi gli chiese l'autorizzazione a inviare l'uditore della nunziatura a discutere con gli <<eletti>> riuniti in seduta--con l'evidente pericolo di un clamoroso incidente--l'arcivescovo rispose esser meglio che si trattasse con ciascun eletto <<in casa propria per mezo di persona religiosa>>, privilegiando cosi la via della trattativa riservata, al fine di evitare pericolose e laceranti contrapposizioni pubbliche (89).

Gli <<eletti>> mostrarono di avere percepito il sordo contrasto in corso e seppero sfruttarlo per prendere tempo, nonostante il vicere, venendo incontro alle richieste del nunzio, avesse loro ordinato di concludere <<il negotio della gabella>>. Per rendere pio rapido il negoziato il nunzio propose di lasciare all'arcivescovo il compito di trattare circa la gabella sulla farina, riservando a se il negoziato su quella del secondo grano a rotolo (90). Da Roma intanto giungevano al Filonardi i pieni poteri per condurre a termine la trattativa, accompagnati dall'invito a operare con soddisfazione dell'arcivescovo (91).

Alla fine di ottobre finalmente il duca di Osuna ordino agli <<eletti>> della citta di recarsi dal nunzio per concludere un accordo. La delegazione era composta da Ottavio Brancaccio e Flaminio Sanfelice, mentre, per la controparte ecclesiastica, vi erano il nunzio e Fabrizio Caracciolo, procuratore del clero cittadino. Il Filonardi riusci a raggiungere un accordo, sebbene l'arcivescovo si disse scontento per non essere stato adeguatamente informato (peraltro il nunzio riferi a Roma di averlo tenuto al corrente di tutto).

Secondo quanto stabilito, le due nuove franchigie del clero venivano fissate in 9.200 ducati annui: 7.000 relativi alla gabella del secondo grano a rotolo (5.000 dei quali destinati alla Fabbrica di San Pietro e 2.000 al clero napoletano) e 2.200 per le due gabelle del tari del carlino per tomolo di farina (in quest'ultimo caso la franchigia riguardava solo gli ecclesiastici secolari, in quanto quelli regolari erano esenti dal pagamento delle due gabelle). Nonostante si sentisse scavalcato dal nunzio, l'arcivescovo dovette fare buon viso a cattivo gioco, mentre il governo municipale chiese la conferma papale dell'accordo (92).

La lettera di congratulazioni del cardinale Borghese conferma, una volta di pila, che l'operazione fu condotta dal rappresentante papale in scarsa sintonia con il cardinale arcivescovo:
   non passa senza molta laude della diligenza di V.S. l'essersi
   terminato il negotio della gabella nella forma awisata da lei, il
   che N.S.r ha inteso con piacer suo, et ** stato bene che ella vi
   habbia posto fine per se stessa, mentre per via del sig.r cardinal
   arcivescovo il negotio poteva, come ella scrive, andare in lungo et
   S.S.Ill.ma devra restar capace, perche non era cosa d'allungarla;
   la confirmatione poi si fara quando si sara havuto la minuta
   dell'instrumento, che doveva stendere il notario, la quale si
   aspetta che V.S. mandi quanto prima (93).


Le settimane successive furono pero segnate da critiche degli ambienti del clero cittadino e da richieste dei luoghi pii, aventi per oggetto sia l'ammontare delle franchigie, sia la loro nuova ripartizione all'interno del tessuto ecclesiastico cittadino. Il nunzio scrisse al cardinale Borghese di ayer evitato di applicare le disposizioni ricevute da Roma--che stabilivano che il denaro della franchigia fosse restituito al clero secolare--in quanto avrebbero potuto sollevare il blemi con ii clero regolare e aveva quindi intenzione di far scrivere nell'atto notarile che la citta avrebbe dovuto versare al nunzio medesimo i 2.000 ducati relativi al secondo grano a rotolo e spettanti al <<clero secolare, come regolare, seminarij, hospidali et altri luoghi pij>>. Al solo clero secolare sarebbero poi andati i 2.200 ducati delle gabelle del tane del carlino per tomolo di farina. Nel frattempo, l'Ospedale dell'Annunziata, che percepiva 600 ducati annui sulla gabella del grano a rotolo si era fatto vivo chiedendo si mantenesse tale elemosina (94).

Il cardinale Borghese rispose al Filonardi che il papa voleva che si evitassero stravolgimenti rispetto alla prassi in vigore. Egli doveva quindi assumere nuove informazioni, badando a non farsi ingannare (95).

Afronte delle voci di un ficorso a Roma del clero secolare che riteneva troppo basso l'ammontare del rimborso relativo alla gabella del tari per tomolo, monsignor Filonardi ebbe buon gioco a dimostrare che, mentre in virto dell'accordo stipulato dall'arcivescovo Acquaviva, gli ecclesiastici napoletani avevano avuto diritto a 1.200 ducati annui--200 per il capitolo della cattedrale e 1.000 per tutto il resto del clero--ora, afronte di un aumento di oltre un terzo dell'imposta, la citta avrebbe restituito 1.000 ducati al solo clero secolare. Per quanto concerneva la gabella del due grani a rotolo che risultava inferiore di qualche centinaio di ducati rispetto al passato, il nunzio sottolineava che ora il clero avrebbe comunque ricevuto 2.000 ducati annui, mentre in precedenza l'intera somma era stata utilizzata per diverse elemosine (96). In sostanza, era meglio poco e certo, che non ricevere nulla!

Vi era poi anche la richiesta da parte di alcuni luoghi pii (l'Ospedale dell'Annunziata e quello dei fatebenefratelli) e dell'ordine religioso dei chierici teatini che, per grazia papale, ricevevano elemosine sulla franchigia del primo grano a rotolo affinche l'aumento della gabella comportasse anche un aumento della loro elemosina (97). Da parte loro, anche gli <<eletti>> della citta avevano chiesto di comprendere nell'accordo le franchigie tradizionalmente riconosciute ai cavalieri dell'Ordine di Malta e ai vescovi che vivevano o soggiornavano a Napoli (98).

Di fronte a tali pressioni e critiche il nunzio avverti che vi era il rischio che la conflittualita all'interno del clero avrebbe dato modo alle autorita municipali di sottrarsi all'accordo prima ancora che esso fosse stato formalmente sottoscritto (99). II campo fu pero sgombrato dalia piena approvazione da parte di Paolo V e del cardinale Borghese all'operato del Filonardi (100).

Finalmente il 9 dicembre, l'eletto Ottavio Brancaccio si reco dal nunzio con la minuta dell'istrumento notarile dell'accordo che, solo dopo alcuni ritocchi, il Filonardi pote inviare a Roma per averne l'approvazione. Nella lettera di accompagnamento egli spiego di aver fatto inserire la clausola che i 2.000 ducati della franchigia della gabella del secondo grano a rotolo fossero versati a alla persona indicata dal papa, perche in questo modo ne il clero secolare, ne i luoghi pii interessati avrebbero potuto lagnarsi (101). In particolare egli metteva in guardia il cardinale Borghese circa il possibile ricorso a Roma della Casa dell'Annunziata, dell'ospedale della Pace, dei fatebenefratelli, del chierici teatini e dell'ospedale del Pellegrini, gia titolari di elemosine sulla gabella del grano a rotolo (102).

La risposta di papa Paolo V, trasmessa dal cardinale nipote, era improntata al consueto realismo e alla volonta di salvaguardare le entrate per la Fabbrica di San Pietro, senza alimentare il risentimento del clero napoletano:
   Si e considerato la minuta dell'istromento da farsi della
   transattione delle gabelle, et ha ordinato N.S.r che se li rimandi
   et se le dica in risposta che intorno ai due mila ducati che
   sopravanzano a cinque mila applicati alla fabrica V.S. li lasci al
   clero, come si scrive da principio al s.r cardinal Carafa, et tanto
   all'hora, come ukimamente a lei, non volendo S.S.ta altro che i
   cinque mila ne alterare quello che si scrisse et si resto col s.r
   Fabritio Caracciolo, et si dice nel breve delle facolta data a V.S.
   di transigere ma si osservi omininamente.


D'altra parte il pontefice non intendeva accettare <<novita alcuna>> circa il fatto che solo gli ecclesiastici in precedenza compresi nelle gabelle fossero coinvolti nel pagamento delle nuove imposizioni. Ne l'assoluzione dalle censure per i funzionari della citta e gli altri laici coinvolti nell'esazione delle gabelle dagli ecclesiastici doveva essere considerata estesa ad altre riscossioni non autorizzate dal papa. Infine Paolo V riteneva che nel testo dell'accordo dovesse essere in qualche modo indicato che avvenivano con il consenso del clero napoletano (103).

Finalmente il 30 dicembre 1617 gli eletti e il nunzio formalizzarono l'accordo davanti al notaio, con il consenso di Fabrizio Caracciolo, procuratore del clero, in base al quale la citta, di Napoli s'impegnava a versare 7.000 ducati a titolo di franchigia per la gabella del secondo grano a rotolo al clero secolare e regolare, ai luoghi pii, all'Ospedale dell'Annunziata, al seminario, alle cappelle e luoghi pii di giuspatronato regio. Tale somma, da pagarsi a scadenze quadrimestrali, era divisa in due parti: 5.000 ducati versati al nunzio e 2.000 ai delegati del clero. Restava naturalmente valido l'obbligo per la citta di versare i 7.244 ducati annui per la franchigia della gabella del primo grano a rotolo. Inoltre, a titolo di rimborso forfettario per il periodo in cui era stata riscossa la gabella senza licenza papale (dal 1 marzo al 31 agosto di quell'anno), la citta s'impegnava a versare all'arcivescovo altri 1.000 ducati. Per la gabella del tari per tomolo di farina e per l'aumento di 1 carlino, gli eletti promettevano di rimborsare al clero secolare 2.200 ducati annui, da pagarsi in due soluzioni. Con la liquidazione dell'ultima rata di 600 ducati entro la fine di quello stesso mese veniva inoltre dichiarata estinta la franchigia concordata nel 1612 per la gabella del tari. Infine, per quanto concerneva il clero regolare, i luoghi pii, vescovi, prelati e cavalieri dell'Ordine di Malta, gli eletti della citta si impegnavano a riconoscere apposite franchigie. Il documento si concludeva poi con due clausole di salvaguardia: la prima stabiliva che, qualora una o tutte le gabelle in questione fossero state abolite, la citta non sarebbe pio stata tenuta a corrispondere le relative franchigie; cosi come, in caso di riduzione delle gabelle, le franchigie sarebbero state ridotte di conseguenza. La seconda stabiliva che l'accordo avrebbe dovuto essere ratificato dal papa (104). In questo modo veniva ufficialmente sancito non solo il ruolo di unica autorita autorizzata a consentire la tassazione degli ecclesiastici, ma anche di vero e proprio garante della transazione effettuata fra governo municipale e clero.

Prima ancora che a Napoli fosse stipulato l'atto notarile, i fatebenefratelli ricorrevano a Roma, chiedendo un aumento della loro franchigia. Il nunzio dovette far presente al cardinale Borghese che l'accoglimento di tale istanza avrebbe aperto la strada a una serie di ricorsi di altri luoghi pii e istituzioni religiose, con un conseguente danno per gli interessi della Curia romana, dal momento che, una volta siglato l'accordo con il governo municipale, l'aumento delle elemosine sarebbe stato a carico della quota spettante alla Fabbrica di San Pietro:
   alla citta poco importa il dire che sia accresciuta la spesa purche
   da N.S.re non se gli accreschi ad essa citta il pagamento
   stabilito. Se poi con l'essempio di quello che per gratia si paga
   ad essi della transattione vecchia pretendono, et supplicano che se
   li dia qualche cosa della transattione fatta da me di settemila
   ducati per l'augmento dell'altro grano a rotolo alla antica
   gabella, e materia gratiosa si, ma di consideratione, et
   consequenza; perche gli osta l'applicatione di cinque mila ducati
   fatta dalia S.ta di N.S.re alla venerabil fabrica di San Pietro,
   che pero essendo applicata ad opera cosi universale et pia, pare
   pio ragionevole la negativa, massime quando non s'inclini di lar la
   stessa gratia agli luoghi pij nominati di sopra, quali al sicuro
   recorreriano con risico che il medesimo faceveno altri regolari
   (105).


Il ragionamento del nunzio fu ben accolto a Roma, dove, nel febbraio 1618, Paolo V emano il breve con cui ratificava l'accordo raggiunto a Napoli e concedeva al nunzio la facolta di assolvere i deputati della citta e gli incaricati dell'esazione delle gabelle da eventuali censure e scomuniche in cui fossero incorsi per averle riscosse dagli ecclesiastici prima di avere ottenuto la necessaria licenza papale (106).

Grazie a un rendiconto del Filonardi, redatto al momento di lasciare la nunziatura a Napoli, nel 1621, e possibile avere un'idea della concreta attuazione degli accordi: sugli oltre 68.000 ducati derivanti dalle franchigie per le gabelle del primo e secondo grano a rotolo e per la gabella sulla frutta--nel frattempo abolita dal duca di Osuna nel marzo 1619 (107)--53.200 erano stati versati alla Fabbrica di San Pietro (Tabella 3).

Dunque circa il 66% del denaro delle franchigie prese la strada di Roma: quello che in teoria rappresentava il riconoscimento dell'immunita fiscale del clero napoletano era ormai--per i suoi due terzi--divenuta una voce della fiscalita papale.

In conclusione vale la pena di sottolineare alcuni elementi emersi da questa ricerca. In primo luogo, il carattere negoziale dell'esenzione fiscale del clero dalle gabelle imposte dalia citta di Napoli. E legittimo supporre che, al di la e contemporaneamente ai conflitti giurisdizionali, i medesimi attori politici e sociali fossero in grado di elaborare, in ambito fiscale, compromessi in grado, sia pure fra molte difficolta, di reggere alla prova dei fatti.

Inoltre appare evidente che il tessuto ecclesiastico (arcivescovo, capitolo della cattedrale, parroci, ordini religiosi ecc.) e la rete di confraternite e luoghi pii della citta esprimevano una pluralita di interessi in competizione e, all'occorrenza, in contrasto anche assai aspro. Il contesto era poi complicato dal fatto che l'elaborazione e la gestione delle franchigie del clero costituirono precocemente un ambito in cui il papato assunse un ruolo chiave, sia in funzione legittimante del prelievo sia come beneficiario in termini finanziari. Cio non significa che la Curia romana fosse in grado di esercitare un potere <<assoluto>>, nei confronti del mondo ecclesiastico napoletano. Semmai la capacita d'intervento del papato si ando strutturando, nella sfera della finanza e della fiscalita ecclesiastiche, in maniera per nulla lineare e si modulo con dinamiche ed esiti ancora da approfondire. Nel caso specifico delle franchigie del clero emerge come il ruolo della Santa Sede risultasse tanto pila decisivo, quanto maggiore era l'interesse degli attori ecclesiastici locali a giocare la carta <<romana>> sia nel recinto del propri contrasti sia nei confronti delle autorita della citta e del Regno.

* Abbreviazioni utilizzate: ARFSP--Archivio della Reverenda Fabbrica di San Pietro, Citta del Vaticano; ASFi--Archivio di Stato di Firenze; ASV--Archivio Segreto Vaticano, Citta del Vaticano; BAV --Biblioteca Apostolica Vaticana, Citta del Vaticano; BSNSP--Biblioteca delh Societa Napoletana di Storia Patria, Napoli; DBI--Dizionario biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1960 sgg.

Il presente articolo rientra fra le attivita sostenute dal Progetto di Ricerca d'Interesse Nazionale 2008 <<Universalismo e italianita, nella politica internazionale del papato in eta, moderna>> coordinato da M. A. Visceglia (MIUR, Prot. 2008TSZPM2_002).

Massimo Carlo GIANNINI

Universita degli Studi di Teramo

Correo-e: massgiannini@unite.it

(1.) Anche nei pio recenti incontri scientifici internazionali ii tema appare di fatto inesistente: nel volume di CAVACIOCCHI, S. (a cura di): La Fiscalita nell'economia europea. Secc. XIII-XVIII--Fiscal Systems in the European Economy from the 13th to the 18th Centuries. Atti della XXXIX settimana di studi dell'Istituto intemazionale di storia economica F. Datini. Firenze, 2008, solo uno dei contributi si occu a di tassazione del clero (SHEILS, W.: <<Modernity, Taxation and the Clergy: The Disappearance of Clerical Taxation in Early Modern England>>). Risulta del tutto assente qualunque contributo sul rapporto fra clero e fiscalita urbana nel successivo volume di AMMANNATI, F. (a cura di): Religione e istituzioni religiose nell'economia europea, 1000-1800--Religion and Religious Institutions in Euro- pean Economy, 1000-1800. Atti della XLIII settimana di studi dell'Istituto internazionale di storia economica F. Datini. Firenze, 2012.

(2.) LONGO, R. G.: <<La bolla In Coena Domini e le franchigie al clero meridionale>>, Archivio storicoper la Calabria e la Lucania, XXII, 1963, pp. 275-295; XXIII, 1964, pp. 81-128. Nessun accenno a questi problemi nel pur ricco volume di MUSI, A. (a cura di): La citta del Mezzogiorno nell'eta moderna. Napoli, 2000.

(3.) LANDI, F. (ed.): Accumlation and Dissolution of Large Estates of the Regular Clergy in Early Modern Europe. Rimini, 1999; PASTORE, A. e GARBELLOTTI, M. (a cura di): L'uso del denaro. Patrimoni e amministrazione nei luoghi pii e negli enti ecclesiastici in Italia (secoli XV-XVIII). Bologna, 2001; LANDI, F. (ed.): Confische e sviluppo capitalistico. I grandi patrimoni del clero regolare in eta moderna in Europa e nel continente americano. Milano, 2004; LANDI, F.: Storia economica del clero in Europa. Secoli XV-XIX. Roma, 2005; POLI, G. (ed.): Le inchieste europee sui beni ecclesiastici (confronti regionali secc. XVI-XIX). Bari, 2005; DI PIETRA, R. e LANDI, F. (eds.): Clero, economia e contabilita in Europa tra Medioevo ed eta contemporanea. Roma, 2007.

(4.) Per una comparazione con la situazione della citta di Milano nel XVI secolo, mi permetto di rinviare a GIANNINI, M. C.: *Conflictos y compromisos. El problema de la exencion fiscal del clero en la ciudad de Milan en la segunda mitad del Quinientos>>, in FORTEA PEREZ, J. I. e GELABERT, J. E. (eds.): Ciudades en conflicto (siglos XVI-XVIII). Madrid-Valladolid, 2008, pp. 221-237.

(5.) Per un inquadramento della complessita del tessuto urbano napoletano, si veda MUTO, G.: <<Le tante citta di una capitale: Napoli nella prima eta moderna>>, Storia urbana, 123, 2009, pp. 19-54.

(6.) Rosa, M.: <<Curia romana e pensioni ecclesiastiche: fiscalita pontificia nel Mezzogiorno (secoli XVI-XVII)>>, Quaderni storici, XIV, 1979, pp. 1015-1055, e ROSA, M.: <<La Chiesa meridionale nell'eta della Controriforma>>, en CHITTOLINI, G. e MICCOLI, G. (a cura di): Storia d'Italia. Annali 9. La Chiesa e il potere politico. Torino, 1986, pp. 293-345. Circa i problemi giurisdizionali, si veda LAURO, A.: Il giurisdizionalismo pregiannoniano nel Regno di Napoli. Problemi e bibliografia (1563-1723). Roma, 1974. Cfr. anche le riflessioni di MOTO, G.: <<L'asse Roma-Napoli e la Monarchia degli Austrias>>, in HERNANDO SANCHEZ, C. J. (ed.): Roma y Espana. Un crisol de la cultura europea en la Edad Moderna, vol. I. Madrid, 2007, pp. 91-104.

(7.) BSNSP, ms. XXVII. A. 21, f. 309r, decreto del Consiglio Collaterale (copia coeva), Napoli, 10 maggio 1536. Per un quadro sintetico delle istituzioni di governo del Regno di Napoli, cfr. MUTO, G.: << Il regno di Napoli sotto la dominazione spagnola>>, in Storia della societa italiana, vol. XI. Milano, 1989, pp. 269-272.

(8.) Utilizzo il testo del decreto della Camera della Sommaria, Napoli, 27 settembre 1541, contenuto in BSNSP, nas. XXIII. A. 4, <<Variorum quaestionum et rerum iurisdictionalium per regium consiliarium D. Io. Baptistam del Megliorem collectarum [...] toro. IV>>, ff. 169v-173r. Un'altra copia di questo documento e inserita nell ordine della Sommaria all'universira di Matera, Napoli, 28 settembre 1583, edito in LONGO, G.: <<La bolla In Coena Domini e le franchigie al clero meridionale>>, op. cit., pp. 87-90. Circa i problemi che in quegli anni percorrevano l'amministrazione finanziaria Regno, si veda S. CANTU, G.: <<Apogeo e caduta di Bartolomeo Camerario nella Napoli di Carlo V (1535-543)>>, in CANTU, F. e VISCEGLIA, M. A. (a cura di): L'Italia di Carlo V. Guerra, religione e politica nel primo Cinquecento. Roma, 2003, pp. 597-614.

(9.) Per un'attenta analisi di questo fenomeno, cfr. ROSA: <<La Chiesa meridionale nell'eta della Controriforma>> op. cit., pp. 317-322.

(10.) Sulla questione, si vedano i numerosi esempi cinque e seicenteschi analizzati da CARACCIOLO, F.: Sud, debiti e gabelle. Gravami, potere e societa nel Mezzogiorno in eta moderna. Messina, 1989, pp. 31-52; e MUSI, A.: <<Fisco, religione, Stato>>, in idem: Mezzogiorno spagnolo. La via napoletana allo stato moderno. Napoli, 1991, pp. 217-220. Per la citta di Napoli, un accenno al tema e contenuto in CONIGLIA, G.: <<Annona e calmieri a Napoli durante la dominazione spagnuola>>, Archivio storico per le province napoletane, LXV, 1940, pp. 105-194, pp. 108-109. Un utile elemento di confronto e dato dalia questione del diritto di cittadinanza studiato da VENTURA, P.: <<Le ambiguita di un privilegio: la cittadinanza napoletana tra Cinque e Seicento>>, Quaderni Storici, 89, 1995, pp. 385-416.

(11.) Il rotolo era una misura di peso equivalente a kg 0,89; il tomolo e lo staio erano misure di capacita, equivalenti rispettivamente a 155,31 e al 10,08. SALVATI, C.: Misure e pesi nella documentazione storica del Mezzogiorno. Napoli, 1970, pp. 28-29.

(12.) Il governo municipale di Napoli era affidato alle cinque <<piazze>> o <<seggi>> cui erano aggregate le famiglie della nobilta e alla <<piazza>> del popolo. Ciascuna di esse deliberara separatamente su tutte le principali questioni. Le <<piazze>> nobiliari nominavano un rappresentante detto <<eletto>>, mentre per la <<piazza>> del popolo la nomina dell' <<eletto>> spettava al vicere. I sei <<eletti>> formavano. il Tribunale di San Lorenzo, dal nome della chiesa in cui si riuniva, che rappresentava l'organismo esecutivo del municipio, a capo di una complessa serie di uffici: CAPASSO, B.: Catalogo ragionato dei libri registri e scritture esistenti nella sezione antica oprima serie dell'Archivio municipale di Napoli (1387-1806), vol. I. Napoli, 1876, pp. 1-8; e soprattutto Muro, G.: <<Interessi cetuali e rappresentanza politica: i "seggi" e il patriziato napoletano nella prima meta del Cinquecento>>, in L'Italia di Carlo V, op. cit., pp. 615-637, specialmente pp. 620-626.

(13.) Su questo punto la testimonianza principale e quella del cronista di quegli anni Rosso, G.: Historia delle cose di Napoli sotto l'imperio di Carlo V. Napoli, 1770, p. 48. Una narrazione pio ampia del tumulto si trova in CASTALDO, A.: Dell'istoria [...] libri quattro ne' quali si descrivono gli eventi pio memorabili succeduti nel Regno di Napoli. Napoli, 1769, pp. 43-44 e SUMMONTE, G. A.: Della historia della citta et Regno di Napoli, t. IV. Napoli, 1675, pp. 170-172. Per l'opposizione suscitara dall'istituzione della gabella del tornese a rotolo: CERNIGLIARO, A.: Sovranita e feudo nel Regno di Napoli, 1505-1557, vol. I. Napoli, 1983, pp. 292-294; STRAZZULLO, F.: Edilizia e urbanistica a Napoli dal '500 al '700. Napoli, 19952, pp. 6-7, e soprattutto HERNANDO SANCHEZ, C.J.: Castilla y Napoles en el siglo XVI. El virrey don Pedro de Toledo. Salamanca, 1994, pp. 248-250 e, per quanto riguarda i lavori di fortificazione a Napoli, idem: <<El Reino de Napoles. La fortificacion de la ciudad y el territorio bajo Carlos V>>, in HERNANDO SANCHEZ, C. J. (ed.): Las fortificaciones de Carlos V. Madrid, 2000, pp. 533-542. La prima e pio chiara ricostruzione della cronologia della gabella del grano a rotolo e dovuta a CAPASSO: Catalogo ragionato dei libri registri e scritture, op. cit., p. 76. Cfr. anche BIANCHINI, L.: Della storia delle finanze del Regno di Napoli, vol. II. Palermo, 1839, p. 301. Per un quadro delle finanze del Regno del primi decenni del Cinquecento, SABATINI, G.: <<Il processo fiscale. L'evoluzione delle finanze pubbliche napoletane tra la fine dell'eta, aragonese e l'avvio del governo di Pedro de Toledo>>, in GALASSO, G. e HERNANDO SANCHEZ, C. J. (eds.): El reino de Napoles y la monarquia de Espana. Entre agregacion y conquista (1485-1535). Roma, 2004, pp. 291-317.

(14.) Rosso: Historia delle cose di Napoli, op. cit., p. 55, e CAPASSO: Catalogo ragionato dei libri registri e scritture, op. cit., p. 76.

(15.) CAPASSO: Catalogo ragionato dei libri registri e scritture, op. cit., pp. 76-77.

(16.) Istruzioni a Valeriano Muti vescovo di Citta di Castello, nunzio a Napoli, Roma, 15 gennaio 1609, edite in GIORDANO, S. (a cura di): Le istruzioni generali di Paolo V ai diplomatici pontifici 1605-1621, vol. II. Tubingen, 2003, pp. 608-609. Un rapido accenno alla questione in STRAZZULLO: Edilizia e urbanistica a Napoli dal '500 al '700, op. cit., pp. 8-9.

(17.) ASV, Segr. Stato, Principi, vol. 21, f. 392, il vicere di Napoli a Giulio III, Pozzuoli, 19 luglio 1550.

(18.) DEL TUFO, G. B.: Historia della Religione de'chierici regolari. Roma, Appresso Guglielmo Facciotto e Stefano Paolini, 1609, p. 246. Ha attirato per primo l'attenzione su questo passo DE MAIO, R.: <<Ideali e riforme di un controriformista minore: il teatino Girolamo Ferro>>, in idem: Riforme e miti nella Chiesa del Cinquecento. Napoli, 1992, p. 226. A un diploma datato 31 maggio 1554 del cardinale Pedro Pacheco, luogotenente generale del Regno, in cui era contenuto ii testo del breve papale del 1550 fa riferimento CAPASSO: Catalogo ragionato del libri registri e scritture, op. cit., vol. I, p. 13.

(19.) Ne e una riprova il fatto che, nel 1554, gli <<eletti>> fecero nuovamente ricorso a Giulio III, per ottenere ii beneplacito alla creazione e alla vendita di titoli per 2.000 ducati sul gettito della gabella, dal momento che tale operazione esorbitava dalle originarie motivazioni per cui essa era stata creata: ASV, Arm. XLI, t. 71, ff. 36-37r, breve di Giulio III al cardinale Pedro Pacheco, luogotenente generale del Regno di Napoli (minuta), Roma, 12 maggio 1554.

(20.) Cosi indica la Relazione dei governatori della Confraternita della Redenzione dei Cattivi inviata ai Governatori della Confraternita del Gonfalone in Roma [Napoli, 1582], edita in appendice a BOCCADAMO, G.: <<Prime indagini sull'origine e l'organizzazione della confraternita napoletana della "redenzione del cattivi" (1548-1588)>>, Campania sacra, VII-VIII, 1977-1978, p. 157.

(21.) Il cardinale Carlo Borromeo al nunzio Niccolo Fieschi, Roma, 12 ottobre 1561, edita in VILLANI, P.: <<Origine e carattere della nunziatura a Napoli (1523-1569)>>, Annuario dell'Istituto storico italiano per l'eta moderna e contemporanea, IX-X, 1957-1958, p. 453. Circa la confraternita per la redenzione del prigionieri, si veda BOCCADAMO: <<Prime indagini sull'origine e l'organizzazione della confraternita napoletana della "redenzione del cattivi" ...>>, op. cit., pp. 120-158, specialmente pp. 142-143. Sulla figura del vescovo di Catania, cfr. CACCAMO, D.: <<Caracciolo, Nicota Maria>>, DBI, XIX, 1976, pp. 433-435.

(22.) Il nunzio Fieschi al cardinale Borromeo, Napoli, 19 ottobre e 30 novembre 1561, in VILLANI: <<Origine e carattere della nunziatura a Napoli (1523-1569)>>, op. cit., pp. 455 e 463. Vale la pena di notare che, in quegli stessi giomi, ii clero secolare di Napoli decise di donare la sua porzione della franchigia di quell'anno all'arcivescovo, ma, al fine dan: efficacia a tale ateo, dovette intervenire un breve papale al nunzio a Napoli: ASV, Arm. XLII, t. 16, ff. 93-94r, breve di Pio IV al cardinale Alfonso Carafa (minuta), Roma, 15 settembre 1561 e la lettera del cardinale al nunzio, Roma, 18 ottobre 1561, ibid., p. 456 ed edita anche in DE MAIO, R.: Alfonso Carafa cardinale di Napoli (1540-1565). Citta del Vaticano, 1961, p. 316.

(23.) Istruzioni a Valeriano Muti vescovo di Citta di Castello, nunzio a Napoli, op. cit., p. 609: <<et essendosi dupplicata la gabella del 1564, si dupplico similmente la restitutione in favore degli ecclesiastici a proportione della prima,. Cfr. CAPASSO: Catalogo ragionato dei libri registri e scritture, op. cit., vol. I, p. 77.

(24.) Sul quale si veda DE NEGRI, F.: <<Di Lauro, Antonio>> DBI, XL, 1991, pp. 57-59. Circa l'importante ufficio di cappellano maggiore, MANCINO, M.: <<Autorita episcopale ed esenzioni nell'Italia post-tridentina. Note sui rapporti tra il Cappellano Maggiore del Regno di Napoli e gli arcivescovi della Capitale>> in LUONGO, G. (a cura di): Munera parva. Studi in onore di Boris Ulianich, vol. II. Fredericiana edtrice universitaria, 1999, pp. 251-275.

(25.) Sull'importante figura del gesuita, compagno di Ignacio de Loyola, e protagonista, fra l'altro, della fondazione dell'insediamento dei gesuiti a Napoli, si veda SCADUTO, M.: <<Salmeron, Alfonso>>, in O'NEILL, Ch. E. e DOMINGUEZ, J. M. (eds.): Diccionario Historico de la Compania de Jesus, vol. IV. Roma-Madrid, 2001, p. 3476.

(26.) LAVENIA, V.: <<Malvicini Fontana, Valerio>> DBI, LXVIII, 2007, pp. 359-363.

(27.) Circa i due religiosi vi sono pochissime notizie; essi furono fra i teologi che presero parte al lavori del sinodo diocesano di Napoli del febbraio 1565 e svolsero quindi le funzioni di esaminatori del clero regolare, insieme, tra gli altri, al domenicano Malvicini Fontana: DE MAIO: Alfonso Cara fa cardinale di Napoli, op. cit., pp. 187 e 192-193.

(28.) Lo voto deli theologi del secundo tornese per rotolo, databile prima del 31 ottobre 1564, edito in DE MAIO, R.: Le origini del seminario di Napoli. Napoli, 1958, p. 191.

(29.) Ibidem, pp. 62-63 e 76.

(30.) Ibidem, pp. 120-121.

(31.) Ibidem, pp. 112-115. Circa l'Ospedale dell'Annunziata si vedano D'ADDOSIO, G. B.: Origine, vicende storiche e progresso della Real S. Casa dell'Annunziata di Napoli. Napoli, 1883 e DE MAIO, R.: <<L'Ospedale dell'Annunziata "il megliore e pio segnalato di tutta Italia">> in idem: Riforme e miti nella Chiesa del Cinquecento, op. cit., pp. 240-249.

(32.) Bolla di Pio V, Roma, 8 gennaio 1567, in Bullarium Romanum. Bullarum diplomatum et privilegiorum sanctorum romanorum pontificum taurinensis edito, t. VII, Augustae Taurinorum, Sebastiano Franco et Henrico Dalmazzo editoribus, 1862, pp. 511-513. Di fronte alle resistenze che l'applicazione della bolla suscito, il pontefice intervenne definendo ulteriormente gli ambiti d'intervento del nunzio e vietando severamente ai vescovi dall'intervenire in questa materia: bolle di Pio V, Roma, 8 e 14 gennaio 1568, ibidem, pp. 648-650. Circa le polkiche di Pio V nei confronti del Regno di Napoli restano fondamentali gli studi di VILLANI, P.: <<La visita apostolica di Tommaso Orfini nel Regno di Napoli (1566-1568)>>, Annuario dell'Istituto storico italiano per l'eta moderna e contemporanea, VII, 1956, pp. 5-79 e idem, Origine e carattere della nunziatura di Napoli, op. cit., pp. 285-539.

(33.) ASV, Segr. Stato, Napoli, rol. 4, f. 347, il nunzio Antonio Sauli al cardinale Tolomeo Gallio, Napoli, 22 ottobre 1574 e DE MAIO: Le origini del seminario di Napoli, op. cit., pp. 121-125.

(34.) ASV, Segr. Stato, Napoli, vol. 4, f. 347, il nunzio Antonio Sauli al cardinale Tolomeo Gallio, Napoli, 22 ottobre 1574.

(35.) Il cardinale Tolomeo Gallio al nunzio Antonio Sauli, Roma, 3 aprile 1574, in VILLANI, P. (a cura di): Nunziature di Napoli, vol. I (26 luglio 1570-24 maggio 1577). Roma, 1962, pp. 282-283.

(36.) Il nunzio Sauli al cardinale Gallio, Napoli, 23 aprile 1574. Ibidem, p. 286.

(37.) Il cardinale Gallio al nunzio Lorenzo Campeggi, Roma, 11 luglio 1578, in VILLANI, P. e VENERUSO, D. (a cura di): Nunziature di Napoli, vol. II (24 maggio 1577-26 giugno 1587). Roma, 1969, p. 118. Il convento, nel quale avevano professato diverse esponenti della famiglia di papa Paolo IV e di suo nipote, l'arcivescovo di Napoli e cardinale Alfonso Carafa, nell 1558 era gia stato destinatario di una donazione di 1.000 scudi d'oro sul denaro degli spogli ecclesiastici del Regno di Napoli: DE MAIO: Alfonso Carafa cardinale di Napoli, op. cit., pp. 152 e 308. Sul mondo religioso femminile napoletano si vedano GALLASSO, G. e VALERIO, A. (a cura di): Donne e religione a Napoli. Secoli XVI-XVIII. Milano, 2001 e NOVI CHAVARRIA, E.: Monache e gentildonne. Un labile confine. Poteri politici e identita religiose nei monasteri napoletani secoli XVI-XVII. Milano, 2004.

(38.) Il Gallio al Campeggi, Roma, 31 ottobre 1579, in Nunziature di Napoli, vol. II, op. cit., p. 183.

(39.) Il Campeggi al Gallio, Napoli, 15 dicembre 1579, ibidem, pp. 187-188.

(40.) Il Campeggi al Gallio, Napoli, 4 gennaio 1580, ibidem, p. 193.

(41.) ASV, Arm. XLII, t. 41, ff. 227-229r, breve di Gregorio XIIl (minuta), Roma, 27 febbraio 1580. Sul ruolo e l'importanza dell'arciconfraternita si veda MIELE, M.: <<L'assistenza a Napoli nel Cinquecento e i programmi della Compagnia dei bianchi dello Spirito Santo>>, in Xenia Medii Aevi historiam illustrantia oblata Thomae Kaeppeli O.P., ediderunt R. Creytens O.P. - P. Kunzle O.P., vol. II. Roma, 1978, pp. 834-862.

(42.) Il cardinale Girolamo Rusticucci al nunzio Giulio Rossini, Roma, 15 ottobre 1585 e vice-versa, Napoli, 25 ottobre 1585, in Nunziature di Napoli, vol. II, op. cit., pp. 380-381 (i dati riportati sono tratti dalia seconda lettera). Un resoconto finanziario redatto verso il 1584 indica una somma leggermente superiore, 10.556 ducati, destinato annualmente dalia citta, alla franchigia del grano a rotolo: MANTELLI, R.: Burocrazia e finanze pubbliche nel Regno di Napoli. Napoli, 1981, pp. 254-255. Le disposizioni di Sisto V circa h responsabilita del nunzio nell'incamerare la franchigia del clero furono reiterate anche negli anni seguenti: ASV, Sec. Brev., Reg., vol. 145, f. 169, breve di Sisto V al nunzio a Napoli Alessandro Glorieri (copia coeva), Roma, 29 luglio 1589.

(43.) Il cardinale Rusticucci al nunzio Rossini, Roma, 19 dicembre 1585, in Nunziature di Napoli, rol. II, op. cit., p. 391.

(44.) ASV, Sec. Brev., Reg., vol. 136, doc. 231, breve di Sisto V al nunzio a Napoli (copia settecentesca), Roma, 1 luglio 1588.

(45.) Ibidem, Segr. Stato, Napoli, vol. 16, ff. 8-9r, <<Informatione sopra il grano a rotolo>>, inviata dal nunzio Alessandro Glorieri al cardinale Paolo Emilio Sfondrati, Napoli, 3 gennaio 1591.

(46.) Il cardinale Paolo Emilio Sfondrati al nunzio Glorieri, Roma, 28 dicembre 1590, in BETTONI, M. (a cura di): Nunziature di Napoli, vol. III (11 luglio 1387-21 settembre 1591). Roma, 1970, p. 285.

(47.) ASV, Segr. Stato, Napoli, vol. 16, f. 8, <<Informatione sopra il grano a rotolo>>; in particohre il nunzio faceva presente come h franchigia del monastero, abitato da 41 religiose e 11 converse, con 849 ducati annui di entrata, ammontava a 88 ducati.

(48.) Bolla di Gregorio XlV, Roma, 7 giugno 1591, in Bullarium romanum, op. cit., t. IX, 1865, pp. 431-432. Il ruolo di Girolamo Ferro e segnalato da DEL TUFO: Historia della Religione de chierici regolari, op. cit., pp. 246-247. Per un profilo del teatino si veda DE MAIO: <<Ideali e riforme di un controriformista minore: il teatino Girolamo Ferro>>, op. cit., pp. 189-227.

(49.) Discorso sopra le reforme delle paroccbie della citta, di Napoli che al presente si ritrovano et del modo d'erigerne altre nuove, da darle al signor cardinale illustrissimo et reverendissimo Mattei, in <<Le relazioni ad limina dell'Arcidiocesi di Napoli in eta moderna>>, a cura di M. Miele, Campania Sacra, 42, 2011, pp. 93-96, segnatamente p. 94 (il documento e anche edito, con titolo in parte diverso e datazione anteriore da STRAZZULLO: Edilizia e urbanistica a Napoli, op. cit., pp. 159-163). Circa il Di Capua, si veda SANFILIPPO, M.: <<Di Capua, Annibale>>, DBI, XXXIX, 1991, pp. 705-708.

(50.) STRAZZULLO: Edilizia e urbanistica a Napoli, op. cit., pp. 176-182. Per un profilo dell'arcivescovo, si veda FECI, S.: <<Gesualdo, Alfonso>> DBI, XLIII, 1999, pp. 488-492. Nulla di nuovo aggiunge RICCIARDI, E.: <<Appunti per una biografia di Alfonso Gesualdo>>, Archivio storico per le province napoletane, CXXI, 2003, pp. 149-171.

(51.) CAPASSO, B.: <<Sulla circoscrizione civile ed ecclesiastica e sulla popolazione della citta di Napoli dalia fine del secolo XIII fino al 180>>, Atti dell'Accademia Pontaniana, XV, 1883, pp. 132-134; FARAGLIA, N. F.: <<Descrizione delle parrocchie di Napoli fatta nel 1598>>, Archivio storico per le province napoletane, XXIII, 1898, pp. 502-566; STRAZZULLO: Edilizia e urbanistica a Napoli, op. cit., pp. 182-184.

(52.) STRAZZULLO: Edilizia e urbanistica a Napoli, op. cit., pp. 180-182 (la citazione proviene da p. 181).

(53.) Il testo del memoriale e edito in STRAZZULLO: Edilizia e urbanistica a Napoli, op. cit., pp. 186-187, n. 39. Vale la pena di ricordare che Decio Caracciolo, nel 1591, aveva partecipato attivamente alla pressioni per ottenere la restituzione del gettito della franchigia al clero napoletano: DEL TUFO: Historia della Religione de' chierici regolari, op. cit., p. 247.

(54.) STRAZZULLO: Edilizia e urbanistica a Napoli, op. cit., pp. 188-189.

(55.) ASFi, Catre strozziane, serie la, rol. 208, f. 100, il cardinale Cinzio Passeri Aldobradini al nunzio Iacopo Aldrobandini vescovo di Trola, Roma, 30 luglio 1604.

(56.) Ibidem, f. 101r, memoriale a Clemente VIII allegato al documento precedente (il documento si e conservato in originale poiche fu inviato dal cardinale nipote Cinzio Passeri Aldobrandini al nunzio a Napoli).

(57.) Ibidem, f. 102.

(58.) ASFi, Catre strozziane, serie la, serie la, vol. 222, il nunzio Aldobrandini al cardinale Passeri Aldobrandini (minuta), Napoli, 10 settembre 1604. E interessante notare che il nunzio ficevette la missiva del cardinale dalle mani di Decio Caracciolo, sempre procuratore del clero napoletano, che aveva evidentemente superato indenne il conflitto con il cardinale Gesualdo.

(59.) Ibidem.

(60.) CAPASSO: Catalogo ragionato dei libri registri e scritture, op. cit., vol. I, p. 74 (da notare che Capasso segnala che l appalto fece incassare 84.000 ducati, contro i 100.000 indicati dalle fonti documentarie). Si veda il dispaccio da Napoli, 16 agosto 1605, edito in <<Documenti sulla storia economica e civile del Regno cavati dal carteggio degli agenti del granduca di Toscana in Napoli dall'anno 1582 sino all'anno 1648, in Narrazioni e documenti sulla storia del Regno di Napoli dall'anno 1522 al 1667>>, raccolti e ordinati da F. PALETO, Archivio storico italiano, IX, 1846, p. 260.

(61.) ARFSP, Arm. 11. A. 7, ff. 253-254r, breve di Paolo V all'arcivescovo di Napoli, Ottavio Acquaviva (copia), Roma, 1 luglio 1606. Si veda anche il dispaccio da Napoli, 17 luglio 1606, edito in Documenti sulla storia economica e civile del Regno cavati dal carteggio degli agenti del granduca di Toscana in Napoli, op. cit., p. 263. Cfr. CAPASSO: Catalogo ragionato dei libri registri e scritture, op. cit., p. 13.

(62.) Il tumulto fu originato dal fatto che il vicario arcivescovile invio un proprio delegato a far cancellare alcuni santi effigiati sulla <<casetta>> costruita in piazza per la riscossione della gabella. Alla vista dell'inviato della curia arcivescovile che scalpellava le effigi, la struttura fu presa d'assalto: l'episodio e narrato nel dispaccio da Napoli, 20 luglio 1606, edito in Documenti sulla storia economica e civile del Regno cavati dal carteggio degli agenti del granduca di Toscana in Napoli, op. cit., pp. 263-264. L'intera vicenda e stata analizzata da ZOTTA, S.: <<Napoli e Venezia ai tempi dell'Interdetto>>, L'ape ingegnosa. Rivista del Dipartimento di Scienze dello Stato dell'Universita di Napoli <<Federico II>>, 2, 2002, pp. 178-185 e 203-207. Sul nunzio Bastoni, cfr. GIORDANO, S.: <<Introduzione>>, in Le istruzioni generali di Paolo V ai diplomatici pontifici, op. cit., vol. I, pp. 160-161.

(63.) Dispaccio da Napoli, 22 agosto 1606, in Documenti sulla storia economica e civile del Regno cavati dal carteggio degli agenti del granduca di Toscana in Napoli, op. cit., p. 265.

(64.) ARFSP, Arm. 11. A. 7, f. 242, <<Per la gabella nuova delli frutti, et agrumi di Napoli>> memoriale del 1607.

(65.) Ibidem, f. 260, sentenza del vicario e giudice delegato arcivescovile Pietro Antonio Ghiberti (copia semplice coeva), Napoli, 30 maggio 1607.

(66.) ARFSP, Arm. 11. B. 8, f. 382r, <<Sommaria relatione del credito et debito della Fabrica di S. Pietro di Roma per causa delle franchitie spectantino all'ecclesiatiche de secolari et regulari delle gabelle del grano a rotolo, et di frutti, et agrumi secondo li conti di Mons.ri Ill.mi Nontii apostolici in Napoli, oltre l'altra gabbella agionta l'anno passato 1617 d'un altro grano per rotolo>> (1618). Sulla Reverenda Fabbrica di San Pietro si vedano BASSO, M.: I privilegi e le consuetudini della Rev.da Fabbrica di San Pietro in Vaticano (sec. XVI-XX), vol. I. Roma, 1987 e ora SABENE, R.: La Fabbrica di San Pietro in Vaticano. Dinamiche internazionali e dimensione locale. Roma, 2012; per la sua presenza nel Regno di Napoli, anche se in relazione a un periodo successivo, DE MAIO, R.: <<Giannone e la Fabbrica di S. Pietro>>, in AJELLO, R. (a cura di): Pietro Giannone e il suo tempo. Atti del convegno di studi nel tricentenario della nascita, vol. I. Napoli, 1980, pp. 319-341.

(67.) RosA: <<La Chiesa meridionale nell'eta della Controriforma>>, op. cit., pp. 299-312 e GIANNINI, M. C.: L'oro e la tiara. La costruzione dello spazio fiscale italiano della Santa Sede (1560-1620). Bologna, 2003.

(68.) Assai utile, al di la della sua matrice polemica, e l'opera di GRIMALDI, O. M.: Per la fedelissima citta di Napoli intorno alla pertinenza delle somme che non pio pagar si debbono alla corte di Roma ossia alla Fabbrica di San Pietro, sul prodotto dell'arrendamento detto del grano a rotolo. Napoli, Nella Stamperia Simoniana, 1791, pp. 4-6 (ho consultato la copia in BSNSP, Fondo Capasso III. B. 33, opusc. I).

(69.) Istruzioni a Valeriano Muti vescovo di Citta di Castello, nunzio a Napoli, op. cit., p. 609.

(70.) ARFSP, Arm. 11. A. 7, f. 243r, conti del 1620 ca.

(71.) I dati sono tratti dal bilancio municipale edito da CAPASSO: Catalogo ragionato del libri registri e scritture, op. cit., vol. I, pp. 52-53.

(72.) ASV, Segr. Stato, Napoli, vol. 23, f. 177v, il nunzio Paolo Emilio Filonardi, vescovo di Amalfi, al cardinale Scipione Borghese, Napoli, 28 ottobre 1617. Circa i meccanismi dell'approvvigionamento granario facenti capo alla citra di Napoli, si vedano CONIGLIO: <<Annona e calmieri a Napoli durante la dominazione spagnuola>>, op. cit.; DI CICCO, P.: <<Le istituzioni annonarie nel Regno di Napoli>>, in Gli archivi per la storia dell'alimentazione, vol. I. Roma, 1995, pp. 525-550 e DE NEGRI, E: <<Pane e ... companatico a Napoli tra Cinquecento e Seicento>>, ibidem, vol. III, pp. 1402-1419.

(73.) ASV, Segr. Stato, Napoli, vol. 20E, f. 537r, il nunzio Filonardi al cardinale Borghese, Napoli, 27 dicembre 1616; ibidem, Fondo Borghese, s. la, vol. 900, f. 5r il cardinale Borghese al nunzio Filonardi (copia) Roma, 6 gennaio 1617. Per un profilo biografico del Filonardi, nunzio a Napoli dal 1616 al 1621, si vedano GIORDANO: <<Introduzione>>, op. cit., pp. 187-188 e le istruzioni impartitegli, Roma, 22 aprile 1616 edite ibidem, vol. II, pp. 1006-1014.

(74.) ASV, Segr. Stato, Napoli, vol. 20F, ff. 40-41r, il nunzio Filonardi al cardinale Borghese, Napoli, 21 marzo 1617. Qualche elemento circa h gabella del carlino per tomolo di farina cfr. CAPASSO: Catalogo ragionato dei libri registri e scritture, op. cit., vol I, p. 72.

(75.) ARFSP, Arm. 11. B. 15, ff. 95-98, <<Banno da parte delli SS.ri Deputati de la pecunia di questa fedelissima Citta di Napoli con intervento del sig.r Ferrante Brancia regio consigliero et commissario delegato per la regia corte in detta Deputatione>> (copia semplice coeva), Napoli, 11 marzo 1617 (oye in conclusione si sottolinea che <<la Citta peglia peso di pagare a li clerici le loro franchigie>>).

(76.) ASV, Fondo Borghese, s. la, vol. 900, ff. 35 e 38r, il cardinale Borghese al nunzio Filonardi (copie), Roma, 31 marzo e 7 aprile 1617: <<et perche h quella de 28 scrive d'essere accresciuto un grano per rotolo alla gabella gia posta col beneplacito dalla Sede apostolica, e bene che V.S. veda con destrezza di chiarirsi come sta questo beneplacito non havendone io memoria al presente>> (la citazione proviene dalia seconda lettera).

(77.) BAV, ms. Boncompagni-Ludovisi E 47, f. 57, il nunzio Filonardi al cardinale Borghese, Napoli, 16 maggio 1617. Giovanni Evangelista Pallotta, arcivescovo di Cosenza (1587) e cardinale (1588), fu uno degli uomini di fiducia di Sisto V che lo nomino arciprete di San Pietro e primo prefetto della Congregazione della Fabbrica di San Pietro: CARDELLA, L.: Memorie storiche de' cdrdinali della Santa Romana Chiesa, t. V. Roma, Stamperia Pagliarini, 1793, pp. 278-280. Circa ruolo e funzioni della Congregazione della Fabbrica di San Pietro, si vedano DEL RE, N.: <<La Sacra Congregazione della Fabbrica di S. Pietro>>, Studi romani, XVII, 1969, pp. 288-301 e SABENE, La Fabbrica di San Pietro in Vaticano, op. cit., pp. 71-73.

(78.) ASV, Segr. Stato, Napoli, vol. 20F, f. 131, il nunzio Filonardi al cardinale Borghese, Napoli, 20 maggio 1617. Sulla figura di Decio Carafa, arcivescovo di Napoli dal 1613 alla morte, nel 1626, si vedano DE MAIO, R.: <<Un santo e un prelato della Controriforma: Andrea Avellino e Decio Carafa>>, in idem: Riforme e miti nella Chiesa del Cinquecento, op. cit., pp. 283-293; LUTZ, G.: <<Carafa, Decio>>, DBI, XIX, 1976, pp. 521-524 e GIORDANO: <<Introduzione>>, op. cit., pp. 165-167.

(79.) BAV, ms. Boncompagni-Ludovisi E 47, ff. 59-60r, il Filonardi al cardinale Borghese, Napoli, 23 maggio 1617.

(80.) BAV, ms. Boncompagni-Ludovisi E 49, ff. 353-354r, gli eletfi della citta di Napoli a Paolo V, Napoli, 28 maggio 1617.

(81.) ASV, Fondo Borghese, s. la, rol. 900, ff. 58-59r, il cardinale Borghese al nunzio Filonardi (copia), Roma, 10 giugno 1617.

(82.) ASV, Arm. XLV, t. 15, f. 217, breve di Paolo V agli eletti della citta di Napoli (copia coeva), Roma, 29 luglio 1617.

(83.) ASV, Fondo Borghese, s. la, vol. 900, ff. 80-81r, il cardinale Borghese al Filonardi, Roma, 17 agosto 1617. Il chierico Fabrizio Caracciolo aveva rappresentato nei mesi precedenti gli interessi del clero di Napoli presso la corte di Roma, come si evince dal breve con cui Paolo V lo raccomandava al vicere di Napoli: ASV, Arm. XLV, t. 15, ff. 216v-217r, Paolo V al duca di Osuna vicere di Napoli (copia coeva), Roma, 9 giugno 1617.

(84.) ASV, Fondo Borghese, s. Ia, vol. 900, f. 81, il cardinale Borghese al Filonardi, Roma, 17 agosto 1617.

(85.) ASV, Segr. Stato, Napoli, vol. 23, ff. 94-95r, il nunzio Filonardi al cardinale Borghese, Napoli, 1 settembre 1617. Il rappresentante papale ricordava anche un colloquio con il provinciale della Compagnia di Geso: <<in questi giorni feci cader ragionamento de questa gabella col p. provinciale de Giesuiti, che mi disse che in Milano non vi sono queste difficolta et che questa citta haveria potuto regolarsi conforme aquel che si costuma m quella, se bene non si allargo a dirmi l'uso di quelle parti>>.

(86.) Ibidem. Sulla figura del religioso, docente di filosofia e teologia, morto nel 1642, si vedano le scarne annotazioni in VEZZOSI, A. F.: I scrittori de'chierici regolari detti teatini, t. I. Roma, Stamperia dalla Sacra Congregazione di Propaganda Fide, 1780, pp. 449-450.

(87.) ASV, Segr. Stato, Napoli, vol. 23, ff. 96, 99v-100 e 106v-107r, il nunzio Filonardi al cardinale Borghese, Napoli, 1, 5 e 10 settembre 1617 (la citazione e tratta dall'ultima missiva indicata); ASV, Fondo Borghese, s. Ia, vol. 900, f. 91, il cardinale Borghese al Filo nardi (copia), Roma, 2 settembre 1617. Stando a un documento della Fabbrica di San Pietro del 1634, dalia sola citta di Napoli si esigevano <<ogni anno 12.m ducati sopra alcune gabelle per la rata che d'esse restituiscono li Reggij esatte dalli Ecc.ci cosi tassata, et applicata alla fab.a di Paolo V>>: BASSO: I privilegi e le consuetudini della Rey.da Fabbrica di San Pietro, op. cit., vol. I, p. 66.

(88.) ASV, Fondo Borgbese, s. la, rol. 900, ff. 96v-97r, il cardinale Borghese al Filonardi (copia), Roma, 15 settembre 1617.

(89.) ASV, Segr. Stato, Napoli, vol. 23, ff. 133v-134r e 138v-139r, il Filonardi al Borghese, Napoli, 29 settembre e 3 ottobre 1617.

(90.) Ibidem, ff. 148v-150r, il Filonardi al Borghese, Napoli, 10 ottobre 1617.

(91.) ASV, Fondo Borghese, s. la, vol. 900, f. 111, il cardinale Borghese al nunzio Filonardi (copia), Mondragone, 14 ottobre 1617.

(92.) ASV, Segr. Stato, Napoli, vol. 23, ff. 177-176r, il nunzio al Borghese, Napoli, 28 ottobre 1617. La situazione del regolari napoletani venne puntualizzata dal nunzio nella successiva missiva, ibidem, ff. 188-189, Napoli, 11 novembre 1617.

(93.) ASV, Fondo Borghese, s. Ia, vol. 900, f. 122, il cardinale Borghese al nunzio Filonardi (copia), Mondragone, 4 novembre 1617.

(94.) ASV, Segr. Stato, Napoli, vol. 23, ff. 188-189, il Filonardi al Borghese, Napoli, 11 novembre 1617.

(95.) ASV, Fondo Borghese, s. Ia, vol. 900, f. 127, il cardinale Borghese al nunzio Filonardi (copia), Roma, 24 novembre 1617.

(96.) ASV, Segr. Stato, Napoli, vol. 23, ff. 209v-210r, il Filonardi al Borghese, Napoli, 25 novembre 1617.

(97.) Ibidem, f. 210v.

(98.) Ibidem, f. 211r. Su questo punto il nunzio rispose che ne i cavalieri dell'Ordine di Malta ne i vescovi erano compresi negli accordi presenti o passati in materia di franchigie del clero e che le autorita municipali potevano <<continuare di restituire a ciascheduno di essi nel modo che hanno fatto per il passato, massime che reputo difficile il poter transigerli mentre li vescovi, et cavalieri hora ni stanno, et hora parteno, et e sempre vario et incerto il numero di essi>>.

(99.) Ibidem, f. 210v.

(100.) ASV, Fondo Borghese, s. Ia, vol. 900, f. 130v, il card. Borghese al nunzio Filonardi (copia), Roma, 29 novembre 1617.

(101.) ASV, Segr. Stato, Napoli, vol. 23, f. 222, il nunzio al cardinale Borghese (minuta), Napoli, 9 dicembre 1617.

(102.) Ibidem, ff. 228-229r, il nunzio al cardinale Borghese (minuta), Napoli, 12 dicembre 1617. Sulla gabella del primo grano a rotolo la citta di Napoli rimborsava all'Ospedale dell'Annunziata 600 ducati all'anno, ai fatebenefratelli di S. Maria della Pace 40, a tre <<luoghi>> dei teatini 232 e all'Ospedale dei Pellegrini 24. Sugli ospedali qui nominati si veda URSO, M. T.: <<Un ospedale napoletano in eta moderna: la SS.ma Trinita dei Pellegrini e Convalescenti>>, in Russo, C. (a cura di): Chiesa, assistenza e societa nel Mezzogiorno moderno. Galatina, 1994, pp. 473-514.

(103.) ASV, Fondo Borghese, s. Ia, vol. 900, ff. 138v-139r, il cardinale Borghese al nunzio Filonardi (copia), Roma, 23 dicembre 1617.

(104.) BAV, ms. Borg. lat. 67, ff. 122-136r, istrumento dell'a ccordo fra gli eletti della citta di Napoli e il nunzio Filonardi (copia), Napoli, 30 dicembre 1617. Cfr. anche GRIMALDI: Per la fedelissima cifra di Napoli, op. cit., pp. 21-22.

(105.) ASV, Fondo Borghese, s. Ia, vol. 900, ff. 263v-264r, il cardinale Borghese al Filonardi (copia), Roma, 26 gennaio 1618; ASV, Segr. Stato, Napoli, vol. 23, ff. 269-270, il nunzio al Borghese, Napoli, 3 febbraio 1618 (da cui e tratta la citazione).

(106.) Breve di Paolo V al nunzio Filonardi, Roma, 10 febbraio 1618, edito in Bullarium Romanum, op. cit., t. XII, 1867, pp. 419-421. Il documento papale fu inviato a Napoli il mese successivo: ASV, Fondo Borghese, s. Ia, vol. 900, f. 276r, il cardinale Borghese al nunzio Filonardi (copia), Roma, 21 marzo 1618.

(107.) Dispaccio da Napoli, 22 marzo 1619, edito in Documenti sulla storia economica e civile del Regno cavati dal carteggio degli agenti del granduca di Toscana in Napoli, op. cit., p. 278.
TABELLA 1. Distribuzione del denaro della franchigia del grano a
rotolo (1599)  in ducati del Regno di Napoli

8.704. 32 ducati   1.500     Seminario diocesano
                   1.550     Capitolo e clero secolare
                   1.006     Monasteri femminili
                   760.40    Monasteri maschili
                   2.153     Ospedali
                   544.20    Orfanotrofi
                   313.60    Gesuiti
                   205       Teatini
                   123.60    Chierici regolari ministri degli infermi
                   59.60     Padri di Santa Maria maggiore
                   48        Girolamini
                   440       Clero secolare
2.209.80                     Parroci
163                          Avanzo

Fonte: Elaborazione da STRAzzuLLo: Edilizia e xrbanistica a Napoli,
op. cit., p.189.

TABELLA 2. Denaro delle franchigie delle gabelle del grano a rotolo e
sulla frutta  (agosto 1606--febbraio 1616) in ducati del Regno di
Napoli

Franchigia della gabella sulla frutta            44.628. 4. 4
Franchigia del grano a rotolo                    74.384. 1. 18
Totale                                          119.013. 1. 2

Versati alla R. Fabbrica di San Pietro           82.494. 3. 19
Dovuti dalla Camera apostolica per i nunzi        3.877. 3. 19
  Bastoni e Gentile

Versati al cardinale Acquaviva                    6.000
Versati a diversi ecclesiastici e ospedali       13.727. 4. 10
Trattenuti come <<regaglie>> dei nunzi           12.000
Per spese di gestione                               965. 2. 5
Totale                                           32.693. 1. 15
Totale complessivo                              119.065. 4. 13

Fonte: Elaborazione da ARFSP, Arm. 11. B. 8, f. 383v, * Sommaria
relatione del credito et debito  della Fabrica di S. Pietro di Roma
per causa delle franchitie spectantino all'ecclesiatiche de secolari
et regulari delle gabelle del grano a rotolo, et di frutti, et agrumi
secondo li conti di Mons.ri Ill.  mi Nontii apostolici in Napoli,
oltre 1'altra gabbella agionta l'anno passato 1617 d'un altro grano
per rotolo>>, Napoli, 12 ottobre 1618.

TABELLA 3. Denaro delle franchigie delle gabelle del grano a rotolo e
sulls frutta  (giugno 1616--dicembre 1620) in ducati del Regno di
Napoli

Franchigia della gabella del grano a rotolo giugno
  1616--ottobre 1620                                    33.725. 3. 6
Franchigia della gabella del secondo grano a rotolo
  aprile 1618-dicembre 1620                             16.666. 9. 0
Franchigia della gabella sulla frutta settembre
  1616--gennaio 1619                                    17.738. 0. 12
Totale                                                  68.120. 1. 18
Provvigione per 1'esattore, mance a ufficiali e
  notaio e altre spese                                   1.101. 3. 7
Restituiti all'Annunziata, ai teatini, ai
  fatebenefratelli, all'ospedale dei
Pellegrini sulla franchigia della gabella del grano
  a rotolo                                               4.906. 3. 7
Regalia del nunzio                                       6.812. 0. 14
Versati alla Fabbrica di San Pietro                     53.211. 1. 10
Totale                                                  66.030. 3. 18

Fonte: Elaborazione da ARFSP, Arm. 11. A. 7, ff. 271r e 272r,
rendiconto diretto al papa (1621).
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Author:Giannini, Massimo Carlo
Publication:Studia Historica. Historia Moderna
Date:Jan 1, 2012
Words:16431
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