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'Prima persona': intervista a Erri De Luca.

Questa non e una vera intervista. E non vuole provare ad esserlo, nella consapevolezza condivisa con l'autore della difficolta di arrivare a risposte definitive. Piuttosto cerca di essere un monologo guidato da spunti per conversazione (una conversazione iniziata con i suoi libri e alimentata dalle varie interviste rilasciate dall'autore, (1) da cui deriva il carattere implicito della presente), nel tentativo di far luce su vari punti dell'opera di Erri De Luca (Napoli, 1950), in particolare della sua opera letteraria. Se alcune di queste risposte ricorrono in altre interviste, a conferma della fermezza del pensiero di De Luca, altre mettono in rilievo nuove immagini dello scrittore, che possono illuminare la sua opera per il lettore.

La schiettezza e disponibilita di Erri De Luca sono disarmanti. Prendendo al volo un invito per una 'chiacchierata' dopo un breve scambio di lettere e di domande lasciate aperte, arrivo a casa di Erri De Luca, in campagna fuori Roma, all'una passata, un mercoledi di Aprile. La casa, Erri l'ha ricostruita da una vecchia stalla, mi spiega piu tardi la signora Emilia De Luca, madre di Erri, in modo cosi cordiale e affabile che subito mi sento anch'io a casa. Mi ritrovo seduta a tavola con loro, tra un enorme camino ed una parete interamente ricoperta di etichette di vino, le stesse che il lettore sente sbattere al vento in una scena di Aceto, arcobaleno, il suo romanzo forse piu intimo, certo il piu riscritto, pubblicato da Feltrinelli tre anni dopo il romanzo d'esordio, Non ora, non qui (1989). Erri ha gia mangiato, essendosi svegliato presto come ogni mattina, oggi non per studiare e tradurre dalla Bibbia in Ebraico, ma per un commento mattiniero ai fatti del giorno per Telemontecarlo. Hai poi scritto un articolo sul 'caso Irving' da faxare a Il Mattino di Napoli nel pomeriggio, prima di scappare a Roma per la presentazione di un video sull'artista Giosetta Fioroni, a cui Erri ha partecipato, con un intervento sulla sua ceramica. Nonostante i tanti e diversi impegni di lettura, studio, traduzione, scrittura, critica, oltre a quelli piu mondani, Erri non esita a dedicare buona parte del pomeriggio a rispondere alle mie domande; e poi anche parte della sera, perche le domande non finiscono mai ... Dopo il caffe ci mettiamo a 'chiacchierare' nell'appartamento a fianco al loro, anch'esso opera sua: Erri parla, guidato al minimo da miei tentativi di domanda. L'essenzialita delle risposte qui riportate, nel tentativo di rendere le parole in modo piu fedele possibile, non rispecchia che in minima parte la forza dello scambio orale, l'incidenza del tono, l'espressivita dello sguardo. Rivela pero parecchio dell'autore e della sua opera, in particolare della sua opera narrativa, seppur tralasciando, per limiti di tempo e scarsa competenza di chi riporta l'intervista, l'altra passione di Erri, quella per l'ebraistica.

L'intervista ripropone le opinioni dell'autore su temi disparati, seppur connessi da un pensiero unico: la scrittura, la lettura, il senso della sua 'autobiografia', l'idea della 'seconda volta'; l'uso della voce narrante, del dialogo, del silenzio; lo sviluppo di temi ricorrenti quali il mare, l'isola, il pescare, le storie narrate; l'esperienza di militanza politica negli anni Settanta in Lotta Continua, e quella di volontariato; l'idea di comunismo; il rapporto con la lingua italiana e con il napoletano; l'esperienza di traduzione dall'ebraico, di critica letteraria in recensioni per giornali; il rapporto con il passato, con la sua opera, e con il suo pubblico. Sono proposte di tracce per il lettore per penetrare meglio la ricchezza dell'opera di Erri De Luca.

A che cosa stai lavorando al momento?

Sono alle prese con Sansone, nel Libro dei Giudici; sto finendo dei saggi di Mandel'stam dal russo, e dall'yiddish, sto traducendo Dovid Katz, il primo scrittore in yiddish della seconda generazione, nato in America, non uno scrittore yiddish, ma in yiddish.

Hai mai scritto, scrivi poesie?

Non sono un poeta; ho scritto delle poesie, delle schifezze, che non ho pubblicato, tranne quando mi hanno chiesto di fare una poesia sull'acqua (non una poesia scritta sull'acqua!), per educare a non sprecare l'acqua. (2) Spesso mi scappa qualche versaccio nella prosa, ma me li censuro perche sono troppo cadenti, risonanti; quindi li tolgo.

Eppure la tua prosa e poetica, ritmata, rispecchia l'oralita della parola parlata o recitata ...

Esprime un'acustica dentro che governa la mia scrittura. Quando scrivo sento le voci di chi parla.

E la voce narrante?

La voce che narra e la mia, i personaggi tutti conoscenti; scrivo tutti fatti miei, ospito la voce di loro. Possiamo ospitare intere folle 'in capa', ma anche li c'e sempre una voce narrante. Tre cavalli forse e il libro che piu corrisponde a me, e la voce piu coetanea alla mia, le altre sono un po' fuori asse con la mia eta: Tu, mio ha la voce narrante di un adulto prossimo all'adolescenza; Aceto, arcobaleno, e Non ora, non qui hanno la voce narrante di un uomo piu vecchio della mia eta.

Sono tutte prime persone narranti ...

Non posseggo la terza persona. Non sono padrone della storia, ne sono una parte, non ne sono il titolare, e nemmeno l'inventore. Un buffo vantaggio della modernita e quello di brevettare le cose. L'unico bene in natura che non puoi brevettare e un'idea, diceva il vecchio presidente degli USA, Thomas Jefferson. Gli scrittori brevettano i loro libri, si arrogano il diritto d'autore, mentre al massimo siamo redattori di varianti. Io nemmeno questo mi arrogo; pesco da accidenti di vita svolta.

La tua e una scrittura autobiografica?

Secondo molti scrittori, l''autobiografia' e una denigrazione della capacita di invenzione, una limitazione della liberta d'artista. E una gaglioffaggine invece per me inventare mondi, personaggi; arrogandomi la capacita di creare qualcosa mi renderei lo scimmiotto del Buon Dio.

Allora trascrivi la realta?

Ma non scrivo proprio dei verbali, la scrittura non e qualcosa di meccanico. E poi la vita e piu larga della scrittura; le persone sentono di non avere tempo, spazio nella scrittura. Le 'persone' li si scambiano qualcosa di piu intenso, si capiscono meglio, vanno dritto all'intimita, piu di quanto non facciano nella vita. La scrittura fa venire in loro piu prontezza di riflessi, fa emergere qualcosa di piu urgente, e anche di piu duro. Io la vita non la posso cambiare; non posso dare un'altra fine, ma una seconda volta, una seconda possibilita, e li le 'persone' si fanno piu male o piu bene. Come Salomone, hanno la saggezza di cuore, che non e una saggezza filosofica, ma una prontezza di riflessi, che sta alla base del sangue, la capacita di essere piu giusti nei confronti dell'altro.

Che cosa significa dare loro una seconda volta?

Quando Caia tocca la ferita sulla mano del protagonista di Tu, mio ... in quel momento della vita c'e stato solo un tocco di mano; dopo, quando riscrivi, quel tocco contiene di piu, e la seconda volta, perche sai gia come va a finire nella realta. Se sei un autore, questo non succede, sei 'padrone' della storia. Io, quando riscrivo, do piu intensita alla storia avvenuta, quando i 'personaggi' si incontrano, la storia va piu svelta, gli spiriti non vogliono perdere tempo.

Questo succede anche in Tre cavalli?

In Tre cavalli la distanza, la lontananza e trasformata in scrittura, distacco dalle cose, in una scrittura piu rarefatta, piu smozzicata che intera ... tutti questi a capo sono la riproduzione grafica di come si svolge il pensiero in testa.

Questo tuo ultimo romanzo e piu dialogico dei precedenti ...

Si ... Per non perdere tempo, per il principio della seconda volta. Tre cavalli e un resto di parole, di storia, un rimasuglio di uomo, di pensieri ... E un anno che e capitato alla vita del protagonista e poi condensa il tempo del suo passato in Argentina. E una seconda volta per via di vita, non di scrittura, non di storia; una seconda volta piu corta, breve, svelta; e la scrittura ne risente. E un percorso all'indietro, come quando sulla spiaggia col rastrello acchiappi qualcosa; cosi accade con la memoria, con un pezzetto ci fai l'intero. Qui si ritorna al rimasuglio, al dettaglio.

E anche un romanzo piu pieno di cibo, di cucina, dei precedenti. Riflette un'altra tua passione?

Passione, no; mangio cose molto semplici, pasta con aglio, olio, pomodori crudi. Cucino volentieri, si, la sera, ma sono solo pezzetti di alimenti, una base di fondo.

Questi ingredienti assumono un significato particolare nei tuoi romanzi? Ad esempio, in Tre cavalli il narratore dopo aver toccato il sangue si sporca le mani con l'olio, quasi a ridarsi vita ...

Un significato non so se ce l'ha. Col mio lavoro mi sono sempre spaccato le mani, erano sempre piene di sangue, che si mischiava con l'olio. Lo stesso succede a scalare.

E a pescare? Quanto tempo hai passato a pescare?

A Ischia, fino a sedici anni le estati. Non mi piacevano i coetanei, preferivo stare coi pescatori, con mio zio. Non sono mica buono a pescare, ma mi piaceva stare in mare, facevo da mozzo, dei lavoretti; se c'era da pescare allora pescavo, senno niente.

L'esperienza di pesca ti ha anche dato di sentire tante storie narrate ...

Sono di una specie familiare che le storie le ha ricevute in eredita; storie di fantasmi, terremoti, vulcani, guerre; storie loro [dei miei familiari], di loro precedenti; di un tempo in cui le storie passavano attraverso la voce, come un passatempo. La storia e uno strumento a fiato: in TV, sui libri non lo senti. Solo se ti passa per le orecchie, sei pronto a capirla, a chiederne conto.

A cosa servono le storie?

Sono un albero di trasmissione; attraverso le storie si compie il passaggio delle generazioni. Cosi sei gia predisposto alla tua vita, avendo imparato dalle storie.

Come hai iniziato a scrivere storie?

Ho iniziato da piccolo, scrivevo per farmi compagnia. Poi con l'eta ho iniziato a scrivere storie che non buttavo piu. Le ricopiavo, cambiando qualcosa, poi le lasciavo e ci ritornavo su. Cosi per trent'anni.

Aceto, arcobaleno e il tuo romanzo piu riscritto, vero?

Si, l'ho riscritto del tutto dall'inizio parecchie volte.

Vuoi dire che rivedevi il testo gia scritto?

No, l'ho proprio riscritto da capo piu volte. Mi sono tenuto compagnia con quelle persone scritte, rinnovando la loro conoscenza molte volte in molti anni.

Quando smetti di riscrivere una storia?

Se ti piace, se ne sei contento, quando non serve piu a tenerti compagnia. Le storie hanno un valore d'uso, servono a tenerti compagnia. Ora non si considera piu il valore d'uso delle cose, ma il valore di scambio. Per me le storie che scrivo hanno molto piu valore d'uso personale che di scambio. Se vanno bene per me, allora sono pronte.

Le fai mai leggere ad altri prima di pubblicarle?

No, una storia deve andare bene a me che la scrivo. E poi non ci tengo a piacere a tutti; preferisco dispiacere a qualcuno con metodo, cercando di evitare di piacere a tutti apposta; e un dono di natura. Bisogna evitare di piacere a tutti. Bisogna sapere di essere unilaterali e incondivisibili. Soprattutto in scrittura devi dispiacere a qualcuno. Poi puoi avere la fortuna di dispiacere a qualcuno di cui non ti importa niente.

Come sono i personaggi delle tue storie, dei tuoi romanzi?

I personaggi sono delle figure che non sono da seguire. Non li propongo come eroi. Sono dei malcapitati, si comportano come possono, cercando di non tirarsi indietro, perche questo mi e impossibile. Io sono cosi, sapendo di non avere scelta, non sono capace di tirarmi indietro. La nostra generazione rivoluzionaria ha fatto diventare rivoluzionarie persone che avevano vergogna di scappare. La vergogna e il sentimento politico per eccellenza. Impone la necessita di rispondere. Non la sopporti bene. L'amore lo sopporti bene. La vergogna no, ti rende forsennato; pero poi, agendo, te la sei scrostata di dosso. La vergogna te la cavi non scappando, perche e tanto piu grave il sottrarti, anche se non hai le doti per star li, non hai il coraggio, ma hai la vergogna di dire di no e quindi stai.

Questa e la tua esperienza degli anni Settanta?

Si e anche di recente, quando sono stato chiamato in Bosnia: non potevo dire di no. I sentimenti politici si erano gia manifestati. La Bosnia non me l'ero procurata io; chi ha libera scelta se la procura; io no, e ho obbedito.

Cosi sei andato anche in Africa?

In Africa ci sono andato sui trent'anni. Li invece ho cercato di andare; ho contattato parecchie associazioni di volontari, ho forzato la mano e sono stato punito, mi sono ammalato. Ho imparato che le cose decisive non vengono da una buona volonta, ti capitano. E io non mi so scansare. La vergogna presiede questo non scansarsi: e il presidente del consiglio dei nervi.

Cambiando argomento, come vengono accolte le tue traduzioni bibliche dall'ebraico? Tempo fa una tua traduzione ha dato adito a un diverbio tra esegeti sul numero di parole nell'alfabeto ebraico ...

Il modo in cui traduco non ha ricevuto nessuna critica. Quelle cose sono minori, delle inezie. No, anzi, ho ricevuto un mucchio di soddisfazioni immeritate sia da parte cattolica che da parte ebraica. Per le piccole critiche accademiche non me la sono presa.

E che cosa pensi del giudizio della critica sui tuoi libri di narrativa?

Di solito mi va molto bene coi recensori. E poi non riesco a provare contrasto, non mi sento offeso, in caso di opinioni critiche.

Anche tu sei critico di narrativa, scrivi recensioni, soprattutto di prosa contemporanea in yiddish, non e vero?

Si, soprattutto per Il Corriere della Sera.

Scrivi mai stroncature?

Di recensioni ne scrivo cosi poche, che mi sembra scemo consigliare di 'non' leggere qualcosa. Chi lo fa per professione, che ne scrive tante, ha per forza una quota di cose che non gli piacciono, degli sconsigliati. Io mi astengo da quelli.

Non scrivi mai di poesia? Ti piace leggerne?

La poesia e un combustibile di emergenza. Questo e un secolo che prometteva poca vita. Il poeta e avvantaggiato dal suo mezzo espressivo che gli consente di condensare tutto in fretta in poco tempo e spazio. Nel ghetto di Varsavia non si scriveva prosa ma poesia. Poesia ne ho letta molta quando ero militante a tempo pieno. La poesia allora dava una scarichetta elettrica, una barretta energetica che tonificava. A diciott'anni [quando sono andato via di casa] leggevo Brecht, un'antologia di poeti cinesi, Hikmet, Neruda, Lorca, Eliot ... i poeti andavano giusti per quell'eta di emergenza. In cella se ti ricordi dei versi e una consolazione.

Sei finito in carcere?

Succedeva a tutti quella volta, robetta, per una notte. Fa bene alla salute e alla reputazione.

Pensi che i giovani di oggi agirebbero nello stesso modo?

Anche la gioventu di oggi farebbe la stessa cosa, agirebbe come me; messa in quella situazione, non sarebbe scappata.

Tu rifaresti la stessa cosa?

Altroche.

E oggi come ti poni a riguardo? Oggi non c'e quel da farsi li, non c'e un da farsi a prescindere. E senza le condizioni di emergenza, non ci si inguaia la vita, la gioventu, per capriccio, non ci si addestra al sangue per curiosita.

Che cosa ti ha dato questa educazione?

Mi ha dato il diritto di cittadinanza che non avevo, a diciott'anni ero disertore. Lo stesso anche a Belgrado, l'anno scorso.

Facevi parte di un gruppo di volontari?

No, anche li per un po' di notti sono stato da solo. Sono individualista, non mi va di chiedere a un altro di fare la stessa cosa, se uno sente lo stesso si trova li anche lui. Per le cose cosi non ho bisogno di conforto, di compagnia; pero se uno si trova la tanto meglio.

Questo bisogno di cittadinanza pensi sia condiviso da molti?

Da altri no, nascono gia cittadini. Io non mi sentivo cittadino. Non mi sentivo legato a questo paese, a questa lingua. Ero stufo di tutto, della lingua. Sono andato via [di casa a diciotto anni] senza libri, non portavo mai libri con me in quegli anni, fino ai trent'anni; poi ho trovato la Bibbia, che ora porto con me quando mi sposto. Allora ero stufo di tutto, della lingua; volevo stare zitto; non mi piacevano neanche le canzoni.

Eri stufo dell'italiano?

Si, anche se mi piace l'italiano, e una piccola lingua del mondo, non l'abbiamo accompagnata in giro, l'abbiamo lasciata perdere; e non vogliamo insegnarla agli immigrati. E una lingua tenuta piccola da noialtri, pero e una bella lingua.

Sei 'nato' in italiano o in napoletano?

Sono nato in napoletano. Il napoletano e una lingua orale, lo so anche leggere, ma e una lingua da dire. La parlavo con mia madre, la lingua della citta intorno. L'italiano era la lingua di mio padre: in famiglia bisognava parlare italiano corretto, mio padre non sopportava la cadenza napoletana. Anche con mia sorella ho parlato poco napoletano, ma l'ho sempre parlato con mia madre.

Pero scrivi in italiano?

L'italiano e una lingua buona, dunque scrivo in italiano, non da italiano. Non sono uno scrittore italiano, ma uno scrittore in italiano. Non so se il napoletano e un'intensificazione. Tutti gli scrittori dovrebbero possedere un dialetto, dovrebbero partire con una specificita, un connotato indelebile. Quelli che sanno solo l'italiano lo abitano come una specie di albergo, anche di lusso; non e casa tua, non ci si sente puzza delle tue scarpe, del tuo asciugamano ...

Scrivi mai in dialetto napoletano?

Adesso scrivo una storia con il napoletano. Scrivo in un italiano che risente di un io narrante, un ragazzino napoletano che scrive in italiano con molto prestito, vicinanza al napoletano, nella preferenza per le parole tronche (come in yiddish), nell'uso ripetuto del verbo tenere ...

... e nell'uso di certi vocaboli 'intraducibili', come vope in Tu, mio.

Le vope sono dei pesci che pescavamo, non so l'equivalente in italiano. In Tu, mio la frase iniziale 'Il pesce e pesce quando sta nella barca' doveva essere in napoletano 'in 'ta murata', che e il muro, le pareti interne della barca, ma non me la sono sentita di lasciarla in napoletano.

E nel romanzo che stai scrivendo, cosa ti spinge a scrivere in napoletano?

Questo romanzo e ambientato a Napoli. Tiene conto, sotto forma di diario, del passaggio dell'eta, dello stato civile, dalla scuola dell'obbligo al mestiere di falegname, di garzone. Ma il protagonista, anche se lascia la scuola, e un ragazzo che legge; suo padre e analfabeta, ma inizia l'alfabetizzazione da adulto e ci tiene a far studiare il figlio. E una storia ebraica. A tredici anni si raggiunge la maturita nella tradizione ebraica: si e accolti in sinagoga a leggere la lettura del sabato. L'ebraismo e una comunita di regole, e questa e la cerimonia del Bar Mitsvah, che significa figlio della legge. In questo romanzo ho usato tredici anni come svolta nella vita del protagonista/narratore. Poi lui incontra un calzolaio dalla Polonia, nel dopoguerra a Napoli. E una storia sballata, l'unica cosa concreta e la citta di Napoli, la mia esperienza di questa citta. Il resto e tutta una fantasia.

Da cosa nasce questo nuovo uso della fantasia, questo distacco dall'esperienza vissuta?

Quest'estate combattevo con i topi, la casa era stata invasa, ho dovuto scoperchiare il tetto e rifare tutto nuovo. Da questo incidente nasce questo miscuglio di scrittura e fantasia; mi sento autorizzato a usare la fantasia. Pero da piu responsabilita scrivere fantasia, mi sento piu sorvegliato; non e che puo succedere qualunque cosa nei libri. Qui deve succedere un miracolo, che noi non registriamo, uno di quei tanti miracoli che succedono, in particolare a Napoli. Poi la storia precipita: e la convergenza di due amici verso un miracolo, sono due vite parallele, che vanno verso un urto.

L'amico e piu grande del protagonista?

L'amico e un vecchio calzolaio ebreo, gobbo e rosso di capelli.

Hai gia scritto molto del romanzo? Quando pensi di pubblicarlo? Si, ho gia scritto parecchio, ma e ancora troppo presto per pubblicarlo; non so se lo espurgo, se lo riscrivo. Mi mancano le pagine finali, anche se le ho gia in mente. E comunque la pubblicazione non e per quest'anno, sto ancora presentando l'ultimo romanzo, Tre cavalli: e ancora troppo presto.

Hai mai scritto di una donna protagonista / narratrice?

Si, due storie: 'Prima persona', (3) ambientata in un ospedale psichiatrico in Bosnia, e 'Lettera non chiusa'.

Non conosco quest'ultima. Di che cosa parla?

E una lettera di una donna in carcere per motivi politici che risponde al marito pure in carcere, ma per altri motivi. Lui sta per essere rilasciato e le chiede la separazione.

Qualcosa accomuna le due donne?

Sono due donne di una sola specialita, dentro una condizione limite.

Nella storia 'Prima persona' l'elemento della fotografia mi sembra centrale; la protagonista vi si attacca come a un amuleto.

In Bosnia ci tenevano tanto, gli piaceva tanto farsi fotografare, 'mettersi di fronte'.

Che ruolo ha la fotografia nella tua scrittura, nella tua vita?

Ho fatto delle foto, so i rudimenti della fotografia.

Tuo padre era un appassionato di fotografia, non e vero?

Si, gli piaceva molto; aveva una macchina fotografica 'instamatic'. Abbiamo album fotografici in quantita. Poi anche tante foto di altri.

A partire da Non ora, non qui, dove la fotografia e piu presente, il tuo stile di scrittura ricorda la tecnica fotografica, per la vividezza delle immagini che usi e la frammentarieta della tua prosa, per la brevita dei racconti e lo spezzettamento del narrato, diviso da pause spaziali ...

Degli spazi vuoti? Come lettore li preferisco. La pagina deve essere arredata, si deve vedere un a capo, un movimento. E come se dovesse piglia fiato.

E il dialogo come nasce?

Ogni tanto mi viene solo dialogo; non lo rigiro in resoconto.

Tre cavalli e molto 'parlato' ...

Tre cavalli ha molto dialogo, ci sono molti 'dice che ...'

Ma c'e anche molto discorso diretto e indiretto libero ...

Ah, gia, ci sono molte frasi senza le virgolette, che sono la voce di dentro, e frasi con le virgolette, che sono la voce di fuori ...

A cosa e dovuta questa scelta di discorso riportato piu implicito? A ingaggiare il lettore a decodificare il testo? In questo romanzo e un po' piu difficile capire chi parli ...

E piu difficile per il lettore; forse dovevo stare piu attento, cambiare carattere, magari aggiungere il corsivo per la voce di dentro.

No, non credo, gli avrebbe tolto il bello dell'implicito; il corsivo e troppo ovvio ...

Si, il corsivo non mi piace; e poi l'editore non si e opposto a questo uso del dialogo, quindi l'ho lasciato.

Cosi come il dialogo e i frammenti fotografici, il tuo narrato si dipana spesso per associazioni. E un uso della memoria proustiana?

Non lo so, non conosco Proust.

Voglio dire nel senso di oggetti, odori, sapori che provocano ricordi, associazioni ... Le associazioni sono fin troppe, bisogna tenerle a bada.

Aceto, arcobaleno e il primo romanzo che hai iniziato a scrivere. Com'e che non l'hai pubblicato per primo? Com'e il tuo rapporto con le case editrici?

Ho pubblicato Non ora, non qui per primo perche era gia li. Allora stavo da un'amica di Lotta Continua a Milano, che lavorava da Feltrinelli. Lei l'ha fatto vedere in casa editrice ed ho avuto subito un contratto di scrittura. Poi volevano altri romanzi, ma io volevo pubblicare Una nuvola come tappeto. Sono riuscito a fare un bel contratto per Una nuvola come tappeto con Adelphi; Calasso soprattutto mi ha aiutato a mettere a punto l'italiano. Ma poi hanno avuto paura di azzardi esegetici, cosi si sono ritirati, dopo avermi pagato. Allora Feltrinelli e tornata all'attacco e cosi ho venduto Una nuvola come tappeto due volte, ho fatto come volevo io, ma nel migliore dei modi. Qualche volta funziona prendere gli editori per il bavero. Pubblico anche dei piccoli libri, gratis, per piccoli editori, come Fahrenheit, Qiqajon, Quodlibet, L'obliquo, mentre dai grossi editori mi faccio pagare.

A cosa devi la tua fortuna all'estero? Sei molto tradotto?

Ora ho una nuova agente letteraria che va forte sull'estero. Gli ultimi romanzi hanno raggiunto le tredici, quattordici lingue. In Francia e in Germania e stato tradotto tutto di mio. In Spagnolo ne sono stati tradotti quattro. In inglese solo Sea of memory da Tu, mio.

E anche I colpi dei sensi, come The senses of memory da Myriam Swennen Ruthenberg.

Si, entrambi in America.

Conosci i tuoi traduttori, le tue traduzioni in altre lingue?

Quelle che conosco meglio sono quelle in francese; sono le uniche che controllo insieme alla traduttrice che me le manda sempre prima di pubblicarle.

Cambiamo argomento, torniamo all'ambientazione della tua narrativa: che ruolo svolge l'isola, Ischia, sfondo piu o meno evidente, ma sempre costante?

L'isola e Ischia ed ha uno sfondo autobiografico. Ci passavo tutte le estati, chiamavo i pesci per nome ...

Assume un significato metaforico, sta per il diverso, l'altro, il fantastico?

L'isola e quanto di meno metaforico ci possa essere, era il corpo che esultava, il sottopelle di natura, l'ultima buccia della bestia, dell'animale che scodinzola. Non si puo fabbricare una metafora. Per me non ha senso parlare di metafora, non partecipo del gioco del testo. I libri sono dei semilavorati che arrivano fino al capolinea della libreria. La metafora e un tram, che trasporta da una casa all'altra. Chi prende il libro sa la corsa sua.

Che valore hanno l'esperienza corporea, le sensazioni?

Tutto passa attraverso le senzazioni, l'esperienza prima del corpo. Le esperienze astratte non le so, sono mutilato di astrazione. Anche l'ebraico e senza astrazioni, non ha '-ung', '-heit', ma solo cose concrete. La conoscenza e fisica per l'ebraico. Il verbo ebraico che indica conoscenza,'iada', nel brano biblico si riferisce a conoscenza fisica della donna. Oppure quando e detto 'conoscerete Elohim', vuol dire per evidenza fisica, per prova, non per intelletto; non c'e l'astratto nella Bibbia.

Questo anche nella tua opera?

Questo mi corrisponde, corrisponde al mio modo di usare le parole.

E questa esperienza concreta passa attraverso i sensi. Ce n'e uno che ha il sopravvento sui cinque?

Il naso presiede all'amore.

E l'udito quando e piu intenso si trasforma in visione?

L'udito e l'acustica del racconto, e la voce che si sta srotolando. L'udito e condizione di scrittura, di preghiera, della storia, del tramandare le cose. La principale preghiera ebraica dice 'Ascolta Israele': ascolta, non fare altro.

E la visione quando nasce?

Gli ebrei nell'Esodo vedevano le parole di Dio, l'Esodo in un passo parla della parola 'vista', non udita.

E questa l'intensita che ti aspetti dai tuoi lettori?

Magari!

Mi parli del tuo passato, degli anni Settanta?

Noi siamo stati una generazione che non inaugurava, perche il secolo aveva gia inaugurato, noi abbiamo portato a compimento una storia iniziata prima, la guerra, il fascismo, la sua sconfitta. L'Italia in cui siamo cresciuti era piena di fascismo, tutti i funzionari erano funzionari fascisti ... le morti ... nel '66 di un ragazzo a Roma; il golpe di De Lorenzo ... Non solo in Italia, ma tutto intorno a noi c'era fascismo, in Spagna, in Grecia, il Mediterraneo era pieno di fascismo. Noi dovevamo completare un'opera interrotta, l'opera non terminata della Resistenza, un'opera per lo piu gappista (4) di citta, non di montagna. La lotta armata inizia qui, come radicamento a chiazze di leopardo, come guerra dei GAP, come sabotaggio, come tecnica del colpire e poi sparire.

Che ruolo avevi in Lotta Continua?

Ero responsabile del servizio d'ordine, addetto alle manifestazioni in piazza, della resistenza illegale di Lotta Continua.

Fino a quando?

Fino al '76 quando il gruppo si scioglie.

Pensi che il comunismo non esista piu?

Il comunismo non e un ideale, ma una prassi. Quella prassi non esiste piu. Prima chi si dichiarava comunista condivideva una prassi. Ora, senza la prassi condivisa da una folla, dichiararsi comunista e come dichiararsi aristotelico, e dichiarare un ideale, mentre il comunismo non ha luogo senza la prassi. Il comunismo e un luogo da difendere, non da raggiungere; ci si era gia dentro, non bisognava conquistare degli indomani luminosi ... La prassi e fatta di riunioni, volantini, carcere, di ogni forma di sabotaggio di poteri, ad esempio come convincere la gente a non pagare il biglietto sull'autobus. Significa essere infettivo, essere un sabotatore perpetuo: mangiare gratis alla mensa universitaria, non pagare le bollette dell'ENEL, piantare un casino sull'autobus per rifiutarsi di pagare la corsa. Era un intralcio perpetuo e coincideva col rischio di violenza. Essere comunista di prima mano io l'ho praticato. Dichiararsi comunista al di fuori di quello e fasullo. Oggi e una gagliofferia per me chiamarsi comunista; non si puo essere comunista senza la comunita infettiva, contagiosa del comunismo.

Com'e cambiato il comunismo?

Non lo so com'e cambiato nel mondo. Io ho visto questo, in Italia, non in Russia, in Cina, non quello di Berlinguer; il partito che si trascinava l'aggettivo comunista per eredita e non vedeva l'ora di cambiare nome.

Rimpiangi quei giorni di comunismo?

No, non rimpiango niente. Ho la coscienza a posto anche per le cose peggiori che ho fatto. Le cose non si rimediano, ho rotto teste ... ma non rimpiango niente, lo rifarei in quelle condizioni. Oggi rompo le noci con la testa, uno scherzetto che faccio con amici.

Cambi questo passato con la 'seconda volta' della tua narrativa? La seconda volta e per riscrivere la vita, ma non quella storia, non piu.

E un modo per 'digerire' il passato, per elaborare il lutto dei fatti accaduti?

No.

Questa 'seconda volta' narrativa e un esempio della nostalgia che ha tanta parte nella letteratura contemporanea di fine secolo?

No.

Hai nostalgia per il tuo passato, il tuo vissuto?

No, non vorrei tornare in nessuna delle sue stazioni, nemmeno nell'innocenza, non vorrei tornare bambino.

E cambieresti l'epoca in cui vivi con un'altra?

No. Le altre non le conosco, non penso che siano migliori della mia.

Che cosa ne apprezzi?

Il non dover rispondere a nessuno.

Tornando al tema dell'autobiografia, pensi che serva come mezzo per conoscersi?

No. Io so solo quello che e successo. La scrittura da un formato piu pressante, piu pressato. Solo che nella scrittura sento la vita una seconda volta, e una bella visita; ho la fortuna di avere un pezzetto restituito dal passato.

La tua opera invia dei messaggi?

No, niente.

Hai un pubblico particolare a cui la indirizzi?

Non parlo a un pubblico, ma a un vuoto, con la mia scrittura. Poi qualcuno decide che risponde e mi corrisponde. E la possibilita della seconda volta in scrittura. Poi avvengono incontri, non per la qualita della scrittura, ma per il bisogno di coincidenza del lettore. Celine coincideva con me, al ritorno a Napoli, dopo il terremoto. L'acidita di Celine di Viaggio al termine della notte era uguale al mio Ph. Li ho coinciso con un vecchio libro che perdeva pagine mentre lo leggevo in metropolitana. Sono incidenti di incontri, capitano come gli amori, gli odi. Sono coincidenze o anche miracoli, qualcosa li fa capitare; cadono e accadono continuamente. Noi siamo sempre 'vivi' per miracolo, anche se non ce ne accorgiamo.

Il silenzio mi sembra una costante delle tue opere. Che ruolo gioca? E un silenzio anche politico?

Il silenzio? In Non ora, non qui e un silenzio imploso, sono parole dal di dentro, anziche dal di fuori.

Anche in Tu, mio e molto presente, nella condivisione silenziosa della vita da pescatore, a Ischia.

Il silenzio di Tu, mio e il silenzio di chi sa che in mezzo agli adulti bisogna tacere, e un silenzio 'legale', accettato come condizione.

E in Aceto, arcobaleno c'e un silenzio di fondo su cui emergono le tre storie? In Aceto, arcobaleno c'e un rumore di fondo, un Re diesis minore, cioe il Mi bemolle minore, che e il basso continuo dell'Oro del Reno di Wagner, che rende il rumore del mondo all'inizio. E un'immagine che non e esplicita nel romanzo. Il Re diesis minore poi sarebbe il Mi bemolle minore, ma io lo chiamo Re diesis minore perche ha piu accidenti in chiave.

In un passo di Una nuvola come tappeto metti a confronto Cristianesimo e Ebraismo. Al centro della prima religione c'e la transustanziazione, il cibarsi del corpo e del sangue di Cristo, della seconda l'attingere al sacro decifrandone le sue lettere scritte. (5) Tu ti dichiari 'non credente'. Che influenza hanno su di te le due religioni?

Io sono un Wojtylista. Wojtyla mette insieme le due religioni; non accetta il biteismo della interpretazione corrente della Bibbia. Wojtyla va a ricalcare i passi dell'Antico e del Nuovo Testamento, per dare evidenza di un unico Dio.

A proposito di ebraismo, hai in progetto altre traduzioni?

Non lo so, ora sto traducendo Sansone; a maggio uscira per Micromega il Salmo II, con note e commento.

Tornando alla tua narrativa, in Tu, mio c'e un cambiamento radicale di identita del protagonista / narratore che ospita la voce del padre di Caia, morto nell'olocausto. C'e un impossessamento. Quando si e guardati da una persona amata con tanto errore si finisce per tentare di aderire a quell'errore, di cercare di esserne all'altezza. Come Dio dice a Israele 'siate santi', cosi si finisce per cercare di essere santo e qualcuno ci riesce pure. L'amore continua questi svarioni di prospettiva, che costringono a essere migliori. Se una ragazza a sedici anni ti ama pensandoti suo padre, dall'altra parte il padre ti sta dando una mano e ti insegna come fare per essere indelebile. Alla fine va tutto li, nell'essere indelebile, visto che non ci possiamo portare dietro niente.

Anche in Tre cavalli c'e un simile impossessamento da parte di una voce altrui, della voce del ricordo nel protagonista / narratore ...

Laila glielo tira fuori, stabilisce un'ipnosi acustica che lo costringe a dire.

E Selim, che ruolo ricopre nel romanzo?

Non so cosa e Selim. So chi e, l'ho conosciuto. Era uno che ti poteva tagliare la gola con lo stesso sorriso con cui faceva un mazzo di mimose; ma questo non vuol dir niente di male, solo la nostra capacita semplice di uccidere, come di amare.

Tre cavalli mette in scena un giardiniere, ma il mare e sempre presente sullo sfondo. Che funzione ha?

Il mare e sempre lo scampo ... in questo romanzo si e marinai spiaggiati, che non ripigliano piu il largo ...

Cosi ha termine l'intervista. Erri De Luca mi ha gia concesso molto piu tempo e disponibilita di quanto non sperassi. Per le tante domande non fatte per mancanza di tempo, per cui, dico, ci vorrebbe tutta una vita, Erri risponde che allora e bene aspettare la vita per farle.

A Erri, grazie delle risposte.

Bibliografia delle opere di Erri De Luca

Fiction

Aceto, arcobaleno (Milano: Feltrinelli, 1991)

I colpi dei sensi (Roma: Fahrenheit, 1993)

In alto a sinistra (Milano: Feltrinelli, 1994)

'La citta non rispose', in F. Parazzoli, A. Franchini (a c. di), Italiana. Antologia dei nuovi narratori, (Milano: Mondadori, 1991), pp. 165-70

Lettere a Francesca (Napoli: Guida, 1990)

Non desiderare la donna d'altri, 'Lettera non chiusa', in Arnaldo Colasanti (a c. di), I dieci comandamenti (Milano: Rizzoli, 1997), pp. 159-63

Non ora, non qui (Milano: Feltrinelli, 1989)

Tre cavalli (Milano: Feltrinelli, 1999)

Tu, mio (Milano: Feltrinelli, 1998)

Tufo (Napoli: Dante & Descartes, 1999)

Una nuvola come tappeto (Milano: Feltrinelli, 1991)

'Una storia di strada', MicroMega 5 (1995), pp. 166-76

Traduzioni dalla Bibbia in ebraico

Esodo/Nomi (Milano: Feltrinelli, 1994)

Giona/Iona (Milano: Feltrinelli, 1995)

Kohelet/Ecclesiaste (Milano: Feltrinelli, 1996)

Libro di Rut (Milano: Feltrinelli, 1999)

Non fiction

Alzaia (Milano: Feltrinelli, 1997)

L'urgenza della liberta. Il Giubileo e gli anni sacri nella loro stesura d'origine dal libro

Levitico/Vaikra (Milano: Feltrinelli, 2000)

Ora prima (Magnano (BI): Edizioni Qiqajon, 1997)

Pianoterra (Macerata: Quodlibet, 1995)

Prove di risposta (Roma: Edizioni Nuova Cultura, 1994)

Collaborazioni

De Luca, Erri, Yvan Goll, e Giorgio Bertelli. La rivolta di Giobbe (Brescia: L'obliquo, 1998)

--, e Angelo Bolaffi. Come noi coi fantasmi (Milano: Bompiani, 1998) Delogu, Marco, e Erri De Luca. Cattivita. Ritratti dal carcere (Roma: Stampa alternativa, 1999)

--. 'Agatone', in Marco Delogu, Ritratti (Roma: Millelire, Stampa alternativa, 1994)

(1) Oltre ai pochi lavori accademici sull'autore, e all'intervista rilasciata a Myriam Swennen Ruthenberg ('Written Exam: A Silent Interview with Erri De Luca', Gradiva, 7.1 (1999): 51-62), si considerino i numerosi articoli pubblicati su giornali e riviste, e in particolare le seguenti interviste: Dario Biagi, 'Calce e pennarello', King, 60, febbraio 1993: 90-93; Roberto Carvelli, ''Inchiostro, arcobaleno' Intervista a Erri De Luca', Storie, 16 (1995): 11-15; Grazia Casagrande, 'La scrittura come occasione', Le interviste del cafe, 15 ottobre 1999; Elena Dallorso, 'L'isola? L'esilio delle scarpe. Intervista a Erri De Luca', Alp, 168, aprile 1999: 8-12; Anna De Laura, 'Quel ponte di Mostar. Stralcio da una conversazione con Erri De Luca', La rivista del volontariato, 15 aprile 1994: 19-20; Enzo D'Errico, 'Gennariello, scugnizzo di Pasolini', Il Corriere della Sera, 6 ottobre 1994, 25; Cristina De Stefano, 'Silenzio e pagine', Elle, ottobre 1992; Paolo Di Stefano, 'Erri De Luca. Vi racconto il mio viaggio al termine delle botte', Il Corriere della Sera, 12 Aug 1994: 19; Paolo Di Stefano, 'Eppure un tempo lottavamo. Una generazione perduta?', Il Corriere della Sera, 21 ottobre 1992: 6; Costanza Ferrini, 'Noi del Sud, funi sommerse nel mare', Il Manifesto, 6 dicembre 1992: 13; Stefano Grassi, 'Il muratore prestato alla letteratura', Millelibri, marzo 1993: 55-57; Titti Marrone, 'Il mio affanno tradotto in storie', Il Mattino, 13 settembre 1992; Giovanni Mazzarella, 'Erri De Luca e l'isola d'Ischia: 'E il mio panorama definitivo'', Il Giornale di Sicilia, 20 aprile 1998: 64; Alessandra Olivucci, 'Dalla calce alla penna', Vita e salute, aprile 1997; Fulvio Panzeri, 'Il lampo inciso nella parola', Avvenire, 12 settembre 1992; Fulvio Panzeri, 'Erri De Luca sull'isola dei segreti', Avvenire, 14 febbraio 1998: 20; Francesca Pedrollo, Giampiero Segneri, Antonella Serandrea, 'Parole all'altezza del cuore', Cous cous, 10, febbraiomarzo 2000: 39-43; Generoso Picone, 'In nome del padre, ecco il mio aquilone', Il Mattino, 25 settembre 1994; Generoso Picone, 'Amore e rivolta', Il mattino, 15 febbraio 1998: 11; Mariella Sciancalepore, 'Tu, mio', Mosaico di pace, 1 giugno 1998; Michele Trecca, 'Silenzio, parla la pietra e dice antichi proverbi', La Gazzetta del Mezzogiorno, 20 gennaio 1993; Camilla Valletti, 'Non alla roccia, ne alla parola', Alp, 96, aprile 1993; Claudio Velardi, 'Aceto, arcobaleno, lo specchio dell'uomo', La Repubblica. Napoli, 13 settembre 1992: 11; Pierluigi Vito, 'L'uomo fuori dal 2000, Graffiti. Mensile dell'Azione Cattolica Italiana, febbraio 2000: 30-31.

(2) La poesia 'Notizie sull'acqua' e stata richiesta a De Luca dal Centro Studi e Comunicazione Ambientale Antartide. E stampata su una cartolina con un chiaro intento di ampia diffusione, nel tentativo di creare una coscienza di risparmio di energia, in particolare d'acqua. Nel definire le svariate forme e i molteplici usi dell'acqua, la poesia riflette l'impegno morale dell'autore, riecheggiando in punti un tono biblico ('Chi la spreca verra assetato. / Chi la conserva verra dissetato') e concludendosi con il monito: 'Ognuno di noi sara pesato a gocce'.

(3) 'Prima persona' pubblicata in Italiana (Milano: Mondadori, 1991, 165-70) racconta gli aiuti umanitari inviati in Bosnia dalla prospettiva di una ragazza bosniaca malata di mente (la prima persona del racconto). La forza dirompente della storia sta nella difficolta di comunicazione della protagonista/narratrice che contrasta con la sua capacita umana di andare verso l'altro e col desiderio di evadere la propria situazione, che e allo stesso tempo la prigionia della guerra.

(4) Dall'acronimo GAP: 'gruppi armati partigiani'.

(5) '... il cristiano assaggia nell'ostia e nel calice l'ombra del corpo e del sangue del suo Messia. L'ebreo taglia sul testo pezzi del nome di Dio, non simboli ma lettere sue medesime, orma da orma. Il brivido di attingere al sacro e qui doppiato dall'entusiasmo segreto di chi partecipa della sua sorgente. Il nome di Dio che questa tradizione assume, a differenza di altri, non e declinabile d'un fiato' ('Un nome di Dio', Una nuvola come tappeto. Milano: Feltrinelli, 1991, 55).

Marina Spunta, University of Leicester, UK
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Title Annotation:article in Italian
Author:Spunta, Marina
Publication:Annali d'Italianistica
Date:Jan 1, 2000
Words:6570
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