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"Il buon poeta e il piu bugiardo": Adulazione e falsita nella letteratura barocca.

1. "Lo sfrenato amor di dir il vero"

La trattatistica teorica del Seicento si e impegnata a dare ordinata sistemazione alle modalita con cui la letteratura deve rivolgersi al potere. Non ha inventato nulla, giacche essa si limita a riformulare pratiche gia largamente diffuse tra Rinascimento e Controriforma, ma solo nella prima meta del XVII secolo gli intellettuali appaiono esperti nell'elaborare una strategia elocutiva inquadrata in un contesto di oratoria politica. Il letterato dunque interviene attivamente e in modo preciso nel dibattito circa il dominio della parola, con la chiara consapevolezza che il linguaggio della letteratura possa contribuire, attraverso la molteplicita dei generi in poesia e in prosa, a quel disciplinamento delle coscienze che costituisce una delle istanze essenziali della civilta barocca.

Non sorprende percio di ritrovare nei testi seicenteschi un ricco campionario di discorsi politici, i quali finiscono col funzionare come un modello di comunicazione nei confronti dei detentori del potere, siano essi i rappresentanti dell'assolutismo o gli "ottimati" delle istituzioni repubblicane. La sostanziale identita dei registri espressivi, nonostante le inevitabili contrapposizioni apologetiche o encomiastiche, consente di intravedere una certa uniformita dal punto di vista stilistico e topico: del resto la letteratura dell'eta barocca si dimostra bene informata sulle vicende e le dinamiche politiche, sulle quali si riflette sempre ricorrendo al confronto o "paragone" con gli antichi. Tutto cio impone, da parte del letterato, e specialmente del letterato cortigiano, ovvero quello stipendiato da un signore e impiegato presso uno dei tanti centri cortigiani dell'Italia di Antico Regime, un sistema di severo controllo sulla nozione di veritas, rifuggendo non solo da avventate dichiarazioni di onesta intellettuale, ma anche attenendosi alle aspettattive, spesso velleitarie, del mecenate.

Per meglio intendere la complessita del rapporto tra politica e letteratura e necessario non dimenticare che lo scopo dell'autore e ottenere il consenso (e il compenso) attraverso gli elogia: cosi la letteratura, al pari della storiografia, si fa strumento di elaborazione di una oratoria di consumo, talvolta prodotta anche per usi contingenti, fino a divenire il principale alimento della legittimazione ideologica o dell'istanza celebratoria. La concatenazione argomentativa dei topoi, nel grande laboratorio della letteratura barocca, in perenne attivita dal punto di vista della discussione sulla liceita del potere, e pressoche obbligata, giacche dipende dall'opportunita di sostenere il principe--o il pontefice--nella routine quotidiana dello scontro tra fazioni.

Ben lo sa un genio della politica seicentesca come il marchese Virgilio Malvezzi, il quale si diffonde in continue meditazioni sulle forme con cui si esalta il potere, come se aspirasse a codificare, dentro la cornice teorica del tacitismo, un nuovo genere di oratoria politica, forgiata pero nell'officina dello storico piuttosto che del retore. Cosi nelle pagine iniziali del suo Romulo, un romanzo storico la cui prima edizione e del 1626, Malvezzi avverte il lettore che "i fatti de' principi hanno ogn'altra faccia che la vera"; anch'essi infatti come "tutti gl'uomini fanno errori", ma pochi tra i principi "doppo avergli fatti gli vogliono udire": pertanto, aggiunge con disincantato realismo, "o bisogna adulargli, o tacere". Malvezzi e perfettamente consapevole che il potere ha bisogno degli intellettuali, e in particolare dei letterati, quali dispensatori di legittimazione e di prestigio, in veste insomma di propagandisti e panegiristi. Orbene, osserva Malvezzi, il colloquio tra potere e letteratura non sempre e disteso, e anzi spesso risulta improntato a un'accurata selezione strumentale delle veritates storico-politiche, per evitare il rischio di trapassare dall'epico al satirico: "Hanno anche gl'adulatori per cosi fatto modo aggrandite le azioni buone, che il dirle puramente e interpretato a biasimo, perche la verita della lode che si sente e diminuzione di quella che si crede".

Fondamento, e limite, del colloquio con il potere e dunque un pragmatico senso di soggezione di fronte al desiderio di "gloria" di colui che governa i sudditi: "[...] dedicare i sudori alla sola gloria e diabolico", ammonisce Malvezzi senza peraltro deplorare la puerile ostinazione di assicurarsi fama imperitura: "[...] aver solo pensiere all'utilita dei posteri e concetto o sovrumano o stolido" (Romulo 75). E inevitabile che alla letteratura barocca sia connaturata una forte dose di cortigianeria, ma nella prospettiva delineata da Malvezzi si scorge l'orgogliosa consapevolezza con cui la figura dell'intellettuale funzionario di corte esercita il proprio ruolo (Arico 2007). Al di sotto di lui, nel corpo sociale, nessuno sa come rivolgersi al principe e come corrispondergli gradualmente la verita che questi vuole sentirsi dire. All'assolvimento di queste mansioni sono infatti rivolte in modo piU diretto altre opere dello stesso Malvezzi, tra le quali i giovanili Discorsi sopra Cornelio Tacito (1622) occupano un posto di primissimo piano. Le potenzialita di sviluppo della letteratura nell'eta della Controriforma si creano insomma con il favore della corte, e dunque con il sostegno e la mobilitazione di risorse non soltanto intellettuali, bensi anche e soprattutto politiche.

Certo il tiranno assoluto del Seicento e lontanissimo dall'ideale platonico del monarca filosofo. E anche quando tra potere e cultura s'instaura una convivenza (e convenienza) che dovrebbe alimentarsi di reciproca fiducia, le ragioni dello Stato, nel senso che il Botero dava al costrutto, non permettono che la letteratura resti soggetta alla verita. Per schivare il rischio di una eccessiva allusivita, il potere richiede che le sue qualita siano presentate, e trasmesse ai secoli successivi, secondo un modello obbligato: ovvero un modello che impone di rispettare il marchio aulicamente sostenuto del purpuratus, "sempre intrepido, sempre magnanimo" (Tarquinio superbo 128), come auspica il Malvezzi nella dedica del suo secondo romanzo storico, Tarquinio superbo (1632).

Vi e qualcosa di paradossale in questa fiorentissima trattatistica storicopolitica. La capacita di intuire le esigenze del potere resta talora offuscata dalla "nebbia della menzogna", poiche il sempre piU perfezionato bagaglio di argomentazioni encomiastiche, fa notare Torquato Accetto nella Dissimulazione onesta (1641), "spesse volte" confligge con lo "sfrenato amor di dir il vero" (1213). La letteratura insomma si inquadra in una tipologia retorica adatta, beninteso, a imbastire discorsi ambigui, poiche appunto "in questa vita non sempre si ha da esser di cuor trasparente" (Accetto 72). Passo illuminante, in quanto aiuta a comprendere la varieta di usi cui e suscettibile il vero, piU o meno arbitrariamente considerato come la presunta autenticita di colui che compone il testo. Il prudente Accetto d'altronde sapeva quale terreno minato fosse la verita in letteratura, e percio si impegnava a descrivere il penoso gravare della dissimulazione sull'attivita intellettuale. Il cerimoniale delle lodi rientra del resto nelle incombenze del letterato, al fine sottinteso di controbilanciare la cruda realta con l'esercizio dell'affabulazione, esaltando quando opportuno anche la stirpe del principe.

La riflessione sul "lume della verita" contenuta nella Dissimulazione onesta acquista pertanto sostanza politica e morale, giacche "il vero non si scompagna dal bene", sebbene Accetto si ingegni altresi a dimostrare che la verita "e variabile" o addirittura "multiplicata", si noti, "potendo questa passar dal vero nel falso, secondo il corso dell'opinioni". Il concetto di verita multipla sembra presupporre, in negativo come in positivo, la incessante mutevolezza dell'intelletto umano, distinto dal "divino intelletto", il quale invece e "immutabile". Ne poi lo stesso Accetto, per quanto retoricamente dotato, appare in grado di rinunciare alla dimensione epidittica dell'argomentare, finendo con l'asserire che "la vera bellezza e nella verita stessa" (Accetto 14-16).

Impalcatura fondamentale di questo sistema e, come si e detto, la corte (Betti 280-90). La vita letteraria, naturalmente, non e chiusa nella corte, ne la letteratura barocca coincide con un catalogo di ampollosi panegirici. Eppure anche quando si volge lo sguardo alla letteratura non illustre, la corte costituisce una categoria fondamentale del discorso. Il letterato cortigiano non puo ovviamente non compiacersi dell'indubbio prestigio che gli deriva dall'essere parte di una elite da cui dipendono le sorti della collettivita. In questo contesto non manca di esprimere le sue competenze un altro operoso trattatista, Matteo Peregrini, a lungo impiegato presso la cerchia del cardinale Antonio Barberini. Peregrini e un ecclesiastico, e sulla base della sua fede ragionata, fornisce all'aspirante letterato di corte un prontuario di precetti valido sia nell'ambito secolare sia nel controverso mondo della religiosita cattolica. Suggestione larga e durevole hanno nel corso del XVII secolo i suoi manuali di comportamento, il Savio in corte del 1625, e il piu ambizioso Difesa del savio in corte, pubblicato nel 1636. Sotto la garanzia delle certezze neoaristoteliche, i fili dialettici dell'argomentazione sono riannodati in una sequenza ininterrotta di istanze con tutti i crismi dell'ufficialita. In fondo il letterato, dichiara il gesuita Daniello Bartoli nell' Uomo di lettere difeso ed emendato (1645), altro non e che "uno spettatore in un teatro di sempre nuove e tutte nobili maraviglie", al quale "l'uso delle lettere" ha "raffinata la mente e purgato il discorso" (326).

2. Il cuore nascosto

Mascherare idee e sentimenti e nel Seicento una forma elementare di autoprotezione. Lo riconosce persino l'appartato Fulgenzio Micanzio, allievo e biografo di Paolo Sarpi, anch'egli frate servita, attento osservatore dei mores della sua eta e studioso degli ordinamenti pubblici: "Non e possibile conversar se non in mascara; chi palesasse realmente tutto che passa per mente, oh Dio! Ma ciascuno ha mascare infinite, le cava e mette, secondo con chi tratta, e muta ad ogni momento; se ragioniamo in dui, e viene un terzo, e necessario mutare. Ora, l'imprudente erra mettendo la mascara che non conviene con colui che tratta" (844). (1) L'idea che l'intera vita sociale debba svolgersi sotto il segno del travestimento si fa insistente proprio la dove essa assume il significato di una grande rappresentazione collettiva: "Chi nasce nella gran scena del mondo dovrebbe sapersi vestire di molti abiti, per potere in questa comedia rappresentare diversi personaggi" (241), osserva il Malvezzi nel Davide perseguitato del 1634. E vero d'altra parte che una tale impostazione mentale, avente il suo fulcro in un'esperienza retorico-letteraria, appare condizionata dalla simbiosi strettissima con il potere politico, simbiosi entro cui l'intellettuale si configura come un professionista postosi al servizio della comunita, la cui sopravvivenza dipende dallo zelo del principe. La crescente intimita e il condizionamento reciproco fra l'apparato politico-amministrativo e l'attivita culturale favorisce cosi nell'Italia del XVII secolo--al tempo, non lo si dimentichi, colonia spagnola--lo sviluppo di istituti retorici e comportamentali da cui dipende la fortuna e il successo delle carriere. Quei medesimi trattatisti che tendono a unificare tutte le regole della condotta personate nella vita sociale, hanno assicurato la loro obbedienza ai detentori del potere, primo fra tutti il bolognese Malvezzi, asceso alla prestigiosissima carica di storiografo ufficiale (e diplomatico) di Filippo IV, e parimenti Tesauro e Accetto.

Nel ventunesimo capitolo della Dissimulazione onesta si percepisce, sotto la parvenza di una costruzione logica rigorosa, la malcelata diffidenza dell'autore per la sincerita (D'Ascenzi 471-76; Landolf 9-19). I meccanismi argomentativi di Accetto si perfezionano proprio la dove riescono a codificare un atteggiamento ispirato al criterio della prudenza, la quale appare press'a poco una necessita nelle quotidiane vicende, e sempre piu connessa alla virtu della discrezione. Meglio attenersi a un contegno artefatto piuttosto che acconsentire alla spontaneita, secondo un'impostazione rigoristica in qualche misura disposta a raccogliere l'eredita cinquecentesca della sprezzatura, ma ora--nell'eta controriformistica--non scompagnata da una piu precisa nozione di autodisciplina. Lecitamente dunque, in linea di principio, "pud ogni uomo, ancorch'esposto alla vista di tutti, nasconder i suoi affari nella vasta ed insieme segreta casa del suo cuore" (Accetto 63-64).

E fondato pensare che Accetto si rendesse esattamente conto della portata di certi postulati sul piano comportamentale. A ribaltare gli iniziali rapporti di fiducia tra gli uomini del Seicento interviene nella Dissimulazione onesta la cospicua rilevanza assegnata alla "prudenza", che nelle proposizioni di Accetto si traduce essenzialmente in "diligenza del nascondere", dove il compiacimento per il "celarsi" interviene a completare una complessa pedagogia dell'apparire. Il ritornare degli stessi temi nel corso dell'intero secolo impone di inquadrare in questa prospettiva quel tipo di trattatistica che propone al "giudizioso lettore" gli strumenti con cui interpretare il denso paradigma della civilta barocca. In forme variamente concepite e articolate, la correlazione tra "prudenza" e "verita" costituisce un nucleo centrale anche nel piu importante trattato retorico del secondo Seicento, il Cannocchiale aristotelico del conte torinese Emanuele Tesauro. (2) Sebbene lasci in secondo piano alcune delle matrici etico-culturali cui si ispira Accetto, e significativo che lo stesso Tesauro contribuisca alla riflessione su un argomento che ai contemporanei, stante il clima di inquietudine intellettuale, appariva decisamente preponderante: "Non piccola differenza", precisa il Tesauro, "passa fra la prudenza e l'ingegno. Perd che l'ingegno e piu perspicace, la prudenza e piu sensata: quello e piu veloce, questa e piu salda; quello considera le apparenze, questa la verita" (Tesauro 32).

Un'immagine complessa della "verita", dunque, una sorta di compendio che documenta un ripensamento relativo al significato tutt'altro che univoco del "vero". Gia l'energico Accetto aveva cercato di stabilire un ordine in questo accumulo di precetti, spesso effimeri, certo in una nuova prospettiva di cultura psicologica. Proprio su questo terreno l'antico segretario dei duchi Carafa sembra formulare la sua arguta teoria "della dissimulazione" a beneficio di coloro che, "amando come sempre la verita", cercano nondimeno di fuggire "il danno" o il "pericolo" derivante dal "dir il vero" (Accetto 12-13). Rispetto alla letteratura cinquecentesca c'e una variante importante: nel microcosmo delle piccole corti signorili italiane, fortemente condizionate dall'antagonismo tra le monarchie di Francia e Spagna, a partire dalla fine del Concilio di Trento assume notevole incidenza la figura del letterato politicamente impegnato, ossia disposto a intraprendere una rischiosa carriera in cui la principale rimunerazione deriva dal servizio prestato entro la sfera di azione diplomatica e giurisdizionale (si pensi solo a personaggi come Fulvio Testi e Traiano Boccalini). E una svolta decisiva, che provoca un radicale cambiamento dello statuto sociale del letterato, fino a esasperare il contrasto con la figura del letterato-segretario tipica del XVI secolo.

Domina questa svolta la forte asseverazione con cui Accetto ribadisce l'impronta di decoro che egli assegna al "dissimulare", divenuto un'esigenza obbligata per ogni aspirante alla carriera cortigiana: "La dissimulazione e una industria di non far vedere le cose come sono. Si simula quello che non e, si dissimula quello che e" (Accetto 31). Il piu incisivo elemento di novita introdotto dalla Dissimulazione onesta consiste nel fatto che Accetto si provi a impostare un piano di collaborazione tra l'uomo di cultura e le istituzioni entro una precisa distinzione di ruoli (Arnaudo 488-95). A conferma si pud addurre che egli non si sottrae al confronto con la natura spesso crudele del potere, il quale talora fagocita proprio coloro che ne hanno assicurato il consolidamento: "Orrendi mostri son que' potenti, che divorano la sostanza di chi lor soggiace". La necessita del dissimulare alla "presenza de' tiranni" (Accetto 59) costituisce in effetti la trama di fondo del libello di Accetto, il quale si propone invero di istruire il lettore a valutare attentamente, in un'eta tempestosa come il secolo XVII, la fisionomia della piramide sociale, con i suoi vistosi sussulti politicodinastici e i suoi umbratili e instabili centri di potere: "Gran tormento e di chi ha valore, il veder il favor della fortuna in alcuni del tutto ignoranti; che senz'altra occupazione, che di attender a star disoccupati, e senza saper che cosa e la terra che han sotto i piedi, son talora padroni di non picciola parte di quella" (Accetto 57).

Non v'e dubbio che nell'algida testimonianza di Accetto si trovi una conferma di quella prontezza d'ingegno variamente modulata nel sodalizio cortigiano, fors'anche memore dei guai in cui si vanno a cacciare coloro i quali ingenuamente venerano la sincerita, poiche "in questa vita non sempre si ha da esser di cuor trasparente" (Accetto 72). E una impostazione utilitaria e forse opportunistica, che perd si riscatta attraverso il rafforzamento delle attivita ostentatamente retoriche, come pure asserisce il marchese (e cardinale dal 1659) Sforza Pallavicino nel suo Trattato dello stile e del dialogo (1662), consapevole anch'egli che "hanno cercato gli uomini di acquistarsi l'applauso con la falsita colorita di vero". Ebbene, "ove la falsita e ben coperta dalla sembianza del vero", prosegue Pallavicino nella sua pragmatica capacita di formulare utili insegnamenti, essa genera "nuova ammirazione". Anzi, "generalmente ogni professor" di siffatta "severa dottrina" che sia capace di allegare titoli di legittimazione alla sua "maniera di concettare", "tanto e piu lodevole quanto piu inganna", al punto che egli "divien maestro di verita" (Pallavicino 201-02). (3) Si comprende in tal modo la feroce polemica di Paolo Sarpi contro "le furberie dei gesuiti": in una lettera a Jacques Leschassier del settembre 1610, questi si dice scandalizzato per "il loro insegnamento", secondo cui "e lecito servirsi senza commettere peccato dell'ambiguita delle parole". Le conseguenze di questi "molti equivoci" sono a parere di Sarpi devastanti: e "dottrina questa che distrugge ogni relazione umana", mentre "l'arte di ingannare", propugnata dai gesuiti "per poter essere sicuri delle loro insidie", senza dubbio alcuno si rivela "la piu perniciosa nei riguardi delle virtu" (Sarpi 267-78). (4)

3. "Il linguaggio della corte e falso"

In questa dimensione di raccoglimento disciplinare, il geloso mantenimento dei "segreti" appare la strategia piu adatta a salvare la continuita della vita politica e intellettuale. E non sara superfluo chiosare che anche la ragion di Stato, come insegna il Malvezzi nei Discorsi sopra Cornelio Tacito, impone che si mantengano dei segreti, riconoscimento concreto del delicato quadro al cui interno l'intellettuale di corte desidera palesare le proprie doti: "Hanno tutti gli Stati, o sieno republiche o sieno principati, alcuni fondamenti, o segreti vogliamo dire, per mezo de' quali governandosi e si conservano e si augumentano, e percio procurano sempre tenergli in maniera celati che solo sieno noti a' successori". Qui entra in gioco appunto il letterato che con il principe aspira a collaborare, il cui prestigio va di pari passo con le virtu della discrezione e della prudenza, in un'atmosfera di febbrile tensione segnata dalla rilevanza della sua affidabilita come servitore dei maggiorenti. Si spiega cosi il motivo per cui Malvezzi dedichi una parte consistente della sua teoria politica ai comportamenti cui devono attenersi coloro i quali ricoprono funzioni di consigliere e le cui funzioni fanno capo direttamente alla persona del principe o del sovrano: "Bisognera dunque che i principi stiano avvertiti nel conferire i segreti, accioche non gli fidino a taluno che poi spontaneamente gli racconti, ed i ministri a' quali vengono conferiti dovranno stare vigilanti di non lasciarsi cavare da bocca i segreti con artificio", poiche "e facil cosa cavare il segreto di bocca ad uno, interrogandolo non con parole dubbiose ma affirmative, col mostrare di sapere quel che si vorria intendere". S'addensano nelle pagine del giovane Malvezzi le preoccupazioni per quella immaturita o inconsistenza culturale di certi vanitosi cortigiani facili alle lusinghe, perche come insegna la storia "molte volte gli uomini trascorrono a discoprire i segreti dell'animo loro", di fatto esponendo le istituzioni a rischiosi inconvenienti.

Insomma, nel commentare i costumi di corte, Malvezzi riserba singolare attenzione ai "segreti del cuore", i quali vanno accuratamente occultati entro quella specie di cenacolo, basato sulla comunanza di interessi e di negotia, costituito dalla corte: "[...] molte volte gli uomini da se medesimi e contro sua volonta scoprono i segreti con la voce, co' movimenti non usati o composti col motivo degli occhi, ne' quali appariscono i segreti del cuore, e finalmente con altri atti esteriori". E l'ideale di una dissimulazione costante e perpetua, che corrisponde a una profonda fede nel valore politico della letteratura, il cui magistero fermamente ammonisce l'uomo di cultura a tenersi immune dai vizi dell'autocompiacimento e dell'ambizione insolente, e anzi lo sollecita ad accentuare la circospezione cui deve ispirarsi il suo comportamento in societa. In caso contrario egli diverra facile preda degli insidiosi avversari, pronti a mobilitarsi per sottrargli ruolo e dignita. La nervosa connotazione di Malvezzi non lascia adito a dubbi quando suggerisce al cortigiano di operare "con arte rettorica, per mezo della quale, movendo gli affetti ed eccitando l'umor peccante di colui i segreti del quale vorremo sapere, egli si lasciera trasportare senz'avvedersene ad aprire quanto rinchiude nel seno". Del pari in questo stesso ambiente, dominato dalla costante presenza di un deliberato mimetismo per il quale verita e menzogna si confondono reciprocamente, un singolare rilievo assume la strategia della disinformazione, con radicale scambio tra vero e falso, utile a depistare le ansiose curiosita di chi--misero credulo--anela a carpire o disvelare occulte trame: "[...] quando si volesse occultare qualche aviso, non e meglio che immediatamente por fuori una voce contraria alla verita" (Malvezzi Discorsi 302-08).

Quel che della dissimulazione piu doveva interessare i letterati seicenteschi erano, comprensibilmente, gli aspetti applicativi entro l'orizzonte sociale della corte. E d'altronde attendibile il ritratto che di quella controversa realta ci fornisce il gesuita Francesco Fulvio Frugoni nel sedicesimo dei suoi Ritratti critici (1669), una realta nella quale tutte le manifestazioni dell'invidia e della maldicenza concorrono a consolidare le strutture gerarchiche, assicurando al dominatore un tranquillo appannaggio di consorterie clientelari:

Il linguaggio della corte e falso [...] et ha tutto il suo dialetto dalla simulazione. L'inganno lusinghiero, l'intrigo coperto, la frode palliata sono i caratterissimi di un cortigiano parlante con due cuori e con cento lingue. Apparisce ridente in faccia, irridente nell'intimo; sereno la fronte, e procelloso il pensiero. Ti fa un complimento di promesse abbondante, ma se ad uopo lo stringi ti diguizza di mano scarsi effetti. Tal e la natura della cerimonia cortigianesca, e ben dinotata dallo stesso termine complimento, che non vuol dir altro che complo e mento. [...] Tutti giuocano ad ingannarsi con iscambievole delusione. Il principe inganna perche si burla di ognuno, come quello che da niuno dipende, ma i cortigiani ingannano il principe [.] quando l'adulano [...]. Per questo non v'ha nella corte [.] una scintilla di compassione [...], non v'ha percio amicizia in corte che vera sia, perche non fe' questa mai lega coll'interesse.

(Frugoni 3.132-33)

Non deve percio stupire che ancora nella seconda meta del Seicento il caustico Frugoni si dimostri indignato per i comportamenti prevalenti nella corte, perlopiu ispirati alla menzogna e alla falsa esaltazione del principe: "[...] i principi, che godono di sentirsi adulare, amano l'adulazione et aborriscono l'adulatore [...]. L'ossequio al principe quando arriva ad idolatria e pernicioso all'idolatrato, ma molto piu a colui che idolatra". Passo illuminante, perche l'impietoso ritratto della corte disegnato dal Frugoni evoca una educazione sociale che ha ormai smarrito le ideali matrici cinquecentesche per assumere posizioni di esplicito opportunismo, in un continuo contenzioso di rivalita personali: "[...] e ne' cortigiani un'infermita incurabile il falseggiare l'uno con l'altro, si come nel principe e naturale il ridersi internamente di tutti loro" (Frugoni 3.108, 110). In questo ribollente groviglio di risentimenti e d'intrighi--si pensi solo all'avventura del Marino presso la corte sabauda e al feroce contrasto col Murtola, conclusosi con un colpo di pistola da questi sparato all'autore della Lira--i precetti di prudenza schematizzati dall'Accetto conservano intatte le loro prerogative morali, e anzi consentono lo stabilirsi tra i letterati di una solidarieta di classe tutt'altro che inutile in una comunita lacerata da tensioni intestine. Insomma, in un discorso sulla verita nel Seicento, punto di partenza obbligato e la corte, nella cui organizzazione interna s'inseriscono capillarmente i letterati, i quali a vario titolo occupano ruoli spesso di primo piano, con una precisa spartizione di compiti motivata in base alle esigenze del signore o del principe.

Da un punto di vista piu propriamente letterario, l'adattamento della cultura cortigiana e dei suoi modelli di comportamento trova una coerente--benche ironica--ratifica persino in un testo in apparenza irregolare come Le astuzie di Bertoldo del bolognese Giulio Cesare Croce, nel quale e agevole cogliere una specifica intenzione sarcastica verso un mondo cosi compassato. Ed e significativo che sia proprio l'intemperante giulleria di un villano incolto e deforme a suscitare in re Alboino un autentico apprezzamento per questo "ribaldo", fino a rimpiargerne i motteggi provocatori. Non si tratta dunque dell'adulazione di un raffinato poeta cresciuto alla scuola delle lettere classiche, bensi delle bizzarrie di una allegorica figura carnevalesca che esce dai confini del convenzionale e che sta fuori dal galateo della discrezione. (5) Eppure alla parodia del sovrano, consapevole di essere al vertice di una grande costruzione gerarchica entro la quale si inquadrano rapporti di sottomissione, immancabilmente accompagnati da espressioni di dispotismo ("Io splendo in questa corte come propriamente splende il sole fra le minute stelle. [...] Mira quanti signori e baroni mi stanno attorno per ubidirmi e onorarmi" Croce 88-89), Croce associa la celebrazione delle "sottilissime astuzie" di un ingegno "accorto e astuto", come appunto insegna l'aristocratica trattatistica del Peregrini. Proprio dal manuale Delle acutezze, ancorche posteriore alla stesura del Bertoldo, nel capitolo dodicesimo, dove l'autore "propone venticinque cautele per l'uso delle acutezze", in corrispondenza del "diciasettesimo aviso", si apprende che le "acutezze"--il passo e emblematico nella prospettiva ricercata dal Croce--"non possono aver luogo [...] in tema che non sia per sua natura scherzevole, overo almeno per ischerzo dal dicitore dichiaratamente trattato" (Peregrini, Delle acutezze 143, 154). Cio che precisamente avviene nel Bertoldo, poiche il protagonista, con "l'acutezza dell'ingegno" (Croce 85), si serve delle "acutezze ridevoli", le quali "non dilettano solamente, ma insegnano, muovono, in somma operano". In effetti, prosegue Peregrini, persino lo "scherzo", purche sensato, pud essere utile: "La ragione e chiara, perche lo scherzo pungente non e contrario al parlar daddovero, poiche il serioso della puntura prevale e porta effetto assennato". Pertanto "tolerabile e l'abbondar d'acutezze pungenti" se queste--come appunto le sentenze pronunciate da Bertoldo--riescono a "palesare il dicitore per uomo d'ingegno (Peregrini, Delle acutezze 154-55). Cosi si spiega, in definitiva, la nostalgia del re per la mancanza di Bertoldo alla sua corte, e il rimpianto per la saggezza che quel villano "di sottilissimo ingegno" aveva condiviso con il detentore del potere:

Dopo la morte dell'astutissimo Bertoldo essendo restato il Re Alboino privo di cosi grand'uomo, dalla cui bocca scaturivano detti tanto sentenziosi e che con la prudenza sua aveva scampato molti strani pericoli nella sua corte, gli parea di non poter vivere senza qualcheduno il quale, oltre che gli desse consiglio e aviso nelle sue differenze, come facea gia il detto Bertoldo, gli facesse ancora con qualche piacevolezza passar tal volta l'umore; e pur s'andava imaginando che della razza di esso Bertoldo vi fusse rimasto qualchedun altro, il quale, se bene non fusse stato cosi astuto e accorto come il detto, avesse almeno avuto alquanto di quel genio e di quella sembianza, per tenerlo appresso di se, come faceva la buona memoria di esso Bertoldo.

(Croce 164) (6)

Troviamo qui il ritratto del perfetto cortigiano: astuto ma prudente, faceto ma accorto consigliere, capace di "detti" arguti e piacevoli, in grado persino di confortare il sovrano nei momenti di malumore, al punto da divenirne a tutti gli effetti un familiare con cui condivere la sfarzosa residenza. "Orsu, vuoi tu diventare uomo di corte?", aveva chiesto il re a Bertoldo dopo averne constatato la maliziosa intelligenza, tanto apprezzata da Alboino al punto da manifestare apertamente sentimenti di gratitudine nei confronti del suo prezioso consigliere: "Io non son tanto ingrato ch'io non conosca i tuoi meriti. [...] Io non ho mai veduto ne pratticato il piu vivo intelletto del tuo; percid serviti della mia corte in ogni tua occorrenza" (Croce 89, 120, 128). Emerge dalla satira di Croce, nelle forme allegoriche della corte longobarda, il ritratto di un ambiente animato da figure di diversa estrazione sociale e culturale, (7) le quali mirano ad affermarsi attraverso atti di omaggio all'autorita, riconosciuta in grado di dispensare favori e privilegi, sebbene sulla base di criteri interamente arbitrari, spesso capricciosi, ma sempre correlati ai modi dell'intrattenimento culturale e letterario. L'enigma consiste appunto nell'individuare cio che sta a cuore al signore. E ancora il Malvezzi nel Davide perseguitato a interrogarsi se "vi sono ragioni da rendersi dell'affetto del principe verso un cortegiano, o sieno tratte dall'utile o dal diletto", salvo poi concludere che "e vanita il pensare di poter rendere ragioni degli amori affettuosissimi de' principi" (222).

4. "L'essenza dell'adulazione"

Adulare significa perlopiu simulare. La simulazione, spiega Accetto, e "l'arte del fingere in cose che per necessita par che la ricerchino" (Accetto 23). (8) Il letterato di corte, intento a comporre versi di propaganda politica o ideologica, accetta una verita in parte falsata, assunta attraverso la mediazione dei piu raffinati istituti retorici, a loro volta emblemi di una realta inventata. Il contrappunto necessario alla convenzionalita degli adulatoria verba e la perfetta coincidenza tra la capacita di produrre testi encomiastici e l'abilita di circoscrivere il proprio campo di azione, dandosi necessariamente dei limiti: "[...] chi si stima piu di quello che in effetto e, si riduce a parlar come maestro, e parendogli che ogni altri sia da men di lui, fa pompa del sapere, e dice molte cose che sarebbe sua buona sorte aver taciuto" (Accetto 53). Nel cenacolo letterario di corte ogni pronunciamento riesce difficile, non solo in forza dei legami personali di solidarieta all'interno di un organismo il cui impietoso ritratto ci e fornito dal Frugoni. L'aggancio alla lunga tradizione incentrata nella persona del principe o del signore, costringe il letterato a un permanente nascondimento degli insuccessi della dinastia: dunque meglio non ostentare ne fare "pompa del sapere", attraverso una meditata rimozione delle "molte cose" che e preferibile tacere.

La letterarieta dei trattati storico-politici seicenteschi postula in prima istanza una riflessione sulla retorica, ovvero su quel repertorio di formule largamente impiegate per scopi celebrativi. I Discorsi sopra Cornelio Tacito di Malvezzi costituiscono da questo punto di vista una sorta di enciclopedia pedagogica (Arico 2004), nella quale l'autore soggiunge, accanto agli elementi tradizionali, uno schema classificatorio delle varie "spezie" di adulazione nonche degli "adulatori". Sensatamente Malvezzi si attiene esplicitamente al valore politico dell'adulazione ("io, al mio solito, ne trattero politicamente con brevita e forse anche con maniera non discorsa da alcuno"), cercando dapprima di spiegare quanto essa possa rivelarsi nociva a colui che detiene il potere. Vero e, osserva, "che i principi fanno nascere gli adulatori", ma d'altra parte "e communemente approvato che gli adulatori siano la ruina de' principi". L'aspetto essenziale della riflessione di Malvezzi e la responsabilita che egli imputa al potente: "essendo i principi cagione essi dell'adulazione e non i sudditi, tutta la colpa si dee attribuire a loro" (Malvezzi, Discorsi 169-70).

Questa impostazione utilitaria non esclude un preciso disegno intellettuale, in grado di coesistere con la dialettica cerimoniale del panegirico aulico, dal quale prende alimento la plurisecolare continuita dell'egemonia aristocratica. Di la dalle ragioni prossime e remote delle ambizioni politiche, anzitutto importa cogliere la volonta irriducibile del dominatore di avere alle spalle una storia illustre, comparabile con quella degli eroi. Nella coscienza dei contemporanei, la storia e infatti prestigio e simbolo della regalita, ma il potente ha anche bisogno della poesia, con la sua drammatica impressivita, per legittimare in un modello ideologico l'autorita che egli rivendica per se e i suoi discendenti. Il letterato di corte deve essere percio in grado di sostenere funzioni di assistenza alla complessiva mobilitazione delle strutture culturali, cui non puo non rispondere un grado superiore di allestimento dei testi a carattere encomiastico.

In sostanza, l'attivita richiesta al "savio in corte" consiste nella studiosa conservazione e adattamento di pratiche gia introdotte nell'eta delle signorie rinascimentali, ma ora, a circa un secolo di distanza, ricombinate entro una ricerca letteraria unilaterale, a carattere esclusivamente politico-celebratorio, e pertanto sempre caratterizzata da ingegnosi riferimenti alla tradizione storica e alle fonti epiche. Nel presupposto di un pubblico che abbia con tali forme retoriche tanta dimestichezza da poter cogliere richiami allusivi e riferimenti testuali, il modenese Alessandro Tassoni formula una precisa distinzione tra i generi letterari che si propongono di formulare un ritratto edificante del potere e delle sue azioni. Nel sesto "quisito" del nono libro dei Pensieri diversi (1612) Tassoni dichiara che "l'istoria e la poesia sono differenti", poiche "l'istoria narra le cose come furono e la poesia le narra come dovevano essere" (Tassoni 229). A redigere i due diversi statuti di storia e poesia, Tassoni vi e indotto in primo luogo da una prudente prospettiva politico-encomiastica, sotto una non disinteressata angolatura personale, e anzi professionale. La controversa nozione di verita senza dubbio influisce considerevolmente nel contesto qualificato e politicamente autorevole delle istituzioni signorili, delle quali Tassoni e un esperto conoscitore. Certe interferenze colpiscono l'attenzione del Tassoni, per il quale la separazione tra politica e cultura e inconcepibile, naturalmente assegnando alla cultura un valore strumentale, ma non accessorio, sullo sfondo di una piu larga dimensione ideologica, indizio concreto d'una cosciente solidarieta tra i ceti superiori.

Il "quisito" ventesimo dell'ottavo libro dei Pensieri diversi e infatti dedicato alle relazioni tra "il principe" e i suoi "consiglieri". Difficilmente il principe presta attenzione a rimbrotti o esortazioni dei suoi collaboratori (tanto meno se poeti), giacche egli perlopiu si affida a una rigorosa concezione del proprio potere: "I principi vogliono il potere assoluto e libero: e non si lasciano correggere, se non in quelle cose, che non toccano il gusto loro". Non stupisce che Tassoni sottolinei, con disincantata amarezza, quanto possa rivelarsi politicamente deplorevole l'inclinazione alla superbia e alla presunzione, connaturata invece ai piccoli e grandi potenti che si contendono la scena pubblica nell'Italia spagnolizzata del primo Seicento. Vero e che "anche i principi buoni alle volte fanno di lor capriccio degli spropositi, per non dar adito a' consiglieri e ministri di pigliar loro piede addosso"; e per volere prima di tutto mantenere saldamente il proprio dominio sui subalterni "niuna cosa e piu odiosa ad un principe, che l'avere a dipendere da altri, e d'essere in concetto d'aver bisogno di pedante". D'altronde, chiosa Tassoni, occorre non rovesciare i rapporti di forza, evitando che l'improntitudine di petulanti opportunisti condizioni le dinamiche dell'amministrazione dello Stato: "[...] i principi buoni tengono i consiglieri perche discorrano seco delle cose del governo, non perche governino essi" (Tassoni 210-11).

Sempre nel libro ottavo, dedicato in larga parte agli "interessi di Stato", per evitare di "mettere a maggior rischio la maesta dell'imperio", Tassoni consiglia al principe di "valersi di piu consiglieri e ministri". Infatti, aggiunge, "i principi prudenti sogliono avere molte congregazioni e consulte, alle quali rimettono i negozi dello Stato piu gravi" (Tassoni 222). Di la dalla prudenza, in un momento in cui per fare politica c'e bisogno di grandi mezzi, in un vivace sistema policentrico perennemente mutante, condizionato all'interno dalle indocili fazioni di una aristocrazia riottosa e riluttante a inquadrarsi in modo stabile sotto un potere superiore, Tassoni di fatto discute il problema del riconoscimento della verita da parte del reggitore dello Stato. Notevole e pertanto la sua convinzione che la politica sovrasti, con le sue concrete esigenze, i generi letterari piu illustri: "Sotto la politica, come dipendenti da lei, vengono tre nobili arti, l'istorica, la poetica e l'oratoria; la prima delle quali riguarda l'ammaestramento de' principi e de' signori; la seconda l'ammaestramento del popolo; e la terza l'ammaestramento di coloro che consigliano sopra le cause publiche". Ancora piu notevole l'opera di sistemazione qualitativa delle varie tipologie letterarie compiuta da Tassoni in questo libro dei Pensieri diversi, per rispondere a esigenze che egli stesso avverte mentre allestisce la sua opera enciclopedica secondo moduli socioculturali assai affini a quelli di Malvezzi, nonostante la profonda diversita delle opinioni politiche: "[...] se bene Aristotile nella Poetica disse che la poesia era cosa piu ingegnosa, io stimo con tutto cio, che l'istoria preceda, non tanto perche ha piu nobil fine e oggetto, quanto perche tratta cose vere con gravita e decoro, e non finzioni come fa l'altra con vanita e leggerezza". Questo mobilitarsi in funzione delle "cose vere" e della storia, appunto analoga alle concezioni malvezziane esposte nei Discorsi sopra Cornelio Tacito, equivale insomma a una coraggiosa difesa della verita, poiche "l'istorie non si lasciano a' posteri per trattenimento, come i romanzi, ma per documento in esempio" (Tassoni 314). Turbato al pari di Malvezzi dalle drammatiche vicende della sua eta, Tassoni deposita in ogni parola che affida alla pagina scritta i valori civili che la storia e tenuta a designare e difendere, allo scopo di tutelare quella civilta di cui la poesia puo al massimo celebrare i fasti e le icone.

Il processo di trasfigurazione per il quale la storia puo essere idealizzata nella poesia rappresenta d'altronde la sostanza stessa della letteratura barocca. Dalla storia non e possibile staccarsi senza ricordare che proprio da essa discendono quelle fabulae venutesi ad aggregare nelle convenzioni poetiche--come appunto insegna il Tasso--ne senza la storia la poesia potrebbe dissimulare sotto un leggero velo di finzione le vicende emblematiche che hanno rappresentato per secoli il livello piu alto della cultura aulica e curiale, come appunto insegna il Marino. Proprio su questi controversi aspetti si diffonde l'opera che piu di ogni altra ha approfondito la riflessione sul rapporto tra politica e letteratura nel primo Seicento, ovvero la Poetica italiana di Tommaso Campanella. Anch'egli consapevole del fatto che il letterato seicentesco agisce perlopiu nel composto formalismo delle liturgie cortigiane, Campanella, con una piu accentuata sensibilita civile, mira a rivitalizzare la tradizione umanistica nella sua capacita di sintesi tra eloquenza e verita storica. Dopo aver sottolineato "quanto sia pernizioso il falsificar l'istorie", convinto che gli "istorici adulatori" siano "malevoli del genere umano", il frate calabrese afferma che per "esser buoni poeti" e imprescindibile "attender primieramente [...] all'istoria, piu che ad ogni altra cosa" (Campanella 340).

Esponendo al lettore il suo ambizioso programma di illuminato antiaristotelico ("biasmar mi lece grandemente Aristotile" 341), Campanella esprime la sua insofferenza per un'estenuata convenzione secondo la quale "la poesia consiste in ingannar l'auditore" (343). Nel complesso emerge dalla Poetica il profilo di un filosofo che non risparmia uno sprezzante giudizio nei confronti del poeta che, per esigenze encomiastiche o politiche, si sente autorizzato a "falsificare l'istorie antiche e moderne", il quale cosi facendo "corrompe i buoni costumi" e anzi si rende correo di uno scellerato mercimonio "dove si comprano le bugie per fare ignorante il popolo" (340). Certo, qui ritornano i sanguigni umori anticuriali e anticlericali dell'incauto eversore che in gioventu organizzo la congiura antispagnola pagata con trent'anni di carcere. Eppure la diligenza morale con cui Campanella affida alla Poetica le sue idee letterarie, dimostra con quale fervore egli intenda rafforzare la missione civile di cui l'intellettuale e investito (Ernst 230-40). Instancabile propugnatore dell'autonomia del letterato nei confronti del potere, sorvegliando scrupolosamente la coerenza interna del suo sistema teorico, Campanella non puo non rivolgere l'attenzione alla "favola" (intesa in senso tecnico come fabula sulla cui base si costruisce il testo letterario), utilizzata per colmare una carenza di verita: "[...] io dico che la favola si fa per la mancanza del vero", asserisce, "essendo le favole quelle che ammaestrano la vita" (Campanella 343-44). D'altronde il letterato esperto e avvertito e un maestro in operazioni di questo genere, capace di muoversi con sopraffina abilita tra le fonti classiche e moderne, dalle quali estrapolare contenuti ideologici ai limiti del piu spregiudicato opportunismo. (9)

Non stupisce pertanto che una riflessione analoga, benche scaturita da motivazioni diverse, si trovi anche nei Pensieri diversi del Tassoni, certo all'insegna di un maggiore equilibrio di giudizio, ma sempre in funzione di una polemica verso il dilagante conformismo intellettuale della vita di corte. Tuttavia, pur nella somiglianza di certe analisi poetico-retoriche, Campanella e Tassoni hanno due diversi modi di intendere il ruolo sociale dell'uomo di cultura, e pertanto rivelano una radicale differenza circa i criteri di valutazione delle opere letterarie, specie quando la decifrabilita dei loro contenuti lascia intravedere o presumere una precisa intenzione encomiastica. Ovviamente un uomo come Tassoni, entrato al servizio del cardinale Colonna negli stessi anni in cui Campanella si adoperava per sovvertire il governo spagnolo, a lungo impiegato presso la corte sabauda in uffici di varia natura, era lontanissimo dai tormenti interiori di Campanella, angosciosamente oscillante tra l'irresolutezza moralistica e l'orgoglio per il proprio talento. Eppure se si scorrono le pagine che il Tassoni, da navigato cortigiano, dedica agli esiti della produzione letteraria, allora si scorge il medesimo rigore etico e anzi la medesima inquietudine per gli aspetti devianti di una professione in progressivo disfacimento morale, avviata verso una crisi penosa e un irreversibile processo involutivo.

Sempre di alta qualita, la prosa tassoniana attesta passo dopo passo una specifica identita culturale, alla quale e ricondotta l'intera dialettica con cui si discute il senso piu autentico del testo letterario, inteso in prima istanza come veicolo di valori ideologici (Morando 71-86). Al fine di avviare nel giusto modo un processo analitico destinato a svilupparsi attraverso il confronto critico delle varie entita testuali, Tassoni trasferisce nella sua riflessione strumenti esegetici affini a quelli sperimentati dal Campanella, la cui principale implicazione consiste appunto nel significato da assegnarsi al vocabolo "vero". E nonostante talune sporadiche forzature esercitate sui precetti aristotelici, o meglio peripatetici, Tassoni ratifica il raffronto tra la matrice della "favola" e il testo definitivo, la cui auctoritas dipende appunto dal grado di veritas di cui esso e portatore. "La favola", asserisce il Tassoni, "e una falsa narrazione simile al vero", ove il discorso assume connotazioni e tonalita differenti in funzione del pubblico cui e destinato. Quindi sulla scorta di Aristotele specifica che essa e "una falsa narrazione di cose maravigliose simili al vero", sotto il cui figmentum si cela un preciso significato strettamente collegato alle intenzioni dell'autore e parimenti alle aspettative del lettore (o del committente). Il quale attende che gli si offra una raffigurazione complessiva di un determinato soggetto (epico, avventuroso, cavalleresco, amoroso, lirico, storico ecc.), sempre pero adeguatamente formulata in un messaggio che risulti coerente rispetto a uno specifico paradigma politico (e pertanto religioso). Non a caso Tassoni inserisce certi spunti che lasciano intravedere orientamenti almeno in parte difformi da quelli di Campanella, ricordando che "la favola adunque ne diletta non come falsa, ma come maravigliosa e simile al vero, percioche come maravigliosa produce una curiosa novita, che invaghisce la nostra mente, la qual sempre d'apprender cose insolite e nuove ha diletto". E qui d'altronde Tassoni non disdegna di riaprire l'irrisolto contrasto tra vero e falso, giacche "senza dubbio molto piu diletta una cosa nuova e maravigliosa tenuta per vera sentendone favellare, che non farebbe sendo tenuta per falsa" (Tassoni 228-29).

Sullo sfondo di queste considerazioni si coglie una trama di riferimenti che sottolinea l'intrecciarsi della riflessione retorica con l'esigenza di assegnare alla narrazione storica uno statuto depurato dalle invenzioni favolose di cui si serve la letteratura encomiastica: "[...] l'istoria alcuni l'hanno diffinita narrazione di cose vere"; il che pone problemi di una certa rilevanza, poiche il vero suscita spesso scontento e irritazione. E lo stesso Tassoni non nasconde la sua indignazione per la facile irritabilita dei potenti difronte a improvvide evocazioni di verita: "[...] i principi moderni [...] non vogliano sofferire che si scriva la verita" (315), conclude sconfortato alla fine del lungo esame condotto su quel tipo di letteratura che autoassume, sotto una maschera di zelo ortodosso e con prudenti artifici, la missione ufficiale di costruzione del consenso e difesa dell'establishment. Un amareggiato Campanella, servendosi di formule meno allusive, ribadira del resto lo stesso concetto: il "tiranno" infatti "riverisce quei poeti che adulano lui, e al popolo danno utili documenti a mantenere la tirannide" (Campanella 355-56).

5. "Saper ben mentire "

"Non e maraviglia che si tenga da tutti che il buon poeta e il piu bugiardo" (35051), protesta Campanella nella sua Poetica. Una sorta di furente invettiva rivolta contro quei superbi letterati che senza avere nessun riguardo per la verita, e mentendo a se stessi, continuano a essere servi dei signori: "[...] hanno i nostri poeti tanto atteso alla bugia e vanita, che ognuno se n'accorge che sono mendaci" (376). Qui il contrasto tra politica e letteratura si fa sentire in maniera aspra, sebbene i penetranti e talora feroci giudizi campanelliani siano la diretta conseguenza della sua commossa e fallimentare partecipazione alla vita pubblica dell'epoca. Anche per questo Campanella ha incrementato il suo impegno sul versante filosofico-letterario, nella speranza che i traumatici contrasti degli anni precedenti sarebbero stati compensati da una piu o meno esplicita gratificazione intellettuale. E infatti in certe sezioni della Poetica campanelliana e percepibile una tenace fedelta per quella prospettiva di riforma delle istituzioni giuridiche su cui si basa l'utopia della Citta del Sole, e che qui ritorna implicitamente anche nelle categorie letterarie, "perche il poeta deve essere istromento del legislatore" (345). La letteratura insomma puo consentire e ispirare, nella sua stessa dimensione comunicativa, l'aggregazione dei principi fondamentali che regolano la vita sociale di una determinata collettivita, a partire appunto dalla sfera legislativa, dalla quale dipendono la coesione dello Stato e le garanzie di giustizia: "[...] l'obbedire alle leggi si deve accendere con le parole e belle finzioni, sentenze e narrazioni" (358).

Per Campanella, a lungo detenuto nelle orrende prigioni napoletane e pontificie, la rigorosa amministrazione della giustizia, nel quadro di un sistema piu equamente omogeneo e depurato da qualsivoglia arbitraria parzialita e sopraffazione, si puo conseguire anche con il contribute della letteratura (in fondo e la stessa idea di Paolo Sarpi, un altro frate ostile al potere politico della Chiesa di Roma e strenuo oppositore dell'ingerenza del Tribunale dell'Inquisizione nelle vicende della res publica). Il miraggio di trovare una convergenza tra la verita delle leggi e la verita della filosofia avrebbe finito con l'assorbire tutte le energie di Campanella, come pure dimostrano certe sue composizioni poetiche in cui si celebrano "i gran dottor della legislatura" (198). A differenza della coeva trattatistica politica e comportamentale, alla cui origine c'e la volonta di prontamente tutelare la coscienza di una elite intellettuale, in Campanella si nota un ridimensionamento del peso e del ruolo del letterato impegnato negli ambienti di corte, per promuovere invece una nuova figura di "filosofo poetante", in grado di essere a un tempo "poeta e profeta, quando insegna il vero" (349). Il bersaglio polemico di Campanella e dunque l'adulatore, il quale soccorre i politici tacendo la verita nei suoi componimenti colmi di dottrina: "[...] queste orazioni [...] fatte in lode d'altrui, sono materie di puttane sfacciate, non da filosofi", poiche i loro autori non si "vergognano adulare e dire menzogne per aver mercede della bugiarda lode" (351-52).

Dalle pagine di Campanella sembra che il "fingere" sia parte essenziale del sistema cortigiano seicentesco, "laonde ogni savio principe, che ha fatto gran gesti e onorati, have a male esser posto in versi, perche tutti sospettano che siano cose finte per adulazione i suoi fatti immortali, e non veri" (376). La complessita di questo rapporto, che ha notevole rilievo per intendere la fisionomia di certe espressioni letterarie riconducibili al nome di illustri autori, neppure sfugge a uno studioso dei costumi come Emanuele Tesauro, il quale peraltro tratta certi argomenti proprio a beneficio di "que' della Corte", nella speranza di giovare ai "nobili 'ngegni" che aspirano a imparare "tutta l'arte rettorica". Il sempre piu perfezionato bagaglio di elaborazione tecnico-retorica trova nel Tesauro un campo di applicazione nelle "cagioni strumentali delle argutezze", vale a dire in un surrogate barocco dell'oratoria politica, "richiedendosi" ragguardevole "sagacita nell'esporre" e altresi "nel comporre" qualsiasi opera che possa definirsi "arguta e ingegnosa" (Tesauro 20-21).

Nel Cannocchiale aristotelico il canone comportamentale si nutre dell'esperienza storica dell'autore--gesuita, magister di retorica, diplomatico, consigliere della corte sabauda--e dunque finisce con l'assumere una connotazione concreta, fino a configurarsi in uno sfondo sociale assai distinto, profondamente segnato dai rapporti assidui intrattenuti da Tesauro con il potere politico. E malgrado certi "paralogismi" cari all'autore, proprio dalla viva sensibilita per la tutela dell'autonomia del letterato nei confronti delle istituzioni, Tesauro trova il modo di insegnare al suo accorto lettore le puntuali corrispondenze tra l'enunciazione "de' veri concetti" e l'esercizio "del consigliare o sconsigliare", sulla base di un significato non soltanto retorico, ma anche ideologico: "[...] io conchiudo l'unica loda delle argutezze consistere nel saper ben mentire". Se si aggiunge poi "che le bugie de' poeti altro non son che paralogismi" (97-99), non v'e dubbio che il messaggio affidato al Cannocchiale aristotelico, in pagine fitte di implicazioni allusive e condotte sul filo di una sentenziosa precettistica (Santini 5-17; Zandrino 53-73), sia contrassegnato da una pervicace volonta di evitare il corrompersi della letteratura in un folto repertorio di falsi luoghi comuni.

I letterati del Seicento sanno quale terreno minato possa essere talora il mecenatismo, un negotium il quale in modo piu o meno ricattatorio arbitrariamente si avvale e si impadronisce del testo per proprio tornaconto. Certo si tratta di un compromesso stipulate sotto il peso degli effettivi equilibri politici, anche se a prima vista puo apparire agli occhi dell'osservatore sprovveduto un indulgente sussulto di generosita del patrono a favore dell'intellettuale. Al quale naturalmente si chiede di rispettare una rigorosa disciplina mentale, consistente innanzitutto nell'assegnare a se stesso una rassicurante posizione di obnubilata subalternita rispetto all'istituzione signorile.

Si tratta in fondo di una cautela a salvaguardia della propria professione (e della propria persona). Spesso il potere, sottolinea Accetto, "ha sospetto d'ogni capo dove abita la sapienzia", e non e difficile immaginare, in simili circostanze, quante varie maschere occorra indossare per conservare un ruolo da protagonista sulla scena cortigiana: "[...] dura e la fatica di dover pigliare abito allegro nella presenza de'tiranni" (Accetto 59). Mediata attraverso il linguaggio della riflessione teorica, la precettistica di Tesauro e Accetto si risolve in una pedagogia dell'apparire, la cui espressione dipende da una approfondita conoscenza del carattere della vita pubblica seicentesca, nella quale, per avere successo, soccorre la "maravigliosa forza delFinteUetto, che comprende due naturali talenti: perspicacia e versabilita" (Tesauro 32).

Le astiose rivalita che percorrono l'asfittico mondo della corte non tardano a determinare--come del resto il Frugoni aveva rilevato nel corso delle sue indagini sulla societa di Antico Regime--una cesura profonda tra cultura e politica, certo motivata dal desiderio di dar vita a una produzione letteraria credibilmente apologetica, vale a dire inserita in un'immagine diversa del principato, al tempo stesso solida e aperta alle innovazioni, esente da ogni velleita autocelebratoria e altresi capace di riassorbire l'eredita della storia recente. A quanto pare pero, il principe continua a ricompensare soprattutto il letterato che professa la sua intenzione di ubbidire, certo determinate a lasciare un segno importante nella politica culturale della corte alla quale sente di appartenere, e dunque motivato a replicare una leale e paludata aulicita letteraria, cosi da ridare fiato a istanze encomiastiche ormai anacronistiche, eppure reiterate per perorare il cocciuto compiacimento del mecenate. "Oggi", scrive il Campanella nella Poetica, "il mondo e pieno di bugiardi adulatori venduti per patente" (349).

Invero quei medesimi principi che commissionano opere encomiastiche colme di "favole" e gesta tanto eroiche quanto fasulle sono mossi da motivazioni pressoche intrinseche alla ragion di Stato: "Cosi ingannato il volgo da una falsa apparenza di verita, ammira sempre piu quello che meno intende", sentenzia il Bartoli nell' Uomo di lettere (333). Nelle societa assolutistiche del XVII secolo, d'altronde, la sincerita ha un prezzo altissimo, e sovente si paga con la vita. "Per aver detto la verita ho da patir la morte? Deh, non esser cosi crudele contra di me, ti prego", implora Bertoldo al cospetto del sovrano che ha deliberato di condurlo al patibolo perche "troppo grave e stato l'oltraggio" (Croce 145) per aver dichiarato il vero.

Universita di Bologna

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Vagnoni, Debora. "Immagini neoplatoniche e teologia negativa nella dissimulazione di Torquato Accetto". Linguistica e letteratura 29.1-2 (2004): 89-118.

Vianello, Valerio. La scrittura del rovesciamento e la metamorfosi del genere. Paolo Sarpi tra retorica e storiografia. Fasano: Schena, 2005.

Wottom, David. Paolo Sarpi between Renaissance and Enlightenment. Cambridge: Cambridge University Press, 1983.

Zandrino, Barbara. "Emanuele Tesauro: letteratura e gioco." Testo 31/59 (2010): 53-73.

(1) Per un profilo del Micanzio, vedere Guaragnella 2009: 141-75.

(2) Per una complessiva analisi critica dell'opera vedere Benassi 9-55; Bisi 57-87.

(3) Vedere Bellini 70-101.

(4) Sulle idee di Sarpi vedere Guaragnella 2009: 125-40; Guaragnella 2011; Vianello; Wottom.

(5) Sulle componenti della cultura di Croce e la peculiarita della sua produzione letteraria, vedere Anselmi 26-32; Rouch 145-78; per i calembours gergali Sardelli 43-64.

(6) Il passo citato e tratto da Le piacevoli e ridicolose simplicity di Bertoldino, che costituisce la prosecuzione del Bertoldo dopo la scomparsa del protagonista. Per un'accurata analisi delle opere di Croce, vedere Camporesi.

(7) "Le corti non sono belle se non vi sono di tutti gli umori", precisa la Regina, consorte di Alboino, rivolta a Marcolfa, vedova di Bertoldo (Croce 189).

(8) Per i richiami allusivi a certe immagini risalenti alla tradizione neoplatonica, si veda Vagnoni 92-116.

(9) Prudentemente il Tesauro, che conosce bene lo scempio compiuto da certi disinvolti letterati adusi a ricorrere a generiche perifrasi pur di compiacere il mecenate di turno, osserva "che passa gran differenza tra l'insegnar favole e l'insegnar la verita con le favole" (Tesauro 104).
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Title Annotation:text in Italian
Author:Sberlati, Francesco
Publication:Annali d'Italianistica
Date:Jan 1, 2016
Words:9277
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