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"D'uno lengo vieio que se vol pas cala ...": Francesco Biamonti e il mito provenzale.

Abstract: Il saggio analizza l'uso della lingua provenzale nei romanzi di Francesco Biamonti. In primo luogo, attraverso lo studio di alcuni materiali provenienti dalla biblioteca dell'autore, si individuano i testi da cui lo scrittore trasse le parole e le espressioni provenzali da utilizzare nei suoi libri. In secondo luogo, si dimostra la funzione centrale svolta dal provenzale nella costruzione di un mito culturale-antropologico che, neH'immaginazione di Biamonti, unisce il mondo tradizionale della Liguria di Ponente a quello della Provenza.

Keywords: Biamonti, Provenza, Liguria, provenzale, Mistral.

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L'opera narrativa di Francesco Biamonti (1928-2001), scrittore dell'estremo Ponente ligure, presenta un tessuto linguistico che accoglie al suo interno numerosi inserti ed espressioni in provenzale. Tale scelta contribuisce in modo sostanziale a dare corpo a un vero e proprio mito della Provenza, il quale, se aiuta a comprendere meglio la tensione percepibile nei romanzi verso l'"altrove" francese, si gioca, rispetto al mito della Francia, su un piano diverso, compenetrante ma pur sempre distinto. Il mito provenzale non presuppone, infatti, una disparita storico-culturale tra l'entroterra ligure e il vicino territorio della Provenza, ma si basa su un'equivalenza tra le due realta: nega l'esistenza di un confine attraverso il recupero di un'ancestrale origine comune dei mondi tradizionali delle due regioni. Questa antica comunanza, di cui ancora oggi per Biamonti si possono intrawedere i segni, e il punto di partenza per ribadire l'esistenza di un "uomo provenzale", che ingloba anche l'uomo ligure dell'estremo Ponente. Cio a cui Biamonti da voce, dunque, e un mito di appartenenza, costruito partendo da dati storico-antropologici, non tutti scientificamente documentati, e poi sviluppato in direzione esistenziale, attraverso il filtro poetico e letterario.

L'affinita tra le popolazioni liguri e provenzali e, per l'autore sanbiagino, favorita dalla somiglianza territoriale delle due regioni ed e strettamente legata alle loro attivita agricole, quali la viticoltura e soprattutto l'olivicoltura. Il mondo contadino ligure-provenzale e, in questa prospettiva, espressione regionale di quella che Biamonti amava definire, citando Jean Giono, la "civilta dell'ulivo".

Tuttavia, il mito della Provenza presenta alcune caratteristiche peculiari, che emergono dai contesti in cui l'autore utilizza proprio la lingua provenzale. Estremamente significativo e gia il caso del primo romanzo, L'angelo di Avrigue, pubblicato nel 1983, in cui il protagonista del libro, Gregorio, incontra in due occasioni un pastore che parla in provenzale. In entrambe le scene, la figura dell'uomo e avvolta da un alone di sacralita, a cui l'uso della lingua occitana da un contributo essenziale, rimandando a un orizzonte antico e primordiale. L'episodio del pastore trovo l'approvazione esplicita di Italo Calvino, che nella sua famosa lettera a Biamonti del 1981 scriveva: "Suggestiva l'apparizione del pastore provenzale per il corto circuito nel tempo che provoca con le immagini del presente" (Lettere 1459). Lo stesso Biamonti dichiaro in un'intervista del 1994: "Anche questo far parlare in provenzale, come aveva capito Calvino, da autorevolezza alle parole in forza della loro antichita" ("Un bilancio fra cielo e mare" 34); e poi ancora in un'altra intervista del 1998:
   Il provenzale, come dice Montale, e "un'acre verdezza". Sembra
   discendere direttamente da una realta arcaica. E una lingua
   ritmica, non melodiosa; ha una sua forza espressiva consonantica,
   le parole secche e aspre. Mi piace molto. Mi piace utilizzarla
   inserendola in un contesto drammatico alto, religioso, ieratico,
   non vernacolare. Pero va adoperata con parsimonia, perche non ci si
   puo isolare in un contesto linguistico che separi dal resto
   dell'umanita. Ormai e diventato un dialetto l'italiano, se ancora
   ci dividiamo [...] ("Il lato eterno delle cose" 26).


Vale la pena di chiedersi subito quale sia il provenzale usato da Biamonti e in che modo avvenga la costruzione delle battute nell'Angelo. Innanzitutto, occorre dire che l'uso di questa lingua compare in una fase tarda del processo di elaborazione romanzesca. Nel testo del Romanzo di Gregorio stabilito da Simona Morando, prima stesura, poi interamente rivista, dell'Angelo di Avrigue, a cui Biamonti lavoro verosimilmente, come suggerisce la curatrice, tra il 1970 e il 1977-78, gli incontri con il pastore si leggono nei testi preparatori (TP2), posti in appendice all'edizione. Cio che colpisce e l'assenza di riferimenti al provenzale: il pastore, seppure "con una tale cantilena che, sul finire della frase, le parole si perdevano" (Romanzo di Gregorio 272), parla italiano e non e ancora la figura sacrale che i lettori di Biamonti scopriranno nel 1983. E, dunque, alla fase di riscrittura del Romanzo che risale la decisione di utilizzare il provenzale; una scelta influenzata senza dubbio dalla lettura e dalla riflessione su un libro specifico. Nella biblioteca dell'autore si trova uno studio di Sully-Andre Peyre su Frederic Mistral del 1974 (la prima edizione e del 1959), segnata da cima a fondo, le cui pagine bianche precedenti il frontespizio presentano alcune note fondamentali:

pag. 102 151 p II mare avenue del paradiso, en plen desert: pag. 125 bluiour: pag. 191 [begin strikethrough]ounte[end strikethrough] ounte pag. 13 sibiavo: pag. 12 aut the [begin strikethrough]che[end strikethrough] noun-sai = altissimo pag. 72 [begin strikethrough]eat[end strikethrough] canto-bruno pag. 183 languisoun: per melanconia, nostalgia p. 183 rieu: ritano brounzido brounzido: bruciato p. 13 lou vent - vento pag. 13 la neu: la neve pag. 16 auro de neu: vento di neve pag. 17

Bastano queste annotazioni autoriali a farci capire l'importanza di un libro da cui Biamonti trasse a piene mani le tessere per costruire il dialogo con il pastore. Si segnalano qui di seguito le corrispondenze precise tra il testo biamontiano dell'Angelo e i passi di Mistral citati nel saggio di Peyre:
1) Poi, dopo un saluto, il           O bello Vierge courounado,
pastore domando da dove veniva       Fasien li femo acantounado,
("d'ounte venes?") [...]             D'ounte venes, que sias bagnado?
Non erano venute le nubi
dall'alto mare (dis auti mar)        - Vene dis aliti mar, ounte se
in autunno, e adesso subentrava      prefoundie
il gelo all'arsura (53).             Un bastimen que me pregavo ...
                                     Frane lou nauchie que renegavo,
- No, nauchiei Es lou                Fis ai touti sauva ... Renegavo
cantobruno que adus lou vent         moun Fieu! (124-125).
mistral es'esperde dins
li coli [...]
- Pregatz per nos,--ritmo,--que
Dieu nos faga bons crestians e
que nos aduga, nos, pastre,
nauchie e gent de mas, a bona
fin (116).

2) Poi, dopo un saluto, il           Car lis oundado seculari
pastore domando da dove veniva       E si tempeste e sis esglari
("d'ounte venes?") e se c'era        An beu mescla li pople, escafa
erba laggiU negli uliveti,           li counfin,
"dins lou terrain oiindado8" (53).   La terro maire, la Naturo,
                                     Nourris toujour sa pourtaduro
                                     Dou meme la : sa pousso duro
                                     Toujour a l'oulivie dounara Teli
                                     fin [...] (48) (9).

3) Quell'uomo quasi vecchio e        [...] E de ti plour la roco memo
quasi sacro spiego che aveva         Plourara sempre; e ti lagremo
camminato tutta la notte per         Sempre, sus touto amour de femo
abbassarsi, per fuggire              Coume uno auro de neu, jitaran la
l'aria di neve (l'auro de            blancour! (24) (10).
neu), nemica a chi aveva
tutti i suoi beni in sangue,
in sangue di dio (53).

4) I contadini non amavano "lou      [...] Lou pastre Alari
pastre", aggiunse. Al pastore, a     Estreme soun vaseu ; e plan-plan,
"lou pastre", disse rassegnato,      a l'errour,
erano destinati solo pietrischi e    Eu s'enane de la
terreni magri [...] (53).            bastido [...](86) (11).

5) - Pregatz per nos,--ritmo,        [...] Car cantan que per vautre,
-que Dieu nos faga bons crestians    o pastre egentde mas
e que nos aduga, nos, pastre,        (45, 88 e 136) (12).
nauchie e gentde mas,
a bona fin (116).

6) Ma non si vedeva nessuno nei      [...] A soun dardai, en plen
dintorni: solo crinali e massi       desert, Basto qu'un jour elo
incastonati in un cielo secco,       m'atire! (125-126) (13).
solo aria tremula nel
"desert de la bliiiour" (92).        [...] E ieu, plegant ma telo,
                                     Dins lou desert (185) (14).
                                     La mar, bello plano esmougudo,
                                     Dou Paradis es l'avengudo,
                                     Car la bliiiour de l'estendudo
                                     Tout a l'entour se toco eme lou
                                     toumple amar (190-191) (15).

7) - No, nauchie! Es lou             Mai, belamen de la cabruno,
canto-bruno que adus lou vent        Cant d'amour, er de canto-bruno,
mistral e s'esperde dins li coli.    Pau-a-pau dins li colo bruno
Canto-bruno quel fruscio             S'esperdon, e ven l'oumbro eme
faticoso?                            la languisoun (98 e 183) (16).
(116).                               N'i'a proun, n'i'a proun,
                                     o Madaleno!
                                     Lou vent que dins lou bos
                                     aleno T'adus, despiei trento
                                     an lou perdoun dou
                                     Segnour [...] (24) (17).


L'espressione "canto-bruno" merita un'attenzione particolare, poiche compare, insieme a "Cieli d'ossidiana" e a "Un angelo oscillava", sul manoscritto dell'Angelo di Avrigue, quale possibile titolo del libro (18).

Il termine provenzale designa innanzitutto uno strumento vinicolo, come si legge nel mistraliano Lon tresor dou Felibrige sotto questa voce (che e segnalata anche nelle varianti cantabruno e cantabremo): "s.f. Chalumeau, roseau avec lequel on hume le vin dans les tonneaux, v. calameli, canoini; petit flacon allonge avec lequel on prend des echantillons de vin par la bonde de futs"; al contempo, la (poiche, come "canto", e femminile in provenzale e non maschile) canto-bruno e anche il flauto silvestre, tipico del mondo rurale e soprattutto pastorale, come nella citazione riportata (19).

Biamonti trae il termine dal passo di Mistral citato da Peyre, ma ne fa l'oggetto nel discorso del pastore di una metafora ardita (Gregorio non riesce a capire, domandando infatti: "Canto-bruno quel fruscio faticoso?" [116]) e altamente suggestiva, che, per inciso, basta da sola a dimostrare come l'"operazione" linguistica dell'autore sanbiagino sia del tutto personale e non consista in uno sterile centone di emistichi mistraliani. Attraverso un procedimento metonimico, nelle parole del pastore lo strumento musicale passa a significare il suono dello stesso. Di conseguenza, il rumore che si sente nell'aria diventa per quell'uomo "vecchio e quasi sacro" (116) la "canto-bruno", "l'aspro fruscio che precede il mistral" (116). Come un pastore, anche il vento suona il proprio strumento, la cui musica si disperde per i colli e ne annuncia l'arrivo (20).

I testi di Mistral, attraverso la mediazione di Sully-Andre Peyre (21), non sono fondamentali per Biamonti solo nella costruzione delle battute del pastore, ma anche per altri aspetti. Per esempio, la stessa memorabile apparizione di questo personaggio ("Nubi [...] gli parvero nubi le pecore di un gregge a cui si avvicinava, e sacri i gesti con cui un pastore incappellato d'azzurro tratteneva il cane" [52]) risente di un altro passo citato nel saggio di Peyre:
   Mai dins l'azur tant dar que m'encapello
   Aut que noun-sai, a mis iue resplendis
   Lou Parangoun de ma Prouvenco bello (72) (22).


La lettura di questo saggio continuera ad agire nella memoria dell'autore per molti anni. In Attesa sul mare, pubblicato nel 1994, il racconto della morte del nonno di Edoardo (23) ricalca l'aneddoto riportato da Peyre sulla morte del poeta del Felibrismo: "Mistral, le jour de sa mort, demanda a sa servante: 'Quel jour sommes-nous?--Mercredi', dit-elle. Et Mistral repondit: 'Alors, il sera mercredi toute la journee'" (187).

Delle battute del pastore dell'Angelo, l'unica che non trova, almeno nel suo nucleo centrale, una corrispondenza nei testi di Mistral e il commiato con cui l'uomo si congeda dal protagonista: "Pregatz per nos,--ritmo,--que Dieu nos faga bons crestians e que nos aduga, nos, pastre, nauchie e gent de mas, a bona fin (24)" (116). Si tratta, dice Gregorio nel testo, di "un antico saluto" (117). In realta, l'espressione e una formula religiosa tipica di un rituale cataro. Biamonti la trae dal saggio di Rene Nelli La philosopliie du catharisme, pubblicato nel 1975, che si trova nella sua biblioteca e che presenta molteplici segni di lettura, da cima a fondo. La datazione del libro conferma che lo scrittore di San Biagio della Cima lavora al dialogo con il pastore nella seconda meta degli anni settanta. Nel suo saggio, Nelli spiega che il rituale, detto "Melhorament", si svolgeva in questo modo:
   Il consistait en trois reverences ou genuflexions et une demande de
   benediction : Bon crestia (balhatz-nos) la benediccion de Dieu et
   de vos ; pregatz per nos! << Bon chretien (c'est ainsi que le
   croyant appelait le Parfait), donnez-nous la benediction de Dieu et
   la votre ! Priez pour nous ! >> Le bon chretien repondait :
   <<Ajatz-la de Dieu e de nos! >> (Tenez-la (ayez-la) de Dieu et de
   nous !) Le croyant repetait trois fois sa requete. A la troisieme
   fois il formulait le souhait d'etre mene a bonne fin et de devenir
   bon chretien. Et le Parfait lui repondait : Que Dieu vous accorde
   de devenir bon chretien ! (Que Dieu vos aduga a bona fin e vos faga
   bon crestianl) (25) (La philosophie du catharisme 197).


Al di la di questo rimando, il saggio di Nelli e importante perche colpi certamente, nel suo discorso sul dualismo eretico, l'attenzione biamontiana. Basti dire che i riferimenti all'eresia bogomila presenti in Attesa sul mare, terzo romanzo dell'autore, pubblicato nel 1994, trovano la loro origine in questo saggio del 1975.

Per quanto riguarda nello specifico l'Angelo di Avrigue, non ha senso pensare il pastore biamontiano come un pastore cataro. E invece chiara l'intenzione di rimandare a un orizzonte arcaico (popolare, rurale e religioso); una prospettiva che si armonizza perfettamente con la tradizione ottocentesca del Felibrismo, impersonata da Mistral, la quale, come e noto, guardo, anche da un punto di vista linguistico, al popolo della Provenza, ai contadini, ai pastori, alla "gent de mas".

Allo stesso tempo, non va dimenticato che la lingua d'oc ha la piu antica tradizione letteraria delle lingue volgari, che nel Medioevo la rese illustre in tutta Europa (26). Biamonti conosceva questa tradizione, tanto nelle sue espressioni piu antiche quanto in quelle piu moderne (27). A questo proposito, un libro senza dubbio importante per lo scrittore di San Biagio della Cima fu l'antologia curata da Rene Nelli La poesie occitane des origines a nos jours (28), che forma, insieme alla Philosophie du catharisme e al saggio di Peyre su Mistral, un trittico da cui si puo partire per capire la conoscenza dello scrittore sanbiagino della lingua e della letteratura occitana.

Dalla datazione delle citazioni biamontiane, da quella dei libri presenti nel suo studio e dal loro utilizzo narrativo, si puo, infine, avanzare un'ulteriore considerazione. Al contrario di cio che forse ci si aspetterebbe, tutti i dati finora a disposizione, che andrebbero pero integrati attraverso un'analisi dei manoscritti degli anni cinquanta e sessanta, lasciano ipotizzare un avvicinamento tardo alla poesia e alla tradizione occitana da parte di Biamonti, collocabile appunto a partire dalla seconda meta degli anni settanta. Si tratta di un dato non trascurabile, poiche sono gli anni della profonda revisione del Romanzo di Gregorio e sicuramente di una riflessione dell'autore sul proprio stile e sulla propria scrittura.

Prima di proseguire con lo studio sull'uso del provenzale negli altri romanzi, occorre domandarsi se la scelta di Biamonti di far parlare in questa lingua proprio un pastore abbia un fondamento storico. Lo scrittore sanbiagino riteneva, come disse nella sua prima intervista del 1983, che in Liguria vi fosse, da un punto di vista innanzitutto linguistico, una matrice provenzale: "Spesso giungono pastori da paesi di lingua provenzale e nella stessa Liguria vi sono ancora paesi, come Olivetta San Michele, dove la prima lingua e proprio il provenzale" ("Il Biamonti dell'intimita"). E necessario, a questo punto, fare un distinguo, scindendo, in una prospettiva storica, il discorso sulla transumanza nell'estremo Ponente ligure e quello di tipo linguistico.

La zona soprastante a San Biagio della Cima, intorno al Passo dell'Annunciata e lungo il crinale che porta a Perinaldo, era davvero un punto di svernamento per i pastori delle Alpi Marittime Liguri. Ancora oggi e possibile vedere diversi ovili in pietra, chiamati nel dialetto del luogo "corti". I risultati di alcune recenti ricerche (29) hanno confermato che queste abitazioni in pietra, insieme ai terreni circostanti, erano affittate stagionalmente ai pastori provenienti dalla zona del brigasco, che ha un'antica tradizione pastorale. Non a caso, nell'Angelo di Avrigue, Gregorio incontra il pastore proprio nella zona del Passo dell'Annunciata.

Nell'intervista sopraccitata, cosi come nei romanzi (30), Biamonti da l'impressione che, per quanto sporadici e in netta diminuzione rispetto al passato, gli svernamenti si verifichino ancora negli anni settanta e ottanta del Novecento. In realta, questi movimenti non si protrassero oltre la Seconda Guerra Mondiale. Le motivazioni sono innanzitutto da ricercare sia in alcuni provvedimenti amministrativi risalenti al Ventennio fascista (31), sia nella trasformazione del territorio dell'entroterra prossimo alla costa, in cui nel secondo dopoguerra le costruzioni e le serre presero in pochi anni il sopravvento, impedendo il passaggio del bestiame. Biamonti estende, dunque, temporalmente la transumanza dei pastori (brigaschi o provenzali?) agli anni a lui contemporanei, poiche individua in questo fenomeno un elemento centrale del legame antropologico-culturale tra il mondo tradizionale della Liguria di Ponente e quello della Provenza.

Si arriva cosi alla questione linguistica, decisamente piu spinosa. Lo scrittore di San Biagio della Cima dice esplicitamente, come si e visto, che vi sono ancora paesi liguri, come Olivetta San Michele, in cui la prima lingua e il provenzale. Biamonti fa propria qui l'ipotesi che l'olivettese e--si aggiungera--il dialetto brigasco siano da considerare varieta di tipo occitano e non di ligure alpino (o roiasco), un'ipotesi a cui sono inclini associazioni culturali locali, quale per esempio "A Vastera. Uniun de tradisiun brigasche", che sentono fortemente la vicinanza del mondo franco-piemontese (32). Oltretutto, va detto che in seguito ad alcuni provvedimenti comunali, sulla base della L.N. 482/1999 in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, i dialetti di Briga alta, di Olivetta San Michele e delle frazioni di Realdo, Verdeggia e Viozene sono oggi considerati ufficialmente parlate occitane. Tuttavia, come ha evidenziato Fiorenzo Toso (33), che tra il 2007 e il 2008 e stato protagonista di una vivace polemica a questo proposito, la maggior parte dei linguisti, italiani ma anche esteri, rigetta per la zona in questione la tesi occitana.

Cio che conta, al fine dell'analisi qui proposta, e evidenziare come l'immaginazione di Biamonti si appoggi, nella costruzione del mito provenzale, sulla tradizione pastorale del proprio territorio e come sia suggestionata, al contempo, dall'idea diffusa all'interno della cultura locale di un legame linguistico tra le parlate delle Alpi Liguri e quelle della vicina Provenza (34). Il risultato letterario e l'incontro sulle alture dell'Annunciata tra il protagonista e un pastore provenzale.

In Vento largo, pubblicato nel 1991, l'impiego della lingua provenzale rimane cospicuo. Lo scrittore prosegue, innanzitutto, la strada inaugurata con l'Angelo di Avrigue, dando anche al titolo del suo secondo romanzo una sfumatura occitana. Se "avrigue" era, infatti, come disse lo stesso autore in un'intervista del 1996, "un termine provenzale che vuol dire 'aprico', esposto al sole" ("[intervista]") (35). Vento largo e l'italianizzazione dell'espressione "vent-larg" (36), che compare in questa forma nel testo:
   Sul pianoro, tra i calcari, sui flutti pietrificati, erano arrivate
   le punte del <<Vent-larg>>, notturno e impetuoso, d'alto mare. E
   gli era parso di sentire sonagli e campanacci dei greggi e delle
   scorte d'un tempo: redon, clarin, chiodato e martelletto. <<Anaren
   vendren, Anderemu vegneremu>> sembravano dire con suono di pietra e
   di rame (85).


Nella citazione riportata sono presenti, oltre a "vent-larg", anche altre parole in provenzale. Innanzitutto, "redon" e "clarin", che indicano due tipi di campanelle che si mettono al collo del bestiame. Il suono ripetitivo che provocano a causa del movimento degli animali diventa nell'immaginazione biamontiana una sorta di cantilena a due voci, che sembra ripetere due parole emblematiche della transumanza: "andremo torneremo". Biamonti riporta l'espressione in provenzale, "Anaren vendren", accostandola alla sua traduzione dialettale "Anderemu vegneremu". Gia di per se l'accostamento tra le lingue e altamente significativo; allo stesso tempo, non si puo non notare come l'uso del provenzale si inserisca, specularmente a quanto accadeva nell'Angelo di Avrigne, in un contesto pastorale.

Biamonti recupera forse l'espressione "Anaren vendren" da un passo del romanzo Le chemin dArles di Charles Galtier, pubblicato nel 1955 e dedicato alla transumanza che porta i pastori dalle terre intorno ad Arles ai pascoli delle Alpi Marittime sopra Barcelonnette:
   Les anes, flancs grossis de leurs ensarri, font sonner devant nous
   les notes graves des platelles. La masse de Ganagobie obstrue un
   grand pan du ciel pale sur l'autre bord de la Durance. "Anaren,
   vendren" (Nous irons, nous reviendrons), disent les sonnailles qui
   m'emportent. Anaren, vendren [...] (121 038).


Sempre in Vento largo, lo scrittore sanbiagino usa l'espressione provenzale "vent-di-damo" per indicare il cosiddetto "vento delle libellule" o "delle dame bianche" (39). Torna, infine, nuovamente un riferimento alla lingua provenzale in chiave musicale: dopo il suo viaggio in Provenza alla ricerca di Sabel, il protagonista del romanzo, Vari, ricorda l'inizio di una canzone che la ragazza soleva cantare: "Gli venne in mente che cantava: / Amo anmarado e souleiouso [,..] (40) davanti a un mare dove l'anima prendeva il largo" (56).

L'uso del provenzale prosegue in Attesa sul mare-, in Le parole la notte, invece, Biamonti non vi fara piu ricorso. Il nostromo dell'Hondurian Star, su cui si imbarca il capitano Edoardo, e originario di Moustiers-Sainte-Marie. Durante la navigazione, il personaggio intona a un certo punto del viaggio una canzone, accompagnandosi con un liuto:
   Per di piu ci si mise un canto, cantato dal nostromo, del paese
   della catena.

   Per troubar moun pai's cerco pas dins li cartos, lou camin per i
   ana es pas marca, e per frontiero i a pas que la musico d'uno lengo
   vieio que se voi pas cala [...] (41).

   Si accompagnava con una sorta di liuto corto, di cui toccava
   soltanto le corde di basso. Il manico e la cassa, stinti dal
   salino, avevano la dignita un po' fuori del tempo delle lunghe
   traversate. O forse gliene aveva fatto dono, gia cosi conciato,
   qualche pastore del suo altopiano (77-78).


Si noti come Biamonti sottolinei volutamente il legame tra il canto e il mondo pastorale, ricordando che il liuto era stato forse stato donato al nostromo da qualche pastore. Come scrisse in un articolo del 1998:
   E sempre esistita tra le popolazioni liguri e quelle provenzali una
   collimanza dei cuori, suggellata da una luce romanza che si estende
   sino a Barcellona. Somiglianza di canti, musiche e costumi, lavori
   artigianali, in una tremula aria rosa dal sale, dove il sogno e
   sapere" ("Addio bei tempi quando c'erano le frontiere" 131).


Per questa ragione, non sorprende, nella prospettiva qui analizzata, il ricorso alla canzone provenzale, che si affianca, nei romanzi, a quella spagnola (42), francese (43) e italiana (44).

Attesa sul mare si conclude, infine, con un dialogo tra il nostromo e il capitano Edoardo, in cui Biamonti utilizza ancora il provenzale:

--Capitan Audouard, la mar au-jour-d'uei es pieno de grad. Nous navegan vers uno terro souleianto e graciouso [...] (45)

Gli domando se si sarebbe ancora imbarcato.

--Si trouberai (46),--disse il nostromo, e chino il capo per indicare i suoi capelli bianchi. Aveva un volto ch'era al di la di qualcosa ... di un'attesa, di anni di mare ... avviato alla pietra.

--E bella la sua terra?

--Coume uno bianco mar. E la vostre (47)? (114).

In conclusione, l'uso del provenzale nei primi tre romanzi dell'autore sanbiagino sostanzia linguisticamente, attraverso la mediazione dei testi del Felibrismo e della cultura popolare, la rievocazione di una Provenza antica, tanto simile, nell'immaginario di Biamonti, al mondo dell'entroterra ligure, e in cui l'elemento pastorale e l'elemento musicale giocano un ruolo di primo piano. E intorno a questi aspetti, oltre che a quelli relativi alle culture dell'ulivo e della vite, che prende corpo il mito della Provenza, un mito culturale-antropologico, di comunanza, che mette in evidenza, amplificandolo, un legame ancestrale tra le popolazioni delle due regioni limitrofe. Il mondo tradizionale della Provenza non puo cosi che diventare anch'esso agli occhi biamontiani un'espressione della "civilta dell'ulivo", di una civilta di respiro mediterraneo che, nei suoi ritmi naturali, nella sua cultura e nella sua poesia, ha saputo esprimere, al contrario di quanto faccia la modernita, una concezione veritiera e profonda dell'esistenza umana.

MATTEO GRASSANO

Universite Nice Sophia Antipolis/Universita di Pavia

OPERE CITATE

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Note

(1) Per un'analisi linguistica dei romanzi biamontiani si veda lo studio di Zublena.

(2) L'idea del mito della Francia e sviluppata da Fenzi nel suo lavoro sulla toponomastica e sull'antroponomastica nei romanzi biamontiani.

(3) Cfr. Giono: "Est-ce qu'on peut imaginer une civilisation de la nefle! Nous sommes de la civilisation de l'olive, nous autres. Nous aimons l'huile forte, l'huile verte" (56).

(4) Le descrizioni degli incontri, che non si riportano poiche troppo lunghe, si leggono alle pp. 52-54 e 114-117; vanno considerate poi anche le riflessioni di Gregorio intorno all'apparizione del pastore (92).

(5) Biamonti ricorda qui un passaggio dell'introduzione di Eugenio Montale a O fiore in to gotto. Il testo si puo leggere in Firpo, 109-112, libro presente nella biblioteca dell'autore.

(6) Si evidenziano in corsivo alcune espressioni per far risaltare le corrispondenze.

(7) Trad.: "O bella Vergine incoronata, / dicevano le donne, in un angolo, / da dove venite, cosi bagnata? / Vengo dall'alto mare, dove s'inabisso / un bastimento che mi invocava ... / Tranne il nocchiere che rinnegava, / li ho salvati tutti ... rinnegava mio Figlio! ... " (Calendau).

(8) Si noti come Biamonti interpreti oundado come aggettivo, dal significato "ondoso", mentre in provenzale, stando a Lou tresor doti Felibrige dello stesso Mistral, e un sostantivo e significa "onda" (s.v. oundado: "s.f. Flot, vague").

(9) Trad.: "Poiche le onde dei secoli, / e le loro tempeste e i loro orrori, / mescolano invano i popoli, cancellano le frontiere: / la madre terra, la Natura, / nutre sempre i suoi figli / con lo stesso latte; la sua dura mammella / dara sempre all'ulivo l'olio fino" (Calendau).

(10) Trad.: "[...] dei tuoi pianti, la roccia stessa / piangera per sempre; e le tue lacrime, / per sempre, su ogni amore di donna, / come un vento di neve, getteranno il candore!" (Mireio). Si veda anche: "Ce sont les vepres de la neige. Et c'est deja (car tout est prefiguration dans un destin de poete) ce vent de neige (auro de neu) que Mistral suscitera par Marie-Magdeleine, dans Mireio" (17).

(11) Trad.: "[...] Il pastore Alari / riprese il vaso; e lentamente, al crepuscolo, / se ne ando dalla casa [...]" (Mireio).

(12) Trad.: "[...] perche noi cantiamo solo per voi, o pastori e abitanti della campagna" (Mireio).

(13) Trad.: "[...] al suo splendore, in pieno deserto, / possa un giorno condurmi!" (Lou Pouemo dou Rose).

(14) Trad.: "[...] ed io, ripiegando il mio telo, / nel deserto" (Mireio).

(15) Trad.: "Il mare, bella pianura in movimento, / e il viale del Paradiso, / perche il blu della superficie / tutto intorno sfiora l'abisso amaro" (Loti Pouemo dou Rose).

(16) Trad.: "Ma belati di capra, / canti d'amore, arie di flauti silvestri, / a poco a poco tra le montagne brune / si disperdono, e sopraggiunge l'ombra con la malinconia" (Mireio).

(17) Trad.: "Basta, basta, o Maddalena! / il vento, che respira nel bosco, / ti porta, da trent'anni, il perdono del Signore [...]" (Mireio).

(18) Cfr. Morando, 17.

(19) In tale accezione il termine si ritrova anche in altri autori provenzali. Per esempio, si veda Girard (32, 33, 36, 43, 71).

(20) Si consideri, oltretutto, che il legame che Biamonti sente tra il proprio entroterra e la Provenza lo porta a parlare in almeno due libri di "mistral" anche per il Ponente ligure, luogo in cui nella realta il vero mistral, che indica un vento specifico della Provenza, non arriva. Cfr. L'angelo di Avrigue: "Oh, se avesse potuto restare sino a marzo, quando il mistral sembrava diroccare le terrazze ardenti" (109); e Le parole la notte: "Puo darsi qualche goccia, ma verranno spazzate dal mistral che le spinge. /--C'e il mistral in arrivo? /--Ho visto cipressi e pini che s'inclinavano sul colle di San Giacomo" (174).

(21) Occorre dire che nella biblioteca dell'autore non sono presenti opere di Mistral; il che non esclude in modo categorico altre letture del poeta da parte di Biamonti, ma da comunque adito al sospetto.

(22) Trad.: "Ma nell'azzurro cosi chiaro che mi incappella, / altissima, risplende ai miei occhi / l'immagine della mia bella Provenza" (Parangoun).

(23) "Gli venne in mente il padre di suo padre, grande lavoratore e accanito conteur. Non rinuncio nemmeno prima di morire (e aveva gia avuto i 'tre sudori'). 'Dua che giorno e oggi?' 'Sabato'. 'Allora sara sabato per sempre'" (91).

(24) Trad.: "Pregate per noi,--ritmo,--che Dio ci faccia buoni cristiani e che ci conduca, noi, pastori, marinai e gente di campagna, a una buona fine".

(25) Trad.: "Consisteva in tre inchini o genuflessioni e in una domanda di benedizione: Bon crestia (balhatz-nos) la benediccion de Dieu et de vos; pregatz per nos! 'Buon Cristiano (cosi il credente chiamava il Perfetto), dateci la benedizione di Dio e la vostra! Pregate per noi!' Il buon cristiano rispondeva: 'Ajatz-la de Dieu e de nos!' ('Ricevetela da Dio e da noi!') Il credente ripeteva tre volte la richiesta. La terza volta esprimeva il desiderio di essere condotto a una buona fine e di diventare un buon cristiano. E il Perfetto gli rispondeva: 'Che Dio vi conceda di diventare un buon cristiano!' (Que Dieu vos aduga a bona fin e vosfaga bon crestian!)."

(26) Parlando di tradizione antica della poesia occitana, non si puo, inoltre, non notare come l'operazione biamontiana di introduzione della lingua provenzale in un contesto linguistico italiano abbia un grande precedente, ossia il canto ventiseiesimo del Purgatorio, in cui Dante fa parlare in lingua d'oc il poeta Arnaut Daniel.

(27) Nella sua biblioteca si trovano i seguenti libri riferibili alla lingua e alla tradizione occitana, antica e moderna: Garavini; Marrou; De Fourvieres; Nelli, La poesie occitane des origines a nos jours; Sansone; Spohn; BouvierMartel; Vaissiera; Tempie.

(28) Come hanno segnalato Gian Luca Picconi e Federica Cappelletti, curatori della raccolta di testi biamontiani Scritti e parlati (45, note 24 e 25), nel suo intervento su Mario Novaro del 1987, in cui mise in rapporto la poesia del poeta ligure con l'antica letteratura dei trovatori, Biamonti cito un testo di Bernard de Ventadorn e uno di Xavier Ravier proprio dall'antologia di Nelli.

(29) Cfr. Fortini e Giacobbe (210-216).

(30) Benche nei romanzi successivi all'Angelo non compaia piu un pastore provenzale, i riferimenti a questa figura-simbolo di un mondo antico rimangono numerosi.

(31) Cfr. Calvino, "Liguria magra e ossuta": "Il fascismo promosse una campagna contro la capra come danneggia trice del patrimonio forestale. La milizia forestale fu sguinzagliata sulle montagne col compito di spillare multe ai contadini e ai pastori per ogni capra che scappava a brucare in terreni incolti, anche se brucava piante infestanti" (2368).

(32) Cfr. Lanteri: "Purtroppo nei mesi successivi all'incontro vi sono state varie e curiose lagnanze sulla liceita o meno del riconoscimento di appartenenza delle comunita liguri della Terra brigasca alla minoranza linguistica storica occitana, ai sensi della legge 482/99. Studiosi liguri di linguistica ritengono che il brigasco non sia occitano, poiche, esaminandolo da estranei come oggetto freddo di studio, sono giunti a definirlo un dialetto ligure-alpino. Molti di noi, pur nel rispetto di tali studi linguistici, si sentono portatori di memorie storiche tramandateci dai nostri vecchi, secondo le quali la secolare comunita brigasca, costituitasi a Briga, nella Valle Livenza-Roja, e successivamente estesasi nell'Alta Valle Argentina, creando i villaggi di Realdo e Verdeggia, e nell'alta Valle Tanaro nei villaggi di Piaggia, Upega, Camino e Viozene e stata creata da gente giunta dalla montagna, con storie, radici e tradizioni franco-piemontesi, diverse da quelle della gente ligure proveniente dal mare".

(33) Cfr. Toso: "Sembra dunque opportuno ribadire non un'opinione personale, ma quale sia la posizione dei linguisti italiani e stranieri in merito alla classificazione del dialetto brigasco: nessuno studioso serio ha mai posto in discussione l'appartenenza di questa varieta al gruppo ligure, e nessuno studioso serio ne ha mai proposto un'ipotetica appartenenza al tipo 'occitano' o provenzale che dir si voglia" (85). Si rimanda a questo articolo per una bibliografia sul tema.

(34) Si noti che, come mi confermo Giancarlo Biamonti, fratello dello scrittore recentemente scomparso, Biamonti fu grande amico di Nino Lanteri, direttore responsabile della rivista A Vastera, su cui nel 1999 apparve un intervento biamontiano (cfr. "Intervento di Francesco Biamonti").

(35) A questo proposito, si veda anche Lou fresar dou Felibrige (s.v. abrigons): "adj. Qui est a l'abri, qui offre un abri, v. adrechous, souleiant"; e (s.v. adrechous): "adj. Expose au midi, v. abrigous, souleiant". Avrigue non e, dunque, come vuole Enrico Fenzi, "forma francesizzata di Avriga" (61), ma forma provenzale; di conseguenza, non va pronunciata alla francese: come disse Biamonti a Giuseppe Marcenaro, "si legge Avrigue, come e scritto" (Marcenaro).

(36) Cfr. Mistral s.v. vent: "vent larg, vent largue, vent de mer, vent doux, zephire, vent d'ouest ou de sud-ouest"; e Galtier, Meterologie populaire: "Lou vent-larg, le Vent-larg : du large ou la Largado, la Largade" (17). L'espressione "vento largo" era, tra l'altro, gia stata utilizzata da Biamonti nell'Angelo, a dimostrazione di uno stretto legame tra i due libri: "La costa era battuta dal vento largo che portava le nubi, mentre ad Avrigue c'era ancora il venticello da terra ed il sereno" (74).

(37) Cfr. Mistral s.v. redoun: "s. m. Grosse sonnaille ronde, que l'on suspend au cou des beliers conducteurs [...]" e s.v. clarini "s. m. Clarine, la plus petite des sonnettes a moutons, a peu pres cylindrique".

(38) Trad.: "Gli asini, i fianchi ingrossati dalle bisacce, fanno suonare davanti a noi le note gravi dei campanacci. L'altopiano di Ganagobie copre una parte del cielo pallido sull'altra riva della Durance. 'Anaren, vendren' (Andremo, torneremo), dicono le campanelle, trascinandomi con se. Anaren, Vendren [...]"

(39) Cfr. Vento largo: "Tirava il vento da sud-ovest: il vent-di-damo o vento delle libellule, che portava cirri e ragnateli e altre nuvole leggere" (60); e: "Si domandava perche aveva immaginato su quella strada dialoghi d'amore, ripetuti, insistenti; riudi, stupefatta ma senza vergogna, le parole che le erano venute alle labbra e soprattutto risenti l'odore di morte che l'aveva cercata presso un lentisco. Veniva da lontano come un vento del largo, il 'vent-di-damo', delle dame bianche. Portava odore di resine" (95). Cfr. anche Mistral s.v. vent: "vent di damo, vent defemo, brise, zephir"; e Galtier, Meterologie populaire 17: "Lou vent-di-damo, le Vent des dames, le Zephir: parce qu'il est doux? ou parce qu'il vient de la direction des Saintes-Maries-de-la-Mer ?".

(40) Trad.: "Anima serena e persa in alto mare".

(41) Trad.: "Per scoprire il mio paese non cercare nelle carte, / il cammino che vi porta non e segnato, / e per la frontiera c'e solo la musica / di una lingua antica che non vuole tacere". Si tratta della seconda strofe della canzone provenzale Parla-mi. La canzone si puo ascoltare nel disco Cantarem del 1979 del gruppo Los Del Sauveterre. Nel libretto si legge il testo, in una grafia leggermente differente da quella biamontiana: "Per trobar mon pai's / Cerca pas dins la carta / lo camin per i anar / Es pas marcat ; / E per frontieira /la pas que la musica / D'una lenga vielha / Que se voi pas calar".

(42) Vento largo: "Ya se van los pastores / por la Estremadura / ya se van los pastores / quedar la tierra triste y obscura" (17).

(43) Vento largo: "Gli veniva da lontano la canzone che Sabel soleva cantare: / / Mon pere est parti / pour d'autres terres / il est alle chercher / les plus hauts sommets / de ses reves / / una canzone che lei aveva appreso quando andava a fare la stagione della lavanda sugli altopiani di luce e di vento [...]" (9).

(44) L'angelo di Avrigue: "Gli venne in mente una canzone (c'era musica nel suo cervello quest'oggi), una canzone di Avrigue. / / Credevano che fossero i frati invece erano i mulattieri / credevano che fossero i frati che suonavano il mattutino / invece erano i mulattieri che scendevano dal Furcuino / avevano lenzuola bianche lenzuola bianche di lino / / Era il canto del contrabbando, in tempi di passaggi con muli per le montagne. Di muli con campanacci e di mulattieri con bianchi mantelli. Tempi finiti" (33); Vento largo: "A Luvaira qualcuno cantava sulla piazzetta sottana. / / Paese dall'anima persa / / Cantava sugli strapiombi. / / porta il cristo alla riversa / portalo bene portalo male [...]" (87); e Le parole la notte: "Il triste preludio imitava il vento, poi volse le spalle e attacco la canzone delle Alpi Marittime. / 'Giglio della montagna e fronte limpida di mia madre vi ho cercato sulla terrazza sagrada ...' / Parole e musica cadevano e tinnivano. /--Smettila, cantane una piu allegra [...]--Attacca con la Mulattiera argentata" (175).

(45) Trad.: "Capitano Edoardo, oggi il mare e pieno di grazia. Navighiamo verso una terra soleggiata e graziosa".

(46) Trad.: "Se trovero".

(47) Trad.: "Come un mare bianco. E la vostra?".
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Author:Grassano, Matteo
Publication:Italica
Date:Sep 22, 2017
Words:6647
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