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Simone Giusti. L'instaurazione del poemetto in prosa (1879-1898).

Simone Giusti. L'instaurazione del poemetto in prosa (1879-1898). Lecce: Pensa Multimedia "Filigrane" 5, 1999. Pp. 146.

La ricerca di Simone Giusti--delimitata dai due millesimi 1879, anno della prima traduzione dei Petits poemes en prose di Charles Baudelaire, e 1898, in cui appaiono le Piccole anime senza corpo di Ricciotto Canudo--e intesa alla caccia del "poemetto in prosa" ("sintagma meno vitale forse del maggiore poesia in prosa, ma per questo piu abbordabile" 9), adottandone il punto di vista. E dunque, come spiega l'autore, una ricerca di un'"etichetta generica (di un genere letterario)" e in cio "un buon modo per evidenziare parentele" (10), non sempre dirette, a volte false, ma sempre significative in una famiglia in cui l'ambiguita dei componenti appare il dato piu certo. E non puo essere altrimenti per un sintagma ibrido qual e quello in cui sono giustapposte, in tensione semantica, due manifestazioni letterarie diverse.

Nel primo dei tre capitoli, intitolato "Effetto poeme en prose", Giusti considera "cio che viene prima dell'instaurazione, prima dell'invenzione del nome, [cioe, cio] che cade ancora sotto il dominio del poeme, non del poemetto" (10).

La prima versione di Petits poemes en prose, risalente al dicembre 1877, e "piccoli poemi in prosa": "I piccoli poemi in prosa appartengono a quel genere suolsi chiamare oggigiorno bozzetto" (I. Demaria, "Charles Baudelaire", Gazzetta Letteraria), cioe "componimenti brevi in prosa" (19). La traduzione letterale, ed errata, di poeme in poema, addizionata all'ulteriore precisazione bozzetto, va a smorzare l'"obiettivo decadente di travalicamento o fusione dei generi letterari" (19) esplicito nell'espressione originaria. Ma piu che un errore questa assimilazione indica, che la Parigi dell'epoca non era la Torino della Gazzetta Letteraria, come furono recepiti i Petits poemes en prose: la nota al lettore (la dedica A Arsene Houssaye di Baudelaire), che e un mode d'emploi dell'opera, e il suo carattere antinarrativo, li accomunano ai nostrani libri di bozzetti.

Grande spazio e analisi approfondita sono dedicati alle esperienze letterarie di Carlo Dossi, veramente artista in anticipo, che veniva elaborando, con lucida coscienza critica e a monte dell'influsso bodleriano, il genere letterario della goccia d'inchiostro.

Il sintagma in questione porta poi l'inchiesta su due operatori culturali attivi dalla fine degli anni Settanta, Vittorio Pica e Girolamo Ragusa Moleti--il primo, traduttore di Mallarme coi Poemucci, il secondo, di Baudelaire coi Poemetti in prosa. Al "piccolo Baudelaire italiano", come Ragusa Moleti veniva definito, si deve, oltre alla prima traduzione italiana dei Petits poemes en prose, apparsa in parte su Il Crepuscolo (periodico verista) nel 1879, poi in volume nell'80, l'aver, come lui stesso afferma, "per il primo, e con molto buon esito [...] tentata la piccola prosa in Italia" (57). Ecco un'altra traduzione interpretativa del sintagma francese, che ambisce al riconoscimento di genere, rinnovando il termine bozzetto. Ma nulla accomuna la piccola prosa, termine attivo fin dal 1890, alla poesia. Pica dal canto suo--profondo conoscitore non solo delle opere ma anche degli autori del "decadentismo" francese e mediatore, per il tramite di una originale lettura in chiave naturalista del romanzo-manifesto A rebours di Huysmans, tra una letteratura verista e aristocratica--promuove, con il saggio del 1888 Poemucci in prosa (sul Fanfulla della Domenica), una lucida poetica del poemetto in prosa, isolato in quanto genere e non filtrato attraverso l'ammirazione per un autore, com'era stato per Ragusa Moleti. E anche Pica trova spazio nel capitolo intitolato "Dalla parte della prosa", giacche i suoi poemucci, "felice compendio del passato prossimo, dal bozzetto alla goccia d'inchiostro" (77), fronteggiano il romanzo reportage piuttosto che la poesia.

Il terzo capitolo, "Dalla parte della poesia. Il poemetto in prosa nell'epoca del versoliberismo", ripercorre gli anni 1888-1898, evidenziando, sulla base di opere e uomini esemplari, le nuove valenze dell'oggetto indagato.

Primo fra tutti in Italia a "recepire il valore innovativo ed eversivo [...] dell'operazione Petits poemes en prose" (93) e Filippo Turati con A un tarlo, (pseudoversi) del 1882. Il futuro autore dell'Inno dei lavoratori, attaccando dall'interno il sistema prosodico, mira a instaurarne uno nuovo, poetico non metrico. Certo, l'esperienza dei Semiritmi di Capuana e contemporanea, ma Giusti dimostra come l'approccio del siciliano sia distruttivo, mentre quello di Turati eminentemente costruttivo. Di particolare interesse e il ribaltamento interpretativo, dalla parte della poesia, che Turati fa subire alla citazione, posta in epigrafe agli pseudoversi, dalla lettre-preface ai Petits poemes en prose ("une prose poetique, musicale sans rythme et sans rime"), quando, annota Giusti, "Baudelaire non scrive versi liberi [...], ne auspica la loro 'invenzione'" (99). Sul versante di una "prosa biblicamente intonata", whitmaniana, e in se distinta dal poeme en prose bodleriano, "privo di ritmo e di ogni altra concessione visibile alla versificazione" (107), l'autore accoglie i Canti e prose ritmiche di Eugenio Colosi del 1889. Con il sottotitolo Il caso Petrucci, Giusti, frustrato dalle inutili ricerche, analizza i testi poi confluiti in un'opera, per ora introvabile, che potrebbe confermare "l'avvenuta instaurazione dell'etichetta che sta inseguendo" (112) e coronare il lavoro culturale svolto negli anni 1888-1890; si tratta dei Poemetti in prosa (1890) di Gualtiero Petrucci.

Ormai Il Marzocco inizia a riorganizzare, assestatesi le scosse provocate dagli urti tra naturalismo e decadentismo, quanto disordinatamente esperito nel quindicennio precedente. Sul quotidiano fiorentino, proprio nell'anno di fondazione, 1896, appare un modo nuovo per distinguere la poesia, in versi o in prosa, dalla prosa: questa e in tondo, quella in corsivo. La soluzione grafica e "un contenitore vuoto perfetto che giustifica e regola al tempo stesso ogni esperimento in prosa. E solo in prosa, perche siamo certi che sul Marzocco il confine tra prosa e verso non viene messo in discussione" (117). E come dire che le spinte versoliberiste rifluiscono nella prosa lirica del poemetto. Con le Piccole anime senza corpo (1898) di Ricciotto Canudo e confermata la tendenza, dopo un temporaneo sbilanciamento, dalla parte della prosa. Come scrive Giusti, Le piccole anime sono il "risultato piu complesso ottenuto su questo versante, dove la sperimentazione si esercita sui rapporti intertestuali che regolano il funzionamento del sistema letterario: sul peritesto quindi [...] poi sui piu discreti segnali testuali" (120).

Lo studio ha il merito di affrontare un argomento dei piu inafferrabili ma che marchera poi capillarmente le esperienze letterarie novecentesche; Giusti dunque, con una larga inchiesta, retrocede per interrogarne i prodromi, intesi o travisati, accolti o respinti. Forse proprio per l'inafferabilita dell'oggetto poemetto in prosa, il discorso si organizza in gangli argomentativi (sottocapitoli) difficilmente allineabili sul piano dell'argomentazione generale, che soffre dell'insufficienza di piu ampi momenti consuntivi.

Matteo Pedroni, Universite de Lausanne
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Author:Pedroni, Matteo
Publication:Annali d'Italianistica
Article Type:Book review
Date:Jan 1, 2000
Words:1063
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