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Pavese lettore di Sinclair Lewis.

12 marzo 1930: e una lettera a Enrico Bemporad a segnare ufficialmente l'inizio di un'attivita traduttoria che portera Pavese, tra riflessioni sulle innovazioni espressive introdotte dagli scrittori d'oltreoceano e l'individuazione delle problematiche piu caratteristiche della nuova letteratura, ad approfondire quella passione di americanista che gia aveva alimentato l'elaborazione della tesi di laurea sulle Leaves of Grass di Walt Whitman.

Proponendosi quale traduttore di romanzi nord-americani, Pavese richiama l'attenzione dell'editore fiorentino sulla scarsa notorieta che, perfino in Francia, accompagna il nome di Sinclair Lewis, autore pure "tanto rappresentativo dell'America da promettere un sicuro successo" (Pavese, Lettere 185). (1) Il conferimento del Premio Nobel, confermando la lungimiranza di giudizio deli'entusiasta lettore, inevitabilmente contribui ad accrescere la notorieta della sua attivita critica avviata con un saggio del novembre 1930 su "La Cultura" di Arrigo Cajumi. (2) Il primo incontro con l'opera lewisiana risale tuttavia all'anno precedente, come attesta il carteggio con l'amico italo-americano Antonio Chiuminatto, (3) indispensabile strumento di lavoro, assieme a Il Mestiere di vivere, per ricostruire il quadro delle letture che animarono le giomate del giov a n e Pavese e indirizzarono l'evoluzione della sua poetica. E proprio in rapporto a questa poetica, piu che ad un intrinseco valore scientifico, che assumono una particolare importanza sia le disorganiche riflessioni affidate al diario e alle lettere, sia i piu puntuali rilievi critici contenuti nei suoi saggi. "Leggendo non cerchiamo idee nuove ma pensieri gia da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma" (Pavese, Mestiere 141).

E quanto ammette lo stesso Pavese, successivamente precisando che "ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona gia nostra --che gia viviamo e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi" (141). E in tal senso possibile estendere alla sua produzione critica quanto da lui stesso osservato riguardo alle proprie note di diario, le quali non contano "per la loro scoperta esplicita, ma per lo spiraglio che aprono sul modo che inconsciamente [ha] di essere" (322). "Quel che dico non e vero," chiarisce lo scrittore, "ma tradisce--per il fatto solo che lo dico--il mio essere" (322).

Ci troviamo dinanzi ad una critica evidentemente autobiografica, tesa a cogliere nelle opere altrui cio che maggiormente risponde alle proprie inclinazioni, convincimenti e modi di sentire. Appare dunque piu opportuno parlare di congenialita di sentire, che di fonti. E lo stesso Pavese ad affrontare la questione allorche, rispondendo alle insinuazioni di coloro che avevano ridotto la sua arte a pura imitazione della narrativa americana, con un'incisivita scandita dalla triplice ripetizione anaforica, afferma: "Dunque ho fatto una scelta. Dunque ho provato simpatia. Dunque c'era in me qualcosa che mi faceva cercare gli americani e non soltanto una supina accettazione" ("L'influsso degli eventi," Pavese, Letteratura americana 223). Di "scelta" si parla inizialmente: e importante tuttavia precisare che il lessema in questione, vero e proprio mot-cle della scrittura pavesiana, risulta, nel presente contesto, assolutamente privo di quei tratti volontaristici che semanticamente lo connotano nell'accezione comune. Non a caso il periodo successivo tende a correggere il tiro, parlando di "simpatia," ossia di un' affinita di temperamento umano e artistico che deriva dal fatto di riconoscersi, come verra chiarito in un altro intervento, in quelle tali situazioni "cui la fantasia di ciascun creatore tende inconsciamente a tornare," in quanto esse costituiscono "il fuoco centrale non soltanto della sua poesia ma di tutta la sua vita" ("Del mito, del simbolo e d'altro," Pavese, Letteratura americana 275). Dalla lettura di taluni scrittori Pavese deriva l'impressione di una congenialita di sentire che nasce dalla percezione di un comune orizzonte di immagini, riflessioni e approcci. Si tratta di un processo analogo a quello per cui, ritrovando improvvisamente nel mondo i simboli che piu segretamente ci appartengono e contraddistinguono, "presentiamo, intuiamo che li siamo noi ma perche proprio quel contatto, quel lampo con la loro guisa inconfondibile, e non un altro, un'altra parvenza, senza che nulla abbiamo fatto per la scelta, non sappiamo": "la scelta e avvenuta di la dalla nostra coscienza" ("Stato di grazia," Pavese, Letteratura americana 277-78).

Una medesima ispirazione alimenta tanto la riflessione saggistica quanto l'opera creativa pavesiane. Non solo l'atto del narrare, anche quello del leggere e profondamente "monotono," essendo entrambi determinati dagli stessi archetipi personali che, originatisi nell'infanzia, individualizzano in modo univoco la nostra "posizione entro la realta" ("Raccontare e monotono," Pavese, Letteratura americana 308). Dal momento che "ciascuno ha il suo gorgo," anche leggere significhera pertanto "sentire nella diversita del reale una cadenza significativa" (308).

Evidente, in questo senso, la consonanza tra quello spirito avventuroso, compiaciutamente irresponsabile che anima tanta parte dell'opera pavesiana e la sete di liberta rintracciata nella pagina deli'americano. "Tutti i personaggi di Lewis," osserva il critico-scrittore, "sono melanconici ribelli che in mille modi--innamorandosi, vivendo all'aria aperta, cambiando mestiere, studiando, occupandosi d'arte, parlando un dialetto variopinto o ubriacandosi anche, talvolta--tentano di sfuggire all'avvilente grigiore quotidiano" ("Senza provinciali, una letteratura non ha nerbo," Pavese, Letteratura americana 11).

Un grigiore, potremmo aggiungere, che neppure i tanti "pomeriggi di velluto e cristallo" che ovattano l'esistenza di Clara, ne L'amore in automobile (Lewis 207), riescono a riscattare. Prorompe, contro l'inconsistenza di un ambiente le cui uniche preoccupazioni sembrano confinate al tipo di automobile da prendere e alle raccomandazioni da fare al cuoco perche non aggiunga troppo prezzemolo alla minestra, l'urgente e disperato anelito alla vita della protagonista: "Anche un letto a colonne costa troppo caro quando lo si paga con queste discussioni interminabili sul rubinetto della camera blu. Voglio correre in automobile, voglio filare via, voglio vivere!" (27). Analoga la ribellione del Dottor Arrowsmith al sofisticato mondo della seconda moglie, Joyce: "Improvvisamente Martino prese in odio il velluto azzurro e oro della macchina, la scatola d'oro delle sigarette che vi era sapientemente inquadrata, tutta quella dolce e soffocante prigione" (Lewis, Dottor Arrow-smith 530). E altrettanto intenso il conseguente slancio verso la liberta, per riconquistare la quale egli rifiuta la nomina di vicedirettore dell'Istituto McGurrk. La mondanita dell'ambiente lo induce infatti a pensare ad un "funerale di prima classe," e lo stesso incarico, per quanto socialmente prestigioso, si riduce ai suoi occhi ad una trafila di atti insulsi: "dettar lettere, concedere interviste, far colazione con degli idioti di riguardo," esprimere il proprio "riverito parere" su lavori dei quali non conoscerebbe "una sola sillaba" (530-31).

L'avvilente grigiore quotidiano assume invece, altre volte, le sembianze della vera e propria sciatteria: di qui il senso di soffocamento vissuto da Una, la protagonista di Le donne lavorano, mentre osserva i "calzini di cotone del consorte, neri col piede bianco." Per quanto ella si costringesse nella lettura di "romanzi che dipingevano la vita--uffici e alberghi di famiglia e mariti sudati--dai punto di vista piu bello," pure a tratti era assalita "dal dubbio [...] e si chiedeva se la vita dovesse essere tutta confinata tra Panama, Pemberton e [il marito] Schwirtz" (Lewis 223).

Ritroviamo, in certi racconti pavesiani, la stessa atmosfera di sofrocante prosaicita. La desolata immagine di un marito con due bambini al collo e dietro una donna patita, la moglie, intravisti per strada, evoca nella mente del protagonista di Viaggio di nozze l'opprimente prospettiva di una vita ordinaria, ridotta a frustranti impegni familiari, routine e impietoso decadimento fisico: "Immaginai Cilia invecchiata, deturpata, e mi sentii serrare in gola" ("Viaggio di nozze," Pavese, Tutti i racconti 470). Di contro, la soccorrevole idea della fuga:
 Mi soffermavo alla stazione studiando il fumo e il trambusto. Per
 me la fortuna era sempre l'avventura lontana, la partenza, il
 piroscafo sul mare, l'entrata nel porto esotico col fragore di
 metalli e di grida, l'eterna fantasticheria. [...] Mi coglieva
 d'improvviso in certe notti senza vento, immobili, il fischio
 remoto e selvaggio di un treno e mi faceva trasalire acantoa Cilia,
 risvegliandomi le smanie. (471)


Anche Nanni, il giovane di Primo Amore, e vittima della "smania di viaggiare," tanto da rimpiangere di non essere marinaio ("Primo amore," Pavese, Tutti i racconti 500). E c'e addirittura chi, preso dalla "smania di finirla, di prendere un treno," non riesce a dormire, pensando al padre scappato giovanotto e andatosene a piedi visto che ai suoi tempi non c'era ancora la ferrovia ("Insonnia," Pavese, Tutti i racconti 19).

E proprio il desiderio di certa vita "picaresca," fatta di scorribande notturne rallegrate dall'alcool e dal piacere di un trasgressivo vagabondaggio che Pavese ritrova in molti scritti dell'americano, come dimostra il passo de Il Dottor Arrowsmith da lui stesso riportato nel saggio del '30:
 Sempre in America dura, dal tempo dei pionieri, un'allegra razza di
 giovani paria cenciosi che girano senza motivo da stato a stato, da
 regione a regione, in preda alla febbre della strada [...]. Non
 sono sempre vagabondi. Hanno citta fisse a cui tomano a lavorare
 quietamente--per una settimana--per poi altrettanto quietamente,
 scomparire di nuovo. Affollano i vagoni per fumatori, di notte,
 siedono silenziosi su panche sudice nelle stazioni.... In quel
 mondo di viandanti svani Martin ("Senza provinciali," Pavese,
 Letteratura americana 23-24).


Il fascino dell'esotico eccita pure la fantasia del Nino pavesiano, "avido specialmente d'incontri con venditori e ciarlatani che venissero da lontano, dai paesi dietro la collina, oltre le terrazze del fiume: gente che parlava in modi vivaci e vestiva con larghe fasce rosse sui fianchi" ("L'eremita," Pavese, Tutti i racconti 21). Pietro, ex-marinaio che aveva girato il mondo, diverra per l'adolescente il modello di una vita altra rispetto all'amara esistenza paterna e ai pregiudizi della ristretta e per-benistica mentalita della zia. La figura gigantesca, il dialetto ricco di parole esotiche, e l'"odore [...] di salute d'aria aperta e di sagacia animale" che lo connotano rapiscono e incantano Nino come una promessa di liberta. Ed e all'insegna della liberta che si concludera il racconto: dopo un breve rientro nella societa civile e nella quotidianita lavorativa, Pietro si decidera infatti a riprendere il viaggio perche, in fondo, il mondo e grande (29).

Tale disposizione a vagare mantiene a pieno la suggestivita di un'esperienza esistenziale, piuttosto che la prosaicita di una concreta esperienza empirica. Lo stesso spirito d'avventura che anima la fuga dei due giovani protagonisti de Il mare pavesiano e sprovvisto di quei risvolti realistici che in altri scritti, ad esempio ne La Spiaggia, fanno dello stesso universo acquatico l'"oggetto di una pratica quotidiana, e perdi piu entro i riti di una mondanita annoiata" (Gioanola 138). Come ha suggestivamente rilevato Elio Gioanola la ragione profonda che incoraggia il viaggio degli amici sta proprio "nella mancanza di uno sbocco reale per la fuga" (148).

Anche la sete di liberta di certi personaggi lewisiani preferisce talvolta restare confinata al livello di puerile fantasticheria, piuttosto che tradursi in fattiva volonta di trasformazione. Il timido e impacciato Mr. Wrenn, ad esempio, "il vagabondaggio eroico" si limita a sognarlo, rannicchiato al tepore della propria stanza d'affitto, dinanzi alle immagini delle guide, "i libri del fatato paese dei viaggi" (Lewis, Il nostro signor Wrenn 13-14). Per il suo spirito fanciullesco, l'Irlanda non e la terra delle patate o degli uomini politici, ma "la patria delle fate." Il fatto e che lui--spiega l'autore--"aveva bisogno di fate," esseri che, come il lettore potra facilmente intuire, non erano comuni sulla 16[degrees] Strada West (14). In fondo, la stessa fatina che visita Babbitt durante i sogni notturni, e che rimane ad attenderlo "nell'oscurita, al di la di misteriosi boschetti" (Lewis, Babbitt 8), non ha forse il medesimo valore simbolico? Dietro la rassicurante soddisfazione di una vita del tutto consona ai criteri della rispettabilita, del dovere e dell'efficienza borghesi, il personaggio avverte, sempre piu marcato, il desiderio di un'esistenza diversa, piu appagante, piu vicina ai sogni e alle ragioni piu intime. Di questo bisogno e tutto pervaso lo sfogo con l'amico Paul:
 Ho qualcosa di strano addosso: ho fatto piu o meno tutto quello che
 dovevo fare; ho provveduto alla famiglia, ho comprato una bella
 casa e un'auto a sei cilindri, e ho messo su una bella impresetta;
 e non ho grandi vizi, a parte il fumo ... e me lo sto levando, tra
 parentesi. Vado in chiesa, gioco a golf quel tanto per tenermi in
 forma, e frequento soltanto brave persone. Eppure, con tutto cio
 non mi sento veramente soddisfatto. (68)


Dalla percezione di una indistinta insoddisfazione alla radicale messa in discussione di un intero sistema di vita il passo e breve:
 Stava pensando che forse tutta la vita, come la conosceva e come
 vigorosamente la viveva, era futile: che non era poi molto
 piacevole far soldi; che era di dubbio valore allevare figli solo
 perche essi potessero a loro volta allevare altri figli che
 avrebbero poi allevato altri figli. (293)


Sara Tanis, la giovane amante, a regalargli l'impressione di essere riuscito a cogliere la sua occasione di fuga dalla pesantezza di una vita per tanto tempo ordinata "sulla base di un ritmo sano e diligente" ma "privo di passioni" (356). L'alcool, le danze, il turbine di desiderio da cui Babbitt si lascera travolgere assumono infatti le sembianze di piacevolissimi compagni di oblio e di ribellione. E sebbene quei bagordi notturni, riguardati al mattino, tra gli impegni lavorativi e i canonici modelli comportamentali imposti dal suo ruolo di padre, marito e benpensante cittadino, ponessero imbarazzanti scrupoli di coscienza, pure "qualsiasi cosa [...] era preferibile" all'alternativa di "tornare a un'esistenza arida" (364).

Coglie dunque perfettamente nel segno Pavese allorche sintetizza l'"avventura [...] tutta spirituale" del protagonista nei quattro momenti della "fuga, ribellione, scoperta, sconfitta" ("Senza provinciali," Pavese, Letteratura americana 22). Di sconfitta, il critico parla, si: perche "the grand sneak," ossia "la grande fuga," generalmente si conclude con un rientro dei personaggi lewisiani "al posto nella vita" (9). Ben presto tornera a farsi sentire nello stesso Babbitt il bisogno di rifugiarsi tra le sicurezze di una condotta piu conformista. Uno degli ultimi primi piani dedicati al personaggio ci mostra non a caso l'immagine di un rispettabile membro della Lega Civica che si accanisce "contro i crimini dei sindacati, i pericoli dell'immigrazione," e si entusiasma invece "delle delizie del golf, della moralita, dei conti in banca" (Lewis, Babbitt 413). Eppure, osserva Pavese, sebbene "un po' abbacchiato e smorto" il personaggio lewisiano sembra reimmettersi nelle rotaie dell'ordinario provvisto di "una nuova coscienza di se stesso: la macchina della civilta non lo possiede interamente, la vita e ancora degna" ("Senza provinciali," Pavese, Letteratura americana 9). Resta infatti, in Babbitt, la percezione di un'esistenza non sufficientemente valorizzata, ridotta a puro tirare avanti, durante la quale non si e riusciti a realizzare neppure una delle cose piu intimamente desiderate. L'incoraggiamento rivolto, alla fine del romanzo, al figlio affinche almeno lui, incurante del plauso esterno, possa fare cio in cui maggiormente crede e quanto resta, in questo medio uomo americano, della passata ribellione.

Subitanea accorre alla mente del lettore pavesiano "la figura dello scappato di casa che ritorna con gioia al paesello, dopo averne passate d'ogni colore e tutte pittoresche" (Pavese, Mestiere 17). Quello della fuga-ritorno e uno stampo costruttivo e psicologico che, anticipato dalla figura ancora baldanzosa del cugino reduce da I Mari del Sud, velera di una piu struggente malinconia la pagina delle successive esperienze narrative, incarnandosi ora in Clelia, protagonista di Tra donne sole, ora nell' Anguilla de La Luna e i falo. Motivo cosi altamente fondante della poetica pavesiana, da indurre la studiosa spagnola Muniz Muniz ad epigrafare queste due antitetiche correnti di nostalgia con la versione dialettale, proposta da Giacomo Noventa, di una coppia di versi di Antonio Machado: "Chi parte nostalgia lo muove/chi resta nostalgia lo tien" (Muniz 94).

Anche in Lewis e possibile del resto trovare, entro un tono generalmente "divertito e canzonatore" ("Senza provinciali," Pavese, Letteratura americana 12), delle forti venature elegiache, ulteriore punto di contatto con la sensibilita del nostro. Il "virus del villaggio" di cui parla un personaggio di La strada principale, "epidemico tra avvocati, medici [...] che hanno fatto l'universita: tutte persone che hanno avuto un'idea di cosa e il mondo che pensa e ride, ma che sono tornate al loro pantano" (Lewis, La strada principale 196), non e altro che il richiamo alle radici dei personaggi pavesiani. La certezza cui allude il titolo di un racconto di Feria d'agosto e proprio quella di chi, dopo aver tanto fatto, veduto e capito nel mondo, sente come piu sue le piccole cose del proprio passato rustico: "un mucchio di sassi" dove si "sedeva allora," "una griglia di cantina" dove si ficcava gli occhi, "una stanza chiusa" dove non si poteva entrare ("Una certezza," Pavese, Tutti i racconti 82).

Ma Pavese pote rintracciare in Lewis anche una delle sue figure piu tipiche, quella del vagabondo o dell'eremita: tale e "Westlake Parrot, meglio noto al volgo come Pinky, gentiluomo e avventuriero, nato sotto la costellazione di Marte e di Venere, con l'influsso di Saturno," nonche detentore di inesistenti possedimenti in Arcadia, la valle dei sogni (Lewis, Amore 133 e 135). E seppur con una piu marcata connotazione in senso ideologico e sociale ritroviamo in Miles Bjornstam di La strada principale un'analoga figura di outsider svincolato da impegni e doveri sociali: "Andiamo a far mercato di cavalli, tutta l'estate. Vagabondi e benefattori del genere umano, siamo noi," dice l'uomo in risposta a Carol Kennicott. "Di tanto in tanto faccio uno di questi viaggetti [...]. Gran bella vita! Ci accampiamo lungo la strada" (Lewis, Strada principale 185-86). Cosi, durante le monocordi giornate della donna, trascorse in un "ci-ci-ci con la signora Cass," avverra l'avventuroso vagabondaggio "per tutto il Dakota, traverso le Bad Lands, sulle montagne dell'East" dilui e Pete che, accampati "in una tempesta di neve a quattrocento metri a picco su un lago," se ne staranno "comodi comodi, [...] a guardare un'aquila fra i rami degli abeti, un'aquila che ruota e ruota tutto il giorno, il gran cielo aperto ..." (186).

Questa smania di evadere, intrepida volonta di riscatto dalla chiusura del soffocante ambiente circostante, e la stessa che indurra Walter a scappare dalla scuola superiore, trascorrendo "gli anni piu gloriosi della sua vita a vagabondare giu per il Mississipi e super Rio Grande e su su fino all'Alaska e giu giu fino a Costarica: zimbello e buffone di vagabondi, marinai, scaricatori di porti, minatori, cow-punchers, proprietari di ristoranti e proprietari di piccoli giornali" (Lewis, Donne lavorano 59).

E insomma il mito di una colorata vita zingaresca, priva di regole e insofferente verso qualsiasi forma di fissita, che Pavese scorge dietro le irrequiete scorribande di questi personaggi lewisiani. Un gitanismo che ha un valore prevalentemente simbolico: di Milt e Clara, che si promettono sposi in macchina, nel bel mezzo di una inondazione, Lewis ci dice infatti che "risalirono in automobile, allegri e impetuosi come due zingari" (Lewis, Amore 268). Altrettanto significativamente l'inizio del viaggio di Dodsworth e accompagnato dal canto del Sentiero degli zingari di Kipling.

Ora, la stesura, nel novembre 1941, di un racconto come La zingara, se non dimostra una diretta influenza dello scrittore americano, certo ci riconferma nella ipotesi di una naturale consonanza di sentire. Intenso, anche nella suddetta prosa di Pavese, il fascino esercitato dal sovversivo modello esistenziale:
 Mi annuncio che in paese erano comparsi degli zingari, con pentole
 e carrette, che qualcuno era stato visto in mattinata, ele donne,
 al dire del barbiere di fronte, visitavano le case in cerca di
 lavoro.--Pare impossibile--disse con improvvisa foga:--oggi qui,
 domani sulla montagna, dopodomani chi sa dove; nessuno li comanda,
 nessuno li trattiene. Sono l'opposto di noialtri.
 fantasticai anch'io, sbirciando la luce pallida, sugli zingari e
 il loro vagabondare ("La zingara," Pavese, Tutti i racconti 676).


Anche la propensione dell'autore americano verso i rappresentanti di un'umanita media rispecchia un modo di concepire sia la letteratura che la vita profondamente affine a quello di Pavese. Dietro alla caratterizzazione del personaggio di Lewis come "uomo tra gli uomini, sofrocato da piccole miserie e rallegrato da piccole gioie" ("Senza provinciali," Pavese, Letteratura americana 11), e facile scorgere la propria simpatia poetica e umana per certi ambienti di diseredati, protagonisti del suo stesso universo narrativo.

Una lettera all'amico Chiuminatto, cronologicamente attigua all'intervento su Lewis, ribadira l'insofferenza per ogni mito superomistico con l'esaltazione di Sorrel and Son, di Deeping, "libro di attrattiva universale per lo spirito plebeo--in senso buono--della sua esperienza, per la sua semplicita elementare, essendo l'espressione d'una vita tra desideri e azioni comuni, una vita che e quel che e in se stessa" (Pavese, Lettere 176).

Uomini medi sono i due nonni dall'animo giovane di The Innocents, i quali "tentano imprese e passano sventure, sempre lieti, Papa a suonare, Mamma ad amarlo e a borbottare: due vecchietti che fuggono come monelli dalla tirannia della figlia" ("Senza provinciali," Pavese, Letteratura americana 16); uomo medio, o "average man" come Pavese tornera a chiamarlo in un appunto diaristico di qualche anno posteriore, (4) e anche il signor Wrenn, "modesto impiegato sognator d'avventure, che fa un viaggio in Europa e goffamente e melanconicamente vi si innamora, e poi torna al suo impiego e al suo mondo di piccola gente e vi trova la felicita" (16) (5); uomo medio e, in particolar modo, Babbitt, "ridicolo fantoccio veduto collo sguardo piu allegramente disperato possibile" (21). Uomini medi sono, piu in generale, tutti i bevitori lewisiani: impiegati, operai, giornalisti, gente comune, poveri uomini che "ricorrono a questa ultima parvenza di ribellione individuale" (10) per rendere piu accettabile la propria miseria quotidiana. Riflessione critica che, mentre getta una luce sul "nuovo modo di bere" (9) introdotto dalla narrativa americana, funge da prezioso documento di poetica. Cosi descritte, queste figure appaiono infatti molto vicine alla dolorante umanita protagonista della prima raccolta poetica pavesiana (6): uomini di fabbrica, prostitute, contadini, vecchi che cercano spesso nell'alcool o nello sfogo istintuale di obliare il loro fatale destino di vinfi. (7) Lungi comunque dal risolversi in una semplice operazione autoproiettiva, l'individuazione di un tal personaggio evidentemente risenti dell'influenza esercitata dalla lettura del volume Litterature americaine di Regis Michaud, ricordato da Pavese nel saggio su Edgar Lee Masters del 1931, come la "persona al mondo che ha sinora meglio giudicato di quella letteratura" ("Polemica antipuritana con ardore puritano," Pavese, Letteratura americana 51). Nel paragrafo dedicato a Sinclair Lewis il critico francese parla infatti di "portraits et caricatures de l'homme moyen," tornando successivamente ad insistere sull'assenza di quei "types d'exception" che affollavano il precedente "roman de moeurs" americano (Michaud 174).

Il fatto e che, come Pavese stesso chiarira nella parte conclusiva dell'intervento, "i personaggi, e con essi l'autore, sono grandi provinciali" ("Senza provinciali," Pavese, Letteratura americana 29). Come dimenticare, ad esempio, le tante pagine dedicate in La strada principale alla descrizione dell'accorata reazione di Carol dinanzi alle tediose conversazioni che animano i raduni del piccolo villaggio? Conversazioni esclusivamente animate dall'interesse per i reumatismi del tale, l'influenza del tal altro, o per i luoghi in cui fosse favorevole la pesca del luccio; conversazioni cadenzate dall'insistente domanda: "Sa che Percy Bresnaham e di qui?" (Lewis, Strada principale 60-69), mediante la quale gli abitanti del luogo tentano provincialmente di riscattarsi dal proprio anonimato, tutti orgogliosamente plaudendo al prestigio e alla notorieta di un proprio compaesano; conversazioni infine durante le quali i nuovi sistemi educativi, le organizzazioni sindacali e la partecipazioni agli utili vengono rifiutati con un fare energicamente scandalizzato che li condanna perche troppo progressisti per la piccola Gopher Prairie.

La suggestione che gli viene dal mito dell'America e pero soprattutto quella di una terra selvaggia e primitiva. Come gli studi antropologici, anche l'interesse americanista deve infatti esser ricondotto a una medesima e duplice esigenza psicologica: se da un lato esso permise allo scrittore di appagare la sua tensione verso una dimensione barbarica ed arcaica, dall'altro, consentendo di includere l'orizzonte delle private immagini entro quello di un pensiero universale, (8) costitui una rassicurante giustificazione culturale alle sue piu intime e irrazionali inclinazioni. Parlando ad esempio degli "ottimi tipi, robusti e sanguigni" ("Senza provinciali," Pavese, Mestiere 13) che popolano le pagine dell'autore americano, mentre delinea la psicologia del tipico middlewest, Pavese da espressione ad un suo intimo modello narrativo ed esistenziale, il quale generalmente acquista risalto dal confronto col suo contrario. (9)

Molti racconti pavesiani risultano giocati su questa rigida antinomia (10): basti pensare all'antitesi, in Arcadia, tra il personaggio di Paolo "debole e vile e convinto di non riuscire per tutta la vita a concludere nulla" ("Arcadia," Pavese, Tutti i racconti 282) e quello di Moschin, "simpatico e prepotente, allegro" (287-88). Dall'indolente esistenza trascorsa dal primo in pensieri, impeti, esitazioni e monotonie (287), nasce cosi una sofferta e segreta attrazione per la "sanita" e la "forza" (301) emanate dalla solida figura del popolano. Di contro alla cerebralita delle pseudo-intellettualistiche riflessioni studentesche attorno al carattere "eminentemente intimista" dell'arte moderna (302) sta il magico richiamo a "una vita piu sana e serena, una vita inimitabile" (290) che e quella stessa che gli deriva anche dall'immagine dell'America proiettata sul telone del cinematografo. Contrasto possibilmente maturato nella lettura di quel passo de Il nostro signor Wrenn incentrato sull'insofferenza nutrita dall'amata, Istra, per le vacue conversazioni in cui i suoi amici "radicali," "super-radicali," "attivisti" e scrittori di "prosa impressionistica" trascorrono le serate. L'esperienza sulla nave bestiame fatta dal signor Wreen, piu vera, piu reale, agli occhi della donna, "di qualunque cosa abbiano fatto quei pensatori all'acqua di rose" (Lewis, Nostro signor Wrenn 134-35), ha il medesimo sapore della vita elementare e rude vagheggiata da certi personaggi pavesiani. Pure Dodsworth dimostra di apprezzare la "sana naturalezza" di Sam, "infinitamente piu pulita delle blande allusioni acerte perversioni, che s'udivano sempre piu spesso a Nuova York e a Londra." Le manate sul sedere dell'amico appaiono al protagonista addirittura piu sincere di un "saluto meno cordiale, di una tepida stretta di mano, di un "me state?' all'acqua di rose" (Lewis, Dodsworth 108).

La distanza antropologico-sociale rintracciabile dietro lo schema oppositivo dei personaggi pavesiani si arricchisce evidentemente in Lewis di ulteriori connotazioni, traducendosi spesso in opposizione tra abitanti dell'Est e quelli dell'Ovest. E anche di natura geografica il divario che ad esempio allontana, ne Il dottor Arrowsmith, i telefonisti, compagni del lavoro estivo del giovane Martin, uomini semplici e rudi, dalla presunzione dei colleghi medici, sempre intenti ad usare "una confusa terminologia scientifica" (Lewis 44). (11)

Nel suo avventuroso viaggio tra le grandiose praterie del West la stessa Clara, l'aristocratica cittadina di Brooklyn, scoprira "il gran corpo dell'America, l'insospettabile realta di [...] vita fattiva, l'affascinante serieta e freschezza del midland" ("Senza provinciali," Pavese, Letteratura americana 15).

Traspare, nel breve sunto di Pavese, tutta la vibrante compartecipazione alla potenza vitale di questo giovane popolo. Non i "ridicoli bifolchi" che aveva temuto di trovarsi dinanzi ammettera, sorpresa, di aver incontrato la ragazza, ma uomini capaci di guardare "la vita dritto negli occhi, coraggiosamente" (Lewis, Amore 80). Milt Daggett, giovane irrequieto, avido di scoperte e di novita, costituisce una figura antitetica ai damerini dell'aristocratico ambiente d'origine della fanciulla: uomini che indossano dei breeches non gia per andare a cavallo ma "in omaggio alle bellezze della Natura," e che, lisciandosi i capelli, modulano tutta una serie di rapiti "Oh" e "Ah" davanti alle montagne (105). Individui cui sembra in definitiva sufficiente, per dare un sapore "decisamente selvatico e primitivo" ad un pic-nic, evitare di prendere con se la cameriera e restarsene poi a parlare, ovviamente come si conviene, delle "bellezze della vita rustica" (263-64). E ai rappresentanti di quale mondo Pavese accordi la propria simpatia traspare chiaramente dalla fulminea definizione coniata per il romanzo, "poesia della vita giovane, goduta come una bella avventura, forte e semplice" ("Senza provinciali," Pavese, Letteratura americana 15). (12)

In fondo, quasi tutti gli interventi sui romanzi di Lewis si configurano come inno trionfale al vitalismo, con significativo ritorno, addirittura, dei medesimi lessemi: se Avventura in Canada ci descrive un' "avventura tutta piena della gioia della vita rude" (23), la "paganita" che contraddistingue la mirabile figura di Leora ne II Dottor Arrowsmith tornera con l'omonimo protagonista del romanzo successivo, Elmer Gantry, tipo "troppo robusto e carnale e pagano" nella sua scelleratezza, per poter riuscire ripugnante (25-26). L'anima dell'intera opera di Lewis, ribadisce Pavese nella chiusa del saggio, e tutta pervasa dal canto di "questo mondo forte e gaio, questo spirito terrestre," espressione dello "schietto e sano gusto della vita del suo popolo" (31).

Quanto Pavese fosse sensibile a questo ideale modello di virilita lo confermano i successivi interventi di americanista: quello, di due anni posteriore, su Melville, meritevole di aver saputo passare "la cultura attraverso l'esperienza primitiva," essendo giunto lui stesso al mondo delle lettere dopo una ricca esperienza come baleniere, robinson e vagabondo ("Il baleniere letterato," Pavese, Letteratura americana 74-75); quello, ancora del 1932, su Anderson, il quale in Riso nero ha mostrato come "anche in America scorre il sangue nei corpi, anche in America ci sono istinti, ci sono passioni, ci sono lavori vitali e non solo efficienti" ("Uarte: l'ordine dov'e il caos," Pavese, Lettertura americana 47); ed ancora quello su Whitman, cantore dell'"uomo forte, pensoso, ricettivo, che passa trai fenomeni del mondo e tutti li assorbe, rapito proprio dalla loro semplicita, normalita, realta" ("Poesia del far poesia," Pavese, Lettertura americana 140). A ribadire ulteriormente la sua posizione, sta infine il saggio di attualita del 1945, significativamente intitolato Ritorno all'uomo, in cui Pavese recisamente afferma che "in quello strato sociale che si suole chiamare popolo la risata e pi6 schietta, la sofferenza pih viva, la parola pih sincera" ("Ritorno all'uomo," Pavese, Letteratura americana 198).

Si tratta, evidentemente, di un'immagine mitica, ossia di quel particolare tipo di immagine "centrale, formalmente inconfondibile," cui la fantasia di uno scrittore "tende sempre a tornare e che piu lo scalda" (Pavese, Mestiere 257-58). Mito che, come e stato giustamente rilevato dalla critica, piu che da un approccio teorico, nasce dalla stesse origini langarole dello scrittore, ed e connesso a quel "contrasto di citta e campagna, di schiettezza e vuota finzione" ("Middle West e Piemonte," Pavese, Letteratura americana 38) che, oltre a caratterizzare a fondo la narrativa di Anderson, Pavese deve aver colto anche in Lewis. Non gli sfugge, ad esempio, che come Gopher Prairie de La strada principale e il simbolo dei villaggio, Zenith, in Babbitt, e il simbolo della tipica citta americana ("Senza provinciali," Pavese, Letteratura americana 22).

In un mondo tanto condizionato dal mito della razionale efficienza, non solo ogni spazio del reale e dell'immaginario si trova tristemente assoggettato ai principio della funzionalita, ma la scelta di un semplice accendino puo esser condizionata dalla possibilita del risparmio dei dieci minuti in un mese o due che esso consente. In una societa in tal modo congegnata, non deve sorprendere l'approccio utilitaristico alie discipline umanistiche, in virtu del quale se in Babbitt c'e chi propone di capitalizzare la cultura, essendo essa diventata "un ornamento e una pubblicita necessaria quanto i marciapiedi o un buon sistema bancario" (Lewis, Babbitt 281), il poeta pavesiano protagonista di Qualche motivo si trova in carcere per "inattivita aggravata," non essendo ancora vissuto di qualche lavoro utile. Verra addirittura il giorno--tuona deciso il funzionario--in cui la prosa "passera Monopolio di Stato," tanto che "pensera l'ufficio competente a produrre il romanzaccio necessario tutti gli anni" ("Qualche motivo," Pavese, Tutti i racconti 686 e 688). La mordacita che puntella il suddetto racconto, dei 1936, ricorda da vicino la divertita ironia con cui Lewis parla dei cosiddetti "esperti in efficienza," apposita categoria di individui introdotta nelle aziende "al tine di accelerare il lavoro un pochino al di sopra dei limite dell'umana sopportazione':
 Uno di questi esperti [...] introdusse la novita dei fattorini che
 giravano con vassoi pieni di bicchieri d'acqua alle dieci, alle
 dodici, alle due e alle quattro. Fino allora, le stenografe avevano
 sciupato un sacco di tempo col pretesto di andare a bere; in
 realta, per ridiventare essere umani, sollevarsi un po', fare due
 chiacchiere, dieci minuti al giorno. Dopo le visite dell'esperto,
 le ragazze divennero cosi efficienti che non interrompevano il
 lavoro nemmeno per un secondo [...]. Ma nessun esperto fu capace di
 trattenerle dal buttarsi fra le braccia di chiunque avesse
 accondisceso a sposarle e portarle via da quella atmosfera carica
 di efficienza. (Lewis, Donne lavorano 203)


Ogni desiderio di avventura, ogni speranza di un avvenire diverso, ogni fragranza di emozione viene qui soffocata nel grigio menage di una vita ridotta a meccaniche azioni:
 la colazione solitaria, la Sotterranea, il lavoro noioso, il pasto,
 la sonnolenza dopo aver mangiato, lo scoraggiamento alle tre, il
 malumore del principale, poi la Sotterranea di nuovo e una casa
 solitaria; ne amore ne lavoro creativo, e infine un lungo sonno per
 esser pronta per un altro giro di delizie. Cosi passavano i giorni.
 (121)


Anonime vittime di un'anonima esistenza, al pari di tutti quei vinti della fiumana del progresso su cui Pavese, redigendo attorno all'estate del 1928 L'avventuriero fallito, getta il suo sguardo pietoso. Individui che, attirati dalla speranza della grande vita americana, "erano giunti pieni di forza, s'erano adattati docili, convinti e avevano faticato faticato senza una luce mai, finche eran caduti fiaccati e abbrutiti, fuggendo l'inesorabilita di quella terra" ("Uavventuriero fallito," Pavese, Tutti i racconti 257). Ma vano e il ritorno. Lo spettacolo di camini ritti a insudiciare il cielo e il rumore di "quei fischi disumani, acutissimi che attraversavan, tra i frastuoni, la nebbia, impregnata di caligine e d'odore di motori" (259), sono spettri ormai familiari di una modernita che nel suo impietoso avanzare non ha risparmiato neppure la piccola citta di origine dei nostro avventuriero. Dal raffronto tematico emerge, evidente, una comune indagine sulla stortura livellatrice e soffocante del progresso, (13) risolta da Lewis in chiave satirico-ironica (14) e da Pavese in una tonalita piu spesso lirico-epica.

In Fumatori di carta, poesia di quattro anni successiva, Pavese tornera, come lui stesso dice di Lewis, a gettar lumi sui problemi sociali, poeticamente dando voce alla rassegnata disperazione di uno dei tanti operai che a Torino "imparo a lavorare/nelle fabbriche senza un sorriso," convivendo coi mille volti della solitudine cittadina: "donne rauche, ubriachi/traballanti fantocci sperduti," illuminati dalla luce dei lampioni notturni:
 D'un tratto grido
 che non era il destino se il mondo soffriva,
 se la luce del sole strappava bestemmie:
 era l'uomo colpevole. Almeno potercene andare,
 lar la libera fame, rispondere no
 a una vita che adopera amore e pieta,
 la famiglia, il pezzetto di terra, a legarci le mani.
 ("Fumatori di carta,"
 Pavese, Lavorare stanca 110-11)


Ma per quanto sia energica, in entrambi gli autori, la denuncia dell'invasiva societa moderna, la citta tende sempre a mantenere una ricca valenza polisemica. U"instabilita di spirito" o le "incertezze di giudizio" ("Senza provinciali," Pavese, Letteratura americana 12-13) che Pavese rintraccia entro la scrittura del nordamericano sono molto simili alla contraddizione insita nel suo stesso oscillante punto di vista. Tanto nell'uno quanto nell'altro la citta, mentre e luogo di alienante standardizzazione, disumana efficienza, solitudine e ingiustizie sociali, e vissuta anche come possibilita di ozio spensierato, riscatto dal provincialismo del piccolo paese, dalla schiavitfi di una vita ridotta a fisiologica sussistenza.

Al rientro da Washinghton, Carol Kennicott dovra ad esempio constatare che la regolarita della vita a Gopher Prairie, scandita, proprio come allora, dalle solite conversazioni sulla ricetta per fare la birra in casa e la nuova automobile di Clark, e cosa ben lontana da quell'atmosfera carica di mutamento universale respirata nella metropoli, tra dibattiti sul socialismo e versi liberi (Lewis, Strada principale 549). Anche Una, l'impiegata di Le donne lavorano, sara costretta ad ammettere, osservando la Sotterranea da un altro punto di vista, che "v'era senza dubbio un lato eroico in quello spettacolo di treni d'acciaio rombanti a quaranta miglia ali'ora sotto edifici di venti piani" (Lewis, Donne lavorano 120). Abituatasi ai molteplici rumori di folla, bimbi, tram, autocarri e automobili che ingolfano il via-vai cittadino, le avverra addirittura di sentire "l'enorme ritmo della citta non come un rugghio minaccioso ma come un inno di trionfo" (160). E se Martin Arrowsmith esce disgustato, come rileva Pavese, dali'alta societa, per ritirarsi trai boschi a far ricerche di laboratorio, l'avvocato protagonista di Avventura ai Canada decide alfine di rientrare nel proprio mondo: un mondo fatto non solo di "uffici in cui ci si asfissia lentamente, telefoni, conti che non tornano" (Lewis 13), ma anche di conversazioni con "persone gentili, bennate, simpatiche che chiacchierano fra loro al riparo di un portico" (72). E analogamente si conclude l'altra situazione "del cittadino che va a fare un'escursione per accostarsi alla natura," narrata in Babbitt ("Senza provinciali," Pavese, Letteratura americana 12).

Una citta insomma che atterrisce ed al contempo consola o, addirittura, esalta. Altalenante e anche il giudizio espresso da Pavese su questo archetipo della modernita. Per il protagonista di Lotte di giovani, ad esempio, la citta viene sognata come "turbine di vita febbrile," capace di riscattare il tedio che avvolge la propria esistenza: "la gioia di pensare a tutta l'azione della gente che vi abita, a questo turbine di vita! Fare, fare: e la cosa pio bella che abbia il mondo" ("Lotte di giovani," Pavese, Tutti i racconti 201 e 207) proclama il giovane. Essa mantiene del resto anche in Pavese il fascino del luogo dell'ozio spensierato, in cui elegantemente vengono evitate le fatiche ele difficolta di un'esistenza altrove piu brutale: "la polvere edil caldo non sporcano i muri / [...] lungo i viali le case son bianche / e ogni tanto qualcuno si siede nei viali a far niente" ("Citta in campagna," Pavese, Lavorare stanca 35). E quelle donne maliziose, intraviste di notte a Torino, "vestite per gli occhi, che camminano sole" ("Terre bruciate," Pavese, Lavorare stanca 69), si offrono allo sguardo del viandante come immagini di accattivante seduzione. La citta e insomma il luogo delle vetrine, dei colori e delle voglie ("Gente che non capisce," Pavese, Lavorare stanca 37) che accompagna tutte le sere Gella nel viaggio di ritorno in treno al suo ambiente contadino.

E anche possibilita, per la donna introdotta nel mondo degli affari, di affrancarsi da quella condizione subalterna cui per secoli e stata relegata da una cultura maschilista. Un mondo che alla protagonista di Le donne lavorano, copista a otto dollari la settimana, si rivelera sprovvisto di qualsiasi alone romantico e incapace di offrire la pur minima soddisfazione spirituale; ma che pure le consentira di crearsi una dignitosa posizione al mondo, rivolgendo "la sua vita ad altri scopi che non quello solamente di fare figli" ("Senza provinciali," Pavese, Lavorare stanca 18). Nella determinazione di questa figura femminile, "cercatrice disperata e severa della liberta," "orfana che tenta di dare un valore all'esistenza" (18-19), ritroviamo molto del personaggio di Clelia, la donna pavesiana che con pari fermezza tenta di riscattare la sua umile origine.

Ulteriore punto di contatto trai due scrittori e l'insistito autobiografismo, che Pavese scorge nella scrittura del nordamericano allorche rileva che "egli stesso e il ribelle descritto" e "i suoi tipi solo innumerevoli facce del suo io" (12); che un personaggio come "Elmer Gantry e, in ispirito, parecchio autobiografico" (26); ed infine che "l'uomo piccolo che soffoca e che anela e nemmeno sa bene che cosa voglia o dove vada, o meglio, ad ogni tratto, scopre vie nuove, ma si dibatte e combatte, perpetuamente in fuga, e bene la figura che dilui ci e dato intravedere tra le righe" (12). Che si tratti di un rilievo valido anche per l'opera del nostro, lo dimostrano le tante immagini di se che lui stesso ci offre, e che trovano puntuale riscontro nelle piu intime riflessioni affidate al diario: quella di personaggi inetti, animati da effimere smanie di grandezza e avviliti dalla percezione della propria discontinuita, come il narratore protagonista di Lotte di giovani, o altrimenti caratterizzati, come il personaggio maschile di Arcadia, da "impeti disordinati, da mezzo poeta" ("Arcadia," Pavese, Tutti i racconti 284), e menomati dalla convinzione di non riuscire per tutta la vita a concludere nulla (282); quella di uomini irresponsabili, incapaci di assumere una posizione matura, in quanto cittadini e in quanto padri, come avviene a Corrado di La casa in collina; quella infine di individui che elevano l'etica del fare a religione della propria vita, che lavorano febbrilmente, come Clelia o Anguilla, al fine di raggiungere una certa posizione, gelosamente coltivando il sogno di trionfo del ritorno, vanificato dalla constatazione della scomparsa di coloro dai quali si attendeva lo stupefatto riconoscimento. (15)

L'adesione di Pavese alla narrativa di Lewis ha pero un limite. I romanzi peccano, secondo lui, di una sorta di didascalismo programmatico per cui, di volta in volta, l'autore ci fornisce "il ritratto di un tipo sociale col suo ambiente e la trattazione dei problemi annessi" ("Senza provinciali," Pavese, Letteratura americana 20). Intuizione gia espressa, seppur in una forma embrionale, nella lettera del 12 gennaio 1930 a Chiuminatto in cui si rileva la presenza di un "filo conduttore esterno" a muovere la vicenda di Babbitt: il libro, fermo dall'inizio, ponendo subito dinanzi al lettore l'intero mondo che continuera a trattare fino alla conclusione, si ridurrebbe cosi ad una "suite di pezzi diversi," ad una serie di "brevi racconti slegati, di dialoghi da sketch, di schizzi, di scherzi" (Pavese, Mestiere 172-73).

Una convinzione che acquistera vigore piuttosto che perderne, con il passare degli anni, data l'insistenza con cui Pavese torna a parlare, nel saggio del 1934, del difetto di tecnica costruttiva rintracciabile in questi testi, nei quali sembra che "lo spunto, il pretesto [...] venga sempre dali'esterno" ("La biografia romanzata," Pavese, Letteratura americana 33). Ad esser posta sotto accusa e insomma la meccanicita del processo creativo, a causa della quale "Lewis si propone un ambiente, una professione e vuota il sacco": cosi, "Main Street e tutto fatto sull'ambiente della piccola cittadina di provincia; Babbitt sul mondo dell'uomo d'affari; Arrowsmith, su quello dei medici; Elmer Gantry, su quello dei religiosi; Dodsworth, dei grandi industriali; Ann Vickers, delle prigioni" (33). (17)

Un tale intento programmatico non poteva certo apparire congeniale ad uno scrittore che, come Pavese, cominciando un racconto, una favola, un libro, non si trovava mai ad avere in mente un ambiente socialmente determinato, uno specifico personaggio o una tesi ("Intervista alla radio," Pavese, Letteratura americana 266). Si parla non a caso, a tal proposito, di "mestierante," proprio a ribadire ulteriormente le ragioni tutte "estrinseche" ("La biografia romanzata," Pavese, Lettertura americana 33) di questo tipo di arte. Manca, ad una scelta tanto esterna degli argomenti, quell'impronta mitica che si riallaccia alla sfera dell'istintivo-irrazionale, ovvero a quel "solido suolo," "fondamento ultimo," "incancellabile stampo" ("L'adolescenza," Pavese, Letteratura americana 284), che costituisce secondo Pavese la piu autentica fonte di ogni poesia. La natura tutta documentaria deli'opera di Lewis si chiarira ulteriormente con l'evoluzione interna della sua poetica, fino ad arrivare agli ultimi romanzi, di cui molti episodi si riducono a "pura cronaca, colorita da una retorica molto vivace, ma sempre cronaca, giustapposizione di fatti, documento insomma" ("La biografia romanzata," Pavese, Letteratura americana 31). Il linguaggio impiegato dal critico per caratterizzare l'arte deli'americano rileva una maggiore affinita di quest'ultima con il lavoro del giornalista piuttosto che con quella dello scrittore. Si tratta infatti di una terminologia che riecheggia, al lettore degli scritti pavesiani, quella distinzione tra il "far cronaca" e il "fare romanzo" contenuta in un intervento del 1948 ("Hanno ragione i letterati," Pavese, Letteratura americana 249). In esso si osserva appunto che, a differenza del giornalista, "di cui la pagina, l'articolo informano, elencano fatti, fotografano la vita e ne serbano tutta l'accidentale varieta," il narratore, seppur condizionato dalla specificita della classe sociale e dal momento storico cui appartiene, presa la penna in mano, chiusi gli occhi e ascoltata "una voce che e fuori dal tempo," non fara altro che evocare il "gia accaduto" (251-52). (18)

Nasceranno dal medesimo nucleo di argomentazioni sia le obiezioni mosse, nel 1932, ai racconti di O. Henry, vuoti perche della realta non ritraggono che l'epidermide ("O' Henry o del trucco letterario," Pavese, Letteratura americana 95); sia l'esaltazione dell'unita che informa David Copperfield, dovuta non gia ad "una scelta esteriore (scene del mondo contadino o della vita delle cortigiane)," quanto al "fondamentale stupore di due occhi buoni e ingenui che si vanno esercitando tra la gente" ("Charles Dickens," Pavese, Letteratura americana 185). Le medesime ragioni sottostanno del resto alla condanna dell'astrattezza di ogni poetica nata dalla rigida osservanza a precetti esterni, come quelli in voga in epoca ermetica o neorealista ("Di una nuova letteratura," Pavese, Letteratura americana 218-19). (19) Al carattere tutto volontaristico di teorie e doveri imposti "per necessita storica," Pavese obietta, con linguaggio poco accademico ma assai incisivo, che "nessuno fa all'amore per teoria o per dovere" (218).

GABRIELLA REMIGI

Universita di Ginevra

OPERE CITATE:

Calvino, Italo. "Pavese: essere e fare" Saggi. Milano: Mondadoti, 1995.

Gioanola, Elio. Cesare Pavese. La realta, l'altrove, il silenzio. Milano: Jaca, 2003.

Guiducci, Armanda. Il mito Pavese. Firenze: Vallecchi, 1967.

Jesi, Furio. Letteratura e mito. Totino: Einaudi, 1973.

Lewis, Sinclair. Il nostro signor Wrenn: storia di un gentiluomo romantico. Traduz. C.

Pavese. Firenze: Bemporad, 1931.

--. La strada principale. Traduz. G. Liebman. Firenze: Bemporad, 1935.

--. Avventura al Canada. Traduz. L. Gigli. Milano: Mondadori, 1936.

--. L'amore in automobile. Traduz. G. Peluso. Milano: Mondadori, 1937.

--. Dodsworth, romanzo di un americano in Europa. Traduz. L. A. Garrone. Milano: Treves, 1938.

--. Il dottor Arrowsmith. Traduz. L. Gigli. Milano: Mondadori, 1941.

--. Le donne lavorano. Traduz. B. Boffito. Milano: Rizzoli, 1955.

--. Babbitt. Traduz. B. Buoniventi. Milano: TEA, 2001.

Michaud, Regis. Litterature americaine. Paris: Kra, 1928.

Muniz, Muniz. Introduzione a Pavese. Bati: Laterza, 1992.

Pavese, Cesare. Lettere (1924-1944). Torino: Einaudi, 1966.

--. Il Mestiere di vivere (Diario 1935-1950). Totino: Einaudi, 1990.

--. La letteratura americana e altri saggi. Torino: Einaudi, 1990.

--. Lavorare stanca. Torino: Einaudi, 1998.

--. Tutti i romanzi. Torino: Einaudi, 2000.

--. Tutti i racconti. Torino: Einaudi, 2002.

NOTE

(1) La prima versione de II Nostro signor Wrenn, finito di tradurre da Pavese nel dicembre de| 1930, uscira durante l'anno successivo.

(2) A questo primo intervento ("Senza provinciali, una letteratura non ba nerbo") se ne affianchera uno, di quattro anni posteriore (*"La biografia romanzata"), pubblicato su "La Cultura" nel maggio del 1934.

(3) Nella lettera de129 novembre 1929, esprimendosi a proposito de I signori sposano le brune di Anita Loos, Pavese confida all'amico che "la piu divertente biografia del mondo" gli ha ricordato "la recente lettura di Babbitt di Sinclair Lewis, un grande vostro umorista, ma maledettamente gergale per la comprensione d'un lettore italiano" (Pavese, Lettere 160).

(4) "L'arte moderna che sembra sfuggire alia trama--annota lo scrittore in data 28 luglio 1938--semplicemente sostituisce a quella ingenua dei fatti di cronaca, una sottilissima miriade di avvenimenti interiori in cui ai personaggi si sostituisce un solo personaggio (average man) che chiunque di noi puo essere--anzi, e, sotto le antiche grossolane schematizzazioni psicologiche" (Pavese, Mestiere 114).

(5) L'immagine di Chaplin, cui Pavese accosta, in un diverso contributo, la figura del protagonista, ben evidenzia quel "misto di tristezza e comicita insita nelle quotidiane e umanissime avventure" dell'impiegato (Pavese "Avvertenza del traduttore" in Lewis, Nostro signor Wrenn 5-6).

(6) L'ubriaco e una figura molto presente nell' opera pavesiana, ricorrendo in Canzone di strada; Disciplina antica; Indisciplina; Il tempo passa; e La vecchia ubriaca (Pavese, Lavorare stanca). E d'altronde la protagonista anche di numerosi testi narrativi come, ad esempio, La citta, in cui il personaggio maschile ricorda che "non passava quasi notte che non facessimo il mattino bevendo e giocando," successivarnente precisando che "quando fu aprile, e poi maggio, mi mancarono le lunghe nottate trascorse a bere, a cantare, a discutere, in un'osteria fuori mano" ("La citta," Pavese, Tutti i rac conti 100 e 103).

(7) Illuminante, a tal proposito, la celebre dichiarazione di poetica del febbraio 1946: "in tempi che la prosa italiana era un 'colloquio estenuato con se stessa' e la poesia un 'sofferto silenzio,' io discorrevo in prosa e versi con villani, operai, sabbiatori, prostitute, carcerati, operai ragazzotti. Non mi passa per la testa di vantarmene. Questa gente mi piaceva e mi piace tuttora" (L'influsso degli eventi," Pavese, Letteratura americana 222).

(8) Per la funzione esercitata dai miti agresti di Frazer sulla personale mitopoiesi campagnola di Pavese si rimanda ai prezioso contributo di Guiducci, nel quale la studiosa riprende a approfondisce una riflessione precedentemente avanzata da Jesi.

(9) Nell'opposizione tra "brigate di giovani di citta che camminano a piedi, solitari, nottambuli a vuoto, cui l'inesperienza, la mancanza di quattrini e di [...] prospettive, sembrano far brancolare in un vuoto incolore e insapore" e "il vagheggiamento di come si dovrebbe essere": "l'uomo pratico, che ci sa fare, che sa il male e il bene della vita," a ragione Italo Calvino coglie il riverbero di un assillo non solo intimamente autobiografico, ma addirittura epocale ("Pavese: essere e fare," Calvino 77).

(10) Alla luce della medesima antinomia viene letta tanta parte deli'opera deli'americano. Scrive infatti Pavese che troviamo "fusi per la prima volta" in Babbitt "due impossibili poli lewisiani: il personaggio sensitivo e timido, il sognatore--il nostro 'signor Wrenn'--col grosso cittadino middlewestern, rozzo e semplice, Eddie Schwirtz" ("Senza provinciali," Pavese, Letteratura americana 22).

(11) Pavese stesso implicitamente lo rileva osservando che invece, ne La strada prin cipale, Lewis "s'accinge a mostrare [...] quel rovescio del quadro del Middlewest che ba tracciato sinora" ("Senza provinciali," Pavese, Letteratura americana 19).

(12) Questa tendenza ad una visione oppositiva assumera la forma, in Dodsworth, del contrasto tra la "civilta meccanica americana," coi suoi "modi grossolani," la "mancanza di ogni discrezione," la "standarlizzazione," e la "civilta europea," basata sulla "tradizione dell'onore, della galanteria, del far le cose con garbo, dell'educazione innata" (Lewis, Dodsworth 99 e 129). Avviene in tal caso che quei tratti altrove associati all'area West dei nuovo continente siano qui attribuiti ali'Europa: contro gli uomini d'affari americani che ricercano "la terra dei campo da golf ben nascosta sotto l'erba," sta la "nuda terra" vissuta dagli europei (439).

(13) Scrive a tal proposito Regis Michaud che 'Teglise, l'ecole, l'etat, la presse et la tyrannie de l'opinion procedent a un nivellement sans precedent dans l'histoire du monde. Cent millions d'etres differents sont rendus semblables sous le poids du rouleau compresseur le plus formidable qu'on ait jamais connu" (Michaud 175).

(14) E lo stesso Pavese a parlare per le prime opere di Lewis di un "tono divertito e canzonatore" che, a partire da Main Street, si fara sempre piu pensoso: "il sorriso indulgente di un tempo gli si fara da ora innanzi risata, risata triste, e le allegre macchiette diventeranno grotteschi penosi" ("Senza provinciali," Pavese, Letteratura americana 12 e 20). S ignificativa, ancora una volta, l'affinita con quanto rilevato da Michaud, secondo il quale "satiriste amuse, Lewis ne pousse rien au tragique," dimostrandosi pero, negli ultimi romanzi, "moins rejouissant, moins optimiste" (Michaud 175 e 177).

(15) Singolare, a tal proposito, l'analogia tra un passo de La Lana e ifalo e quanto annotato ne ll mestiere di vivere 1'8 febbraio 1949. Nel romanzo leggiamo infatti: "La voglia che un tempo avevo avuto in corpo [...] di sbucare per quello stradone, girare il cancello tra il pino e la volta dei pini, ascoltare le voci, le risate ele galline, e dire 'Eccomi qui, sono tornato' davanti alle facce sbalordite di tutti--dei servitori, delle donne, del cane e del vecchio--[...] questa voglia non me la sarei cavata piu. Ero tornato, ero sbucato, avevo fatto fortuna--dormivo all'Angelo e discorrevo col Cavaliere--ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi non c'erano piu' ("La luna e i falo," Pavese, Tutti i romanzi 828). Qualche mese prima, nel diario, Pavese scriveva: "Perche la gloria venga gradita devono resuscitare morti, ringiovanire vecchi, tornare lontani. Noi l'abbiamo sognata in un piccolo ambiente, tra facce familiari che per noi erano il mondo e vorremmo vedere, ora che siamo cresciuti, il riflesso delle nostre imprese e parole in quell'ambiente, su quelle facce. Sono sparite, sono disperse, sono morte" (Pavese, Mestiere 363).

(16) La constatazione della sostanziale medesimezza di Babbitt, personaggio che avrebbe appunto il difetto di "ritornare in ogni capitolo successivo sempre uguale, senza uno sviluppo, un movimento," potrebbe aver successivamente indotto Pavese a formulare in termini astratti e generali quanto visto fino ad allora come tratto specifico dell'arte lewisiana. In una nota diaristica dei 21 dicembre 1948 leggiamo infatti che: "L'arte del XIX sec. s'incentra sullo sviluppo delle situazioni (Bildungsroman, cicli storici, carriere...); Farte del XX sulle essenze statiche. L'eroe al principio era diverso che alia tine della storia; ora e sempre uguale. L'infanzia preparazione dell'uomo (XIX); l'infanzia contemplata in se (XX)" (Pavese, Mestiere 359).

(17) L'obiezione richiama da vicino quella che Pavese muovera nel dicembre del 1937 ai suoi stessi lavori, osservando che ogni "novella e un complesso di figure mosse dalla stessa passione variamente atteggiata nei singoli nomi. Notte di festa, il festeggiare il Santo; Terra d'esilio tutti confinati; Primo amore tutti mossi dalla scoperta sessuale" (Pavese, Mestiere 67).

(18) Trova dunque conferma quell'originaria impressione che aveva portato Pavese, nella lettera sopra accennata, a parlare di Lewis come di un "giornalista geniale, abituato quotidianamente a buttar giu una colonna di prosa satirica sui suoi contemporanei" (Pavese, Lettere 173).

(19) "Il narratore che una volta, invece di narrare, si aggirava hei meandri del suo io schifiltoso in perpetua rivolta verso i bassi doveri di questo mondo contenutistico, adesso si logora i nervi e perde tempo chiedendosi se il contenuto lo interessa quanto dovrebbe, se il suo stile e i suoi gusti sono abbastanza proletari, se il problema, o i problemi del tempo, lo agitano quanto e augurabile" ("Di una nuova letteratura," Pavese, Letteratura americana 218-19).
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Author:Remigi, Gabriella
Publication:Italica
Date:Dec 22, 2007
Words:8768
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