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Intervista a Vincenzo Consolo *: a cura di Andrea Ciccarelli.

Notizia biografica: Vincenzo Consolo, siciliano, e uno degli scrittori italiani di piu ampio successo critico, in Italia e all'estero, specie in Francia. Fedele alla tradizione sperimentale cara a Gadda, ma fortemente ancorato alla tradizione del romanzo storico e dell'analisi storica, nei suoi lavori Consolo esamina dall'interno, grazie ad una scrittura inquieta e mai paga d'indagare, il rapporto fra letteratura e storia, fra letteratura e impegno civile. Seguendo questa linea letteraria, non facilmente collocabile nel contesto della letteratura italiana contemporanea, Consolo ha scritto alcuni dei romanzi piu interessanti degli ultimi decenni. Fra le sue opere, qui si devono ricordare almeno La ferita dell'Aprile (1963); Il sorriso dell'ignoto marinaio (1976); Retablo (1987); Nottetempo, casa per casa (1992); L'olivo e l'olivastro (1994); Lo spasimo di Palermo (1998), nonche i saggi raccolti nelle Pietre di Pantalica (1988) e in Di qua dal faro (1999). Consolo e anche autore teatrale (Catarsi, 1989) e ha scritto opere, quali Lunaria (1985--una metafora sulla vita come teatro), che attingono da vari generi letterari. Fra i prestigiosi riconoscimenti internazionali che hanno premiato l'opera di Vincenzo Consolo, ricordiamo il premio Grinzane-Cavour (1988), lo Strega (1992), il premio Brancati-Zafferana (1998) e il premio Flaiano (1998).

INTERVISTA

Domanda: Negli scorsi anni, lei ha rilasciato diverse interviste, tutte molto interessanti, alcune molto lunghe e dettagliate. Puo sembrare quindi difficile farle alcune domande alle quali non ha gia risposto in modo esplicito o indiretto. Quello che credo possa interessare ai lettori di una rivista di studi italiani che ha le sue radici nel mondo accademico nordamericano, ma che collabora assiduamente con l'Italia e, innanzi tutto, l'immagine della frontiera--storica, culturale e geografica--che emerge dai suoi scritti. Una frontiera che e interna alla scrittura ma che rispecchia anche vicissitudini precise, sia dei personaggi, in chiave narratologica, che dell'autore, in chiave autobiografica. Ecco, partirei da qui, dalla sua visione del concetto estetico e culturale di frontiera, nonche dalla sua idea di frontiera linguistica, in senso stilistico ed epistemologico.

Consolo: Frontiera, si, estrema periferia d'Italia, d'Europa, e la terra dove sono nato, la Sicilia, questqsola in mezzo al Mediterraneo, soglia dell'Africa, ponte per il Magreb, da cui l'hanno allontanata la dominazione spagnola, il conflitto religioso, la guerra corsara. Estrema periferia--sociale, culturale, linguistica--la Sicilia, ma in cui, nel remoto passato, le piu antiche e grandi civilta hanno lasciato i loro segni. "La Sicilia mi richiama l'Asia e l'Africa; trovarsi nel centro meraviglioso, dove convergono tanti raggi della storia universale, non e cosa da nulla" scrive Goethe nel Viaggio in Italia, qualche giorno prima del suo approdo nell'isola. La stratificazione storico-culturale e una ricchezza, ma che puo rovesciarsi e divenire poverta, perdita d'identita, smarrimento. Il siciliano si chiede sempre: chi sono, da dove vengo? Questo doloroso smarrimento l'ha espresso nel modo piu alto Luigi Pirandello.

Nella mia scelta di campo letterario, sono partito dalla consapevolezza d'appartenere a una periferia, a una frontiera, e dalla decisione che la frontiera avrei dovuto esprimere, contenutisticamente e stlisticamente, o, meglio, linguisticamente. Frontiera, la mia, non di compiacimento, di regressione, ma assillata dal movimento, dall'ansia di lasciarla per raggiungere un luogo, o, utopisticamente, il Luogo della giustizia, dell'equita sociale, della cultura e della lingua ideale. Gli scrittori che mi avevano irnmediatamente preceduto--intendo Moravia, Morante, Bassani, Calvino, Sciascia ...--avevano adottato un registro linguistico comunicativo, una lingua del "Centro," il toscano auspicato dal Manzoni, un registro che io chiamo della speranza. Speranza vale a dire, in quegli scrittori, che in Italia dopo la caduta del Fascismo e la fine della guerra, si sarebbe potuto creare una societa civile con la quale comunicare. Questa speranza per me era croUata. Come dopo l'Unita, dopo la seconda guerra mondiale, sia pure nella rinata democrazia, i problemi sociali non erano mutati piu di tanto, e soprattutto nelle regioni meridionali del Paese, soprattutto in Sicilia. Uadozione dunque del registro sperimentale, espressivo, e stata per me una necessita.

Domanda: Il migrare e un tema fondamentale della sua opera, sin dal libro d'esordio, La ferita dell'aprile. Il concetto di migrazione, nel nostro mondo globale, e cambiato? Lo scrittore del ventunesimo secolo pub ancora soffermarsi sull'idea delle migrazioni forzate, da Sud a Nord, da un continente all'altro, o deve piuttosto contemplarle come parte di uno scenario diverso, in continuo assestamento, privo della ricerca del nido da rifondare?

Consolo: Dicevo sopra dell'appartenere alla frontiera e della volonta di muoversi verso il centro ideale. E le mie opere sono contrassegnate dal bisogno di movimento, di emigrazione. E una lezione, questa, appresa dal Vittorini di Conversazione in Sicilia, in cui il protagonista, Silvestro, dopo la discesa agli "inferi," nella Sicilia della miseria e del dolore, ritorna al Nord, al suoi doveri di tipografo, di compositore di parole. Sin dal mio primo libro, come lei dice, ce il movimento del protagonista-io narrante da un paese montano di Sicilia, da un'estremita linguistica (il gallo-italico che in quel paese si parla) in un paese della costa tirrenica dell'isola, per studiare, per raggiungere la lingua della comunicazione civile. Ancora in altri miel libri si affronta il tema dell'emigrazione, volontaria o forzata, emigrazione che ormai appartiene al passato. Nel mondo d'oggi, "globale" o meno, sono altre le emigrazioni: quelle, spesso tragiche, di fuggiaschi da terzi mondi di guerra, di genocidio, di miseria. Lasciano, questi fuggiaschi, le loro atroci frontiere, per trovare rifugio in questa nostra vecchia Europa, affluente e alienata, di cui beffardamente fa parte anche la Sicilia. E ci sono gia in Italia--come e gia stato in Gran Bretagna, in Francia, in Spagna--gli scrittori che affrontano il tema di questa emigrazione, scrittori emigrati anche linguisticamente.

Domanda: Questa domanda deriva dalla precedente. Nei suoi lavori (penso soprattutto all'Olivo e l'olivastro, ma anche al Sorriso dell'ignoto marinaio o a Nottetempo, casa per casa) s'intravede una tendenza a rifare il viaggio a ritroso, in parte secondo il modello pirandelliano del Fu Mattia Pascal. I suoi protagonisti, spesso, paiono degli Ulisse che non vorrebbero partire e degli Enea che vorrebbero mettere radici, ma non possono. Si legge, insomma, un'inquietudine che prelude alla tragedia esistenziale, ma anche fisica, della volonta e necessita di viaggiare. Potrebbe spiegare se e come lei vede questo eterno contrasto fra viaggio e stasi, e come s'innerva nelle sue opere?

Consolo: Chi lascia la frontiera e raggiunge il centro ideale, mitizzato, quello che Salman Rushdie chiama "patria immaginaria," anela a ritornare nel luogo da cui e partito, nel luogo della memoria. Compie, dunque, l'emigrato, l'omerico nostos, il viaggio di ritorno perche la realta ha smitizzato il luogo d'approdo. Ma d'altra parte, l'Itaca che ha lasciato nella sua assenza e scomparsa, e stata cancellata dai Proci. Il tema del doppio smacco, il frantumarsi della idealizzazione e l'impossibilita di ritrovare il luogo della memoria, e svolto nei miei L'olivo e l'olivastro, come lei ricorda, in Nottetempo, casa per casa e, soprattutto, Lo spasimo di Palermo. Si, i personaggi di quei libri sono degli sconfitti Ulisse e Enea, rappresentano la tragedia di chi e costretto a partire e, tornando, non ritrova piu la sua isola; e di chi, partito, non riesce, nena terra d'approdo, a creare una nuova storia, una nuova memoria.

Domanda: La storia entra, compenetra e forgia prepotentemente tutti i suoi libri, anche quando sembrano esseme piu alieni. Altrove, lei ha gia detto che per lei il romanzo storico deve riferirsi al metaforico, secondo la lezione manzoniana, ben intuita da Gadda e Sciascia che pur l'hanno espressa con stili diversi. Ebbene, le chiederei di tornare ancora sul rapporro fra realta storica e realta interiore, metaforica, nonche di spiegare le motivazioni narrative che scaturiscono dal conflitto fra la "storia" del plot e dei personaggi con la grande "Historia" che li avvince e li avviluppa nei suoi libri.

Consolo: La mia scelta di campo e stata subito, sin dall'inizio, quella del romanzo storico-metaforico. Ho trattato, man mano, il momento dell'impresa garibaldina e dell'unita d'Italia, topos storico affrontato da quasi tutti gli scrittori siciliani, da Verga a De Roberto, a Sciascia, a Lampedusa; quindi, gli anni Venti e la nascita del fascismo in Italia; quindi, ho trattato la contemporaneita, la cronaca, divenuta gia storia per le due stragi palermitane del 1992, per l'assassinio di Falcone e Borsellino perpetrato dalla mafia. La metafora storica consiste in questo, semplicemente: si narra di un tempo (passato), di un luogo (particolare) e si vuole intendere il tempo (presente) in cui l'autore narra, si vuole dire (in generale) di tutti i luoghi di questo nostro contesto, di questo mondo. Voglio dire, con i miei romanzi, che i ribellismi popolari e le giustizie sommarie (Il sorriso dell'ignoto marinaio) sono ricorrenti la dove vi e ingiustizia e oppressione; che i fascismi (Nottetempo, casa per casa) riemergono di tempo in tempo, con l'insorgere dell'irrazionalismo e della decadenza culturale, di qua e di la nel mondo, e ferocemente s'impongono; che la mafia (Lo spasimo di Palermo) ovunque combatte lo Stato, uccide chi lo Stato rappresenta, soprattutto i magistrati delegati a far applicare le leggi.

Metafora storica ha fatto Manzoni con I promessi sposi, parlando del Seicento e intendendo tutti i Seicento di marasma sociale, di ingiustizia, di sopraffazione dei deboli. I romanzi storici privi di metafora non sono che storia romanzata.

Domanda: Lei ha asserito che i linguaggi avanguardistici, in presa diretta, sintatticamente sconnessi o semplicemente collegati a registrare la realta esteriore, non aiutano a comprendere la verita delle cose. In effetti, tutti i suoi lavori si snodano attraverso uno stile sperimentale, espressivo, che forza il lettore a pensare ben oltre la prima linea comunicativa. Penso, ad esempio, allo Spasimo di Palermo, che prende il titolo da una chiesa, sebbene pala chiamare in causa Gadda ("spasimo" e termine a lui caro) per il suo linguaggio sperimentale che pero rende chiaro a tutti il dolore del mondo; un concetto, quest'ultimo, che lei stesso ha detto insito anche nel noto quadro di Raffaello, "Lo spasimo di Sicilia." Gadda e Raffaello sono due artisti apparentemente cosi diversi fra loro, che paiono cozzare esteticamente. Eppure, lei sembra averli assimilati per la loro capacita di offrire il tragico attraverso il diverso cromatismo delle loro parole e dei loro colori. Qual'e il rapporto fra pittura e arte visiva da una parte, e il linguaggio sperimentale--di ricerca--che lei persegue e vede come unico strumento per comunicare veramente qualcosa di diverso e necessario? E che rapporto vede fra la prosa e la scrittura poetica o poematica, come lei ha chiamato il suo stile narrativo?

Consolo: I linguaggi avanguardistici azzerano ogni memoria, soprattutto linguistica, ogni nesso logico, ogni possibilita comunicativa e creano un linguaggio artificiale di difficile penetrazione. Si pensi, in Italia, al Manifesto di Marinetti per la costruzione del linguaggio futurista che recitava: bisogna distruggere la sintassi, disponendo i sostantivi a caso, come nascono; si deve usare il verbo all'infinito; si deve abolire l'aggettivo; si deve abolire l'avverbio; e via con queste amene assurdita. E verrebbe voglia qui di fare qualche considerazione tra linguaggio futurista e Fascismo, ma tralasciamo. Anche la neo-avanguardia, il Gruppo '63, scomunico gli scrittori logici, azzero i linguaggi comunicativi, creo linguaggi artificiali. Celebre fu la polemica fra questi neo-avanguardisti (diventati poi, come spesso capita ai rivoluzionari, fra gli scrittori pih conservativi e revanscisti--dico dal punto di vista formale) e lo sperimentatore Pasolini, che trovava in Gadda la piu esemplare e straordinaria sperimentazione linguistica. Spasimo, dice lei, e parola gaddiana. Io, certo, avevo un riferimento reale per quel titolo, la chiesa palermitana dello Spasimo, ma in generale mi sono sempre mosso nel solco gaddiano (solco tracciato per primo, nella letteratura italiana moderna, da Verga), sono stato appunto sperimentatore, senza pero arrivare all'estensione linguistica e alla straordinaria polifonia gaddiana, ma operando verticalmente, nel senso di riportare in superficie, per necessita di estensione di significato e di significante, e innestare nel codice dato parole e strutture di lingue sepolte.

Raffaello e Gadda, dice, nel mio Spasimo, come gia Antonello da Messina e ancora Gadda nel Sorriso dell'ignoto marinaio (in questo romanzo, ad esempio, rovescio la gaddiana Cognizione del dolore nel "dolore della conoscenza"). Opero si corti circuiti tra forme classiche ed espressivita linguistica; ma i riferimenti pittorici svolgono anche una funzione di bilanciamento tra il tempo (in cui si svolge il suono, la parola) e lo spazio (in cui si staglia l'arte visiva).

Infine: prosa poetica o poematica, la mia, perche in questo nostro contesto, nell'attuale civilta occidentale l'autore non puo piu individuare il destinatario del messaggio letterario, e quindi non puo piu praticare la prosa logico-riflessiva. Dico che ormai si e interrotto il rapporto fra testo letterario e contesto situazionale.

Domanda: Una domanda diretta: il ruolo di Leopardi nella sua opera. Potrei indicare molti passi dore Leopardi spunta senza troppi misteri nei suoi libri, ma preferisco che sia lei a spiegare tale presenza, magari, con un occhio ana situazione dei "costumi," ben poco cambiati, degli italiani.

Consolo: Leopardi, si, grande sole, grande fonte di conoscenza e di poesia per me, come dovrebbe essere per chiunque opera in campo letterario. Riferimenti leopardiani, nascosti o espliciti, sono nelle mie opere. Ma l'esplicitazione massima e nella mia operetta Lunaria, ispirata a tutte le lune leopardiane ma specificatamente al frammento Odi Melisso: io vo" contarti un sogno, detto anche Spavento notturno, in cui si tratta della caduta della luna. Il poeta del Canti e il filosofo dello Zibaldone mi hanno nutrito e mi hanno illuminato anche sui mali del mio paese, sul Male, anzi italiano, che e l'atavica assenza di una societa civile, rappresentato nel famoso saggio sui "costumi degl'italiani."

Domanda: Infine, una domanda d'obbligo, alla quale spero vorra rispondere. Lei, fedele alla sua definizione di scrittura sperimentale e di ricerca, non sembra proprio uno scrittore che pubblichi a scadenze fisse, per contratto, ma e chiaro che scrive in tempi tutti suoi, a volte anche molto lunghi. Posso chiederle a cosa sta lavorando in questo momento? Qual'e il progetto principale (o i progetti) che le sta (stanno) a cuore in questo istante, che vorrebbe portare a (breve) termine?

Consolo: A due libri contemporaneamente sto lavorando, ad uno saggistico, su un'ennesima rivisitazione della Sicilia usando il tema del viaggio, e a un romanzo ambientato naturalmente in Sicilia alla fine del Seicento: vi si parla di fondamentalismi religiosi, di Inquisizione, di guerre corsare e di altre atrocita. Spero si capisca, quando sara pubblicato, che intendo parlare del nostro presente, tremendo, feroce.

* Ringrazio vivamente Vincenzo Consolo per la sua gentile cordialita, per la sua squisita ospitalita e per aver accettato di rispondere per iscritto a queste domande, nonostante le costrizioni di tempo e i suoi pressanti impegni. I suoi sforzi ci consentono di pubblicare l'intervista in un numero in cui appaiono ben tre saggi dedicati alla sua opera.

VINCENZO CONSOLO

Milano
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Title Annotation:Intervista/Interview
Author:Consolo, Vincenzo
Publication:Italica
Article Type:Interview
Geographic Code:4EUIT
Date:Mar 22, 2005
Words:2412
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