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Il segno culinario come campo di tensione nella narrativa di Ignazio Silone.

I. Silone regionale e campi tematici

Nella conclusione al "Viaggio a Parigi," dall'omonima raccolta di novelle pubblicata a Zurigo nel 1934, Ignazio Silone cosi riflette sul cammino del suo protagonista, per voce del vecchio ciabattino Baldissera: "Beniamino! Beniamino! / Chi lascia la via vecchia per la nuova, / sa quello che lascia, ma non cio che trova! ..." E il giovane itinerante ribatte: "... credi a me, lo so io che ho girato il mondo! / Chi lascia la via vecchia per la nuova / lascia polenta e trova polenta ..." (82). (1) E questa stessa risposta a creare alcune costanti della narrativa siloniana, cioe una organizzazione di rapporti nel campo tematico-culturale fra personaggi assai simuli fra loro. Dunque, come per Rocco De Donatis di Una manciata di more, il ritorno di Beniamino alla propria terra viene ad additare a un ritorno criticamente proposto al punto di partenza; a un destino storico epocale che si compendia nel destino del singolo.

Nell'ambito delle prime novelle, particolare attrazione assume, per lo scrittore marsicano, il racconto "Viaggio a Parigi," perche permette di vagliare la traiettoria di una rottura cosciente col passato politico--la quale di fatto genera la situazione sociale e culturale che informa i romanzi maggiori. Va premesso che e di questo periodo una codificazione siloniana del veridico, cioe del documento ambientale, con tendenze antropologicocristiane sempre impostate su un referente realistico. Una di esse, e la piu saliente, si configura nella presenza di una forte tradizione culinaria che rivela i segni indelebili di una mentalita contadina proiettata verso un futuro (socialmente) problematico. Silone parla in proposito di un dramma della divisione che coinvolge l'individuo e la collettivita, con il conseguente bisogno impellente del nuovo verso il vagare in mondi alternativi; verso il recupero del reale.

Vari studiosi, e con angolature diverse, hanno analizzato la dinamica costanti/varianti delle trasformazioni politico-sociali nella narrativa siloniana. (2) Ma poca attenzione e stata riservata all'uso del cibo come metafora di un viaggio essenziale, diciamo di approfondimento del mondo che quotidianamente informa il reale. (3) Su questo motivo del cibo si lega il percorso iniziatico del giovane protagonista siloniano. A uno sguardo generale, i romanzi di Silone si presentano come testimonianza di una tipologia epocale che avanza con potere di trasformazione. Se, infatti, il realismo e, nelle parole di Maria Corti, "un modo di organizzarsi dell'esperienza storico-sociale di un momento della collettivita italiana" (31), allora si tende ad affermare una nozione della letteratura come istituzione sociale. Per Ignazio Silone, si genera l'assimilazione cristiano-populistica di temi e forme espressive che hanno un punto di riferimento caratterizzante in vistosi segni culinari. Nella sua narrativa, qualsiasi tipo di rapporto (pregno di significato storico/sociale/ideologico) si definisce fra cio che si aspira a lasciare alle spalle e cio che si intravede con ansia, addirittura provocatoria, di trasformazione in luoghi lontani, estranei al mondo contadino. Proprio a questa situazione tensionale si riferisce Walter Mauro quando afferma a proposito dei cafoni abruzzesi in Silone:
 Cosi, le vittime della storia, di fronte al protagonismo della storia,
 finiscono per coinvolgere non solamente l'uomo abruzzese in quanto tale, ma
 tutti i soggetti della comunita umana che debbono scontare e continuano a
 scontare--assistiamo continuamente, con angoscia e con tormento, a tutto
 questo--le prevaricazioni e gli scandali della storia. (xxx)


Siamo di fronte a un aspetto fondamentale della ideologia di Silone, espressa con chiara intenzione morale: i cafoni, con coerenza tematica, rispondono a un reale sentimento di eversione, di ribellione, le cui radici illustrative e celebratorie si ascrivono alla sfera operante dell'azione, nel senso di deviazione, mai del tutto ponderabile. A livello concettuale, la rottura tra la realta tragica, che la coscienza denuncia, e il ritorno al ritrovato paese dell'anima (l'espressione e di Pietro Spina in Il seme sotto la neve), un paese a cui si deve in ogni caso tornare, si enuncia attraverso una catena di tappe culinarie che sottendono prospettive radicalmente negative di alienazione. Il cibo e il corpo della testimonianza, un supplemento di riflessione su situazioni interiormente e esteriormente vissute dai protagonisti siloniani; e il sapore della memoria che si genera nello stesso contesto geografico-storico. Il cibo e inoltre il volto di una situazione umana, sociale e culturale, miticamente intesa some sacrificio, rassegnazione, e attesa della trasformazione. Come ha rilevato Giorgio Luti, Silone, con la partecipazione sentita dell'artista, espone nel dramma della divisione, della mancata integrazione dei cafoni, la circolarita di fondo nel rapporto individuo/reale nell'elemento etnico d'origine: chi lascia polenta, trova polenta ("L'immagine dell'Abruzzo" xxvii). Ci si riferisce naturalmente al sapore dell'angoscia della realta, all'Abruzzo dell'infanzia, riemerso come documento della coscienza. E la conferma del rapporto stretto che Silone pone fra estetica e azione, tra il messaggio ideologico e la parola della letteratura.

II. Le costanti e la loro organizzazione: il cibo dei cafoni

Di cibo, la narrativa di Ignazio Silone e ricca a partire dagli stessi titoli a esso espressamente dedicati: dalla combustione cristiano-populista fissata dalla sequela Christi di Pane e vino (1936)--poi Vino e pane nell'edizione definitiva di Mondadori del '55--a Il seme sotto la neve (1941), con la ripresa di una tipologia della cultura abruzzese che indica nella funzione segnica del grano, del seme/Cristo come allegoria della rinascita, l'intenzione di sacralizzare il quotidiano; a Una manciata di more (1952), che riflette nel desiderio di riscatto dei cafoni una condizione nazionale, quella dell'immediato dopoguerra.

Ma c'e anche il fatto che il cibo presente nei romanzi di Silone ha sempre una concretezza reale, sia pure di una realta che si origina nelle tradizioni antropologiche preservate a livello di collettivita regionale, e quindi rimaste intatte dall'inevitabile minacia della trasformazione incombente sulla natura dei protagonisti. Pur nella sua concretezza, il cibo e assunto specificamente in una significazione allegorica. Al proposito si rivelano pertinenti le osservazioni di Ferdinando Virdia, che il parlare per immagini e per allegorie, e soprattutto la tendenza verso la favola o verso l'apologo, corrispondono all'immaginazione accesa degli strati popolari e ad una certa religiosita ossessiva (Silone 37-38). Silone si richiama a un topos letterario che fa da referente per la narrativa realistica del periodo fascista, e che espone la tragicita del vivere e della storia; di un vivere segnato dagli affanni e dalla miseria che gravano sul cafoni, emarginati in uno spazio remoto, agli antipodi di quella citta a cui i giovani aspirano. Nel racconto "La pena del ritorno," cosi lo scrittore pone il topos del viaggio (assunto con il cibo a immagine e metafora di un commento critico) tra i suoi fantasmi autobiografici:
 Strada facendo l'adolescenza mi si rivelava una nozione limitata non solo
 nel tempo, ma anche nello spazio. E come fanno, a una certa eta, pensavo, a
 cambiare paese quelli che restano sempre nello stesso paese? E piu facile,
 e piu semplice, e piu naturale, forse e anche piu onesto, a una certa eta,
 partire. Ma, a ben riflettere, che significa partire? Quanti, rimasti
 sempre qui e qui sepolti, han vissuto sospirando isole lontane, citta
 remote; mentre il mal del paese e l'ossessione degli emigrati. Io stesso,
 questa terra, questa gente, l'avevo mai dimenticata? La mia immaginazione
 si era mai figurata qualcosa che non avesse qui il suo principio e la sua
 fine? (Uscita di sicurezza 174). (4)


Tale intento migratorio coincide coll'eta dell'ingresso alla maturita e con il tentativo di trasgredire il luogo dell'infanzia; di seguire le ambizioni che si riveleranno fallaci. In ultimo, puo essere il bisogno di esorcizzare gli impulsi all'origine, di iniziare la vita da capo per chi ha compiuto l'esperienza di andare lontano. Da qui l'atteggiamento di marcata sottomissione del cafone siloniano. La trasgressione dei limiti geografici (paese/citta, Abruzzo/ mondo) comporta un ritorno (ciclico) al luogo dell'adolescenza dove, come in Una manciata di more, il desiderio di riscatto dei cafoni prende corpo nel suono della tromba (odiata e irreperibile) di Lazzaro, la forma di comunicazione di colui che non conosce la rassegnazione.

Il cibo connota il paese natale, colmo di vita desolata e di nostalgia. Si lega a un'altra vocazione dell'adolescenza: al tentativo di evasione, alla vita quale si propone in "Viaggio a Parigi," come un impulso al riscatto dal deterioramento della storia. Nel nido familiare, si intravede l'orrore della superstiziosa aridita di chi non vuole oltrepassare la soglia della casa paterna. La rivolta si identifica col magro cibo della miseria delle campagne e con la violenza esercitata dall'atto stesso di assimilazione digestiva. Commenta il narratore della novella con raffinata ironia: "`Ficcare qualcosa nello stomaco' e la sola espressione possibile nel linguaggio dei cafoni" (Viaggio a Parigi 55). Si elabora da questa frase iniziale un'eloquente polarita col ricco linguaggio dei proprietari terrieri:
 Da mangiare viene il termine cibo e da cibo cibarsi, il che e
 meraviglioso. Si dice anche banchettare e da banchettare deriva il
 banchetto e da banchetto viene la possibilita di mangiare molto bene, il
 che e eccellente. Nei giorni festivi a volte si dice mangiare a quattro
 palmenti e da questa espressione deriva "l'abbuffata," cioe la possibilita
 di mangiare quasi fino a scoppiare, il che e un menu veramente completo.
 Per la maggior parte dei ricchi il nutrimento e la cosa piu importante
 della vita e indica l'essenza della loro cultura, che e, inoltre,
 strettamente connessa con la religione. Il cibarsi e ben definito con altri
 nomi poetici nel linguaggio dei proprietari terrieri.

 A Natale Gesu Bambino viene al mondo e percio si cucina il pesce; a S.
 Antonio, in gennaio, gli animali vengono benedetti davanti la porta della
 chiesa e si mangia percio polenta con il sugo di passeri; a Pasqua si
 confessano i peccati commessi nell'anno e percio si mangia agnello (Agnus
 Dei qui tollit peccata mundi); il giorno di San Luigi i bambini ricevono la
 prima Comunione e percio si mangiano torte di formaggio; a Sant'Anna si
 prega per le puerpere, si compera a buon mercato il grano dei cafoni e si
 mangia maialino arrosto; a Sant'Angelo si vende molto piu caro il grano dei
 cafoni e percio si mangia lepre in salmi.

 Ma per i cafoni non c'e grande differenza fra Natale e Pasqua, meno
 ancora fra S. Antonio e S. Luigi, fra Sant'Anna e Sant'Angelo.

 La religione dei cafoni non contempla questi legami con il cibo. Per i
 cafoni c'e solo pane di granoturco. (Ibid. 55-56) (5)


In altre parole, il livello linguistico (segni dell'abbondanza/segni della carestia) ha un rapporto speculare con determinati modelli culturali propri della classe egemonica (popolani/borghesi; resistenti/fascisti), che impone certi suoi riti e certi suoi miti come meccanismi di mistificazione della realta. L'estraneita della lingua dominante si riflette nella emarginazione esistenziale del cafone marsicano. Per i benestanti c'e il pane suntuoso con le carni, per gli strati popolari c'e il pane surrogato o pane rozzo. Si puo qui alludere a un ironico rovesciamento di tale atteggiamento, attraverso un'ossequiosa attribuzione in Fontamara: la storia raccontata da Don Abbacchio di San Berardo, un cafone che si fece frate, e che morto in eta avanzata dopo una lunga vita di privazioni, chiedera al Padre Eterno, che lo incoraggia ad esprimere un desiderio, "un gran pezzo di pane bianco." Dio lo esaudira concedendogli omnia secula saeculorum il miglior pane bianco che si trovasse in paradiso (Fontamara 132). (6) La storia di San Berardo riflette essenzialmente l'antico sogno del cafone del buono, abbondante pane bianco.

La coincidenza di prospettive tra "Viaggio a Parigi" e la successiva narrativa e significativa. In questo racconto fondamentale della prima esperienza siloniana, la simbologia del nido paesano e radicalmente individuata da un'intensa, penosa poverta schematizzabile in polenta acida e parrozzo. Beniamino e una grottesca rappresentazione della vita popolare. Nulla costituisce conforto per questo cafone riottoso, che pur di non mangiar piu polenta e disposto a fuggire in terre lontane con ostinazione irriducibile, "costi quel che costi" (57). Anche l'Abruzzo, dove Beniamino viene a rifugiarsi alla fine del viaggio, rappresenta un'ulteriore tappa verso un futuro che prospetta stagnazione sociale.

Quanto alla trama generale, la novella racconta di un giovane Fontamarese che lascia il paese e, dopo un tentativo fallito di rintracciare un compaesano a Roma, emigra clandestinamente in Francia in cerca di lavoro. Privo di denaro e di documenti, Beniamino s'imbarca su un treno diretto a Parigi, grazie all'intervento di un ferroviere compiacente. Il viaggio si compie nel vagone merci adibito al trasporto di animali domestici. Rinchiuso in una gabbia metallica, sfinito e senza forze, il Povero Beniamino perde qualsiasi cognizione di tempo e si trova, delirante, a sprofondare nelle viscere della terra dove incontra il potente Belzebu. Il viaggio si conclude con un ironico ritorno alla stazione di partenza. Il ciclo sembra rinchiudersi e l'esperienza compiuta lontano ha il sapore del cibo offertogli dal diavolo: sotto la menzognera forma di pollo, pesce, verdura, e frutta c'e, in realta, sempre e solo polenta. Anche il tentato suicidio del protagonista, che per evitare l'aborrita polenta si getta nelle acque gialle del lago infernale, lo porta alla fin fine ad affogare nella polenta. Dopo la stanchezza del fallimento, il rifugio nella propria terra non implica salvezza, anzi, riafferma lo scacco esistenziale subito da Beniamino in citta. (7)

Il cibo e, in questa prospettiva socio-culturale, una figura del luogo natale; rappresenta il supremo rifugio realisticamente pregno di rassegnata accettazione: "Dopotutto," confessa Beniamino al ferroviere sulla via di Fontamara, "c'e polenta in tutto il mondo!" ("Viaggio a Parigi" 80). (8) L'elezione di un ritorno al cibo paesano implica che Beniamino ricominci la vita di prima, ma ormai diversa, liberata da ogni alone di fuga. Del viaggio verso i luoghi vagheggiati della ricostruzione, il protagonista siloniano riprende la perdita dell'innocenza e il rifiuto dell'esperienza legata alle forme del progresso. Il cibo appare allora una ennesima incarnazione del luogo violato e turbato della storia; dell'abbandono (in)volontario del cafone che da solo cerca di rompere l'atavica condanna alla miseria per rispondere alle tentazioni del mondo di fuori, pieno di inganni. Ma poiche quello del protagonista siloniano e un ritorno dopo aver sperimentato la malattia sociale dell'emigrazione, il luogo natale e mutato: non e piu quello primaverile dell'adolescenza, ma quello tristemente autunnale della maturita, che declina nel tragico della vita, con la macerazione interiore dell'anima. Forse diventa legge di salvezza, come commenta l'anziana donna col canestrino di noci in "La pena del ritorno," l'abbandonarsi alla rassegnazione: "Ma se non serve ne tenere la testa bassa ne tenerla alta, tanto vale tenerla bassa. Almeno per la salute dell'anima" (Uscita di sicurezza 176-77). Gli elementi regionali inseriti a livello tematico nell'esperienza di Beniamino assumono una funzione segnica che trascende la caratterizzazione regionale: Silone, testimone oculare della storia, richiama attraverso il cibo dei cafoni l'attenzione a un discorso morale che privilegia l'umanita dell'uomo. (9)

III. Il regime del cibo in "Viaggio a Parigi": cognizione e ricognizione

Il motivo del viaggio migratorio e da interpretare nei termini di un processo inconscio allucinatorio (il viaggio notturno di Beniamino) e conscio, di accostamento all'immagine della sconfitta da cui prende l'avvio il ritorno (il punto di riferimento e dato dal simbolo della sveglia). L'esaltazione dell'antieroe, che del viaggio in Silone e sempre stato il custode impotente, pronto a riprendere esemplarmente il suo posto all'interno della comunita d'origine, si decodifica come allusione a non lasciare lo spazio remoto. L'idea di un rifugio si concretizza nel cibo (la cosmografia interiore dell'uomo), che del viaggio e figurazione. Quando Beniamino arriva a Roma, ha l'aspetto di un "fiero e gigantesco campagnolo," che cammina "impettito, come un conquistatore"; alla fine del viaggio viene scambiato dal ferroviere per un vagabondo "piu morto che vivo" ("Viaggio a Parigi" 62; 79).

C'e inizialmente quel senso di inquietudine che e legato al rifiuto del pane di granoturco da parte del protagonista, e l'amara, definitiva accettazione di una soluzione che denuncia l'attuale crisi storica, con cui il ritorno all'indietro spesso si identifica. E c'e il senso che dovunque ci sia il sapore del mais, che insidia "il ghetto dei cristiani" rassegnati (Il seme sotto la neve 484): una visione del mondo come variazione nell'identico. Il bisogno del cibo espone la vulnerabilita dell'identita individuale in Beniamino, rappresentata al livello di una sfera sociale piu ampia dal bisogno di uno scambio di tipo corporativo.

Sulla mitologia paesana dell'Italia centro-nordica che riscontra nella presenza del paiuolo, del fuoco, e dell'acqua salata un rituale magico che presiede la tavola dei contadini (sito di coordinamento di valori arcaici) si e ben soffermato Piero Camporesi. Allo stesso pane il critico ascrive il simbolo della luce, che intimamente indica forze rigenerative. (10) Ma in Silone e assente la cucina come teatro culinario, come centro veto e simbolo di scambio, di logos conviviale; cosi come lo sono gli odori, i sapori, i colori del cibo. Al centro dello spazio simbolico di "Viaggio a Parigi" c'e l'impronta statica del giallo dominante della polenta (il cosmo del cafone). Del resto non si deve dimenticare che al ritorno di Beniamino, sia pure cosi profondamente provato, il paese puo di nuovo sperare; puo essere riconsacrato. Il rapporto tra la collettivita e l'individuo esprime il massimo delle possibilita resistenziali di contro la debilitante sopraffazione delle strutture sociali controllate. L'esperienza visitata dopo l'uscita dal paese si riduce in realta a delusione, a stanchezza, per le speranze abortite. Le continue interrogazioni esistenziali vogliono significare non piu l'appropriazione dell'esperienza del mondo, ma la cancellazione di essa, sia pure in un'atmosfera sociale che si definisce nella ferita, nella corrosione di ogni illusione. La tristezza di chi parte per andare lontano, e in ultimo si ritrova nel luogo di partenza, rimane il carattere distintivo della realta sociale stessa. (11) E questa l'ultima pietas siloniana, che fa dello scandalo cosi violentemente rappresentato un esempio della pena del mondo, come problema morale e politico.

Il ritorno al paese e il rifugio nel cibo originario, sia pure come ricognizione dell'impossibilita del viaggio, coincidono con la scelta negata del futuro. L'incubo di Beniamino appartiene alla realta menzognera e brutale; il ritorno fissa la possibilita di vivere una vita profondamente semplice, una visione della speranza definita dalla rassegnazione, il che costituisce la base della vita da ricominciare.

Certamente il ritorno di Beniamino allude al sogno dissacrato della cognizione e dell'esperienza: l'atmosfera di imminenti pericoli fissata con alta suggestione dal viaggio all'inferno e dall'immagine demonizzata del serpente nero. Il fatto e che Silone si orienta da una fondamentale ironia etico-ideologica; tende pertanto drammaticamente ad una soluzione esasperata, spinta al limite, in una irrevocabile disposizione alla tensione dei temi contestativi, quali la delusione e l'offesa. Silone non cede alla retorica delle ideologie: la storia impone un agire problematico nel reale. Qui il cibo, per quanto amaro, e lo strumento medianico che cancella il tempo del viaggio; permette allo scrittore di elevare l'arcaicita della civilta contadina a modello sociale entro tutta una tradizione meridionalistica. L'anima rinasce nel presente, non piu vittima di contraddizioni, superiore al momento del viaggio, prima della colpa che e stata la partenza. Come sempre, per Silone, il ritorno non puo essere autentico se non si traduce nel sapore del cibo ritrovato (la polenta come emblema della cultura popolare); e li che si concreta il processo di interazione tra il cafone e il nucleo sociale: nel mais, che non e nuovo, ma antico, ed e documentazione del viaggio oltre i limiti. La saldatura si opera per quella coscienza della pena e della divisione, che lo scrittore marsicano sostanzia da una concezione antropologico-religiosa della storia, con tutti gli affanni, con tutte le lacrime che hanno accompagnato i viaggi migratori dei cafoni.

IV. Il dio che e fallito

Il messaggio che lo scrittore Silone ricava dallo scontro sogno/reale, fuga/immobilita si collega al contesto socio-politico degli anni '30-40; si legge nell'ambito della crisi che lo porto fuori del PCI nel 1931, quella data assai triste che egli denomina come "il lutto della [sua] gioventu" (Uscita di sicurezza 113). Accade pertanto che, in un simile contesto, l'allegoria nasca a figurare una oggettivita ritenuta necessaria a promuovere l'interezza dell'opera d'arte. Fin dalle prime novelle, Silone si dichiara consapevole dell'entita di una logica simbolico-allegorica, di una certa disposizione a rappresentare la realta come eterno sottinteso. Allora si puo convenire con Malcolm Cowley che la narrativa siloniana si inquadra come una leggenda medievale. (12) Silone stesso sembra accreditare un impianto tematico favolista atto a recepire immagini esemplari. Ecco come celebra il gioco fra possibile e reale: "Si racconta di un navigatore spagnolo che in alto mare era solito cantare una bellissima canzone. Ai suoi di famiglia che un giorno a fine tavola lo pregavano di ripeterla, egli rispose: `e impossibile, io canto la mia canzone solo a quelli che vengono con me in alto mare'" (AA. VV. xliv).

L'inquietudine e il disagio del cafone nascono da uno spunto economico precario. Per Beniamino, lo spauracchio permanente, fino all'ossessione, della polenta diventa la paura di perdersi nell'incubo salutare, i cui segni (il possesso del cibo) appaiono come ombre che turbano l'agonia di una cultura liminale. L'estrema soglia dell'esistenza (il limen) entra qui in conflitto con il campo del vissuto. Alla fine lo spazio remoto si e trasformato da uno idealmente liberatorio (la fuga) ad uno reclusivo (il ritorno). E questa soluzione fiorisce con una coscienza oggettiva della storia, che comprende quella individuale ma la trascende. La narrativa si fa cosi narrativa della storia di classe e si risolve in un tipo di segnicita geografico-culturale epocale. Vi si ritrovano i campi tematici generali della letteratura realistica: dalla collettivita al regionalismo quale emblema della realta. E questo il fascino delle ipotesi siloniane, la cui base ideologica resta comunque fondamentalmente socialista. Tali ipotesi si distinguono per il recupero delle radici culturali piu autentiche, lievitate dall'humus di quell'Abruzzo marcato dalla rigidita del tenore di vita, ma anche dall'ignoranza e dalla superstizione religiosa deformante. (13) La lezione di Silone puo essere di ordine politico, come posizione della coscienza, ma e confessione dell'anima nei paradigmi piu propriamente poetici.

NOTE

(1) Questo racconto e come una preistoria a Fontamara; la data di composizione e dibattuta tra il 1929 e il 1934. Sui primi racconti si veda Esposito, Silone novelliere tra ironia e angoscia e Nicolai Paynter, Ignazio Silone: Beyond the Tragic Vision, in particolare il capitolo terzo.

(2) Per una esauriente guida bibliografica, si vedano in particolare Virdia, Silone 139-43; le bibliografie critiche in appendice ai romanzi in d'Eramo, L'opera di Ignazio Silone; Martelli e Di Pasqua, Guida alla lettura di Silone 153-66; Nicolai Paynter, Simbolismo e ironia nella narrativa di Silone 13-63.

(3) Nel suo fandamentale studio sull'argomento, Gian-Paolo Biasin parla della rappresentazione del cibo nella narrativa come di "una metonimia del reale" (4).

(4) Nelle parole di don Luigi, il cibo che sostanzia gli ideali della gioventu diviene insufficiente: "Arriva sempre un'eta ... in cui i giovani trovano insipido il pane e il vino della propria casa. Essi cercano altrove il loro nutrimento. Il pane e il vino delle osterie che si trovano nei crocicchi delle grandi strade, possono solo calmare la loro fame e la loro sete. Ma l'uomo non puo vivere tutta la sua vita nelle osterie" (Silone, Vino e pane 223).

(5) Cfr. Marin: "il segno culinario rappresenta, a suo modo, la trasformazione economica di una cosa in un bene, la trasformazione erotica di un oggetto in corpo, e la trasformazione linguistica di un'entita in segno" (125).

(6) Cfr. Virdia a proposito del rapporto ideologico tra i modi linguistici e i contenuti politico-sociali nel romanzo (34-35). La stessa ironia affiora quando Beniamino arriva a Roma e con l'aspetto fiero di un gigante campagnolo commenta mentalmente: "C'erano bei ristoranti, dove sicuramente non servivano polenta, neanche a pagarla a peso d'oro" ("Viaggio a Parigi" 62). Suggestiva anche l'immagine della statua del santo che si spezza contro la macelleria (la carne e un nemico) in "Simplicio," in Viaggio a Parigi (novelle) (23).

(7) Silone conobbe realmente in Francia un giovane operaio che aveva viaggiato da Roma a Parigi in un canile ferroviario. Si veda d'Eramo 117.

(8) Silone stesso non solo ci parla del ritorno, ma egli va piu oltre: "Non e facile, in eta matura, tornare nei luoghi dell'infanzia, se durante l'assenza il pensiero non se n'e mai distaccato, se in quei luoghi, da lontano, si e continuato a vivere avvenimenti immaginari. Puo essere perfino un'avventura pericolosa" ("La pena del ritorno" 173). Questo richiamo autobiografico alla pericolosita e certo un modo sublime di rendere il cammino del protagonista di "Viaggio a Parigi."

(9) Cfr.: "E se la mia opera letteraria ha un senso, in ultima analisi, e proprio in cio: a un certo momento scrivere ha significato per me assoluta necessita di testimoniare, bisogno inderogabile di liberarmi da un'ossessione, di affermare il senso e i limiti di una dolorosa ma definitiva rottura, e di una piu sincera fedelta" ("Uscita di sicurezza" 61-62).

(10) Si veda Camporesi 15 e sg.

(11) Cfr. Silone in un'intervista del '78 con Franco Simongini: "... chi torna da un lungo viaggio non e piu la stessa persona e anche il luogo da cui parti non e piu lo stesso" (AA. VV. xliv).

(12) Il riferimento e al primo romanzo visto come una leggenda sul Cristo reincarnato. Cfr. Silone, Fontamara vii.

(13) Franz Schneider e stato tra i primi a porte in rilievo gli influssi che le Sacre Scritture hanno esercitato su Silone. Si veda "Scriptural Symbolism in Silone's Bread and Wine." Tematicamente essenziale, il nesso coi Vangeli puo tuttavia essere riferimento di matrice antropologico-culturale, soprattutto per quanto riguarda l'uso reiterante di certi cibi.

OPERE CITATE

AA. VV. Ignazio Silone. Pescina, 7 ottobre 1989. Supplemento di Oggi e domani 18 (gen.-feb. 1990).

Biasin, Gian-Paolo. The Flavors of Modernity: Food and the Novel. Princeton: Princeton UP, 1993.

Camporesi, Piero. The Magic Harvest: Food, Folklore and Society. Trad. Joan Krakover Hall. Cambridge: Polity P, 1993.

Corti, Maria. Il viaggio testuale. Torino: Einaudi, 1978.

D'Eramo, Luce. L'opera di Ignazio Silone. Milano: Mondadori, 1971.

Esposito, Vittoriano. Silone novelliere tra ironia e angoscia Avezzano: Centro Studi Marsicani, 1994.

Marin, Louis. Food for Thought. Trad. Mette Hjort. Baltimore: The Johns Hopkins UP, 1997.

Martelli, Sebastiano, e Salvatore Di Pasqua. Guida alla lettura di Silone. Milano: Mondadori, 1971.

Nicolai Paynter, Maria. Simbolismo e ironia nella narrativa di Silone. L'Aquila: Regione Abruzzo, 1991.

--. Ignazio Silone: Beyond the Tragic Vision. Toronto: U of Toronto P, 2000. Schneider, Franz. "Scriptural Symbolism in Silone's Bread and Wine." Italica 44 (1967): 387-99.

Silone, Ignazio. Fontamara. Zurigo: Nuove Edizioni Italiane, 1933.

--. Fontamara. Trad. Harvey Fergusson con prefazione di Malcolm Cowley. New York: Atheneum, 1960.

--. Il seme sotto la neve. 1a ed. 1950. Milano: Mondadori, 1961.

--. Uscita di sicurezza. 5a ed. Firenze: Vallecchi, 1965.

--. Vino e pane. 2a ed. Milano: Mondadori, 1970.

--. Viaggio a Parigi (novelle). A cura e con introduzione di Vittoriano Esposito. Pescina: Centro Studi Siloniani, 1993.

Virdia, Ferdinando. Silone. Il Castoro No. 6. Firenze: La Nuova Italia, 1967.

GAETANA MARRONE is Professor of Italian in the Department of French and Italian at Princeton University. She is the author of La drammatica di Ugo Betti: tematiche e archetipi (1988) and The Gaze and the Labyrinth: The Cinema of Liliana Cavani (1999), and guest editor of the volume of Annali d'Italianistica, New Landscapes in Contemporary Italian Cinema (1999). Her shorter studies include essays on nineteenth- and twentieth-century Italian literature, film, and cultural studies. She is currently working on a book on filmmaker Francesco Rosi and co-editing with Paolo Puppa an Encyclopedia of Italian Literature for Fitzroy Dearborn Publishers.
COPYRIGHT 2002 American Association of Teachers of Italian
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Title Annotation:text in Italian
Author:Marrone, Gaetana
Publication:Italica
Geographic Code:4EUIT
Date:Sep 22, 2002
Words:4507
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