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Giovanni Gherardo De Rossi: un epigono di Goldoni?

1. Durante il soggiorno a Venezia di Corinne e del suo compagno lord Oswald Nelvil nel romanzo di Mme De Stael (1807), la bella poetessa e pregata di recitare in un opera-comique che sta per andare in scena in un teatro privato, e sceglie la parte di Semiramide nel dramma spagnolesco di Carlo Gozzi Lafiglia dell'aria. (1) Dopo aver dato un'idea del teatro di Gozzi (esaltato negli stessi anni dal suo amico August Wilhelm Schlegel), (2) la Stael soggiunge in una nota: "Parmi les auteurs comiques italiens qui peignent les moeurs, il faut compter le chevalier de Rossi, Romain, qui a singulierement, dans ses pieces, l'esprit observateur et satirique". (3) Sulla fede di questo giudizio, qualche anno dopo, Stendhal comprb a Milano la bella edizione delle Commedie di Giovanni Gherardo De Rossi stampata dal Remondini in quattro volumi (la stessa che ho sotto gli occhi), (4) e dovette leggerle con attenzione, se ancora il 5 gennaio 1817 scriveva in Rome Naples et Florence en 1817, ribadendo e limitando quanto aveva detto la Stael: "Gherardo de Rossi a bien peint les moeurs de Rome, mais il avait peur. Les comiques italiens ne devraient publier qu'apres leur mort". (5)

Vorrei partire da questo giudizio, che secondo me va integrato e corretto, per un esame della produzione teatrale dell'autore romano. Nato nel 1754 e morto a Roma nel 1827, De Rossi fu uomo di vasta cultura e di intelligenza poliedrica: banchiere ed esperto di finanza, (6) antiquario e intenditore di belle arti, (7) stimato critico di pittura e di scultura, (8) corrispondente del Nuovo giornale dei letterati di Pisa, furono soprattutto queste attivita a meritargli l'ammirazione dei contemporanei e l'iscrizione a varie accademie italiane e straniere. (9)

Oggi il De Rossi e ricordato come elegantissimo compositore di anacreontiche e di argute favole (10) piuttosto che corne autore teatrale (11): come dicevo, appunto di questo suo aspetto intendo occuparmi. Delle sue commedie, uscite fra il 1790 e il 1798, e impossibile stabilire la successione cronologica. Quel che e certo, e che nei trent'anni successivi, fra il 1798 e la morte, l'autore romano non pubblico altri testi teatrali, dissuaso probabilmente dallo scriverne dallo scarso successo dei precedenti.

2. Per distinguerlo dai commediografi suoi contemporanei (e piu fortunati presso il pubblico), il romanzesco e talvolta morboso Giovanni De Gamerra e il flebile ed edificante Camillo Federici, gli studiosi includono di solito De Rossi nella serie degli epigoni di Goldoni, (12) fra il piu anziano Francesco Albergati, suo amico e corrispondente, e i piu giovani Alberto Nota e Giovanni Giraud.

Effettivamente il commediografo romano, sia nel Trattato dell'arte drammatica (1790), sia e soprattutto nei tre "ragionamenti" letti in Arcadia Del moderno teatro comico italiano, e del suo restauratore Carlo Goldoni (1794), (13) dichiara il suo debito nei confronti dell'autore della Locandiera, la cui poetica e riecheggiata dal De Rossi anche e specialmente nel Ragionamento che apre il primo volume dell'edizione principe delle sue Commedie (e il fatto stesso che tale edizione ne contenga sedici e un omaggio al maestro veneziano, che appunto sedici ne aveva scritte e fatte rappresentare nell'anno fatidico della sua riforma, 1750-51):</p> <pre> Fisso avendo innanzi agli occhi, che lo scopo della commedia consista nel dipingere gli umani vizi e difetti in quell'aspelo ingrato e ridicolo che desta nello spettatore aborrimento contro di essi e desio di emendarsene, se macchiato se ne ritrova; ho creduto che non possa mai giungere a formare una gagliarda impressione nell'anirno dello spettatore questa pittura, quando essa da una fedelissima imitazione della natura accompagnata non sia. Allorche il poeta comico si allontana da questa fedelta abbandonando le tracce del verisimile, perde la confidenza dello spettatore, ed interrompe il corso di quella illusione che facendo apparir quasi vera la cosa rappresentata sulla scena, ispirava ancora il piu forte inteFesse per essa. </pre> <p>Di qui una serie di corollari: trame semplici; argomenti vari e interessanti; giusta complicazione d'intreccio senza incongruenze romanzesche, e dunque niente "fughe, rapine, duelli, inaspettati riconoscimenti" 14; dialogo familiare.

Da Goldoni, ancora, vengono numerosi caratteri nel teatro del De Rossi: il debole e influenzabile governatore Don Flaminio ne Il cortigiano onesto ovvero i cambiamenti di un giorno dal goldoniano Don Sancio ne L' adulatore, l'ipocondriaco Conte Asdrubale ne Le due sorelle rivali da Celio ne Il vecchio bizzarro, i maldicenti e morbosamente curiosi Alessio ne L'astratto geloso e cavalier Fiorini ne Le conseguenze di una imprudente risoluzione dal Don Marzio ne La bottega del caffe; e talvolta la somiglianza fra due personaggi si estende a tutta una commedia, per esempio fra Il tutore di Goldoni e La famiglia dell'uomo indolente del De Rossi, in cui l'infingardo Aurelio lascia il figlio a balia fino ai quindici anni perche non sa decidere in che scuola mandarlo, ma pensa di farne "a suo tempo" un dotto o un diplomatico, e si tiene in casa per diciotto mesi il losco barone Ascanio perche non gli ha trovato in tempo una locanda dove potesse alloggiare al suo arrivo.

Come gia si vede dai casi citati, i testi goldoniani che forniscono personaggi e motivi all'autore romano sono quelli degli anni della riforma, 1748-52, quali (oltre ai gia ricordati) Il cavaliere e la dama, Il padre di famiglia, L'incognita o La moglie saggia, in cui su uno sfondo di meschinita e di puntigli spiccano personaggi portatori di difetti spinti spesso fino alla stravaganza. Analoghi sono anche gli spunti satirici, contro la nobilta rovinata e corrotta, contro il cicisbeato e al polo opposto contro l'eccessiva gelosia, contro la mania di imitare i francesi o gli inglesi, contro i "novellieri" lettori di gazzette, ecc. ecc. Comunque, mentre in Goldoni i personaggi odiosi e totalmente negativi spesseggiano solo nella fase alta, e in qualche modo "manichea" del suo teatro, in quasi tutte le Commedie del De Rossi ci imbattiamo in una folta galleria di furfanti, maniaci e viziosi, specialmente in seno alle classi alte: amministratori imbroglioni, ladri e vendicativi, ufficiali scrocconi, bugiardi e parassiti, locandieri avidi, brutali e cinici, poeti ignoranti, presuntuosi e arrogant-i, nobili venali, superbi e prepotenti, ridicole zitelle in mal di matrimonio, dame ingorde e interessate, servi corrotti, ficcanaso e mettimale, borghesi e titolati sordidamente avari, madri ruffiane delle figlie: per cui la squallida umanita che il veneziano introduce episodicamente, con una certa perplessita (15) e in modo un po' legnoso nelle commedie che ho menzionato e in altre dello stesso periodo, si configura invece presso il romano in un piu deciso "theatre noir", vera e propria corte dei miracoli dei vizi della societa. (16)

Da un lato tale rappresentazione corrisponde a un progetto, almeno nelle intenzioni, piu molieresco che goldoniano:</p> <pre> Persuaso ... che nel teatro un certo ingrandimento di caratteri si renda necessario ..., ho cercato di riconoscere per qual via si possa giungere a conciliare questo ingrandimento nei caratteri colla verisimile imitazione della natura, e mi e sembrato di vederne pur una. In luogo di caricare e d'ingrandire un carattere vizioso o difettoso alterando le azioni viziose o difettose oltre i comuni limiti di cio che vediamo frequentemente accadere; pare a me che l'ingrandimento dei caratteri possa ottenersi moltiplicando con avvedutezza i tratti piu verisimili del vizio o del difetto, e riunendoli in un soggetto solo, che resta ingrandito nel tutto, ma non eccede poi i limiti della natura nelle parti separate (17): </pre> <p>e subito dopo, pensando ovviamente a Moliere e a Regnard, adduce per questi caratteri "ingranditi'gli esempi dell'avaro e del giocatore "da manuale", somma di tutti gli avarie di tutti i giocatori possibili. Di questo pessimismo e moralismo alla francese offre un curioso esempio Le lagrime della vedova, suggerita dalla favola milesia di Petronio La matrona di Efeso, che circolava in Italia fin dal Novellino. (18)

Insomma, il "goldonismo" di De Rossi appare in fondo relativo, spesso confinato alle intenzioni e talvolta solo di facciata: ne abbiamo la conferma in commedie corne L'offi'cio della posta, La commedia in villeggiatura o l'atto unico La bottega del caffe nel festino, nelle quali l'omaggio al grande predecessore si limita esclusivamente al titolo, mentre trama e personaggi non potebbero, come vedremo, essere piu diversi da quelli delle commedie goldoniane corrispondenti.

Dall'altro lato la presenza di situazioni losche e di personaggi spregevoli si riferisce ovviamente allo sfacelo e all'abiezione di una certa societa nobiliare romana sotto Pio VI, flagellata poi, con altra maestria, anche dal Belli, che conosceva bene il teatro del De Rossi. (19)

In altre parole, a commedie in cui, come dicevo, l'esempio goldoniano degli anni della riforma e irrigidito nella ricerca di caratteri "ingranditi", velleitariamente moliereschi (II secondo giorno del matrimonio, Le sorelle rivali, Il cortigiano onesto, Il presuntuoso, e altre che ho gia citato) si affiancano testi piu originali o comunque piu legati a circostanze, a luoghi e fatti di costume specifici.

3. Abbiamo cosi un trittico che potremmo chiamare del fanatismo musicale romano: Le conseguenze di una imprudente risoluzione, dove la contessa Eugenia, alloggiata col fratello sotto falso nome nella locanda del grossolano Raspone (che fa anche l'impresario) si induce spinta dalla miseria a impegnarsi come cantante nella compagnia dell'oste, e rischia cosi di perdere il suo nobile fidanzato (20); Il maestro di cappella, sul clamoroso fiasco di un melodramma sciupato dai mediocri cantanti e in particolare dai bizzosi castrati, e boicottato dalla claque di un teatro rivale, e La prima sera dell'opera, in cui i personaggi pochissimo si curano della musica, ma sono assillati dalla necessita di "comparire" in un palco a teatro, e di partecipare alle cene che seguiranno lo spettacolo, infestate da golosissimi scrocconi, tra i quali spicca un militare, il tenente Silvio. Caratteristica in queste commedie e la presenza di servitori (Trivella in primo luogo, ricorrente anche in altre) che--come scrive esagerando l'autore--"parlano nel piu stretto dialetto della plebe Romana" (III: 102), (21) e partecipano all'azione nel doppio ruolo di testimoni e di complici; e notevole nella terza la lercia avarizia di Leandro, che attraversa la vicenda da un capo all'altro scroccando tabacco da naso ai suoi interlocutori: "un presino delle vostre grazie...."

4. Anche piu legata al referente romano e la commedia considerata spesso la migliore (e certo fra le piu riuscite) del De Rossi, Il calzolajo inglese in Roma. Psctth, un ricchissimo negoziante di scarpe londinese, per dimenticare una ballerina che gli costava troppo, viene a visitare Roma e cade nelle mani di Rosbif, preteso "antiquario" (22) inglese che accoglie e sfrutta i connazionali che gli vengono indirizzati e riscuote il cinquanta per cento del denaro che spendono dai suoi complici, locandiere, "servo di piazza', nobili compiacenti che si fanno pagare, come le contesse e i conti palermitani ne Le femmine puntigliose di Goldoni, per introdurre i forestieri nella buona societa.

All'ignorantissimo Psctth in realta non importa nulla di Roma e delle opere d'arte in genere, ma vuole seguire le orme di un sarto suo collega (e rivale in grandezze di parvenu), precedente vittima di Rosbif, e cosi si scatena attorno a lui un vero e proprio balletto di bricconi e di pataccari: Rosbif che tiene le fila del complotto, il locandiere Panzone che ha gallicizzato il suo nome in Panchon, il servo di piazza che porta Psctth in visita da una cantante sua amica e gli fa comprare a caro prezzo un coccio per un cammeo romano. I piu spregevoli tra questi parassiti sono il conte Emesto e la contessa Eugenia, che affittano la loro ultima carrozza all'ospite, e cercano di vendergli per una somma esorbitante una crosta affumicata e rosicchiata dai topi che conservavano a questo scopo in solaio; e il meno odioso e Trivella, che a un certo punto, per vendicarsi della prepotenza e dello sfruttamento dell'antiquario, spiattella tutto al suo cliente. Psctth riparte bruscamente per l'Inghilterra, avendo ampiamente verificato il suo sospetto iniziale, che "in Roma non ci sono galantuomini" (a. I, sc. 3: I, p. 145).

L'azione si snoda dunque non secondo un intreccio, che qui e esilissimo o inesistente, ma lungo una serie di espedienti per spillare quattrini all'inglese, e lo scioglimento appare precipitato: come accade (spesso per l'intervento delle autorita in funzione di deus ex machina) anche in parecchie altre commedie dello steso autore. Restano nel ricordo l'impietosa rappresentazione di un costume, qualche battuta dialettale o gergale di Trivella e Panchon:

PANCHON: Mi pare un po' saccoccione quel figliolo.

PSCTTH: Che significa questo saccoccione?

PANCHON: Tira piombo, ubriaco (a. I, sc. 5: I, pp.152-53),

e la mimesi teatralmente efficace del vuoto chiacchiericcio che copre la perfidia di due dame (a. I, sc. 11: I, p. 165), questa si goldoniana: si pensi a Giacinta e Vittoria ne Le smanie per la villeggiatura (a. II, sc. 12). (23)

5. Al polo opposto rispetto alla semplidta e al realismo del Calzolajo inglese stanno le "tante interessanti avventure" de L'officio della posta (a. III, sc. ultima, IV, p. 163). Uazione ha luogo in una indeterminata cittadina di un paese in guerra, e predsamente in casa di Fabio, nella sala adiacente all'ufficio postale diretto da tale pomposo e ambizioso personaggio, prima e dopo l'arrivo del corriere Camillo, ansiosamente atteso da numerose persone.

Tutti aspettano lettere o plichi del banchiere Aurelio da Altavilla, la citta principale, che vengano ad appagare i loro desideri: il giovane poeta Erminio spera ardentemente che la sua prima commedia appena andata in scena abbia avuto successo, il conte Lelio attende notizie sull'esito immancabilmente favorevole di un processo che dovrebbe arricchirlo, lo sfaccendato "novelliere" Agabito le gazzette che alimenteranno le sue strampalate invenzioni di clamorosi eventi politici e guerreschi, il mercante olandese Monsieur Flutt, di modi bruschi ma di solido buon senso commerciale, un'importante somma di denaro in forma di cambiali. Questa piccola folla e ulteriormente agitata da improvvisi, piu o meno misteriosi ordini e contrordini emanati dal comandante della piazza, che costringono Fabio e Camillo ad andare su e giu fra la posta e la Fortezza. Su tale sfondo di movimento e di incertezza si intrecciano varie tresche amorose: il corriere ama e alla fine sposera Eleonora figlia del suo direttore, l'attempata sorella nubile di questo, gia corteggiata e poi abbandonata dal banchiere, e ora incapricciata del poeta; ma quest'ultimo e innamorato della ballerina Angelica senza sapere che lei, per interesse, si e messa con Aurelio che la mantiene e che si rovina per i suoi costosissimi capricci. A parte i due giovani e simpatici primi amorosi, si tratta dunque, questa volta, di personaggi schiavi di fisime relativamente inoffensive, molto piu ridicoli che perversi: fa eccezione il vizioso banchiere, ma la sua disonesta e mitigata da un pentimento che suona sincero, quando, alla fine dell'ingarbugliata vicenda, e arrestato mentre stava fuggendo con la sua ganza e col denaro dei suoi clienti.

Il piu comico di questi mezzi caratteri, nel suo eccesso, e Agabito, che spinto dalla mania di saper tutto prima degli altri e dall'amore per le notizie sensazionali, "riconosce" negli ospiti di Fabio (Aurelio e Angelica in incognito, e lei sotto panni maschili) un fantomatico generale che viaggerebbe col figlio dopo una rovinosa, mai avvenuta sconfitta, e a chi gli chiede le prove della loro supposta identita risponde imperterrito:</p> <pre> Una persona informata come me non ha bisogno di saperle le cose per dirle. Chi sa ragionar sulle nuove, dopo che ha saputa la prima, tutte quelle che vengono in conseguenza le pub pure inventare, che non sbaglia mai (a. II, sc. 4: IV, pp. 121-22). </pre> <p>6. Interessanti per ragioni diverse sono Il soverchiatore e Il podesta di Bisenzo. Qui tomano ad abbondare i caratteri odiosi, come il duca Tancredi, suo figlio Livio, il loro maestro di casa Fabio e il favorito del primo ministro nella prima; il podesta Tiberio protagonista della seconda. Ma quello che le due commedie hanno in comune, e le distingue da altre piece noires del De Rossi, e il fatto che i personaggi appena ricordati sono potenti o influenti, e abusano del loro potere per angariare i deboli, umiliare i subalterni e soddisfare i loro capricci.

Il duca Tancredi si preoccupa piu della salute dei suoi cavalli che di quella del suo segretario (a. III, sc. 2: IV, p. 222), tratta dall'alto in basso l'onesto borghese che presiede il tribunale e non esita a usare anche in citta le prepotenze che gli sono abituali nel suo feudo, come quando ordina a due sicari suoi protetti di bastonare al buio il virtuoso conte Alessandro (a. III, sc. 3: pp. 224-25). Tiberio, che concupisce la piu bella ragazza del villaggio ai piedi del castello, e una specie di don Rodrigo da strapazzo, con l'aggravante della venalita e della frode, per cui--di nuovo, si parva licet--ci fa pensare ogni tanto all'abominevole giudice Adam protagonista di un grande testo teatrale di pochi anni posteriore, Der zerbrochene Krug di Heinrich von Kleist. Che De Rossi si rendesse conto dell'aspra condanna del potere mal esercitato implicita nelle due commedie, lo vediamo dall'ironica tendenza aforistica che vi si manifesta. "I poveri sono quasi sempre bricconi.", osserva l'ignobile Fabio (II soverchiatore a. IL sc. 9: IV, p. 208), e il duchino Livio: "Oh, mio padre dice benissimo, che non ha mai ragione chi non ha denari" (a. III, sc. 1: p. 219). Cosi, a malgrado dell'immancabile lieto fine, risulta amaramente vera la morale che la marchesa Clarice ricava dalle vessazioni di Tancredi: "Soffrire e tacere e cio che al mondo debbono imparare a fare i piu deboli per essere meno infelici" (a. I, sc. 5: p. 177). (24) Possiamo accostare questi spunti a quello che dice l'oste nelle ricordate Conseguenze di una imprudente risoluzione: "Se non si scrive piu nulla di buono. I Poeti pretendono di far commedie che pungano i difetti degli Spettatori, e poi vogliono essere applauditi. Asinacci!" (a. I, sc 4: III, p. 190); e ancora, parlando del fedele servitore Fabio: "ecco uno di quei servi che introduce nelle sue Commedie il Poeta che jeri sera ando a terra, che si diletta di dipingere virtuosi i Servi, e viziosi i Padroni" (a. IL sc. 7: III, p. 227).

E concludere che non sembrano del tutto giustificate la riserva di Stendhal menzionata in apertura di questo studio sulla timidezza del commediografo, e quella di Muscetta, che definisce arcadica e blanda rispetto a Goldoni la sua critica del mondo nobiliare, e innocente la sua satira di costume. (25)

Come in qualche altra commedia--per esempio ne Le conseguenze di una imprudente risoluzione appena citata--spicca nel Podesta di Bisenzo, fin dalle prime scene, una vena seria o addirittura larmoyante, affidata alla patetica Isabella: "Erminio mio, ti avro perduto per sempre! Ma in che speravo? Io povera, egli in uno stato tanto diverso ..." (a. I, sc, 1: III, p. 5); "Prospero, io adoro vostro Figlio, ma non posso accettare la sua mano; moriro di dolore, ma sposarlo non posso" (a. I, sc. 9: p. 23).

E dunque possibile che una moderata influenza dei propugnatori francesi del drame bourgeois, Diderot, Mercier e Beaumarchais, certamente noti al De Rossi, venisse a temperare l'avversione manifestata nel suo carteggio con l'Albergati per la commedia lacrimevole, "quel tono metafisico e quel lambicco distillato di passione ... che, mi sia lecito il dirlo, e il vizio del nostro secolo che vuol far parlare gli appassionati colle massime di chi a sangue freddo esamina la passione medesima", (26) e ribadita anche per bocca dei suoi personaggi, nel nome della distinzione dei generi letterari:</p> <pre> VOLPINO: Che gusti balordi! Adesso s'ha da piangere per tutto, per tutto ci ha da uscir l'ammazzato. Una volta quando si piangeva un tantino al teatro in musica, alla scena di Arbace e di Catone, la cosa finiva li. Ma presentemente fino alli balli s'ha da piagne.... (La prima sera dell'opera, a. III, sc. 1: III, p. 158) </pre> <p>7. La stessa alternativa fra dramma sentimentale e commedia, e la stessa avversione per il genere serio affiorano ne La commedia in villeggiatura, che per il suo carattere di consuntivo di tutta una carriera potrebbe essere una delle ultime scritte dal De Rossi. Di una rappresentazione che i villeggianti stanno preparando chiede l'ingenua Olivetta, contadinella promossa guardarobiera: "Ma dica un poco, s'e lecito, fanno una di quelle commedie che fanno piangere, o una di quelle che fanno ridere?" (a. I, sc. 1: III, p. 258). E poco piu avanti il cavalier Lucindo afferma, parlando di Flaminio, proiezione o doppio dell'autore: "So le massime del mio amico. Egli crede che debba servire la commedia a correggere i difetti della vita civile, ed a farci acquistare le virtu che ad essa competono"; fin qui, la formula e conforme agli scopi della haute comedie indicati dal Destouches: "de corriger les moeurs, de tomber sur le ridicule, de decrier le vice et de mettre la vertu dans un si beau jour qu'elle s'attire l'estime et la veneration publique" (27); ma Lucindo continua: "gli eroi li crede riserbati per la tragedia, e quel miscuglio di eroismo e di tratti di passioni sublimi fra comuni e private vicende non e di suo genio" (a. I, sc. 3: p. 264).

Comunque, l'interesse metateatrale di questo testo va al di la di una semplice dichiarazione di poetica. Nella villa di campagna del ricco e tronfio duca Gervasio e di sua sorella duchessa Dorotea, che hanno comprato da poco la nobilta, gli altezzosi padroni di casa e i loro soliti ospiti--il gelosissimo cavalier Lucindo e la sua innamorata Erminia cognata povera del duca, l'ignorante e presuntuoso poeta Fabio, il giocatore di professione tenente Anselmo, il ghiottone Livio--vorrebbero recitare una commedia, e mandano a chiamare dalla citta l'autore comico Flaminio, subito denigrato da Fabio: "Uno sguajato che si e fatto qualche nome componendo delle commediacce, che sono satire. Non sa far altro che porre in ridicolo i giocatori, i damerini, le donne galanti, un satirico vi dico, un satirico ...", e poi da Livio:</p> <pre> Vidi una volta la sua Prima sera dell'opera, la cosa piu insulsa che si possa mai trovare. Non ri era altro dentro che maldicenza e

voglia di trovare il vizio ove non e.... Uno al caffe si approfitta

di un amico che lo vuol favorite, e fa la sua colazione. A una cena

mangia un altro di buon appetito, e serba in tasca dei frutti per

la matilna. E questi sono tratil portail dallo sciocco Poeta in un tuono di ridicolo, quasi fosse un delitto l'aver buon appetito, il gradire le finezze degli amici che amano la vostra compagnia.

(a. I, scc. 5 e 6: pp. 270-71) </pre> <p>Come era prevedibile il povero Poeta ducale (come lo chiama pomposamente Gervasio) scontenta tutti col suo primo progetto di commedia. I padroni owiamente vogliono per loro le prime parti, e non si piegano a impersonare personaggi subalterni, perche sono incapaci di distinguere fra la finzione teatrale e quell'altra finzione che e la loro vita quotidiana, mentre gli altri, al polo opposto, temono di dover rappresentare personaggi che hanno i loro stessi difetti (LIVIO: "Per Bacco non ci provi con me il Sig. Vate a farmi una caricatura ...", ibid. 273), talche gia alla fine del primo atto Flaminio conclude:</p> <pre> Tutti sembrano di male umore. Un Duca baggiano da un canto, una sorella dall'altro che lo pareggia, tre figure equivoche delle quali non capisco nulla, una donna afflitta e un geloso bestiale che la tormenta. E costoro domandano a me una commedia? E qual commedia piu ridicola di quella che recitano naturalmente loro medesimi? (287) </pre> <p>Prevedibilmente, neppure la seconda commedia proposta da Flaminio, Il geloso astratto (chiara allusione a L'astratto geloso del De Rossi), accontenta i suoi committenti, e si capisce perche. Ormai la realite depasse lafiction e i viventi modelli del discorso comico rifiutano di vedersi rappresentati sulla scena.

Insomma, la situazione e esattamente opposta a quella descrtta non molti anni dopo da Sismondi, che non crede piu nella funzione educativa della commedia:</p> <pre> La comedie, en peignant les vices et les ridicules, ne les corrige guere. J'ai vu jouer, dans une villeggiatura ruineuse, par une famille qui dissipait son patrimoine pour en soutenir le luxe, le Smanie per la Villeggiatura (La Fureur des Fetes de campagne). Tous les acteurs se jouaient eux-memes; les exploits de leurs creanciers qu'ils avaient recus dans la matinee ne leur permettaient pas de se faire illusion, et cependant ils voulaient se montrer si fort au-dessus d'une pareille gene, qu'ils se plaisaient a se representer sur leur propre theatre. (28) </pre> <p>Illuministicamente convinto, invece, che il Teatro deve riflettere e smascherare le magagne del Mondo (per usare i noti termini di Goldoni), De Rossi non rinuncia alla sua vocazione di "satirico', ma e sempre piu consapevole del prezzo che deve pagare. A parte una fortunata rappresentazione del Cortigiano onesto nel carnevale del 1791 al Teatro Valle, i testi del commediografo romano non furono quasi mai rappresentati sulle pubbliche scene, e Il maestro di cappella, recitato subito dopo II cortigiano onesto, suscitb la collera "di una platea indispettita". Perche pubblicarlo, allora? Proprio perche, si risponde l'autore, l'accoglienza inviperita del pubblico (come la reazione del duca Gervasio e dei suoi ospiti ai progetti di Flaminio, aggiungiamo noi), conferma la fedelta realistica dell'imitazione, "Onde pareva raddoppiata l'azione nella platea e nel palco". (29)

Cosi, come ha notato Roberta Turchi, (30) la caduta del Maestro di cappella e l'impossibile allestimento della commedia in villeggiatura prefigurano l'inevitabile scacco del De Rossi, soprattutto in un ambiente come quello romano, ma secondo lui e anche secondo me lo sfortunato destino teatrale non inficia i suoi pregi di scrittore. A questo proposito, alle impressioni positive di testimoni privilegiati come la Stael, Stendhal e Sismondi si aggiunge la relativa fortuna editoriale: dopo la lussuosa edizione remondiniana, le Commedie furono ripubblicte a Prato da Giachetti nel 1826, ancora in quattro volumi.

Forse la vocazione genuina di De Rossi era quella del narratore, (31) in un paese in cui i romanzi erano poco praticati come genere, e godevano di pochissima considerazione, (32) e non sara un caso che ne Le sorelle rivali il cavaliere Ernesto trovi alla contessa Clorinda "un carattere da romanzo" (a. I, sc. 2: II, p.8). Corne tante altre nella storia della nostra letteratura, le sue sono soprattutto commedie da leggere, e lette di seguito si configurano come delle scenes de la vie romaine in una estesa (ma quanto piu modesta) "comedie" nell'accezione balzachiana del termine. In questa prospettiva la mancanza di un vero dialogo comico, gia acutamente rilevata dal Sismondi, appare in se meno grave di quanto non sia sembrato agli storici del teatro.

8. Se per comune sentenza le commedie del De Rossi sono poco teatrali, fa eccezione l'atto unico La bottega del caffe nel festino, ambientata nel caffe improvvisato nella stanza attigua al teatro dove si svolge una festa da ballo.

Giacinto, borghese benestante e assai ingenuo, e venuto alla festa mascherato da donna, istigato e accompagnato dal suo servitore Vespino, per vedere se Rosina, la sua innamorata, e davvero rimasta a casa come ha detto o e venuta al festino con la madre, la compiacente e golosa Susanna. Dal canto suo la Marchesa Clarice, in mancanza del suo cicisbeo conte Spasimo che si e dichiarato ammalato, ha dovuto farsi scortare al festino da suo marito marchese Lelio, seccatissimo di doverla servire ("Io son venuto a divertirmi ... per star con la moglie me ne stavo a casa", a. I, sc. 2: IV, p. 248). Invece il conte e venuto al ballo proprio con l'incostante Rosina, la quale alla fine sara sorpresa e svergognata dal disingannato Giacinto, che lei sperava di sposare. La situazione e complicata dal fatto che il marchese, dopo aver affibbiata la moglie a un suo conoscente toscano, Gerlino, si fa cedere per una contraddanza Rosina dal conte, minacciandolo di dire alla marchesa che lo ha visto al ballo, e il conte si consola danzando con Giacinto, da lui creduto una bella ragazza.

La vicenda, fatta di nulla, e come sospesa in un vago tempo carnevalesco, al quale corrisponde la precisa indicazione di una notte piovosa, che avvolge e isola l'edificio in cui essa si svolge: "La carrozza non torna che da qui a due ore, e adesso diluvia; giacche ci siamo, divertitevi" (VOLPINO a GIACINTO, SC. 1, pp. 244-45). Allo stesso modo, l'indeterminatezza del luogo ("Il luogo dell'azione non si sa, perche poco importa il saperlo", p. 242) e compensata da un'esatta, efficace divisione dello spazio scenico tra "fuori " e "dentro', fra "qui" e "di la", come in certe memorabili scene di Goldoni: Mirandolina che stira e Fabrizio che le porta i ferri caldi dalla cucina, (33) i padroni che mangiano nella sala da pranzo invisibile, e i camerieri Lisetta e Tognino che li spiano dal buco della serratura. (34)

Cosi qui l'azione si regge sul movimento dei personaggi fra il teatro fuori scena dove si balla e ci si riposa nei palchi, e la stanza del caffe dove, sotto gli occhi degli spettatori, si sparla, si mangia e si scambiano le dame. In questa ridda di entrate e di uscite, di baratti e di equivoci, si destreggiano gli scaltri e desabuses Vespino servo mascherato e Pistacchio caffettiere ("in questi abiti? Ti avevo preso per un Signore, o almeno per un galantuomo", dice il secondo al primo, a. I, sc. 4, p. 245), e spiccano le macchiette dell'occhialuto, curiosissimo Gerlino, tanto avaro che potra godersi solo mezza festa perche per entrare ha diviso a meta il biglietto con un suo amico, e che vorrebbe ordinare non una, ma mezza limonata; e mamma Susanna, di manica larga con la figlia e insaziabile distruttrice di ciambelle e pasticcetti scroccati, che quando non si abbandona alla sua bulimia passa il tempo dormendo, con quattro "bussolai" in mano.

La bottega del caffe nel festino e l'ultima commedia del quarto e ultimo volume, pubblicato nel 1798, a sei anni di distanza dal terzo: e potrebbe essere davvero l'ultima opera di De Rossi per la scena, in cui l'autore ci lascia una effimera e amabile smentita della scarsa teatralita che gli e stata rimproverata. (35)

FRANCO FIDO

Harvard University

NOTE

(1) Mme la Baronne De Stael, Corinne ou l'Italie, livre XVI, ch. 1, Nouvelle edition revue et corrigee (New York: Leavitt et Allen, 1853) 310-11.

(2) In Vorlesungen uber dramatische Kunst und Literatur, pubblicate nel 1809-11, ma lette a Vienna nel 1808.

(3) Corinne 431n32.

(4) "Stendhal avait achete ses comedies ... lors de son deuxieme sejour a Milan en 1811 (Journal, a la date du 25 octobre 1811)": Stendhal, Voyages en Italie, textes etablis, presentes et annotes par Vittorio Del Litto (Paris: Gallimard, 1973) 1342n5. L'edizione (che usero in questo scritto, dando fra parentesi nel testo atto, scena, volume e pagina) e: Commedie, Bassano (Remondini) 1790-1798.

(5) Voyages en Italie 26. Probabilmente Stendhal aveva presente anche l'acuto giudizio del Sismondi (1813): "Gherardo de Rossi, fidele a la vraie comedie, a recherche la gaiete plutot que le sentiment; mais la gaiete, dans la comedie, se compose de deux parties fort differentes, celle des situations et celle du langage. Gherardo de Rossi, avec beaucoup d'esprit et de talent, a completement atteint la premiere, et il a manque la seconde. Quand on raconte ses pieces, elle paraissent parfaitement plaisantes; chaque caractere est original; leur rencontre, leur opposition, les developpent reciproquement; les evenemens sont inattendus et cependant naturels, et le denouement met la derniere main a la satire. Quant on a fini, on trouve qu'on aurait du rire; mais nulle part l'auteur n'a su trouver de ces mots heureux qui donnent en quelque sorte le signal de l'eclat de rire, et qui entrainent le parterre. La gaiete de Gherardo de Rossi est toute reflechie; elle n'est point assez spontanee pour se communiquer" (J. C. L. Sismonde de Sismondi, La litterature du midi de l'Europe, IIIme ed. [Paris: Treuttel et Wurtz, 1829] 2: 415-20, 416.

(6) Dal 1798 al 1800 fu ministro delle finanze della Repubblica romana instaurata dai francesi.

(7) Dopo essere stato a Roma presidente dell'Accademia di Belle Arti del Portogallo, De Rossi fu nominato nel 1816 direttore dell'Accademia reale di Napoli, sempre a Roma.

(8) Si vedano trai suoi vari scritti d'arte le Memorie per le belle arti (1785-88), la Vita del cav. Giovanni Pikler (1792) e la Vita di Angelica Kaufmann (1810).

(9) Per un compiuto panorama della sua carriera si veda la voce De Rossi, di A. Rita, nel Dizionario biografico degli italiani 39 (1991): 214-18.

(10) Favole (Vercelli: Tipografia Patria, 1790); Scherzi poetici e pittorici (Parma: Bodoni, 1795); Poesie (Pisa: Nuova Tipografia, 1798); Epigrammi, madrigali ed epitaffi (Pisa: co' caratteri di F. Didot, 1818); Favole (Milano: Batelli e Fanfani, 1821).

(11) Si vedano ad esempio le ottime scelte di poesie del De Rossi in Lirici del Settecento, a cura di Bruno Maier con la collaborazione di Mario Fubini, Dante Isella, e Giorgio Piccitto. Introduzione di Mario Fubini. (Milano: Ricciardi, 1959) 805-23 (con un notevole cappello introduttivo) e in Poesia italiana. Del Settecento, a cura di Giovanna Gronda (Milano, Garzanti: 1978) 359-65. E per un apprezzamento critico, dopo il noto giudizio del Carducci (Della poesia melica italiana e di alcuni poeti erotici del secolo XVIII, Opere 19 [Bologna: Zanichelli, 1909] 48-51, poi nell'edizione nazionale 15 [1936] 130-32) si vedano M. Fubini, Lirici del Settecento lxxiii, e Walter Binni, "Storia della letteratura italiana", Il Settecento 6, a cura di Emilio Cecchi e Natalino Sapegno (Milano: Garzanti, 1968) 531-32. Per contro, non sono inclusi testi del De Rossi ne in Carlo Goldoni, Opere, con appendice del teatro comico nel Settecento, a cura di Filippo Zampieri (Milano: Ricciardi, 1964) ne in Il teatro italiano 6, La commedia del Settecento, a cura di Roberta Turchi (Torino: Einaudi, 1988) voll. 2. Alla scarsa attenzione per il De Rossi commediografo fanno ovvia eccezione la voce De Rossi nell'Enciclopedia dello spettacolo, e l'ottimo R. Turchi, La commedia italiana del Settecento (Firenze: Sansoni, 1985) 237-42, 269-84.

(12) Si vedano ad esempio W. Binni 576, e la rapida menzione del De Rossi da parte di Alfredo Stussi, "Carlo Goldoni e l'ambiente veneziano", Storia della letteratura italiana, diretta da Enrico Malato (Roma: Salerno, 1998) Il Settecento 6: 930.

(13) Su De Rossi critico di Goldoni si veda E Zampieri, "Carlo Goldoni", I classici italiani nella storia della critica, opera diretta da W. Binni (Firenze: La Nuova Italia, 1955) 2: 148-50.

(14) Commedie 1: v-vii.

(15) Si veda ad esempio la prefazione a La moglie saggia de L'autore a chi legge: "Odiosi un po' troppo compariranno i caratteri di Beatrice e di Ottavio ... l'azione del veleno e barbara.... Le passioni acciecano e l'uomo cieco e capace di tutto" (Tune le opere 4, a cura di Giuseppe Ortolani [Milano: Mondadori 1940] 219).

(16) Questo aspetto del teatro del De Rossi aveva gia colpito sfavorevolmente il Sismondi: "malheureusement sa satire a trop d'amertume pour etre gaie, et les caractere qu'il trace sont souvent trop vicieux ou trop bas pour exciter l'interet" (2: 415).

(17) Ragionamento xiii.

(18) La commedia e accuratamente analizzata dal Sismondi, op. e 1. cit.

(19) Per gli echi del De Rossi in Belli si veda Carlo Muscetta, Cultura e poesia di G. G. Belli (Milano: Feltrinelli) 355-60 e passim.

(20) Varie circostanze in questa commedia (e specialmente la flemma e il buon senso del barone danese Derkel) ricordano L'ecossaise di Voltaire e La scozzese di Goldoni.

(21) Su questo aspetto del teatro di De Rossi si veda Carlo Muscetta, "Le novita dialet tali del teatro di Gherardo De Rossi", AA.VV. Orfeo in Arcadia. Studi sul teatro a Roma nel Settecento, a cura di Giorgio Petrocchi (Roma: Istituto dell'Enciclopedia italiana, 1984) 139-53. Che l'uso del dialetto a teatro dovesse rimanere discreto e marginale per il De Rossi si vede anche dalla sua incomprensione per le grandi "tabernarie" popolari di Goldoni, "genere infimo di commedia" (Del moderno teatro comico italiano, e del suo restauratore Carlo Goldoni [Bassano: Remondini, 1794] 105, cit. da R. Turchi 273).

(22) Su questa figura cfr. Ceccarius, "Dai ciceroni alle guide", Letture romane. Antologia di curiosita, personaggi e avvenimenti della citta, a cura di Luigi Ceccarelli (Roma: F.lli Palombi, 1989) 145-56.

(23) per un puntuale esame della commedia, con ampie, appropriate citazioni, si veda R. Turchi, La commedia italiana del Settecento 277-82.

(24) Con la stessa amarezza De Rossi si esprime nella prefazione de "L'autore a chi vorra leggere" alla Prima sera dell'opera: "Volendo ... dipingere nella seguente Commedia molti viziosi caratteri, ho cercato di toglier loro quel velo di moderna galanteria, sotto il quale vorriano celarsi: ma non mi sono poi addossata la briga di far si, che nel corso dell'azione si vedessero puniti" (III: 101).

(25) Cultura e poesia di G. G. Belli 356. Nella stessa pagina Muscetta riconosce che le commedie del De Rossi furono "osteggiatissime" per la loro carica polemica.

(26) Da Roma, 12 giugno 1790, in Ernesto Masi, "Una polemica letteraria nel 1790", Parrucche e sanculotti nel secolo XVIII (Milano: Treves, 1886) 128, cit. da R. Turchi 237.

(27) Nell'introduzione al Glorieux: cfr. Theatre du XVIIIe siecle, textes choisis, etablis, presentes et annotes par Jacques Truchet (Paris: Gallimard, 1972) 1: 565. Corne e noto, il teatro di Destouches, ammirato dal Crudeli e dal Goldoni, era stato tradotto in italiano dalla duchessa Maria Vittoria Serbelloni e da Pietro Verri (Milano: Agnelli, 1754-55) tomi 4.

(28) De la litterature du Midi de l'Europe 2: 377-78.

(29) L'autore a chi vorra leggere 3: 185-87.

(30) La commedie italiana ... 274 e 284.

(31) Va ricordato che verso la fine della sua vita De Rossi pubblico anche quattordici Novelle in prosa (Venezia: Alvisopoli, 1824).

(32) Si vedano a questo proposito i primi due e l'ultimo capitolo di Carlo Alberto Madrignani, All'origine del romanzo in Italia. Il "celebre Abate Chiari" (Napoli: Liguori, 2000).

(33) La locandiera a. III, scc. 4 e 5.

(34) Gl'innamorati, a. III, sc. 1: su cui si veda Franco Fido, Nuova guida a Goldoni. Teatro e societa nel Settecento (Torino: Einaudi, 2000) 112-16.

(35) Il giudizio negativo piu circostanziato (ma a mio avviso troppo severo) sul De Rossi e quello di Ireneo Sanesi, La commedia (Storia dei generi letterari italiani) (Milano: Vallardi, 1935) 2: 430-33. Anche per il Sanesi, comunque, La bottega del caffe nel festino e il miglior lavoro del De Rossi, che va salvato dalla condanna generale.
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Author:Fido, Franco
Publication:Italica
Geographic Code:4EUIT
Date:Dec 22, 2005
Words:6326
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