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Franco Zangrilli. La favola dei fatti. Il giornalismo nello spazio creativo.

Franco Zangrilli. La favola dei fatti. Il giornalismo nello spazio creativo. Milano: Edizioni Ares, 2010.

Le scaturigini della parola letteraria, nei suoi vari generi e nelle sue forme disparate, si perdono in tempi immemorabili, al punto che--ragionando sull'emergenza del racconto in una delle conferenze tenute nella primavera del 1927 a Cambridge--E. M. Forster ne collocava immaginosamente la scena originaria nel Paleolitico o, al piu tardi, nel Neolitico: "Gia l'uomo di Neanderthal ascoltava storie, a giudicare dalla forma del suo cranio. L'uditorio primitivo era un uditorio di teste arruffate, raccolto a bocca aperta

intorno a un falo da campo, sfinito dalla lotta contro i mammuth o i rinoceronti lanosi, e tenuto sveglio soltanto dalla suspense."

Tutt'al contrario, non e indispensabile fantasticheria protostorica ne anatomia umana e sufficientemente probante allorche si tratti dei natali del giornalismo, il cui avvento cade in tempi relativamente recenti e pertanto assolutamente documentabili. Modernita e stampa periodica, infatti, possono dirsi pressoche coetanee, sebbene la modernita tenendo a battesimo la stampa, delia quale dovremo entro qualche mese celebrare il terzo centenario delia nascita. Eh, gia! 1711-2011: dal momento che esattamente a tre secoli or sono data la fondazione delia pubblicazione quotidiana a stampa capostipite del giornalismo--"The Spectator"--, due fogli che doppiamente ripiegati davano otto paginette, ad opera degli inglesi Richard Steele e Joseph Addison, sodali entrambi versati sia nella carriera politico-diplomatica sia nella creazione saggistico-letteraria. Il primo aveva aile spalle gli anni di apprendistato del "Tatier" (1708), per il quale s'era giovato delie collaborazioni che il secondo gli aveva fornito sotto forma di operette morali e umoristiche note di costume. Li confortavano nell'impresa di fondare un periodico di propaganda civile e di satira di costume l'abolizione delia censura (1695), e i precedenti piu prossimi del "Daily Courant" (1702) di Samuel Buckley--a tutti gli effetti il primo quotidiano--e del settimanale "The Review" (1704) nato per iniziativa di Daniel Defoe, il creatore di Robinson Crusoe. Certo, una stampa periodica era emersa in Europa gia sul finire del Seicento, ad esempio in Olanda, dove l'esiliato Pierre Bayle aveva dato vita aile "Nouvelles de la Republique des lettres," la prima rivista a pubblicare recensioni; solo che, corne il titolo del giornale del Bayle suggerisce, le pubblicazioni apparse sul finire del XVII secolo si rivolgevano esclusivamente a un circoscritto pubblico di specialisti, dotti e letterati. E di per se significativo che nei suoi due anni scarsi d'operato, invece, il giornale di Steele e Addison raggiungesse i considerevoli dati di vendita di 20 mila copie nella sola citta di Londra, e cio la dice lunga su quanto favorevole fosse a nuove intraprese editoriali il contesto inglese, nel quale il riassetto sociale che portera all'egemonia economica delia classe borghese e alla necessita da questa avvertita di una sanzione culturale, determinera in pari tempo una crescente alfabetizzazione delia borghesia coita, un allargamento del pubblico dei lettori, e quindi lo sviluppo di una moderna industria e di una adeguata legislazione editoriali. Owio rimarcare che una situazione siffatta contribuira a ridefinire la fisionomia e la funzione sociale dell'intellettuale, la configurazione e la fruizione in senso strumentale e comunicativo delia lingua, il repertorio dei generi e dei sottogeneri delia letteratura, che conoscera da allora il predominio indiscusso dei romanzo, la nuova "epopea borghese."

E l'Italia? Lontana centocinquant'anni dal costituirsi in stato unitario e persino piu distante dal darsi una lingua nazionale d'immediata accessibilita, in condizioni d'arretratezza socioeconomica e prolifica d'accademie quando gia altrove sorgevano nuovi luoghi d'aggregazione e discussione quali salotti e caffe, 1'Italia--pur con le sue gazzette settecentesche, in particolare veneziane (la gazzetta deriva la propria denominazione da una moneta coniata a Venezia)--stette a guardare, ancora cullandosi nell'antica bambagia apprestata da nobilta e clero, che le procuravano gli intellettuali maggiormente rappresentativi, abati ed eruditi: ecclesiastici tonsurati i primi, e con tanto di benefici; un po' topi di biblioteca i secondi, cui almeno va ascritto il merito d'aver intanto rimpiazzato la figura subordinata e servile del letterato di corte assieme a un barlume d'autonomia di giudizio e di autocoscienza di ceto. D'intellettuali del cosiddetto "terzo stato" (la borghesia, appunto), manco a parlarne, fino a ben oltre la fine del Settecento, che comunque--Deo gratias--vedra tra il 1780 e il 1800 prevalere finalmente la componente laica (85,1% vs 14,9%), per quanto ancora di estrazione aristocratica e incapace di sostentarsi con i proventi delia professione. Sul lungo cammino che da noi portera all'emergere e al consolidarei di un'editoria imprenditoriale e al formarei di un'opinione pubblica, l'illuminista "Il Caffe" (1764-66) segnera una breve e felice parentesi, tesa a dar spazio, anche mediante il ricorso a una lingua dalle agili e persuasorie movenze retoriche, a materie di "pubblica utilita" nell'intento di "spargere delle utili cognizioni tra i nostri concittadini"--come scrisse Pietro Verri nell'articolo inaugurale delia rivista.

Bisognera attendere l'ultimo trentennio dell'Ottocento e specialmente i primi anni del Novecento, che sono poi quelli del decollo dell'industrializzazione e del riformismo giolittiano, perche in Italia si faceia largo una vera e propria industria culturale con adeguati mezzi di produzione e diffusione, un mercato ampliato, un pubblico piu esteso e stratificato grazie a una diminuzione progressiva dell'analfabetismo, che ancora nel 1861 affliggeva i tre quarti delia popolazione. Un solo dato al riguardo: nel 1900 il maggiore quotidiano italiano, il milanese "Corriere delia Sera," vende 75 mila copie, cifra che vedra raddoppiare poco dopo un quinquennio e piu che quadruplicare in meno di quindici anni d'attivita. E cio nonostante, la stampa periodica italiana fatichera non poco a emanciparsi dai paludamenti stilistici e linguistici ereditati da un persistente vizio di magniloquenza, se ancora nel 1979 due linguisti di vaglia come Giacomo Devoto e Maria Luisa Altieri Biagi ne rilevavano la lontananza da una medieta di registro espressivo: "Sappiamo bene che in realta--scrivevano--la nostra stampa quotidiana e, in linea di massima, fortemente elitaria, e che essa manca spesso di quelle doti di semplicita, di chiarezza, di 'medieta' linguistica che la renderebbero largamente vendibile."

Ma cosa n'era stato nel frattempo dell'intellettuale in Italia e nel resto d'Europa? A partire dalla meta dell'Ottocento, questi aveva visto modificarsi la propria collocazione e il proprio ruolo in seno alla societa, assistendo al proprio declassamento sociale (gran parte degli intellettuali proviene ora dalle file delia piccola borghesia) e a una proletarizzazione delia propria funzione, che da privilegiata era andata scadendo a mansioni salariate strettamente dipendenti dal mercato. In compenso, pero, l'intellettuale aveva cominciato a mantenersi con gli introiti che gli assicuravano consulenze editoriali e collaborazioni giornalistiche con la "terza pagina" dei quotidiani, che non a caso nasce in Italia proprio all'alba del Novecento (1901).

Bisogna partire da quest'ultima fase storica se si vuole comprendere appieno il volume su giornalismo e letteratura che Franco Zangrilli, docente di Lingua e Letteratura italiana presso Baruch College della City University di New York, ha recentemente pubblicato per i tipi delle Edizioni Ares, una casa editrice milanese d'indirizzo cattolico.

Fondamentale e intenderne innanzi tutto il titolo--Lafavola deifatti--, che felicemente compendia le sfaccettature della materia e le prospettive d'indagine. Materia quanto mai vasta, entro la quale l'autore e inevitabilmente dovuto intervenire con una selezione cronologica e argomentativa, per soffermarsi da una parte su un arco temporale che va dall'ultimo Ottocento al 2000, dall'altra su figure di rilievo della narrativa italiana, delle quali vengono illustrate la produzione giornalistica (cronache, elzeviri e recensioni) e l'adozione di uno strumentario giornalistico nella stessa prassi creativa, che dal giornalismo finisce con l'importare sia le macrostrutture sia i registri stilistico-linguistici, seppure a volte con intenti critico-parodici che quasi tradiscono il dissidio subentrato alla pacifica simbiosi originaria tra giornalismo e letteratura. Ma si diceva del titolo; il quale dalla soglia dei testo pone un problema di non ovvia interpretazione, dal momento che il determinato ("la favola") e il determinante ("dei fatti") paiono negarsi ed escludersi a vicenda, poiche il buon senso vuole che le favole non siano fatti e i fatti favole. Non e tuttavia raro che il buon senso sappia di senso comune, e che quest'ultimo si appelli ad argomenti scontati e concezioni banali, corne quella che nel fatto scorge un dato positivo, come tale immodificabile e incontrovertibile. Ecco, all'opposto, che "la favola dei fatti" smonta la banalita dando adito a una sua duplice interpretazione, che fa perno su come deve leggersi il genitivo "dei fatti" in rapporta a "favola," se in senso soggettivo od oggettivo.

Primo: in senso soggettivo. Cio vuol dire in soldoni che e il fatto stesso a dar luogo alia favola, come si verifica allorquando eventi inattesi e balzani della realta paiono di gran lunga sopravanzare in inventiva i prodotti dell'immaginazione piu accesa. Non c'e pertanto da sorprendersi che Zangrilli tratti di un suo cavallo di battaglia, lo scrittoregiornalista Pirandello, il cui romanzo, J/ Fu Mattia Pascal, s'awia con la lettura in ungiornale da parte del protagonista della notizia della morte di un omonimo; cosi come non stupisce che una delle sezioni centrali e piu corpose del volume sia dedicata al giornalista-scrittore Dino Buzzati, autore del racconto L'erroneo fu, che rilancia ed esaspera la trovata pirandelliana congegnando una trama che racconta in uno stile senz'orpelli di come il pittore Lucio Predonzani apprenda da un necrologio di giornale della propria morte e di come, risentendosi col direttore, sia da questi invitato a trarre profitto materiale dalla falsa notizia: "Fortuna, si capisce. Quando un artista muore, le sue opere aumentano subito di prezzo." Lo sapeva bene Gabriele d'Annunzio--con cui si apre il corpus del testo di Zangrilli dopo una introduzione generale--, capace di divulgare a scopo autopromozionale la notizia della propria morte a ridosso della pubblicazione della sua prima raccolta poetica a soli sedici anni. E il divo d'Annunzio--autore di cronache mondane, letterarie e di critica d'arte--sara il primo e probabilmente il piu scaltro a sfruttare i mezzi di comunicazione di una pur spregiata societa di massa agli albori, per imporre se stesso e la propria arte quali modelli esemplari di gusto raffinato e "vita inimitabile."

D'altronde, non manca di rilevare Zangrilli, nella cronaca gli autori hanno costantemente trovato una ricca fonte d'ispirazione (basti pensare a Stendhal, Dostoevskij, De Roberto, Gadda), che sia cronaca di vita quotidiana, nera, di viaggio, storico-politica, persino della vita redazionale di un giornale. E puntualmente, di questa ispirazione cronachistica, Zangrilli esemplifica gli esiti attraverso il riferimento al Moravia delle corrispondenze africane che, dopo essere state in piu occasioni raccolte e pubblicate in volume, si trasfonderanno nel romanzo postumo La donna leopardo; alla Fallaci che con il romanzo sulla guerra del Vietnam Niente e cosi sia introduce in Italia il journalistic novel statunitense; al Doni dei romanzi Fuori gioco, Medjugorie, La citta sul monte e Il giudice, nei quali fermentano un'amara riflessione sulle vicende sociopolitiche italiane e una loro rappresentazione condotte dalla specola dei disattesi valori Cristiani; agli innumerevoli casi di autori che, in racconti e romanzi che di frequente eleggono a protagonista la figura di un giornalista, mettono direttamente in scena l'ambiente del giornale, non di rado per sottoporne a una critica corrosiva il cinico affarismo, le connivenze con una politica lontana da un sano e integro civismo, la prosa approssimativa, la manipolazione e il travisamento interessati e sensazionalistici dei fatti. Dimostrano questo tra gli altri la verista Serao di Vita e avventure di Riccardo Joanna e de La conquista di Roma, e lo sfortunato Virgili de La distruzione, un romanzo del 1970 nel quale la raffigurazione della redazione di un giornale si fa livida e acrimoniosa, evidenziando nella composizione che interpola stili e linguaggi della stampa una diretta influenza del settimo episodio dell'lf/isse joyciano, che sulla falsariga omerica ritrae il giornale nelle sembianze di un regno di Eolo, dalla ciaria vane e inane.

Ma che gli scrittori si rifacciano alla cronaca segnala, anche laddove (o proprio perche) in un medesimo autore convivono le due anime del giornalista e dello scrittore, non la pacifica alleanza tra letteratura e giornalismo che aveva contrassegnato le origini di Steele e Addison, bensi un rapporto polemico che sa d'antagonismo e frizione, pur nella positivita dell'influenza che l'essenziale ed espositiva prosa giornalistica esercita nello svecchiamento della retorica letteraria, che dalla stampa finisce col mutuare tagli rappresentativi e risorse stilistiche fino al limite del pastiche imitative La frizione si direbbe si generi da due ordini di ragioni, di volta in volta materiali e culturali. Le ragioni d'ordine materiale discendono dall'indispettito recalcitrare degli scrittori alla dipendenza finanziaria dalle gravose e non sempre ben retribuite collaborazioni giornalistiche e alla linea editoriale dei periodici ("Non e nelle mie abitudini ne nelle mie possibilita--materiali di lavoro--il subire ogni volta che mandi un articolo in esame," scriveva uno stizzito Tommaso Landolfi nel 1954 all'allora direttore del "Corriere della Sera" Mario Missiroli). Le ragioni culturali, che sono quelle che piu c'interessano, chiamano invece in causa l'incompatibilita dell'approccio letterario e di quello giornalistico al fatto, l'uno volto a un lavoro di scavo e di approfondimento che perviene fino alio straniamento fantastico e surreale (in cui e campione, con Buzzati, il Landolfi elzevirista e narratore) dell'evento nel tentativo di ampliare le categorie del reale, l'altro impegnato in una sua resa che non ne oltrepassa ne intacca la crosta di superficie, traducendosi in una mancata elaborazione ora riflessiva ora d'elocuzione, quando non nella presentazione contraffatta della natura e dei contorni dell'evento ai fini manipolatori di una ipnotizzazione e di un incantamento del lettore. Per questo, se il giornalismo dissimula dietro il paradigma dell'oggettivita il proprio intervento sul fatto e la partigianeria piu o meno faziosa che lo detta, la letteratura--piu aggiornata e maggiormente in linea con le epistemologie incertificanti della modernita e della postmodernita--ostenta all'opposto il gioco dissonante dei multipli punti di vista che incorniciano il fatto e lo ricreano in favola per individuarne i significati, le cause e le implicazioni complesse, con lo scorno--avrebbe detto il Montale di Satura--di chi crede che la realta sia quella che si vede. Se quindi il giornalismo spesso altera il fatto parandosi dietro una fittizia neutralita per ammannirne al lettore ingenuo e sproweduto una favola malefica risultante da un intervento di adulterazione e di snaturamento, la letteratura del fatto mira a potenziare il senso e ad accrescerne l'appercezione in una favola motivata da propositi e finalita conoscitivi. Il punto e, e Zangrilli ne da implicitamente conto nell'intero volume, che giornalismo e letteratura finiscono con l'incarnare o con il rispondere a due visioni inconciliabili di civilta, l'una--quella propugnata dalla letteratura--pervicacemente umanistica anche nei suoi limiti di moralistica deprecazione dei tempi, l'altra--peculiare del giornalismo (e delle sempre piu innovative e celeri tecnologie mediali)--non di rado funzionale a una depressione e a una sottrazione dell'umana esperienza. D'altra parte, "Se la stampa--scriveva nel 1939 Walter Benjamin in un saggio su Baudelaire--si proponesse di far si che il lettore possa appropriarsi delle sue informazioni come di una parte della sua esperienza, mancherebbe interamente il suo scopo."

Se poi veniamo all'accezione oggettiva di "favola dei fatti," l'ottica s'inverte, poiche stavolta e la finzione ad accamparsi in primo piano, il fatto a sortire dalla favola. E, pure in questo caso, secondo modalita contrapposte che ripropongono il contrasto tra prassi letteraria e stampa. Per cio che attiene alla letteratura, la cosa suonera assodata, vuoi perche e risaputo quanto l'invenzione sia connaturata al codice letterario, anche laddove questo frammetta alla fabula il dato storico, vuoi perche la narrativizzazione postmoderna ha negli ultimi decenni investito anche l'ambito delle scienze umane e sociali. Ma in tempi di pronunciato consumismo culturale, converra ricordare corne la letteratura, quando non decada a fatuo intrattenimento e a evasione Iudica, non dimetta mai d'investigare il reale mediante la traslazione, la metaforizzazione che le pertengono. Cio che non sempre puo dirsi del giornalismo, di cui le colpevoli favole, in quanto falsita, inquinano il mandato sociale di verita per il solo fine d'avvantaggiare gli interessi costituiti di gruppi ristretti e privilegiati di potere politico e/o economico, tradendo cosi la missione di servizio per il bene comune della collettivita civile inscritta nella deontologia della professione giornalistica. Giustamente, Zangrilli indugia sulla Frana di Buzzati, un racconto emblematico sia dell'impossibilita d'accertare il grado di attendibilita della notizia, sia del malaugurato e inaspettato verificarei del fatto posteriormente alla diffusione della notizia stessa, quasi sia quest'ultima a partorire l'avvenimento. Pare che Buzzati, e altri con lui, siano stati profetici nel preannuncio della pericolosita delle storture dell'informazione, se pensiamo a corne nell'Italia attuale i media, con ben poche eccezioni, siano a tal punto asserviti a chi ne detiene in buona parte la proprieta da agire alla stregua di strumenti di killeraggio politico per silurare l'avversario nonostante il danno arrecato agli equilibri e aile garanzie democratici. Buon profeta era stato ancor prima Edgar Allan Poe, del cui racconto How to Write a Blackwood Article Zangrilli riporta nel capitolo introduttivo la trama esilarante, che vede una candida "Signora Psyche Zenobia" ricevere dall'editore "Mr. B." (Blackwood) un'accelerata lezione di giornalismo sensazionalistico attraverso l'esposizione di un minuzioso catalogo d'argomenti (anche immaginari) e maniere stilistiche appropriati ed efficaci. Tale Mr. B. usciva dallo humour di Poe; altri Mr. B., li ha sfornati e tuttora continua a sfornarli un'umorale e sventurata realta ... Come dar torto, percio, al Mr. B. di Poe allorche sentenzia che "Truth is strange, [...] stranger than fiction"? Pirandello avrebbe sottoscritto, senza riserva alcuna.

Per finire, solo un paio di note critiche sul volume di Franco Zangrilli.

Encomiabile il coraggio intellettuale di addentrarsi in un territorio scarsamente scandagliato finora con altrettanta sistematicita, senza arretrare davanti all'ampiezza storica e sostanziale del tema, sulla quale l'autore ragguaglia nel capitolo d'apertura e in quello conclusivo, troppo esili forse per guidare in un campo cosi impervio e diversificato nei moventi e nei risultati come quello del "secondo mestiere." Proprio per questo, a un ordinamento cronologico e nominale per autore, pensiamo sarebbe stato preferibile e proficuo unire una piu ragionata scansione di carattere storico-tematico ai fini di un migliore e piu agevole orientamento del lettore.

Peccato, da ultimo, che al testo, che pure mostra in copertina una grafica d'elegante formato, non sia stata riservata in sede editoriale una sistemazione redazionale piu attenta e meticolosa. Esso ne avrebbe di sicuro guadagnato in perspicuita.

ANGELO R. DICUONZO

The Graduate Center of CUNY
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Author:Dicuonzo, Angelo R.
Publication:Italica
Article Type:Book review
Date:Dec 22, 2010
Words:2986
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