<>, un viaggio che si eleva a scrittura. <> di Carlo Levi.
Nell' Avvertenza al lettore di Tutto il miele e finito (1)
Carlo Levi chiarisce che questo <<modesto libretto>>
originariamente era stato ideato come <<un gruppo di appunti
sommari su un viaggio in Sardegna, nel 1952>>, alcuni dei quali,
gia editi su giornali e riviste, avrebbero, poi, dovuto assolvere alla
funzione di <<commento>> o <<prefazione>> ad un
volume di <<documentazione fotografica>> da
<<pubblicarsi in Germania>>. Ma, col fluire del tempo, il
disegno dell'opera subi un mutamento nella composizione e nella
scrittura; mutamento dovuto principalmente al <<sovrapporsi delle
immagini di altri viaggi negli stessi luoghi>>. Cosi il volumetto
realizzato da Einaudi nel 1964--precisa l'autore--non e da
considerare <<ne un saggio, ne un'inchiesta, ne un
romanzo>>, bensi un <<semplice, laterale capitolo di quella
storia presente che tutti viviamo, o scriviamo, in noi e fuori di
noi>> tanto che sembra possa <<assomigliarsi piuttosto a un
ritratto, a un tentativo, soltanto accennato e parziale, di ritratto di
una persona conosciuta nel tempo>>, il cui <<viso racconta e
comprende, oggi, i diversi momenti della sua storia>> (p. 33). Ma
il <<ritratto>> di questa <<persona>> e soltanto
la Sardegna? L'autore, al riguardo, solertemente risponde che
<<se il contenuto reale di un libro e sempre in parte altro da
quello che si mostra, come lo e la natura di un uomo sotto le forme
fissate del volto, cerchi, se vorra, il lettore, quel miele, anche a me
sconosciuto>> (ivi). Dunque, proprio da questo
<<cercare>>, con il <<continuo ritorno delle cose e
delle parole>> cogliamo l'occasione per penetrare
nell'essenza dell'esperienza sarda leviana circa la concezione
del suo viaggiare e del suo essere "altrove", per meglio
intendere quella <<compresenza dei tempi>>--motivo topico e
tipico del suo universo mitico--opportunamente individuata da Italo
Calvino (2) e che riscontrasi in molti luoghi di Tutto il miele e
finito. Occorre subito puntualizzare, per chiarezza di lettura, che il
libro e costituito da due occasioni di viaggio, con un intervallo di
dieci anni. La prima risale al maggio 1952, la seconda al dicembre 1962
e gli appunti annotati in ciascuno dei due viaggi vengono a tessere
l'ordito, in maniera convergente, del racconto. Questo non e da
intendere come mero resoconto diaristico o come reportage, in quanto si
configura come un libro di memoria, dal quale prende corpo e forma un
testo letterario di felice creazione. Difatti, il racconto si snoda
all'insegna della <<compresenza>> o della
<<contemporaneita>> dei tempi; anzi, essa si afferma e, nel
contempo, s'impone nella architettura stessa della narrazione,
tanto che si potrebbe avvertire la sensazione che gli eventi si
susseguano in un percorso unico, nonostante i due viaggi siano cosi
lontani nel tempo. Di conseguenza, al lettore puo sembrare che
l'autore stia trattando di un unico viaggio, sebbene lo stacco trai
due venga lucidamente rilevato a pagina 76. Anzi, il lasso di tempo
intercorrente fra un viaggio e l'altro ha giovato ulteriormente
alla resa della narrazione, nel senso che ha cooperato al fine di
rendere ancor piu fitte di suggestioni poetiche le immagini che
intrecciano il suo racconto. Inoltre, lo scrittore e cosi abile nel
trasformare il "luogo" geografico in uno "spazio"
culturale, espediente, quest'ultimo, attuato grazie
all'intessersi persistente di una sintassi orizzontale dei loci
geografici e quella verticale degli spazi culturali, attraverso i quali
il narratore si prefigge di prestare particolare attenzione alla
sedimentazione e alla rivelazione sincrona di condizioni di realta,
talvolta anche molto eterogenei. Vero e che il viaggiatore e, al tempo
stesso, narratore; in effetti, <<Chi viaggia, ha molto da
raccontare>>, suona un detto popolare citato da Benjamin (3) e
l'esperienza maturata nel corso del viaggio ha funto sempre da
conveniente 'macchina' narrativa. Il viaggio e <<una
fuga, una inconsapevole ricerca, uno scampo, un abbandono>> entro
il quale <<si fuggono i dolori e le incertezze, le inquietudini e
le scelte; si fugge la ripetizione e la monotonia; si fugge anche il
miele delizioso della felicita (quei passi noti, i rumori familiari dei
risveglio, il tic tac dei cucchiai sulle scodelle, un richiamo dal
cortile, l'uccello sull'albero alla finestra, il dolce colore
del cielo)>> (4). E questa una condizione di
'incrinatura' che consente di penetrare nella sfera del tempo
della durata, unica ed esclusiva condizione per intraprendere un viaggio
nel tempo, sulla soglia della memoria, per conferire forma simbolica al
viaggio stesso. Carlo Levi, dunque, viaggia da scrittore, facendo
corrispondere, bilanciandoli adeguatamente, esperienza e racconto; in
proposito, e stato rilevato che <<la ragione piu sotterranea della
struttura dei suoi libri, quella del racconto di viaggio [...], sia
dovuta proprio all'esigenza di far coincidere quanto piu possibile
le due durate>> (5).
Le tappe del primo viaggio sardo, quello primaverile, sono cosi
strutturate: arrivo a Cagliari, percorso nel Sulcis--Levi sara sempre
accompagnato in auto sulla quale percorre la litoranea, lambendo Pula,
Domus de Maria, Teulada, Giba, S. Antioco, con sosta a Carbonia e
rientro a Cagliari per via diretta da Iglesias--di poi, prosegue
l'iter verso nord per la Carlo Felice, avendo occasione di visitare
il nuraghe Piscu, sfiorando Monastir, per dirigersi verso Mandas, di li
a Nuoro, onde effettuera le visite a Dorgali, Cala Gonne, Orosei.
Infine, due tappe a Orgosolo e Oliena, a Orune, da dove Levi riparte per
raggiungere l'aeroporto di Elmas e rientrare a Roma. Anche il
secondo viaggio, quello invernale, inizia da Cagliari e si snoda
attraverso il Campidano per proseguire piu oltre nella Carlo Felice, ma
il percorso e in direzione di Villamar, Barumini, Gesturi, Laconi, per
rivedere Tonara, attraverso Aritzo e Belvi. Di poi, Levi giunge a
Sorgono, a Ovodda e Orani a Nuoro. Da Nuoro riparte per Orgosolo e
Orune, per poi raggiungere Sassari e da qui alia volta di Porto Torres
in direzione della Gallura, attraversando Castelsardo, Sedini, Perfugas,
Tempio Pausania, Bassacutena, Santa Teresa di Gallura, Palau, Arzachena,
infine a Olbia per imbarcarsi sulla nave "La citta di Nuoro"
che lo condurra a Civitavecchia la sera dell'antivigilia di Natale.
Sicuramente l'insularita e la marginalita costituiscono anche
un pretesto artistico, in quanto la Sardegna, come la Sicilia--visitata
da Levi nel 1955 (6)--, sono luoghi geografici atti ad una ricerca di
una identita, si prestano, quindi, a fungere da metafore di una visione
del mondo:
[...] Qui, nella contemporaneita, dove secoli senza misura sono
passati, e dieci anni, anche ricchi di mutamenti e di uomini nuovi
e veri, non sono che un istante [...], si sono mescolate le carte,
le immagini doppie di viaggi diversi sulle stesse strade
ripercorse. Qui, nell'isola dei sardi, ogni andare e un ritornare.
Nella presenza dell'arcaico ogni conoscenza e riconoscenza.
Come quando, su un mare estivo e calmo, appare lontana una forma
scura, e ti avvicini silenzioso con la barca, e vedi, giunta dal
profondo della memoria, la balena, e la nomini e riconosci senza
averla mai prima veduta, come se tu ne avessi l'immagine da un
prima in te celato, conservato e geloso, e senti battere il cuore
per il riconoscimento, cosi fra le cose d'oggi viventi, l'apparire
del pastore con il gregge, e il suo viso remoto. (p. 35)
Gia dalle prime battute del brano-prologo e agevole cogliere come
il viaggiare in Levi si trasformi in esperienza attraverso cui filtrare
e, nel contempo, proiettare fantasticamente la memoria del vissuto,
attraverso luoghi reali e simbolici, vivificati dalla evocazione della
parola, si da sortire un propizio, quanto felice <<esercizio
artistico>> (7). In tale ottica viene a dispiegarsi, altresi,
l'andamento della sua prosa di viaggiatore che esplora saldamente
un iter conoscitivo personale, in quanto conscio che qualsivoglia verita
si consegue rievocandola con l'esperienza. Pertanto, e solo grazie
all'erlebnis che si viene a creare l'atto comunicativo nel
momento in cui si trasfigura in immagine penetrante, fantastica, di un
quadro pittorico--e non si dimentichi mai che Carlo Levi e anche
pittore!--, coloristicamente multiforme e tutto da interpretare. Cio che
domina, in Tutto il miele e finito, e l'assoluto riscontro dello
sguardo. Come e consueto nell'esperienza del viaggio, il vedere si
impone come convalida del movimento, allegazione dell'impresa,
causa profonda di ogni spostamento. Ma il vedere e qui, innanzitutto,
conoscere, ossia interpolare la mera percezione dei luoghi in un piu
scorrevole sistema di pensiero, che il linguaggio--attraverso la
forma-espressione della parola o immagine, pagina scritta o
plastico-pittorico-figurativa--si assume il compito di plasmare. Cosi,
<<nell'isola dei sardi>>--chiara espressione di
derivazione dantesca, messa in bocca da Dante, non a caso, ad Ulisse
(8), in riferimento ai <<folle volo>> del suo ultimo
viaggio, Inferno, XXVI, 104--, nella <<presenza dell'arcaico,
ogni conoscenza e riconoscenza>>: conoscere diviene, dunque,
soprattutto, un riconoscere. Il paesaggio, da immagine fulminea e
inaspettata che si era rivelato ai primo sguardo, tende, ora, a disporsi
in struttura concettuale e convalida una decisiva presa di possesso
della conoscenza. Esso si presenta come elaborazione di elementi,
effetto di una oculata e calibrata scelta e di una cernita di immagini,
in cui il mero piacere della vista si realizza, nella prontezza dei
vissuto, in <<oggetto>> compiuto, vale a dire in atto di
coscienza. Cosi, nell'opera di Levi l'esperienza del paesaggio
(9) scopre la volontarieta che la guida: nel suo proporsi quale materia
informe che si costituisce, nello sguardo, in <<forma>>
consapevole, l'immagine paesaggistica dispiega tutta la sua
molteplicita e densita di dato culturale ordinato in funzione di un
sapere 'anteriore' (10).
Quanto mai emblematica risulta la conclusione del brano-prologo di
Tutto il miele e finito, ove viene sigillata una impareggiabile, quanto
ardita similitudine--giuocata su una struttura ritmica lenta e graduata,
quasi simili a quelle virgiliano-dantesche--, che commisura
<<l'apparire>> inopinato del <<pastore con il
gregge,,, sul cui <<viso>> e come se fosse segnata la
distanza dei tempo--<<il suo viso remoto>>--al visionario
profilarsi dell'icona della <<balena>>, levatasi dal
<<profondo della memoria>>. La metafora della
<<balena>> che serbiamo come un simulacro incastonato negli
abissi della memoria e che, da ultimo, vediamo dalla barca sollevarsi
tangibile nel fondo, si riveste ubertosa di implicazioni e significativa
di un tipico senso dell'agnizione, atto a far riaffiorare il nostro
essere da un tempo remoto tuttora agente e intenso in noi: una sorta di
'macchina' dei tempo che contiene in se l'orma dei
passato. Difatti--e opportuno puntualizzare--, le pagine di Levi, in
questo viaggio nel tempo, sono interamente intessute di memorie e
nostalgie e, simultaneamente, lasciano trasparire un barlume di lievito
e di speranza. La memoria in Levi--come osserva il Falaschi
(11)--<<diventa un elemento attivo, di contestazione e
rottura>>, in quanto incalza una fenomenale perspicacia e
comprensione nelle ragioni degli avvenimenti e s'innalza a vis
perche <<quell'oscuro fondo vitale di ciascuno di noi,,
penetri nella storia, acquisisca coscienza di se e, infine, muti in
azione. La memoria, in tal senso, si propone come riscatto
dell'erlebnis, <<scoperta della propria interiorita pio
remota>> (12), onde spiegata la ragione per cui essa si dispone
per susseguenti ritorni, per fasi alterne, al fine di aderire agli
istanti autentici della vita, fra i quali emerge su tutti quelli che
hanno dominato il mondo dell'infanzia, o meglio--per ricorrere a
una felice espressione di Bachelard--<<il Mondo
Illustrato>>, (13). L'incipit di Tutto il miele e finito e
degno di attenzione particolare anche perche riscrive un vero e proprio
topos letterario, codificato da alcuni singolari testi narrativi
appartenenti alla tradizione occidentale, quali, ad esempio, Die Leiden
des jungen Werthers (1774) di Goethe e Rene (1802) di Chateaubriand:
intendiamo riferirci al pellegrinaggio memoriale dell'individuo
attraverso le tappe della propria infanzia o giovinezza.
Esemplificativo, in tale direzione, un celebre saggio sugli
"oggetti desueti", in cui Francesco Orlando ha magistralmente
analizzato proprio il tema del <<pellegrinaggio
sentimentale>> (14), designandolo nella categoria del
<<memore-affettivo>>, individuandone la genesi nella
<<svolta storica>> di fine Settecento nell'ambito del
sistema letterario europeo (15). Ovviamente, non si puo, qui, indugiare
sulla storia del topos, ne passare in rassegna testi esemplificativi, in
quanto un'analisi del genere ci condurrebbe lontano; quel che preme
rilevare e come Levi si incanali--consciamente--in un celebre filone
letterario in cui la memoria si innalza a problematica di fondo della
scrittura. In proposito, proprio la metafora della
<<balena>> ha illustri precedenti letterari, che rinvia al
Capitano Achab e alla balena Moby Dick, alle memorabili pagine di un
altro viaggiatore, tutto intento nella ricerca entusiastica, quanto
spasmodica dell'uomo, a Melville. Inoltre, come nell'opera di
Dante anche in quella di Levi memoria classica e memoria biblica
interagiscono (16). A rigore, in Levi la memoria scruta e ripesca nei
suoi archivi remotissimi un substrato di cultura primeva e classica, cui
si plasma e, nel contempo, si armonizza il vaglio di temi e motivi
etnologico-letterari di elevata, quanto sapiente matrice e tradizione
dotta, fattisi consueti e frequenti: basti, in proposito, rinviare allo
sbigottimento primordiale, di memoria biblica, congetturato in Pauta
della liberta e all'elogio delle api e del miele, di memoria
classica, virgiliana per l'esattezza--<<Dov'e il miele
di quelle api?>>--, che incastrano, tra flori, gregge e rocce di
equivalente colore <<biancastro leggero>> quale indicatore
indefinibile di vita e di morte, una rappresentazione di implacabili
antagonismi e di vessate irresolutezze esistenziali. Di qui,
l'aleggiare di <<un'atmosfera numinosa>>, carica
di presenze arcane (17), ove esseri umani e animali fanno la loro
comparsa per poi, fulmineamente, eclissarsi, simili a spettri sottoposti
a una sorta di metamorfosi, il tutto caratterizzato da un felice
connubio scrittura-pittura, ove i colori, innalzandosi a simboli, fanno
si che l'esplorazione geografica si trasformi in allegoria
metafisica (18):
Sulla terra, sparsa di rocce biancastre, si levano a perdita
d'occhio i gigli selvaggi, e, diritti sui gambi leggeri, i fiori
degli asfodeli. Sulle costiere lontane dei monti, le greggi
sembrano pietre, sotto il sole mutevole, che insensibilmente si
muovono, scivolando silenziose per i pendii solitari [...]. Pietre,
rocce, pecore, asfodeli, hanno lo stesso colore, lo stesso
biancastro leggero, appena un po' viola e un po' grigio: il colore
dei soli trapassati da secoli, delle ossa antiche calcinate sotto
il sole. Un uccello si leva improvviso, frullando, da terra, e
scompare. Di lontano, da qualche albero invisibile, giunge il canto
sibillino e numerico del cuculo [...]. (ivi, p. 36)
Risaltano in questo brano le immagini di <<ossa antiche
calcinate sotto il sole>> dal colore <<biancastro
leggero>>, di cui sono ammantate, per analogia, anche le pietre,
le rocce, le pecore, gli asfodeli. Questo squarcio di paesaggio reso
<<immobile>> dal <<colore dei soli trapassati da
secoli>> collima con un brano del Cristo in cui Levi parla di quel
<<vecchio>>--dal <<potere arcano>> che era
<<in rapporto con le forze sotterranee>> e <<conosceva
gli spiriti>>--<<incantatore di lupi>>, che, scavando
fosse, tra <<polvere>> e <<sole>>, scovava che
<<il terreno era disseminato di ossa, che affioravano dalle
vecchie tombe, che le acque e i soli avevano consumato; vecchie ossa
bianche e calcinate>> (19). Inoltre, le coppie figurali
<<soli trapassati da secoli>>-<<ossa antiche
calcinate>> trovano il loro precedente piu illustre in quella che
avevano costituito una icona-incubo principe della scrittura in versi e
in prosa di Ungaretti. In questa prospettiva, un sommario riscontro
testuale si rivelera quanto mai opportuno ai tini di un'equilibrata
lettura intertestuale. Difatti, ne La risata dello dginn rull--Il Mecs,
il 12 Settembre 1931--Ungaretti, parlando dell' <<ora
cieca>>, dell'<<ora di notte del deserto>>, dice
di essere inciampato <<nello scheletro d'un mehari>>
(20); mentre in un'altra prosa di viaggio, titolata La rosa di
Pesto--Salerno, il 14 Maggio 1932--, camminando su una <<fascia
d'antico selciato>>, tra l'area archeologica di Paestum,
viene impressionato da <<questo pezzo di antica via>>,
poiche simile a <<uno scheletro in mezzo a una strada>>
(21). Parimenti, l'immagine ritorna, ossessiva, a proposito di un
viaggio in Puglia, in cui il poeta-girovago, tra l'altro, annota:
<<L'amante del sole, l'hanno chiamata i poeti. Egli, il
sole, la copre di gioie [...]. Non solo, e subito mi viene incontro
l'altro suo simbolo: il fulgore d'uno scheletro,
nell'infinito>> (22). Infine, <<Un ossame
bianchissimo>> compare in un lacerto degli Ultimi cori per la
Terra Promessa, 24 (23), come pure in alcuni versi Di Luglio 1931 si
legge: <<E l'estate e nei secoli / Con i suoi occhi
calcinanti / Va della terra spogliando lo scheletro>> (24).
Dunque, valenza di icona-incubo in Ungaretti, mentre in Levi i toni
funerei, bianchi abbacinanti, che sfumano nel viola e nel grigio, sono
gli aspetti di una natura deserta, affranta e inaridita, alla quale,
poi, nel corso del libro, si vengono ad aggiungere i rossi, i verdi, gli
azzurri si da creare una tavolozza di concentrata e
'selvatica' gravita-potenza, da cui balza il significato di
una vita tellurica, priva di uomini, abitata unicamente da figure
malefiche, quanto deturpanti e sconvolgenti della <<misteriosa
Sardegna>>.
Cio che interessa a Levi del viaggio nell'isola non sono tanto
gli aspetti tipici dell'ambiente sardo, al fine di rappresentarne
un itinerario in chiave sociologico-antropologico, quanto, soprattutto,
di reinventare, per mezzo della sua scrittura itinerante, quel
'valore', per cosi dire, poetico naturale che la Sardegna
ispira, in quanto essa si profila agli occhi dei viaggiatore come
<<un paese identico di memoria, come se i mutamenti avvenuti fuori
di noi e quelli avvenuti in noi avessero avuto una tale concordanza da
lasciare immutato il rapporto, e da riproporci le cose cosi come erano,
e come probabilmente erano state prima e saranno>> (p. 76). E,
insomma, un paesaggio in cui spettacolo della natura e clima si
stemperano in una singola, inseparabile immagine di realta e di tempo;
nondimeno
nel chiuso deli'isola, mille aspetti diversi stanno insieme, e
condizioni umane diverse, e diversi visi e attitudini, e attivita e
sentimenti, spesso contrastanti, sempre difficili a intendersi: un
paese oscuro di riserbo, che rifiuta i luoghi comuni e le idee
ricevute, ma apre, a chi lo guardi con amoroso interesse, il dubbio
di problemi delicati, del nascere e del muoversi primo, dopo lo
stagnare dei tempi; e nel quale soltanto le nuove contraddizioni
possono forse servirci come l'intricato, esile filo della
conoscenza [...]. (ivi, p. 37)
Contraddizioni e contrasti tipici di <<una civilta di
pastori>> che, in parte, si tramuta in <<una civilta
contadina>>, tutta lacerata tra lotte interne e ambivalenze
drammatiche, nelle cui condizioni, accanto agli <<interessi
economici>> e ai <<motivi sociali>>, perdurano le
cause di <<civilta divise>> e <<l'irrazionale
delle certezze magiche>>. Cosi, Cagliari si presenta agli occhi di
Levi anch'essa straripante di sofferti <<contrasti>>,
tuttavia e una citta <<bellissima, aspra, pietrosa, con mutevoli
colori tra le rocce, la pianura africana, le lagune, con una storia
tutta scritta e apparente nelle pietre, come i segni del tempo su un
viso: preistorica e storica>> (ivi, p. 38). Proprio nel soggiorno
nella <<capitale dei sardi>>, al viaggiatore preme di
visitare l'albergo "La scala di ferro", sollecitato dalla
<<curiosita di ritrovare un luogo fissato per sempre sulla pagina,
in un libro che [...] e ricco di autorita poetica e visionaria, si da
poter servire paradossalmente di guida o di richiamo della memoria, il
Sea and Sardinia di D. H. Lawrence>> (25) (ivi, p. 39), a cui
Levi, nel corso del racconto, si riferisce tre volte. Comunque, cio che
distingue il viaggiare di Lawrence da quello di Levi e che il primo e
animato da vitalismo, istintivita, trazione a una vita piena e
"autentica"; smania di erranza, ripulsa delle convenzioni
etico-sociali, lotta anti-intellettualistica; inoltre, la virtu di
pensare per immagini; il gusto pressoche lascivo della parola; il motivo
del viaggio come schema narrativo privilegiato, nella duplice accezione
di iter reale, dovizioso di scansioni topografiche, e di avventura
interiore. Sulla scia di Lawrence si muovera, per talune affinita, il
giovane Vittorini (26)--Sardegna come un'infanzia (27)-, che pure
visita l'isola negli anni Trenta, spinto da desideri e
sollecitudini peculiarmente vigili alle sue malie personali. Invece,
l'esperienza sarda di Carlo Levi si differenzia da quella dei suoi
predecessori non solo per via dei tempi storici diversi in cui si sono
svolti i viaggi, ma anche perche il suo animo di viaggiatore lo aveva
stimolato a indugiarsi su realta e aspetti nuovi che, nel fondo, erano
vecchi, e viceversa, di <<questo selvatico spazio vuoto>>
che e la Sardegna, rimasta, solo esteriormente, <<immobile>>
nel tempo. Invero, bisogna riconoscere a Grazia Deledda--anche se nel
libro di Levi i riferimenti alla scrittrice sarda si rivelano esigui
(28)--il merito di aver propagato, nell'immaginario europeo,
grazie, soprattutto, alla sua formazione di matrice antropologica ed
estetica d'avanguardia, la sua terra come l'isola del mito,
effigiandola come <<immobile>> e <<fissa>>,
intenzionalmente astorica; in tal senso, essa ben si prestava quale
humus per esaminare la drammatica problematica di un eventuale, quanto
urgente 'rinnovamento'. <<Rinnovamento dal basso>>
parla Levi a proposito del <<piano di rinascita sarda>>,
ipotizzato da un movimento popolare e contadino--destinato a fallire nel
suo tentativo--, in quanto il lavoro degli uomini, abbandonati solo a se
stessi nella lotta, trova la sua correlativa ricompensa nel senso
tragico di pessimistica impotenza:
[...] Parlavamo del piano di rinascita sarda, della necessita di
fare in modo che se ne conservasse e sviluppasse il carattere di
iniziativa autonoma per zone, di attiva partecipazione popolare, di
movimento, di rinnovamento dal basso, e dei pericoli che la grande
occasione che si apriva andasse, ancora una volta, perduta in
progetti paternalistici e astratti, che non modificassero davvero,
se non dal di fuori, la vira della Sardegna; parlavamo dei minatori
che scioperavano, degli emigranti che dovevano strappare le proprie
radici come alberi per un trapianto e che lasciavano vuoti i campi
e i paesi, della campagna chiusa e distrutta dal gelo, dell'eterna
vita dei pastori, non aiutata a mutarsi coi tempi, in contrasto coi
tempi, delle sue disperate difese e persistenze, della sua barbara
giustizia [...]. (ivi, p. 130)
Al di la del chiaro risvolto politico-ideologico del racconto,
tutto il brano e caratterizzato da una sorta di scetticismo e cupa
amarezza. Di qui il profilarsi d'un nuovo spiraglio, da parte di
Levi, in direzione della tenebra preservatrice, che trova la sua dimora
ideale nella quiete ancestrale della <<caverna>>: una forma
di silenzio 'pietrificato', dunque, atto a suggestionare
qualsivoglia aspetto del paesaggio che attraversa tutti gli spazi visivi
di questa Sardegna, pur registrando talune divergenze difondo, nonche
laceranti contraddizioni, intercorrenti fra l'attualita e la
storia, come nel caso di Carbonia e di Iglesias. Difatti, a Carbonia
[...] i discorsi che vi senti sono tutti appassionati, pieni di
totale partecipazione, sono tutti volonta rivolta al presente: e
l'altra faccia della Sardegna, totalmente ignara di pastori e di
nuraghi, con un tempo che si conta a giorni a ore e non a millenni
[...]. Carbonia, questo ghetto minerale, e senza radici, senza
passato: una vita di oggi, una lotta di oggi [...]. (ivi, pp.
54-55)
A Iglesias, invece, si penetra
[...] in un mondo vero, dopo la feroce astrattezza di Carbonia; e
anche questo paesaggio minerario e industriale sembra, in confronto
a quell'altro, un pezzo armonico e poetico di natura. Forse perche
una piu antica storia di lavoro umano e condensata e compresa in
queste miniere, che furono gia cartaginesi e romane e pisane,
abbandonate e riaperte tante volte, ricchissime di vicende [...].
Iglesias e limpida e netta. (ivi, pp. 55-56)
Vero e che ci troviamo al cospetto di un mondo impenetrabile, la
cui chiave caratterizzante e costituita da antagonismo e
contraddittorieta, in cui non risulta agevole affondare il bisturi nella
sua essenza; pertanto, questo universo <<immobile>> non si
poteva prestare al criterio di una rappresentazione-narrazione oggettiva
e realistica, grazie al rapporto fondato sulla autentica reciprocita che
Levi era riuscito a instaurare con questo mondo, rapporto, tra
l'altro, simile a quello che aveva gia sperimentato con i contadini
lucani. Pertanto, egli ritrova nell'isola sarda
[...] uomini meravigliosi che hanno percorso anni il cammino dei
secoli: pastori e operai che risolvono in se, per propria forza, il
contrasto di civilta opposte come venti di un ciclone: quel
contrasto che e nelle cose, e che si manifesta nei modi piu
tragici: col terrore [...]. (ivi, pp. 92-93)
Si prospetta qui un'altra componente--non secondaria--del
viaggiare di Carlo Levi: il viaggio come ricerca dell'uomo, dopo il
mito; attraverso il viaggio che si eleva a scrittura, l'artista si
colloca <<nel cuore>> del <<mondo>> ed e, in tal
modo, animato da <<un'aspirazione a essere dentro le
cose>> (29). <<Cose>> viste e scandagliate che
persistono a vivere nella memoria, anche quando il viaggio e finito, e
alle quali l'inventio dello scrittore conferisce un carattere
'sacro'--si ricordi che la scrittura che annota i percorsi del
viaggio aspira a quella <<contemporaneita dei tempi>>, non e
vincolata, percio, a incedere dal pretesto del viaggio, errante nella
memoria--, di qui l'accezione 'magica' della parola in
grado di caricare gli "oggetti" di significati sacrali, come
il seguente passo esemplifica ed emblematizza:
Orune e per me uno dei luoghi della fantasia e della memoria; forse
per il suono del suo nome, forse perche l'ho tenuta nella mia casa
per anni nella sua forma di uccello, di snella, selvatica carroga
dai neri occhi lucenti, con cui avevo finito, in qualche modo, per
identificare quel paese, quei monti, quel vento d'aprile, e la
<<cucina vecchia>>, nera di antico fumo, e gli attittos (30), e le
poesie, e i balli sardi, e i pastori, e i ladri di pecore, e i
latitanti di un mondo archeologico e presente. Nella sua veste di
uccello ritrovavo le voci dei pastori nelle capanne dal tetto di
sughero, che ascoltano, soli, se stessi, di la dai tempi, cantando
il <<processo di Dio>>, e il vago suono metallico e ronzante della
lidelba, e la nobilta dello sguardo boschivo di chi, non legato,
guardi di fianco, pronto a celarsi, a muoversi e a fuggire. Quel
paese e dunque per me una immagine, una forma, un nome che unisce
una realta molteplice di animali e di pietre nell'immobile ondulare
delle greggi dei tempo [...] (31). (ivi, p. 110)
Dunque, 'sacralita' degli 'oggetti', cui
corrisponde il valore 'magico' della parola. Per capire in
cosa, effettivamente, consista questo valore magico che Levi affida alla
parola, necessita leggere un brano--forse, apparentemente poco
significativo--dell'Orologio, in cui emerge la concezione secondo
la quale il parlare si rivela essere una sorta di azione rituale, mentre
il parlante sembra assolvere alla funzione, per cosi dire, di sacerdote
e di vate ad un tempo:
[...] Il tunnel si apriva davanti a noi come una anonima caverna.
Appena illuminato dalle lampade rade che facevano luccicare le
piastrelle bianche delle pareti curve, pieno dell'odore della
benzina bruciata e di un leggero fumo grigio, aveva qualcosa
insieme di aggressivo e di sporco. La citta scompariva ai suoi due
imbocchi, nel buio; il rumore delle macchine che passavano, le voci
degli uomini, neri su quel fondo bianco, rimbombavano ripercosse
nella volta, e si fondevano in un frastuono assordante, come quello
di una vicina cascata. In questa galleria sotterranea ci si sentiva
come in nessun luogo, liberi dalle seduzioni degli occhi, nascosti
a tutti, fuori del tempo: forse per questo i miei due compagni vi
ci si erano rifugiati, come dentro all'antro di una sibilla, adatto
alle parole di profezia [...]. (32)
Il <<tunnel>>, la <<caverna>> (33), altri
non si rivelano essere se non il <<brandello carnoso>>, lo
<<stomaco del pesce>>, le <<pareti intestinali>>
che, nella parte conclusiva del libro, incanalano Levi nel
<<cuore>> del <<mondo>>: <<Mi pareva di
camminare nell'interno di un enorme animale [...]. Sentivo che ero
in un luogo vero: in uno dei luoghi veri del mondo>> (34). La
<<caverna>> e il <<pozzo>> trovano la loro
espressione compiuta come motivo regale e precipuo proprio in Tutto il
miele e finito:
[...] Nell'interno del nuraghe e penombra, e il silenzio pare piu
fitto. Seduto in terra, dentro il giro di quei conci di pietra
cruda, aggettanti torno torno fino al colmo da cui si mostra il
cielo, par di essere fuori del mondo, nascosti del tutto in quella
secolare immobilita pastorale [...]. (ivi, pp. 36-37) Dentro al
nuraghe c'e ombra e silenzio, e, naturalmente, senza intervento
dell'immaginazione o sforzo della ragione o della fantasia, il
senso fisico di essere in un altrove, in una regione ignota, prima
dell'infanzia, piena di animali e di selvatica grandezza. Ben
protetti da queste mura gigantesche, se ne sentono tuttavia gli
indeterminati terrori, e il senso della arcaica crudelta di quegli
uomini arcaici, asserragliati nelle torri, in una natura crudele.
La misura stessa delle pietre, quei venti conci aggettanti che
chiudono il cerchio del muro, e lontana dalle nostre misure, e
gigantesca. E la forma dell'apertura, che non e una porta, ne il
vano di un ingresso, ma una stretta fessura a un metro dai suolo,
che costringe ad entrare strisciando orizzontali, da l'impressione
che in quegli strani edifici, sparsi per i monti di Sardegna a
testimoniare la sua piu antica civilta, non si potesse entrare o
uscire che morti.
Stavo sdraiato in terra a contemplare, nel cavo profondissimo
silenzio, il cielo rotondo, come dal fondo di un pozzo, dal fondo
buio del pozzo della memoria, e le grigie nuvole trascinate dal
vento [...]. (ivi, p. 47) [...] Forse erano questi i punti fermi,
le certezze celate di quelle orde mobili e ritrose di pastori
guerrieri, che vi ritrovavano, dopo l'ondeggiante, infido,
indeterminato passo degli animali su una terra senza confini e la
sua misteriosa incertezza, la certezza pesante e buia della feroce
grotta materna [...]. (ivi, pp. 84-85); [...] scavata nell'interno
come una conchiglia, e una domus de jana, una casa delle fate, un
sepolcro arcaico [...]. Al breve lume di un cerino, sulla pietra
della parete, anche la avevo visto quella forma ricurva, tagliata
in mezzo da una verticale: corna di toro, o piuttosto l'immagine di
un uomo o di un sesso: discorsi perduti e fissati nei millenni
[...]. Ed io stavo li, chinato sotto la volta bassa, scomparso del
tutto ed avvolto in quella dura caverna fatta per i piccolissimi
morti di un tempo morto, felice in quel totale nascondiglio [...].
(ivi, pp. 124-25)
La condizione di isolamento sia nella <<caverna>>, sia
nel <<pozzo>>, sia nel <<nuraghe>> riconducono
si allo stato arcaico, nella dimensione prenatale, ma
l'eroe-pittore-scrittore proprio entro quella sfera protetta
rinviene e recupera il valore degli antichi sacerdoti, il segno
profetico delle loro parole come i <<discorsi [...] fissati nei
millenni>>. In tale contesto risulta chiarito il passo
dell'Orologio circa i discorsi articolati da Levi e dai suoi
compagni all'interno del tunnel, con la conseguente
conclusione--<<forse per questo i miei due compagni vi ci si erano
rifugiati, come dentro all'antro di una sibilla, adatto alle parole
di profezia>>--, in quanto celati dal mondo comune e in diretta
relazione col Tutto la parola ha il potere di divenire
'magica' ed essere, cosi, <<dotata di
preveggenza>>, quindi <<sostitutiva del reale>>. Buio
protettivo e silenzio ancestrale della <<caverna>> sono i
poli attorno a cui ruota il viaggio leviano. Il richiamo all'alveo
materno assume, altresi, una rilevanza fondamentale, seppure complessa,
dal punto di vista della psicologia del profondo, per la sua componente
di continuita-immobilita:
[...] E un enorme blocco di pietre dentro cui sono lasciati per gli
uomini spazi straordinariamente piccoli e tenebrosi, come se quegli
antichi re volessero costruirsi, con sforzi immani, un oscuro
segreto grembo materno di pietra, per vivere, inattaccabili e
protetti, dentro quella nera caverna, dentro quelle viscere di
pietra, pietre essi stessi in un mondo magico di riti e di pietra.
Forse erano questi i punti fermi, le certezze celate di quelle orde
mobili e ritrose di pastori guerrieri, che vi ritrovavano, dopo
l'ondeggiante, infido, indeterminato passo degli animali su una
terra senza confini e la sua misteriosa incertezza, la certezza
pesante e buia della feroce grotta materna. Forse per questo i
seimilacinquecento nuraghi che coprono i campi della Sardegna non
sono sepolcri degli avi, come quelli che coprono la Cina, ma
simboli di un mondo pastorale presente: e la vita di oggi ha una
forma che in qualche modo richiama quell'arcaico bisogno di
certezza [...]. (ivi, pp. 84-85)
Al riguardo, non diversamente da quella di Levi la concezione di
Dessi, il quale, proprio in riferimento alla condizione di
<<immobilita>> di cui si parla ininterrottamente a proposito
della Sardegna, sostiene che essa altro non si rivela essere se non il
diniego di un <<mondo>> che si percepisce come
<<antichissimo>>, lontano, assente e che non si riesce ad
accettare, destinato, pertanto, a permanere nell'estremita, se non,
addirittura, ai margini di qualsivoglia discorso:
[...] Avere la possibilita di entrare o di non entrare in una
societa che si sa male organizzata; poter rimanere fuori,
vicinissimi ma fuori, e conservare intatta--anche se non
realizzata--un'idea di giustizia che quella societa non soltanto
non realizza ma distrugge; non sapersi decidere a lasciarsi dietro
un mondo antichissimo e nostro, in cui lealta, fierezza, fedelta
sembra (sia pure per una strana illusione, per un'illusione
poetica) possano ancora vivere e dipendere da noi; questa e la
nostra immobilita (35).
Siffatta persistente presenza del passato diviene nel discorso di
Levi dominante:
[...] Come la realta e molteplice; come, in ogni cosa, in ciascuno
di noi coesistono tempi diversi e lontanissimi! E quanto piu viva, reale
e complessa e una persona, quando in lei questa contemporaneita di
condizioni e di situazioni diverse, come strati geologici, questa
eternita della storia e della preistoria, e presente: e quando gli
elementi arcaici non sono relegati o totalmente nascosti in un oscuro
subcosciente dove possono parere dimenticati e del tutto inoperanti, ma
affiorano alla superficie, e diventano contenuti di poesia, energia
vitale, capacita di comprensione universale, fuori della meccanica
limitazione degli schemi sociali e psicologici della vita quotidiana!
(ivi, p. 92)
Cosi, nella sconfinata <<solitudine popolata di
pietre>> nel cuore della Gallura, il paesaggio si inabissa e si
stempera in una tela di colori fitta di cupa desolazione esistenziale di
<<un mondo sanza gente>> di memoria dantesco-leopardiana:
[...] E un mondo originario, che sembra un immenso tempio in
rovina, una Selinunte sconfinata, dove le colonne spezzate e
accatastate dai terremoti si stendono all'infinito, come un enorme
geroglifico che racconta una storia finita di vivere [...]. Sono
simboli e parole della natura: intoccate, silenziose parabole, dove
la pietra contiene ogni aspetto di una esistenza indifferenziata:
ognuna come una persona che vada cercando la propria espressione
per uscire fuori dalla caotica identita, e sia rimasta pietrificata
nel corso di questo sforzo, contenendo in se mescolate tutte le
immagini possibili [...]. In questa terra si direbbe che gli uomini
non fossero vissuti mai: unici abitatori possibili i radi pastori
solitari, che passano e non lasciano tracce. (ivi, p. 126)
[...] Nessun rumore o voce o vestigio di vita, ne di uomini, ne
di uccelli, esisteva in quella desolata solitudine percorsa dai
vento. Soltanto, a una svolta, dove ci fermammo un momento a
camminare sul ghiaccio scricchiolante, tra sugheri contorti e lecci
neri, apparve improvvisa, con un suo profondo, femminile pianto, una
bruna vacca perduta, con le narici fumanti, a cercare forse un
impossibile filo d'erba. [...] la solitudine continuava, ancora piu
aspra, come una Siberia immaginaria di montagne, da cui, nel grande
gelo, fossero fuggiti tutti gli esseri viventi, tranne quella vacca
sola (36) [...]. (ivi, p. 121)
In verita, uno dei fascini dei libro risiede nella evocazione, se
non, addirittura, nella 'centralita' di Leopardi nella
scrittura di Levi, tutta tesa a creare un'atmosfera pensile
costituita da <<interminati spazi>> e da <<sovrumani
silenzi>> in cui i <<radi pastori solitari>> che
passano <<non lasciano tracce>>:
Viene la notte: ma il cielo ha ancora un chiarore colorato, una
lunga, persistente luce livida che tinge le distanze, e le chiude
in mura d'aria che pare isolino dal mondo circostante il paese
assediato: una patetica siepe di vapori che lo dividono
dall'infinito supposto al di la. Mi fermo, appoggiato al muretto
della strada in cima al paese, per un momento, a contemplare le
distese delle terre, da ogni parte. Nuvole di minuto in minuto piu
fosche corrono per il cielo, e fanno grigi i pascoli delle valli
nel giro dei colli e delle montagne, le vastita di un paese
desolato e solitario, dove dappertutto uomini ignoti possono essere
nascosti, e condurre la loro vita remota, quella del pastore solu
che fera, solo come una fiera, o quella del bandito, in cui pare si
realizzi, oggi, in un individuale destino, una legge antica di
millenni, di fronte a un mondo incomprensibile. Il Sopramonte si
annera: le rocce biancheggiano di quel chiarore notturno che e come
l'ombra trasparente della luna. Ma, dove il monte finisce, e la
vista spazierebbe verso aperte terre lontane, come un sipario
d'aria verde si frappone allo sguardo: di un verde trasparente e
impenetrabile, colore dell'acqua e della tempesta, e una nuvola
bianca, portata dal vento, lo percorre, e si stinge e si imbruna
quando raggiunge le alture e si fonde con le ombre delle rocce.
Fermo in questo incanto rimango a guardare quel mondo serrato nei
suoi confini d'aria e di granito, nel suo isolamento. Nessun rumore
vicino o lontano giunge dal paese o dalla campagna. Tutto sembra
celato in quel silenzio, immaginario, furtivo, incerto, geloso:
l'ombra crescente avvolge le querce, le macchie, gli albori lontani
(pecore, forse, raccolte nel timore o nel sonno, o pietre?), le
grotte, i segreti, selvatici cuori solitari [...]. (ivi, p. 100)
[...] uno spazio di intatta natura, forme di un tempo perduto,
non viste da altri sguardi che quelli attoniti del pastore, o delle
molteplici rosse guardate dei greggi; [...] da un passato cosi
lontano che l'immaginazione vi si smarrisce [...] finche l'ombra
aveva avvolto ogni forma, grigie parvenze di ossa, o velli di
pecore addormentate sotto un immenso mantello di pastore notturno,
e le stelle, e la luna al notturno pastore compagna. In quell'aria
ormai bruna sempre piu eravamo penetrati dall'incanto lunare e
pastorale della presenza dolente di una vita che ripete le sue
domande e il suo lamento fuori della storia. Cosi stavamo in
silenzio, scrutando l'oscura costiera con occhi intenti nel buio,
[...]. (ivi, p. 128)
I personaggi del libro compostamente appaiono scolpiti nella pietra
nei loro profili di uomini abbarbicati a un istintivo legame con la
vita, per quanto rinnegato di continuo. Cosi prendono risalto scorci di
paesaggio rude e solenne; denso di odori sensuali e insieme di afrori,
su cui, distanti e, talvolta, ammonitori, si stagliano spettacoli di
luci solari (o lunari) e giochi di nuvole nel cielo, di una forza
espressiva di alta invenzione lirica. L'acuto pittore-osservatore
Levi testimonia, ancora una volta, che le voci dei poeti si colorano di
splendori, spirituali piu che figurativi, nell'equilibrio perfetto
di luci, ombre, colori, armonie e significati. Leopardi, del resto,
costituisce nei su citati brani una presenza costante, come mostrano le
tessere linguistiche prelevate dal vocabolario leopardiano e immesse in
una descrizione evocativa di Tutto il miele e finito. Difatti,
<<siepe>>, <<infinito>>, <<valli>>,
<<colli>>, <<solitario>>,
<<remota>>, <<pastore>>, <<antica>>,
<<chiarore>>, <<notturno>>,
<<luna>>, <<lontane>>, <<tempesta>>,
<<vento>>, <<imbruna>>, <<celato>>,
<<silenzio>>, <<immaginario>>,
<<spazio>>, <<smarrisce>> richiamano l'area
lessicale, con la tipica e inconfondibile musicalita dei Canti, con una
evidenza del tutto particolare. Di qui, l'accentuazione lirica del
libro di Levi, anzi, di qui nasce una <<tensione lirica piu
prolungata, quella musicalita funebre, quei ritmi da antica danza che
avvolgono nel loro giro immagini, cose, luoghi, volti e paesaggi, e gli
animali arcaici e selvatici>> cosi familiari allo scrittore,
<<da ultima la cornacchia Orune, vero tema musicale che corre
lungo tutto il corpo del testo, assunto a simbolo di questa Sardegna
chiusa, dolorosa, solitaria e profonda>> (37).
Cosi al culmine del viaggio di ritorno, dopo una notte tempestosa,
Levi dovra abbandonare l'isola per rientrare nel Continente. Le
vacue parole che non intaccano la realta acuta vengono trasmesse dal
televisore e si disseminano nel vuoto come sorde note, accordando un
profondo senso di ambascia, quand'ecco che riaffiora nella mente
del viaggiatore
[...] il ritmo di un canto funebre ascoltato a Orune, dove il
morto, il figlio, e il miele della casa, che la padrona ha perduto. Lo
avevo trascritto sul mio taccuino con altri, ma gia piu non lo intendevo
del tutto nella sua lingua sarda. Tornai a decifrarlo con l'aiuto
degli amici. C'era il miele prezioso, pulito e netto, c'era la
volpe della morte che compariva in fine. Discutevamo le parole, la
grafia, il senso. Era un lungo attittu, che cominciava, all'incirca
cosi:
Biditela sa mere
a 'nde cheres de mele
si 'nde cheres de latte
como tinne dat attere.
Su mele puzoninu
chi como t'es finidu
su mele de sa chera
chi bundabat che bena
como pius non d'asa
totu inidu che l'asa
che in italiano traducevamo, in fretta, e non letteralmente, in
questo modo:
Tu vedi la padrona
e vorresti il tuo miele
ma soltanto del latte
ora ti potra dare.
Il miele degli uccelli
ora e tutto finito
scorreva dalla cera
la tua vena di miele
ora piu non ce l'hai
ora e finito tutto. (ivi, pp. 130-31)
In tal senso, si chiarisce anche il significato letterario del
viaggio cosi come viene inteso da Levi, ossia l'esito conseguito
dall'esperienza di viaggio ha originato un testo letterario di
singolare inventio, in quanto <<l'esperienza ha il suo
necessario correlato [...] nell'autorita, cioe nella parola e nel
racconto>> (38), il viaggiatore-scrittore Levi ha volto lo sguardo
<<fuori>> per, poi, proiettarlo nel proprio intimum. Di qui
anche--e soprattutto--il valore della memoria poetica, anzi, a rigore,
della poesia che si presta quale chiave-antidoto per modificare il
mondo. Ma anche trionfo della poesia sui mali dei mondo: ecco chiarite
le ragioni dell'impareggiabile titolo dei libro Tutto il miele e
finito! In quest'opera Carlo Levi, come, del resto, in tutta la sua
scrittura, ha avuto il pregio e il merito di trasmetterci come,
attraverso la sua lente di osservatore penetrante e 'curioso',
sia stato abile di farci <<vedere>> profili di realta
tangibile, di universale perspicuita, a <<riscattare>>
effettivamente per <<la nostra memoria il tempo e lo spazio
nell'atto stesso in cui fuggono>> (39). Si tratta di una
peculiarita caratterizzante tutta l'opera di Levi, la cui genesi va
individuata in quella ricerca di felicita (40) che eternamente sembra
scortarlo, anche dinanzi alle esperienze irte di ostacoli e alle
circostanze piu strazianti, a quella sua propensione a tuffarsi nelle
esperienze, a percepire il calore dei luoghi reali. In proposito, quanto
mai significative risultano le parole che Levi scrive circa il
prediletto Stendhal, nella prefazione (1960) a Roma, Napoli e Firenze:
[...] Stendhal arriva in Italia alla ricerca della felicita, cosi
disposto a intendere ogni cosa insieme, cosi ricettivo a tutto, con
la mente, i sentimenti, e i sensi, che vi si immerge come in un
fiume di continua delizia intellettuale, avido di attenzione piena
e illuminante. Guarda, ragiona, osserva, e soprattutto ascolta. E
un orecchio curioso e finissimo, appoggiato a tutte le serrature, e
pare che ogni cosa convenga alla sua scelta, perche egli l'ha gia
fatta prima delle cose. Egli ha capito, forse per primo, il valore
poetico del casuale, del particolare, dell'interrotto e parziale e
istantaneo, nella contemporanea totalita di una immagine. Il suo e
un paesaggio vario e ricchissimo, illuminato soltanto dai lampi di
un temporale invisibile, che si accendono, ad ogni momento, da
tutte le parti, in una successione continua di istanti immaginari e
reali [...]. Il suo stile e questa corsa attraverso il notturno
mondo delle passioni, dove la ragione e la chiarezza sono
nell'orecchio che ascolta e distingue e si delizia insieme della
sua finezza e dell'ombra vaga da cui giungono le voci. E dunque un
ritmo doppio: una corsa, un tempo rapido che non si ferma se non
per godere di se [...] (41).
Stendhal, dunque, ha impersonato la figura del
viaggiatore-intellettuale nel modo piu congeniale al sentire di Levi.
Difatti, egli concepi l'esperienza del viaggio come scoperta e
rivelazione instancabile, che si realizza per un incontro d'amore
tra se e il luogo visitato in una occasione di predisposta
principalissima felicita dei soggetto viaggiante. Similmente Levi e
<<cosi ricettivo a tutto, con la mente, i sentimenti, i
sensi>>, si tuffa nel mare sconfinato della realta e la
scandaglia, per ascoltarla attraverso il suo <<orecchio curioso e
finissimo>>; con questo delicato, quanto intenso processo di
auscultatio e in grado di riportare alla luce, in maniera totale, il
valore <<del casuale, del particolare, dell'interrotto e
parziale e istantaneo, nella contemporaneita totale di una
immagine>>, in cui l'intelaiatura discorsiva del racconto
tende a porre in primo piano l'ottica del narratore, viaggiatore
<<allegorista>>--per usare una espressione emblematica di
Todorov! (42)--
La fine del viaggio sardo di Levi--come in tutti i momenti
nostalgici del 'distacco'--coincide con l'attraversare un
<<mare>> minaccioso e <<spaventoso di onde e di
vento>>, tanto da infondere sofferenza e sgomento, perche
<<il mare oltre il quale [...] Odisseo deve navigare, e mare
Infero: e per questo e temuto, incute orrore, suscita angoscia>>
(43).
NOTES
(1) C. LEVI, Tutto il miele e finito, Torino, Einaudi, 1964,
riedizione con Prefazione di G. FERRONI, Nuoro, Ilisso, 2003, dalla
quale si cita, con l'indicazione di pagina nel corpo del testo; tra
gli studi--parchi, per la verita--fondamentali si segnalano: G. B.
BRONZINI, La contemporaneita dell'arcaico in Sardegna, in ID., Il
viaggio antropologico di Carlo Levi. Da eroe stendhaliano a guerriero
birmano, Bari, Dedalo, 1996, pp. 343-61; S. PAUTASSO, Cario Levi in
Sardegna: viaggiare da scrittore, in *Cario Levi: Le parole sono pietre,
Atti del Convegno internazionale, San Salvatore Monferrato, 28-30 aprile
1995, a cura di G. IOLI, San Salvatore Monferrato, Edizioni della
Biennale <<Piemonte e Letteratura>>, 1977, pp. 177-87; N.
TANDA, Tutto il miele e finito, in *Il germoglio sotto la scorza. Cario
Levi vent'anni dopo, a cura di E VITELLI, Cava de' Tirreni
(SA), Avagliano, 1998, pp. 125-46; G. FERRONI, Prefazione a C. LEVI,
Tutto il miele e finito, op. cit., pp. 7-26.
(2) I. CALVINO, La compresenza dei tempi, <<Galleria>>,
XVII, 3-6, maggio-dicembre 1967, pp. 237-40, ora in ID., Saggi
1945-1985, a cura di M. BARENGHI, Milano, Mondadori, 1995, tomo I, p.
1125.
(3) W. BENJAMIN, Il narratore. Considerazioni sull'opera di
Nicola Leskov, in ID., Angelus novus. Saggi e frammenti, a cura di R.
SOLMI, con un saggio di E DESIDERI, Torino, Einaudi, 1995, p. 248.
(4) C. LEVI, La doppia notte dei tigli, Torino, Einaudi, 1959, pp.
26-7.
(5) A. MARCOVECCHIO, Il periplo del mondo,
<<Galleria>>, cit., p. 107.
(6) Le prose del viaggio siculo confluirono--come e noto--in C.
LEVI, Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia, Torino, Einaudi,
1955.
(7) Cfr. S. PAUTASSO, Cario Levi in Sardegna: viaggiare da
scrittore, cit., p. 182.
(8) Sono frequenti i richiami all'opera di Dante
nell'opera di Levi; qui, ci soccorre un brano del Cristo si e
formato a Eboli [1945], Torino, Einaudi, 1975 (12), p. 35, in cui
c'e proprio un richiamo all'Ulisse dantesco: <<Volevo
riconoscere i miei confini, che erano strettamente quelli
dell'abitato: fare un primo viaggio di circumnavigazione della mia
isola: le terre, attorno, dovevano restare, per me, uno sfondo non
raggiungibile oltre le colonne d'Ercole podestarili>>.
(9) Sul tema del paesaggio e della sua interpretazione in chiave
allegorica si rinvia a G. BACHELARD, La poetica dello spazio [1957],
traduzione di E. CATALANO, revisione e nuova edizione di G. GIOVANNINI,
Bati, Dedalo, 2006 (2), in cui l'autore accanto ai temi
fondamentali della sua ricerca, quali la vita, la morte, l'amore,
la natura individua anche lo <<spazio>>, sia quello aperto,
sia quello chiuso; uno <<spazio>> della <<immensita
intima>>, ove la nostra esperienza trova la propria dimora, il
<<guscio>> entro cui riparare e ritrovarsi.
(10) Proprio in siffatto rapporto tra la materia informe colta
nella percezione sensibile e la sua organizzazione in forma
riconoscibile e dato cogliere l'aspetto fenomenologico del
paesaggio, per cui si veda E. HUSSERL, Idee per una fenomenologia pura e
una filosofia fenomenologica [1913-1928], I, a cura di V. COSTA, Torino,
Einaudi, 2002 (3).
(11) G. FALASCHI, La memoria di Carlo Levi e Primo Levi: alcune
osservazioni, in * Cario Levi. Il tempo e la durata in <<Cristo si
e fermato a Eboli>>, a cura di G. DE DONATO, Roma, Edizioni
Fahrenheit 451, 1999, p. 167.
(12) N. CARDUCCI, Storia intellettuale di Carlo Levi, Lecce, Pensa
Multimedia, 1999, p. 157.
(13) G. BACHELARD, La reveries sull'infanzia, in ID., La
poetica della reverie [1960], traduzione di G. SILVESTRI STEVAN, Bari,
Dedalo, 19932, p. 128. Difatti, <<I nostri grandi ricordi si
collocano nello zodiaco della memoria, di una memoria cosmica che non ha
bisogno delle precisazioni della memoria sociale per essere
psicologicamente fedele. E la memoria stessa del nostro appartenere al
mondo, a un mondo comandato dal sole dominatore [...]. L' infanzia
vede il Mondo Illustrato, il Mondo con i suoi colori primi, i suoi
colori veri. Il grande passato che riviviamo fantasticando i nostri
ricordi di infanzia e proprio il mondo della prima volta [...]. Nelle
nostre reveries rivediamo il nostro universo illustrato con i suoi
colori d'infanzia>>: ivi. L'espressione bachelardiana
<<un mondo comandato dai sole dominatore>>, con i
<<colori veri>> fa sorgere immediato il richiamo, per
corrispondenza, a una bellissima pagina de L'orologio in cui Levi
ritrae lo spettacolo del tramonto: <<Com'erano lunghi, senza
fine, i giorni dell'infanzia! Un'ora era un universo,
un'epoca intera, che un semplice gioco riempiva, come dieci
dinastie. La storia era ferma, stagnava in quel gioco eterno; lo stesso
che ho visto fare, sul selciato di una strada della Citta Bassa, a New
York, da un bambino cinese, con i segni di gesso per terra, e i salti su
un piede solo. I tramonti duravano ore e ore, come se la giornata si
rifiutasse di terminare, e quel sole infantile, gia mezzo nascosto tra
le montagne azzurre, stesse troppo bene in cielo. Erano tramonti
lentissimi, pieni di tutti i colori piu meravigliosi; dove il rosso dei
fuoco passava all'arancione, ed al giallo, e a uno strano verde
marino pieno d'incanto, e al viola dei fiori, chiaro come le prime
violette di primavera, e poi sempre piu cupo e notturno [...]. Il mondo
era li, aperto, sotto il balcone, e non sarebbe finito mal, come una
cerimonia interminabile (gli occhi che guardavano dovevano essere ben
grandi! [...]>>: C. LEVI, L'Orologio [1950], Torino, Einaudi,
2006 (5), pp. 12-13.
(14) F. ORLANDO, Gli oggetti desueti nelle immagini della
letteratura. Rovine, reliquie, rarita, robaccia, luoghi inabitati e
tesori nascosti, Torino, Einaudi, 1994 (2), p. 142; il critico indaga
proprio sul testi di Goethe e Chateaubriand sopra citati.
(15) Per quanto concerne la <<svolta storica>> cfr.
ivi, passim, in particolare le pp. 69-71; R. CESERANI, Raccontare il
postmoderno, Torino, Bollati Boringhieri, 1997, pp. 19-22.
(16) Stimolante e ricco di spunti, al riguardo, uno studio accurato
e puntuale di G. LUPO, Tra inferno contadino e paradiso americano: Cario
Levi, Dante e la Bibbia, <<Otto/Novecento>>, nuova serie,
XXVIII, 1, gennaio-aprile 2004, pp. 69-85.
(17) Cfr. G. B. BRONZINI, La contemporaneita dell'arcaico in
Sardegna, in ID., Il viaggio antropologico di Cario Levi. Da eroe
stendhaliano a guerriero birmano, op. cit., p. 344.
(18) Al riguardo, concordiamo pienamente con Pautasso, allorche
avanza l'ipotesi secondo la quale Levi <<abbia inventato per
la nostra letteratura novecentesca un'arte del viaggiare>>,
in quanto <<l'identificazione del viaggio con la forma
espressiva e cosi forte che arriva al punto di confondersi con la forma
stessa dello scrivere. Trai suoi libri, Tutto il miele e finito e quello
in cui tale condizione appare piu evidente>>: S. PAUTASSO, Carlo
Levi: viaggiare da scrittore, cit., p. 182.
(19) C. LEVI, Cristo si e fermato a Eboli, op. cit. , pp. 60-61.
Sono frequenti, in Tutto il miele e finito, i luoghi che, in un mondo
d'immaginazione amalgamato a realta, riportano il narratore al suo
Cristo si e fermato a Eboli. In proposito, non appaia insignificante
riscontrare almeno i piu eloquenti richiami all'esperienza lucana:
la sensazione piacevole che procura a Levi di rimanere chiuso in un cupo
interno di una domus de jana, <<chinato sotto la volta bassa,
scomparso ed avvolto in quella cupa caverna fatta di piccolissimi morti
di un tempo morto, felice in quel totale nascondiglio>> (ivi, p.
125) rievoca quella fossa del cimitero in cui lo scrittore si ripara
dalla calura: <<Nel mezzo del cimitero si apriva una fossa,
profonda qualche metro, con le pareti ben tagliate nella terra secca
pronta per il prossimo morto. Una scaletta a pioli permetteva di
entrarci e di risalire senza difficolta. In quei giorni di calura avevo
preso l'abitudine, nelle mie passeggiate al cimitero, di scendere
nella fossa e di sdraiarmi nel fondo.>>; la scena in cui parla
della casa del moribondo: <<La morte era nella casa: amavo quei
contadini, sentivo il dolore e l'umiliazione della mia impotenza.
Perche allora una cosi grande pace scendeva in me? Mi pareva di essere
staccato da ogni cosa, da ogni luogo, remotissimo da ogni
determinazione, perduto fuori del tempo, in un infinito altrove. Mi
sentivo celato, ignoto agli uomini, nascosto come un germoglio sotto la
scorza dell'albero: tendevo l'orecchio alla notte e mi pareva
di essere entrato, d'un tratto, nel cuore stesso del mondo. Una
felicita immensa, non mai provata, era in me, e mi riempiva intero, e il
senso fluente di una infinita pienezza.>> (C. LEVI, Cristo si e
fermato a Eboli, op. cit., p. 59 e pp. 198-99); come pure
l'ingresso ad Orune viene comparato a quello in un paese di
Lucania: <<un solido complesso di facciate e di spigoli, dentro
cui si entra dall'alto, per la strada in discesa, come in un paese
di Lucania in cima a un colle.>> (ID., Tutto il miele e finito,
op. cit., p. 111).
(20) G. UNGARETTI, La risata dello dginn rull, in ID., Vita
d'un uomo. Viaggi e lezioni, a cura di P. MONTEFOSCHI, Milano, A.
Mondadori <<I Meridiani>>, 2000, p. 84.
(21) Ivi, Mezzogiorno, p. 157.
(22) Ivi, Il Tavoliere. Fontane, Foggia, il 20 Febbraio 1934, p.
290.
(23) Cfr. ID., Vita d'un uomo. Tutte le poesie, a cura di L.
PICCIONI, Milano, A. Mondadori <<I Meridiani>>, 2005 (19),
p. 281.
(24) Ivi, p. 122.
(25) Vale la pena di riportare la pagina su "La scala di
ferro" descritta da D. H. LAWRENCE, Mare e Sardegna, Introduzione
di GABRIELLA CONTINI, traduzione di D. MEZZACAPA, Roma, Newton &
Compton, 1988, pp. 75-6: <<Finalmente lo troviamo, la Scala di
Ferro, oltre un cortile di piante verdi. E finalmente un omino coi
capelli lisci, neri, sembra un Eschimese, arriva sorridendo. Lui e un
certo tipo di Sardo, il tipo eschimese. Non c'e una stanza con due
letti, solo singole. E cosi siamo condotti al bagnio, prego, al freddo e
umido piano terra. Cubicoli su entrambi i lati di un corridoio di
pietra, e, in ogni cubicolo, uno scuro bagno di pietra e un lettino.
Possiamo avere, ognuno, un piccolo cubicolo di bagno. Se non c'e
nient'altro, non c'e, ma sembra umido, e freddo, e orribile,
sottoterra. E si pensa a tutti i ripugnanti "convegni" in
questi vecchi bagni. Vero, in fondo al corridoio sono seduti due
carabinieri. Ma se siano li per garantire la rispettabilita o no, lo sa
il cielo. Noi siamo nei bagni, questo e tutto. Ma l'eschimese
ritorna dopo cinque minuti. C'e una camera in albergo. E contento,
perche non gli piaceva metterci nel bagnio. Dove avesse trovato la
camera, non lo so. Ma era li, grande, malinconica, fredda, e sopra i
fumi di cucina di un piccolo cortile interno, simile a un pozzo. Ma
perfettamente pulita e a posto. E la gente sembrava cordiale e gentile,
come esseri umani>>. L'albergo descritto da Levi ha
<<un'aria simpatica>> ed e letificato dalle
<<maglie della squadra gloriosa del calcio, coi numeri bianchi
cuciti>>, distese in giardino (p. 40).
(26) Cfr. R. RODONDI, Vittorini e Lawrence, in *Studi di
Letteratura italiana offerti a Dante Isella, coordinamento editoriale di
R. DAVERIO, Napoli, Bibliopolis, 1983, pp. 553-74.
(27) Sia consentito rinviare a G. DE MARCO, Per <<una
grammatica del vedere>> le forme della lontananza:
<<Sardegna come un'infanzia>> di Elio Vittorini in
corso di pubblicazione......
(28) Difatti, la Deledda viene citata indirettamente in riferimento
ad un suo articolo risalente al 1895 a proposito di alcune parole
magiche in uso in Sardegna, rievocato dal pastore socialista, tutto
intento nello spiegare i termini dei canti di una vecchia di Orune (pp.
69-71); di poi, a p. 110, viene ricordata la sua
<<chiesetta>> e a p. 116 la fontana e i luoghi di Orune
legati all'opera narrativa Colombi e sparvieri. Indubbiamente, da
questi sporadici riferimenti, si potrebbe arguire che Carlo Levi non
dovette nutrire particolare interesse e simpatia per la Deledda.
(29) G. FERRONI, Prefazion, cit., p. 24.
(30) <<Attittidos, sm. plur. (sardo). 'Canti
funebri', spesso, ma non sempre, ispirati a profondi sentimenti di
vendetta. Dal latino parlato *adtitiare 'attizzare',
'aizzare' (ma[right arrow]attittare). La foro importanza nella
poesia popolare logudorese ha diffuso in tutta l'isola il loro nome
nella forma propria del Logudoro>>: M. CORTELLAZZO-C. MARCATO, I
dialetti italiani. Dizionario etimologico, Torino, UTET, 1998, p. 50.
(31) Per una efficace comprensione del brano occorre puntualizzare
che Orune e il nome di un paese sardo e di una cornacchia, le cui storie
sono originariamente unite. Un dipinto di Claude Monet raffigura al
centro, accovacciata all'apice di uno steccato, sulla distesa
innevata pianura di Francia, una cornacchia dal colore grigio-azzurro,
<<che e un blasone della terra di Francia e dell'amore per le
cose e per la giovinezza>> (p. 57). L'immagine del quadro del
luminoso, quanto lirico impressionista francese fa riaffiorare nella
memoria di Levi il ricordo della sua carroga--una cornacchia di
Sardegna--Orune, cosi chiamata perche gli era stata offerta in dono da
un bambino ad Orune insieme alla sorella gemella di lei, che appello
Oliena, dal nome del paese situato di fronte a Orune. Di qui prende
avvio la narrazione della vicenda delle due cornacchie che Levi decise
di portare con se a Roma e far vivere nella propria casa, anzi nello
studio di Palazzo Altieri. Oliena non ebbe lunga vita, mentre Orune
riusci a sopravvivere nel soggiorno capitolino e divento <<uno
splendido uccello grigio e nero, dal lungo becco nero, dagli occhi
nerissimi e selvatici, assai simili nell'aspetto e nel carattere a
una selvatica donna di Sardegna. Plena di riserbo e di dignita, ma non
priva di un suo affetto fedele, chiusa nelle sue penne, come sotto i
veli neri del costume, battagliera se pensa di essere offesa, gentile
nel saluto roco e amoroso all'amico che si avvicina>> (p.
59). Nel giardino di Villa Strohl Fern veniva lasciata libera in modo
che potesse socializzare con gli altri volatili che si recavano li la
mattina a salutare l'uccello forestiero, il quale rispondeva
<<con la sua voce gentile, che somiglia[va] al roco suono della
lidelba, l'arcaico scacciapensieri di Sardegna>> (p. 60).
Dall'eco di quel suono, che reca in se il senso della morte, si
dispiega il racconto di Levi, volto a trovare consolazione per la
inopinata scomparsa di Orune nel fatto di voler credere che essa non sia
morta, ma, per abile magia, preferisce illudersi <<sia volata via,
che abbia rifatto, dopo tre anni, fatta adulta, il suo volo infantile in
aeroplano, sopra il mare, fino all'isola dei sardi, alle rocce di
granito, ai prati di asfodeli, alle querce contorte che sorgono
solitarie sui campi deserti>> (p. 61). E questa di Orune una
storia, per la sua pregnanza marcatamente simbolica, in cui la
protagonista assurge a dignita letteraria di peculiare rilievo. Difatti,
la cornacchia e diventata, cosi, anch'essa <<protagonista di
un suo fantastico viaggio nel tempo e nello spazio che il viaggiatore
Levi ha amato farle fare, ammantandolo di quel mistero letterario in cui
egli stesso si e sempre calato ogni volta che si e messo in
viaggio>>: S. PAUTASSO, Cario Levi in Sardegna: viaggiare da
scrittore, cit., p. 186.
(32) C. LEVI, L'Orologio, op. cit., p. 158.
(33) Cfr. G. FALASCHI, Vaneggia un pozzo: il parlare profetico e la
parola-pietra, in ID., Carlo Levi, Firenze, La Nuova Italia <<Il
Castoro>>, 52, 1974, pp. 93-97.
(34) C. LEVI, L'Orologio, op. cit., p. 301.
(35) G. DESSI, Le due facce della Sardegna, <<Il
Ponte>>, VII, 9-10, settembre-ottobre 1951, p. 968.
(36) Nel testo si e preferito porre in corsivo la parola vacca per
sottolineare come essa costituisca un'immagine simbolica della
condizione esistenziale cosi come appare agli occhi di Levi in questo
sconfinato, quanto deserto paesaggio sardo. Il valore simbolico della
vacca e presente anche nelle prose di viaggio in India: <<[...] In
mezzo al crocicchio sta, come uno di quegli antichi monumenti indiani
pullulanti di figure scavate nella roccia, un gregge, o meglio un
groviglio di vacche disparate: grandi, piccole, bianche, grigie,
pezzate, punteggiate, tigrate, macchiettate come leopardi per chissa
quali infiniti selvatici incroci, gibbute, ossute, con le corna dipinte
di rosa e lo sguardo, insieme mite e feroce, pieno di sacra
impenetrabilita>> (C. LEVI, Il mercato dell'arcobaleno, 10
febbraio 1957, in ID., Il pianeta senza confini. Prose di viaggio, a
cura di V. ZACCARO, Roma, Donzelli, 2003, p. 15); alla fine del suo
viaggio in India, Levi s'identifica addirittura nella vacca:
<<[...] Fuori, tra la folla innumerevole delle strade, tra i
templi, le pire dei morti, gli dei, i palazzi, le automobili, nelle
citta e nelle campagne, vagano le vacche e guardano coi lori grandi
occhi rotondi. E anch'io giro l'India come una vacca, sacra e
solitaria in mezzo al mercato. Ma ormai il viaggio e finito.
L'amico Rossellini mi saluta all'aeroporto. "Namaste!,
Addio!" Ritorno a casa>> (ID., L'azione e la preghiera,
25 aprile 1957, in op. cit., p. 55). L'icona della vacca ritorna,
eloquentemente, nella sua ultima opera, Quaderno a cancelli, con una
Testimonianza di L. SABA e una Nota di A. MARCOVECCHIO, Torino, Einaudi,
1979, pp. 136-37: <<[...] Quella mammella di vacca che come un
pendolo oscilla nei percorsi campestri, delle rive nei sentieri che
portano ai ruscelli, lungo i sentieri fangosi, con le grandi
"buse" dei precedenti passaggi, come orologi universali (che
non sentono il burocratico dovere di segnare tutti i tempi uguali, ma di
variarli secondo il passo, il luogo, il tempo, la fuga, la corsa,
l'apparire di un cane o di uno straniero) sono la misura piu vera
del tempo. Cosi vanno pendule le mammelle delle vacche, orologi del
tempo reale, oscillanti come campane (che sono le loro imitazioni
artigiane e folkloristiche). Delle vacche, in tutti i sentieri dei mondo
[...], dietro alle madri i vitelli ai primi passi, con sguardi intenti a
quell'oscillare, a quel ritmo, che e la sola realta in moto. Gli
sguardi nuovi, per la prima volta aperti sul mondo, per la prima volta
legati a qualche cosa che ha un ritmo parlante e significante, numerico,
che occupa un tempo nello spazio, un ritmo, il pendere parlante e
misurante della mammella materna, un ritmo non imitabile non
paragonabile a nessun altro [...]>>.
(37) G. DE DONATO, Il Mezzogiorno di Cario Levi da Le parole sono
pietre a Tutto il miele e finito, in *Cario Levi: Le parole sono pietre,
op. cit., p. 143.
(38) G. AGAMBEN, Infanzia e storia. Distruzione
dell'esperienza e origine della storia, nuova edizione accresciuta,
Torino, Einaudi, 2001, p. 6.
(39) G. FERRONI, Introduzione a C. LEVI, Roma fuggitiva. Una citta
e i suoi dintorni, a cura di G. DE DONATO, Roma, Donzelli, 2002, p. XVI.
(40) <<L'immagine di felicita che custodiamo in
noi>>, scrive Benjamin, <<e del tutto intrisa del colore del
tempo in cui ci ha oramai relegati il corso della nostra
esistenza>>. La felicita e, dunque, legata al nostro presente e al
nostro passato, il presente non nutre <<invidia>> per il
proprio futuro: <<Felicita che potrebbe risvegliare in noi
l'invidia c'e solo nell'aria che abbiamo
respirato>>: W. BENJAMIN, Sul concetto di storia, a cura di G.
BONOLA e M. RANCHETTI, Torino, Einaudi, 1997, p. 23.
(41) C. LEVI, <<Roma, Napoli e Firenze>> di Stendhal,
in ID., Prima e dopo le parole. Scritti e discorsi sulla letteratura, a
cura di G. DE DONATO e R. GALVAGNO, Roma, Donzelli, 2001, pp. 133-34.
(42) T. TODOROV, Noi e gli altri. La riflessione francese sulla
diversita [1989], trad. di A. CHITARIN, Torino, Einaudi, 1991, p. 407:
<<L'allegorista parla di un popolo (straniero) per discutere
tutt'altra cosa--di un problema che riguarda l'allegorista
stesso e la propria cultura>>.
(43) A. SEPPILLI, Poesia e magia, Torino, Einaudi, 1971, p. 493.
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